Sostenibilità perduta: una storia che viene da lontano

green-earth-conceptIn questa sempre più nevrotica e compulsiva società, in cui si mette ogni cosa in un immenso tritacarne pur di ricondurre termini, principi, valori, alla logica del profitto, assurta oggi a “dottrina”, non c’è rispetto nemmeno per parole che dietro al loro significato celano innumerevoli ulteriori significati. Una di queste parole è sicuramente “sostenibilità”, oggi divenuta essenza anche per il marketing strategico di questo o quel prodotto o modello. Un termine di una complessità estrema la sostenibilità, fortemente collegato ad una educazione alla mondialità che mi riporta ad uno dei miei primi post, fatto oramai qualche anno fa, in cui avevo preso spunto da una materia di studio, oggi messa ai margini dei programmi scolastici come la geografia. In quel caso avevo parlato di come, già dai banchi delle elementari, ci avessero fatto studiare su mappe, quelle di Mercatore, elaborate alla fine del ‘500 a scopi mercantili durante l’era dei grandi conquistatori europei, assolutamente taroccate perché non rispettose delle superfici reali dei diversi paesi e continenti, rielaborate correttamente, molti anno dopo, da un cartografo contemporaneo come Arno Peters (vedi post “Tutti uguali sulla carta: ricordando Arno Peters….). Un tema importante quello della visione globale del rapporto tra popolazioni e territori in cui vivono, riportato fortemente di attualità dalla profonda crisi dei modelli si sistema in uso da parte delle economie sviluppate. Avevamo affrontato poi, per integrare quel concetto, anche quel bellissimo “esercizio” di educazione alla sostenibilità, costituito dalla “impronta ecologica”, utilissimo fin dalla istruzione di base, per sensibilizzare, fino da bambini, ad una visione corretta del mondo in cui viviamo e delle risorse a noi riservate per garantire la vita nostra e degli ecosistemi in cui viviamo. Una metodologia, quella dell’”Impronta ecologica”, messa a punto da due ecologi della British Columbia University di Vancouver (Canada) William Rees e uno dei suoi allievi, Mathis Wackernagel, oggi direttore dell’Ecological Footprint Network, che, attraverso un insieme di consumi che profilano il proprio stile di vita, si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (es. grano, riso, mais, cereali, carni, frutta, pesce, verdura, radici e tuberi, legumi, ecc.) con una costante di rendimento espressa in kg/ha (chilogrammi per ettaro), ottenendo così una superficie (vedi post L’impronta ecologica: una riflessione sugli stili di vita).

Per rinforzare la base di conoscenza, fondamentale per predisporre ed attuare azioni o politiche che si possano definire “orientate alla sostenibilità”, è da qualche mese disponibile l’”Atlante Mondiale delle Risorse”. Si tratta di un documento dal titolo “Green economies around the world? Implications of resource use for development and the environment“, allegato in calce al post, elaborato dal SERI (Sustainable Europe Research Institute) (link sito), a cura di Monika Dittrich, Stefan Giljum, Stephan Lutter e Christine Polzin, che fornisce un quadro planetario sull’utilizzo delle risorse dei singoli paesi negli ultimi 30 anni.

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L’Atlante, evidenzia come il prelievo di risorse materiali dal 1980 al 2008 il consumo di materiali, sia praticamente quasi raddoppiato, dai 38 miliardi di tonnellate del 1980 alle 68 tonnellate del 2008.

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Un dato che evidenzia una preoccupante impennata nei prelievi di materia dal pianeta avvenuta negli ultimi decenni, caratteristica inequivocabile di un modello di sviluppo insostenibile per il nostro pianeta, con risorse come metalli, oro, carbone, petrolio, legno, riso, non distribuiti equamente. Dalla lettura del rapporto, dati attesi come il consumo degli europei contemporanei, di tre/cinque volte superiore rispetto a quello dei nostri predecessori del Medio Evo, si alternano a dati come il fatto che le regioni del mondo con il più elevato consumo di risorse hanno bisogno di una quantità di materie prime, addirittura di 11 volte superiore rispetto a quelle che ne consumano di meno, indipendentemente dalle dimensioni della popolazione che vi risiede. Ovvio che le prime sono le regioni più ricche del pianeta e le seconde le più povere, che però sono quelle di provenienza prevalente delle stesse materie prime. A seguire una intervista su questo concetto a Padre Giulio Albanese, Missionario Comboniano e grande esperto terzomondista.

Il motore trainante nella messa a punto del documento, è costituito dalla quantificazione dell’uso di biomasse, metalli, combustibili fossili e minerali nei diversi stati. Agli Stati Uniti ed al cosiddetto BRIC (Brasile, Cina, India, Brasile e Federazione Russa), con altri 15 paesi con alti consumi, sono imputabili almeno i tre quarti del consumo globale di materie prime. Di contro i 100 paesi con livelli di consumo di materie prime più bassi, consumano appena l’1.5% di del consumo globale di materiali. Tutto questo comporta che in media, che ogni essere umano ha visto crescere il proprio consumo di materiali di quasi il 20%, passando dalle 8,4 tonnellate del 1980 alle 10 tonnellate del 2008. Una crescita registrabile in misura diversa su tutto il globo con il continente asiatico che si presenta però come la regione più varia e dinamica nella tipologia di materiali e con un quantitativo di circa la metà di tutti i materiali utilizzati a livello globale, con un consumo medio pro capite così come la produttività di materie prime, che si colloca al di sotto della media mondiale. L’Europa risulta la più grande importatrice di risorse, a cui fanno da contraltare l’America Latina e l’Australia come più importanti fornitori, con una quota superiore al 70% del totale.
Uno strumento in più, da aggiornare periodicamente, per verificare la qualità delle politiche di sostenibilità intraprese, ancora, di fatto inesistenti perché tropo estemporanee, e non legate ad una visione globale di problematiche di così profondo impatto, Speriamo che almeno il divulgare la “consapevolezza” al problema possa contribuire a creare nuove coscienze nelle nuove generazioni, sperando che non sia troppo tardi.

Concludo con il ricordo di un grande “Costruttore di Pace” come è stato l’indimenticabilealexlanger Alex Langer, che ci ha lasciato oramai 18 anni fa, con il supporto della Fondazione che lo ricorda (http://www.alexanderlanger.org). Alex sognava un mondo migliorato da parte di «mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera», di cui oggi siamo tristemente orfani ma estremamente bisognosi. Previde in maniera lucidissima il pericolo di un «impoverimento da benessere» come quello alla base della crisi di sistema che stiamo vivendo proprio in questi anni. In un convegno ad Assisi, nel Natale del 1994, Alex partì proprio dal recupero della semplicità francescana, volgendo lo sguardo su questo mondo malato (1995), molto aggravatosi nel frattempo,  cercando di dare concretezza all’insegnamento del Santo di Assisi con il motto «lentius, profondius, soavius», oggi autentico slogan per chi, come me, lo ricorda con grande affetto e rimpianto, proponendo uno stile di vita meno rampante, meno competitivo.

“Voi sapete il motto che Pierre de Coubertin ha riattivato per le Olimpiadi: citius, più veloce, altius, più alto, fortius, più forte. Questo è il messaggio che oggi ci viene dato. Io vi propongo il contrario: lentius, più lento, profundius, più profondo, suavius, più dolce. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però si ottiene un fiato più lungo”. 

“Parlando di un possibile futuro amico vorrei sottoporvi soprattutto due aspetti che penso siano importanti per renderci più amichevole, meno ostile, più vivibile il futuro e forse anche il presente.” 

“Dei grandi impegni, delle grandi cause credo che quella per la riconciliazione con la natura, sicuramente abbia oggi un posto importantissimo. Anni fa il verde andava di moda; non c’era pubblicità che non avesse bisogno di sottolineare la qualità ecologica dei prodotti che cercava di propinarci: la macchina ecologica, il cibo ecologico, i materiali ecologici e così via. Dieci anni fa, per avere il consenso della gente bisognava dire: quello che noi vi proponiamo, quello che noi vi vendiamo fa bene non solo a voi ma fa bene anche alla natura”. Questa moda per l’aspetto che era moda è rapidamente conclusa; purtroppo questa moda è passata anche a livello della grande politica. Vi ricorderete, due anni fa, il grande vertice mondiale di Rio de Janeiro, dove Nord e Sud del mondo dovevano trovarsi insieme per stabilire come usare insieme, in modo giudizioso e riguardoso, le risorse di tutta l’umanità, di tutto il pianeta? Ebbene il Nord, che avrebbe dovuto tirare un po’ la cinghia, ha semplicemente detto che questo non interessava e il vertice salvo con alcune promesse generiche (sporcare meno, tagliare meno alberi, sterminare meno specie viventi) in realtà si è concluso senza grandi impegni.”

Allora mi sembra che oggi ci sia bisogno che tra coloro che non cercano un impegno semplicemente effimero, che gridano libertà quando tutti gridano libertà, che gridano giustizia nel momento in cui tutti gridano giustizia, che gridano magari anche pace nel momento in cui tutti gridano pace o democrazia o solidarietà, che una attenzione particolare e anche contro corrente, anche al di fuori della moda, vada all’integrità del creato, se volete, alla reintegrazione della biosfera.

Una visione lucidissima ed una lungimiranza da brivido intenso per l’uomo del 2013, quella di Alex, che sicuramente ci guarda dal cielo e che non finirò mai di ringraziare profondamente per la lezione di vita che ci ha lasciato, ancora in cerca di testimoni consistenti nell’attuale classe politica, in preda ad autentici avvitamenti.

Scarica Rapporto SERI  “”Green economies around the world? Implications of resource use for development and the environment”

Sauro Secci

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8 risposte a Sostenibilità perduta: una storia che viene da lontano

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