KYOTO, il COP 18 di DOHA e il “metabolismo energetico di base” dei Paesi industrializzati

cop18La transizione verso un nuovo modello di sviluppo, è sicuramente un tormentone di molti ragionamenti che propongo in questo blog, ma d’altra parte, la complessità cruciale dell’argomento, possiede tali e tante implicazioni da trovarsela davanti in ogni dove. Specificatamente alla migrazione verso un nuovo modello energetico, complessivamente “decarbonizzato”, sono tante le proiezioni e gli studi, orientati ad ipotizzare una strada da percorrere ed uno specifico orizzonte temporale. Visionando l’ultimo numero della “Rivista dei Combustibili“, trimestrale edito dalla SSI (Stazione Sperimentale dei Combustibili) (link sito SSC), mi sono imbattuto in un interessante articolo di Tiziana Zerlia, che introduce il tema del “metabolismo energetico di base”, cioè del ruolo dei combustibili tradizionali in una logica di morbida transizione verso un nuovo modello energetico seppure in forma di prime indicazioni.

Una analisi di base che cerca di fare alcune riflessioni traendo spunto dall’ennesimo empasse della Conferenza delle Parti (COP 18) sui cambiamenti climatici, svoltasi a DOHA negli scorsi novembre-dicembre 2012, ancora una volta interlocutoria, dal momento che le delegazioni dei 194 Paesi rappresentati sono riusciti a stringere solo un accordo finalizzato ad una proroga al 2020 del Protocollo di Kyoto e con Cina e USA che si sono ancora una volta defilate, nonostante ci fossero i presupposti per definire i contorni di un nuovo accordo. Si tratta di una analisi che, incentrata su due indicatori base come le emissioni pro capite (CO2 pro capite) e il rapporto CO2/PIL di alcuni Paesi rappresentativi (ANNEX I (lista paesi) e non ANNEX I (lista paesi), evidenzia trend decisamente diversi, nell’arco temporale preso in considerazione tra il 1990 e il 2010 (vedi figura sotto), prefigurando tre diverse aree:

grafico1

Andamento CO2/p.capite – CO2/PIL – 1990-2010 fonte SSC (www.ssc.it)

  • Area A –  che contempla praticamente tutti i paesi industrializzati del vecchio blocco, Europa e gli USA, molto collassata e compattata nella evoluzione temporale tra i due indicatori considerati nel ventennio.
  • Area B – a “sviluppo orizzontale“, comprendente paesi come Cina e India, che presentano una forte riduzione del Rapporto CO2/PIL associata ad un più contenuto incremento della CO2/procapite.
  • Area C – a “sviluppo verticale” facente capo agli Emirati Arabi che manifestano di contro all’area B, un fortissimo incremento della CO2 procapite, a cui corrisponde un meno significativo incremento del rapporto CO2/PIL.

Un dato particolarmente significativo emerge per i Paesi Europei EU27, Italia in particolare, prossimi a un “valore limite” comune di emissioni pro capite, valore correlabile ad un consumo minimo pro capite di fonti fossili, assimilabile, secondo lo studio, ad una sorta di “metabolismo energetico di base” dei sistemi industrializzati europei, valore non comprimibile, ma anzi indispensabile per garantire al sistema di traslare verso nuovi modelli di sviluppo. Un valore che nel 2010, per l’Italia, è stato vicinissimo (di poco inferiore) a quello che si registrava nel 1990 , pari allora a 7.01 (vedi Figura dettaglio seguente).

grafico2

La figura sopra mette in evidenza i vari aspetti dei paesi ad economia avanzata, con gli  USA, a conferma di una economia fortemente energivora, che evidenziano ancora un ampio margine di riduzione di emissioni pro capite, con la tendenza ad un “valore limite” di emissioni pro capite nettamente superiore a quelli europeo e russo. Il resto dello scenario dell’area A, presenta, secondo lo studio, il quadro di un’economia assolutamente “ingessata”, tendente verso il limite delle possibilità di contrazione delle emissioni pro capite.  Per lo studio l’ipotesi di un “valore limite” per le emissioni di CO2 da fossili richiama necessariamente un analogo “valore limite” legato al consumo di energie fossili, valore che nell’elaborato, viene raffigurato come una sorta di “metabolismo di base” dei sistemi industrializzati, un valore che non sembra ulteriormente comprimibile. Secondo lo studio quindi, se il sistema non vuole collassare, tale “consumo di base” sembrerebbe indispensabile per garantire al sistema di traslare gradualmente verso nuovi modelli di sviluppo. Una strada indispensabile se si vogliono mantenere bassi valori di emissioni pro capite, quella di far crescere lo sviluppo cambiando modello economico, da subito, senza ulteriori indugi, soprattutto per la vecchia Europa, un tema che ho riproposto fino alla paranoia dai post di questo blog (un post recente sul tema). Evidente tutto questo, anche secondo la elaborazione SSC, richiede evidentemente un nuovo indicatore, assolutamente più aderente alle nuove esigenze, alternativo a quel PIL assolutamente inadeguato ai tempi, anzi, per meglio dire assolutamente forviante rispetto alla felicità dell’uomo di oggi, capace veramente di sintetizzare ambiente, economia e società (vedi post precedente).

Sicuramente un documento interessante, visto da parte di chi segue le dinamiche dei combustibili fossili, ma che arriva comunque a fornire indicazioni per non indugiare ulteriormente nel conservare paradigmi economici che stanno allungando pericolosamente l’agonia delle economie avanzate.

Scarica documento analisi  “KYOTO dopo DOHA: il “metabolismo energetico di base” dei Paesi industrializzati. Prime valutazioni”

Sauro Secci

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3 risposte a KYOTO, il COP 18 di DOHA e il “metabolismo energetico di base” dei Paesi industrializzati

  1. Pingback: Il variegato universo del gas: metano ma anche no a cavallo tra fossile e rinnovabile | L'ippocampo

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