XIV Rapporto Qualità ambiente urbano 2018 di ISPRA: il triste primato dell’inquinamento di Brescia

Puntuale anche quest’anno, con una precisa radiografia alla qualità dell’ambiente urbano delle nostre città, arriva il “Rapporto Ispra-Snpa ‘Qualità dell’ambiente urbano”, presentato nei giorni scorsi presso il Senato della Repubblica da Stefano Laporta e da Alessandro Bratti, rispettivamente Presidente e Direttore Generale di Ispra.

Ad aggiudicarsi la maglia nera, nella classifica elaborata dal nuovo Rapporto, una città martoriata dagli impatti ambientali come Brescia, ben nota purtroppo anche come SIN da bonificare per il grande inquinamento da PCB, essendo stata sede per decenni di un sito altamente inquinante (vedi post Ippocampo “Se Brescia avesse il mare….” ). Nella città lombarda sono state ben 87 le giornate nelle quali sono stati sforati i valori giornalieri di PM10 consentiti. A completare il triste podio figurano le città di Torino e di Lodi con 69 giorni. Passando alla parte opposta della classifica, a fornire la migliore qualità ambientale ai propri abitanti è la città di Viterbo, dove nel corso del 2018 non si è mai registrato alcun superamento del limite giornaliero di PM10 (50 µg/m³). Passando ad un altro insidioso inquinante atmosferico come l’NO2 (biossido di azoto) nel 2017 il valore limite annuale è stato superato in almeno una delle stazioni di monitoraggio di 25 aree urbane, facendo registrare inoltre più di 25 giorni di superamento dell’obiettivo a lungo termine per l’ozono in 66 aree urbane su 91 per le quali erano disponibili dati e il superamento del valore limite annuale per il PM2,5 (25 µg/m³) in 13 aree urbane su 84.

Non mancano comunque segnali positivi, con i trend relativi alle concentrazioni di PM10, PM 2,5 (polveri sottili con diametro <= a 2,5 micrometri) e NO2 (biossido di azoto) che fanno registrare una diminuzione e le emissioni di PM10 primario, prodotto da riscaldamento domestico e trasporti, ma anche da industrie e altri fenomeni naturali, in diminuzione del 19% in dieci anni, passando dalle 45.403 tonnellate (Mg) del 2005 alle 36.712 tonnellate (Mg) del 2015.

Ad integrare il quadro delle buone notizie per le aree urbane del nostro paese anche la crescita della sharing mobility, con un incremento di oltre il doppio del numero di vetture di tale servizio nel triennio 2015-2017, con l’83% delle 48.000 nuove unità messe su strada nel 2017, costituito da biciclette, il 16% da auto e l’1% da scooter.

Passando ad un altro argomento reso sempre più attuale dalle cronache dei nostri giorni, come quello legato al dissesto idrogeologico ed al consumo di suolo, non si registrano purtroppo segni di rallentamento di quest’ultimo, con i comuni italiani che si ritrovano non solo a dover fronteggiare il rischio idrogeologico, ma anche le ingenti perdite economiche generate. Infatti nel periodo 2016-2017 le 120 città analizzate da ISPRA hanno perso complessivamente circa 650 ettari di suolo, corrispondente ad una perdita di servizi ecosistemici associati stimabile in circa 215-270 milioni di euro. In cima a quest’altra triste classifica si collocano Napoli e Milano, con la percentuale di suolo consumato più alta, rispettivamente 34,2% e 32,3%, anche se a far registrare la perdita economica più significativa tra le città metropolitane è Roma, con un’emorragia che si colloca tra i 25 e i 30 milioni di euro. Altro fenomeno in cui Roma fa registrare un triste primato è quello ben noto è quello relativo ai fenomeni di sprofondamento, con ben 136 nuove voragini che si sono aperte negli ultimi 10 mesi del 2018.

A livello di rischio frane e alluvioni, il 3,6% delle città, dove risiedono quasi 190 mila abitanti, si configura nelle classi a maggiore pericolosità di frane, con valori che salgono al 17,4%, superando anche la media nazionale del’8,4%, quando si parla di rischio di alluvioni nello scenario medio. In questo ambito i comuni più popolosi a rischio frana nel nostro paese risultano oggi Napoli, Genova, Catanzaro, Chieti, Massa e Palermo.

Dei 5.248 interventi messi in atto per fronteggiare il dissesto su l’intero territorio nazionale 460 riguardano i 120 comuni considerati dal rapporto con la probabilità di alluvione che però è superiore alla media nazionale. In particolare la percentuale di aree a pericolosità media P2 (tempo di ritorno tra 100 e 200anni) è pari al 17% del territorio dei 120 comuni, mentre il dato nazionale si attesta all’8,4%. Inoltre, la popolazione a rischio alluvioni nelle stesse aree di 2.195.485 abitanti è pari al 12% della popolazione residente a fronte di un dato nazionale del 10,4%. I Comuni con oltre 50.000 abitanti a rischio alluvioni sono 14 e 7 Città metropolitane con oltre 100.000 abitanti a rischio.

Relativamente all’ambito dei finanziamenti ai comuni, per Genova sono stati stanziati di 354 mln € (di cui solo 2,66 mln € su progetti già conclusi), per Milano 171 mln € (compresi 25,40 mln € di progetti conclusi), per Firenze 118 mln €, di cui solo 830 mila euro sono relativi a progetti conclusi. Nelle 14 città metropolitane sono invece 917 gli interventi per un importo totale pari a 1 miliardo e 845 mln di euro.

Ovviamente molto più ampio ed articolato il numero di indicatori sviluppati nell’ambito del Rapporto per sviscerare le tante dimensioni della qualità urbana come:

  1. fattori sociali ed economici
  2. suolo e territorio
  3. infrastrutture verdi
  4. acque
  5. inquinamento dell’aria e cambiamenti climatici
  6. rifiuti urbani
  7. attività industriali in ambito urbano
  8. trasporti e mobilità
  9. esposizione all’inquinamento elettromagnetico ed acustico
  10. azioni e strumenti per la sostenibilità locale

Link per scaricare le sezioni del  XIV Rapporto Qualità dell’ambiente urbano – Edizione 2018

Link IspraTV “La qualità dell’ambiente urbano”

Sauro Secci

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“Prendi l’energia solare e mettila in scatola”: un nuovo concetto di accumulo per il MIT

Quando tecnologie solari diverse come il fotovoltaico e il solare termodinamico a sali fusi si incontrano, alla continua ricerca di nuove soluzioni di accumulo energetico per la loro non programmabilità diretta, possono scaturire nuove tecnologie come quella messa a punto dai ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che prevede letteralmente di “mettere in scatola” l’energia solare.
(schema di testa tratto da articolo rivista Energy and Environmental Science)

Si tratta di un approccio davvero innovativo, basato sul concetto di “batteria solare” TEGS-MPV (Thermal Energy Grid Storage-Multi-Junction Photovoltaics), che coniuga in sè differenti soluzioni tecnologiche come l’accumulo a sali fusi del solare termodinamico e il fotovoltaico multi-giunzione, dando origine ad un sistema capace di stoccare il surplus d’energia elettrica rispetto alla domanda, immagazzinandola sotto forma di calore all’interno di grandi serbatoi contenenti silicio fuso incandescente e sfruttando la luce di tale incandescenza per generare nuova elettricità attraverso il fotovoltaico quando necessario.

L’ idea del MIT è ancora agli albori della fase sperimentale, ma i ricercatori sono confidenti che il loro progetto possa essere più conveniente rispetto alle batterie agli ioni di litio ed avere un costo di quasi la metà degli impianti idroelettrici a pompaggio, che costituiscono ancora oggi  la forma più economica di accumulo elettrico su scala di rete.

Il nuovo sistema prevede un grande serbatoio ad alto isolamento in grafite di 10 metri di larghezza,  contenente silicio liquido, mantenuto ad una temperatura “fredda” (.. si fa per dire.. ), di quasi 1.900° C. Una serie di tubi, esposti ad elementi riscaldanti, collegano poi questa struttura di accumulo ad un secondo serbatoio definito “caldo“.

Nel momento in cui il surplus di energia elettrica in rete entra nel sistema, questo viene convertito in calore nei tubi di collegamento tra le due cisterne sfruttando l’effetto Joule. Contemporaneamente, il silicio liquido viene pompato dal serbatoio freddo a quello caldo, assorbendo nel tragitto l’energia termica, scaldandosi fino a 2.400° C.

Al ritorno della domanda di elettricità da parte della rete, il semimetallo, che a quelle temperature è talmente caldo da divenire luminoso, è spinto attraverso una sorta di motore dove le celle solari sfruttano la sua luce bianca per produrre elettricità.

Come spiega Asegun Henry, Professore associato presso il Dipartimento di ingegneria meccanica del MIT, “Uno dei nomi affettuosi con cui le persone hanno iniziato a chiamare il nostro concept è ‘sole in scatola‘, coniato dal mio collega Shannon Yee al Georgia Tech. È fondamentalmente una fonte di luce estremamente intensa contenuta in una scatola che intrappola il calore”.

Secondo il team di progetto, uno di questi sistemi TEGS-MPV da solo potrebbe essere sufficiente per alimentare ben 100.000 abitazioni con costi contenuti e senza limitazioni geografiche.

Link articolo MIT News 

Link articolo con i risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Energy and Environmental Science

Sauro Secci

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Cambiamenti climatici: un ranking dei paesi che si impegnano di più

Il COP24 appena conclusosi a Katowice in Polonia, è stata anche l’occasione per presentare una ricerca commissionata all’Imperial College di Londra dalla compagnia energetica britannica Drax Group, finalizzata a stabilire i paesi del mondo più performanti in termini di azioni per contrastare i cambiamenti climatici.

Si tratta del rapporto “Energy Revolution: A Global Outlook”, scaricabile in calce al post, all’interno del quale è stata stilata una autentica classifica generale della rivoluzione energetica mondiale che ha valutato le misure attuate da 25 paesi a contrasto e mitigazione dei cambiamenti climatici, tra cui tutti i paesi G7 e i cosiddetti  BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che rappresentano complessivamente l’80% della popolazione mondiale e il 73% delle emissioni di carbonio.

La griglia di valutazione delle prestazioni di ciascun paese utilizzata nella ricerca è stata imperniata su 5 parametri:

  • energia pulita;
  • combustibili fossili;
  • implementazione di veicoli elettrici;
  • capacità di stoccaggio del carbonio;
  • efficienza energetica di famiglie, edifici e trasporti.

Passando all’analisi dei risultati, a guidare la classifica Top25 dei paesi più virtuosi che hanno compiuto i  progressi più significativi nella migrazione dei loro ambiti energetici per limitare l’aumento della temperatura globale a 2 °C, la Danimarca, la Gran Bretagna e Canada, con l’Italia collocata soltanto al 17° posto. A fra registrare i risultati più significativi nella progressiva alienazione del carbone dal mix energetico, sono stati Regno Unito e Danimarca, con molti paesi asiatici tra cui Indonesia, India e Giappone in controtendenza, con un aumento della loro dipendenza dai combustibili fossili. I paesi che presentano il mix energetico più pulito sono invece Norvegia, Francia e Nuova Zelanda pur dipendendo fortemente oltre che dall’idroelettrico anche dal nucleare. Significativo il dato relativo ai veicoli elettrici del Regno Unito, che ospita la quinta flotta più grande al mondo di veicoli elettrici e dove 1 auto ogni 40 nuove immatricolate che è elettrica ma che in termini di utilizzo è nettamente battuto dalla Norvegia, dove la metà del parco pur numericamente modesto parco  auto norvegese che è elettrico, presentando anche il maggiore numero di punti di ricarica con la presenza di una postazione ogni 500 abitanti.

Passando all’efficienza energetica è l’Europa a confermarsi leader mondiale nell’edilizia sostenibile, con il parco residenziale di paesi come Portogallo, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito che figurano tra i più efficienti energeticamente.

Proprio nel corso dell’evento di presentazione dello studio al COP24 di Katowice, il commento del direttore del team di ricerca, Iain Staffell dell’Imperial College, secondo il quale  “Si stanno facendo grandi passi avanti nella produzione globale di energia pulita e la capacità rinnovabile sta aumentando rapidamente in tutto il mondo. Anche i veicoli elettrici stanno rapidamente decollando, ma la quota di auto nuove vendute è ancora troppo bassa. Migliorare l’efficienza delle nostre case e industrie richiede uno sforzo urgente. Per contribuire a limitare i cambiamenti climatici, saranno inoltre necessari investimenti significativi nel Carbon Capture and Storage, poiché solo 6 paesi stanno attualmente investendo su questa tecnologia su vasta scala”.

Link per scaricare il Rapporto “Energy Revolution: A Global Outlook” 

Sauro Secci

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Basta bollire il latte! Ora si usa la CO2: la proposta di ENEA

L’incremento di efficienza energetica nei processi industriali è fondamentale per tagliare la bolletta energetica del nostro Paese, incrementando la competitività delle nostre aziende, Nel settore alimentare uno dei processi più importanti è indubbiamente quello della pastorizzazione anche per la sua dispendiosità energetica, ma obbligatorio e fondamentale per abbattere la carica batterica di diversi alimenti ad iniziare dal più famoso, cioè il latte pastorizzato, ed altri come vino, birra, succhi di frutta, uova e varie tipologie di conserve.

Proprio in questo ambito arriva la proposta di ENEA, che ha realizzato un prototipo di impianto di piccola taglia per la pastorizzazione degli alimenti a basso impatto ambientale che consente una riduzione dei consumi energetici del 70% nella fase di riscaldamento e del 42% sull’intero ciclo. Come noto il classico processo di pastorizzazione prevede il riscaldamento degli alimenti fino a 85 °C per una durata che può arrivare fino a 30 minuti, visto che ogni alimento ha tempi e temperature diverse del processo, per poi essere bruscamente raffreddato e conservato.

Differenza tra i profili di temperatura in un condensatore a HFC e in un gas cooler a CO2 in una pompa di calore per il riscaldamento di acqua (Fonte ENEA)

Si tratta del sistema ENEA PA.CO2 (PAsteurization withCO2) che impiega la CO2 come refrigerante, sfruttando l’energia estratta dall’aria o dall’acqua grazie ad una pompa di calore reversibile, la quale può sia scaldare che raffreddare il fluido da trattare. Il sistema PA.CO2 è dotato di un sistema di controllo innovativo in grado di ottimizzare ulteriormente il ciclo termodinamico ed incrementando l’efficienza della pastorizzazione, con un risparmio energetico totale verificato di oltre 3 kWh per ciclo.

Come spiega Raniero Trinchieri, del Laboratorio Sviluppo Processi Chimici e Termofluidodinamici per l’Energia di ENEA, “i pastorizzatori di piccola e media taglia effettuano le fasi di raffreddamento e conservazione post-pastorizzazione con un ciclo frigorifero standard mentre la fase di riscaldamento, ossia la pastorizzazione vera e propria, viene svolta con apposite resistenze elettriche, che incidono fortemente sui consumi energetici complessivi. In questo contesto le pompe di calore reversibili possono essere impiegate nella pastorizzazione, con benefici sia in termini di efficienza e risparmio energetico, sia di compatibilità ambientale in quanto il principio di funzionamento è in grado di garantire nel riscaldamento un effetto utile superiore alla potenza elettrica assorbita”.

Una parte dell’energia utilizzata nel processo è di fatto rinnovabile, dal momento che viene recuperata dall’aria o dall’acqua utilizzata per il riscaldamento del fluido. Come spiega poi Luca Saraceno, ricercatore di ENEA che ha collaborato al progetto “il fluido di lavoro può raggiungere temperature notevolmente superiori a quelle ottenibili con tecnologie tradizionali, consentendo quindi di effettuare la pastorizzazione con tempi e consumi molto minori”.

A validare il risparmio energetico conseguito da questo sistema di pastorizzazione una serie di test verificati dai ricercatori ENEA, secondo i quali è ipotizzabile una ulteriore riduzione dei consumi pari al 15%. Per questo nei prossimi mesi verranno effettuati ulteriori test, i cui risultati verranno resi noti nel corso del 2019.

Link riferimento Progetto PA.CO2 di ENEA (sito ENEA)

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Smart city, internet delle cose e open data: il cittadino attivo nel progetto DECODE

Il tema delle nuove smart city rappresenta indubbiamente un grande punto di convergenza di una società basata sull’internet delle cose, che non può assolutamente prescindere dalla partecipazione di ciascun cittadino, proponendo per questo grandi opportunità.

La condivisione dei dati digitali personali e le loro modalità di condivisione rappresenta indubbiamente un aspetto da trattare con la massima attenzione, visti anche i recenti eventi che hanno visto coinvolti gigante dei social media come Facebook, visti gli aspetti di riservatezza e sicurezza che rappresentano alcune delle principali sfide dell’economia digitale.

Un progetto di grande rilevanza per portare i potenziali benefici della società digitale al servizio delle nuove smart city, messo in campo a livello UE è sicuramente DECODE, acronimo di DEcentralised Citizen-owned Data Ecosystems, “ecosistemi di dati decentralizzati di proprietà della cittadinanza stessa”, finalizzato a sviluppare strumenti pratici per proteggere i dati e la sovranità digitale delle persone. Il progetto è attivo al momento con 4 progetti pilota nelle città di Barcellona e Amsterdam proponendo  strumenti, tecnologie e architetture di dati che costituiscono una tappa importante nella costruzione di “data commons”, con le le risorse informative che vengono considerate un bene pubblico come aria e acqua o come la creatività.

Proprio in un recente rapporto di progetto, si spiega come DECODE si concentra su un’economia digitale incentrata sui dati, dove «i dati dei cittadini, generati dall’Internet delle cose e da reti di sensori, sono disponibili per l’uso collettivo più ampio, con appropriate protezioni della riservatezza», aggiungendo anche che «di conseguenza, aziende, cooperative, comunità locali e cittadini saranno in grado di usare quei dati per creare servizi guidati dai dati che rispondono meglio alle esigenze individuali e della comunità. Questo significa ripensare le spinose domande riguardanti titolarità, controllo e gestione dei dati personali da un’angolazione economica, legale, normativa e tecnica».
Molte in questi anni sono state le esperienze e gli strumenti messi a punto, per esempio, nell’ambito del monitoraggio ambientale diffuso (vedi post “Monitoraggio ambientale diffuso con il cittadino protagonista: ecco iSPEX“).

Nel sito web del progetto DECODE sono esaminati tre diversi casi di utilizzo come economia /ospitalità collaborativa, rilevamento partecipativo dei cittadini e democrazia aperta, con una specifica focalizzazione sui progetti e sulla comunità di utenti delle due città laboratorio dello stesso come Amsterdam e Barcellona. Sono stati scelti due progetti pilota in ciascuna città per dare il potere ai «cittadini europei di possedere la loro identità online e di condividere i dati in una maniera che sia indipendente, sicura e affidabile».

Significative le attività di DECODE a Barcellona, molte delle quali finalizzate dove alcuni obiettivi che non passano necessariamente per infrastrutture costosissime e progetti futuristici ma realizzabili dal basso, come per esempio rendere più equo il mercato degli affitti “brevi” nelle grandi metropoli, prendere decisioni in maniera collaborativa sul proprio quartiere, monitorare l’inquinamento acustico ed atmosferico nel proprio quartiere o nella propria area cercando soluzioni condivise, facilitare l’accesso dei cittadini agli open data sulla propria città. Tutto questo facendo leva sulla partecipazione attiva dei cittadini e su un nuovo patto di fiducia con le istituzioni, completamente  basato sulla trasparenza.

Nella metropoli catalana, nell’ambito di DECODE, il consiglio comunale di Barcellona, ha dato il via, insieme alla piattaforma di democrazia digitale Decidim.Barcelona, il progetto BCNow (BarcelonaNow),   uno strumento online che consente la visualizzazione, in forma di mappe interattive, degli open data relativi alla città catalana. La fruibilità delle informazioni è effettuata con filtri per parole chiave, periodi di ricerca e area di interesse, che rendono facilmente individuabili, per esempio, il numero e la distribuzione delle biciclette pubbliche, o gli eventi cittadini, o il rumore registrato dai sensori. BCNow effettua anche l’integrazione con gli open data da fonti pubbliche con i dati messi a disposizione da Start Citizen (sensori) e InsideAirbnb relativi ai flussi turistici che arrivano dalla piattaforma Airbnb.

Molto interessante la sezione dedicata a Barcellona al rumore della movida, già affrontato in parte dalla piattaforma BCNow, nel secondo progetto pilota della città catalana Making Sense, incentrato sull’inquinamento acustico. Si tratta di un progetto che ha avuto una prima fase di sperimentazione nel 2016, con un piano capillare di distribuzione di sensori acustici nei quartieri. Una volta installati i dispositivi di rilevazione, grazie a corsi di formazione rivolti ai residenti, si rendono attive e pienamente partecipi le persone che vivono nei quartieri più rumorosi della città. Attraverso la consapevolezza del funzionamento dei sensori e dei criteri di raccolta ed elaborazione dei dati acquisiti, i cittadini assumono quindi il controllo dei dati condivisi. Tra le risorse messe a disposizione da Making Sense, un toolkit in pdf  da scaricare illustra la metodologia, la pianificazione e le tappe dell’attuazione del progetto.

Sempre nell’ambito di DECODE, significative anche le progettualità in corso nei quartieri di Amsterdam, con il progetto cooperativo per la partecipazione alla vita del quartiere, denominato Gebiedonline, approvato dal consiglio comunale che lo ha esteso all’intera area urbana di Amsterdam. Si tratta di una iniziativa basata sulla partecipazione dal basso alla vita cittadina, abilitando ciascun quartiere alla creazione della propria area privata online in cui condividere iniziative e decisioni. Ogni singola entità creata ha uno o più coordinatori che danno il via alla community, gestendone le azioni ed essendo responsabili del quartiere ma con il singolo individuo che decide i dati da condividere e come intervenire all’interno della piattaforma.

Consulta la presentazione BarcelonaNow dashboard showcase di David Laniado

A seguire un breve video che illustra i principi e gli obiettivi del progetto europeo DECODE

Sito progetto europeo Decode

Sauro Secci

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Accesso all’elettricità nel mondo: finalmente sotto il miliardo gli esclusi

Migliora l’equità energetica nel mondo anche se la strada è ancora lunga, vista la distanza dall’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 7.1) che mira a garantire servizi energetici accessibili, affidabili e moderni a livello universale entro il 2030, scendendo sotto al miliardo di abitanti del pianeta ancora esclusi.

Sono state oltre 120 milioni gli abitanti del pianeta che nel corso del 2017 hanno ottenuto l’accesso all’elettricità, violando per la prima volta la soglia critica del miliardo. Queste le indicazioni del nuovo World Energy Outlook 2018, pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’Energia (IEA). Un nuovo rapporto quello di IEA che rende conto anche di alcune delle più grandi storie di successo degli ultimi anni, come quella dell’India che, secondo le dichiarazioni governative, avrebbe raggiunto in anticipo l’obiettivo di completare il programma di elettrificazione di tutti i propri villaggi o quella dell’Indonesia, dove l’accesso all’elettricità ha raggiunto quasi il 95% della popolazione, rispetto al 50% del 2000 e del Bangladesh, dove il tasso di elettrificazione è passato dal 20% del 2000 all’80% di oggi. E’ però l’Africa il continente a far registrare gli avanzamenti più eclatanti con paesi come il Kenya, dove in 18 anni il tasso di accesso all’energia è passato dall’8% al 73% o l’Etiopia che nello stesso arco temporale è passata dal 5% al 45%.

Un altra significativa e confortante indicazione fornita dalla ricerca IEA riguarda i dati elaborati dal Centro dati sull’energia della stessa IEA in collaborazione con l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), che evidenziano come l’accesso all’energia abbia innescato una graduale diminuzione del numero di persone senza accesso alle cosiddette clean cooking facilities, ossia impianti di cottura domestica che non utilizzino biomassa solida, carbone o cherosene. Si tratta di un autentico flagello quello dell’inquinamento indoor connesso ai sistemi di cottura basati su biomasse solide nei paesi poveri (vedi post “Cucinare con la legna nel mondo: 4 milioni di morti all’anno) che provoca ogni anno nel mondo oltre 4 milioni di morti. Si tratta di un calo determinato da un maggiore ricorso al gas di petrolio liquefatto (GPL) e ad una biomassa migliorata per le stufe. Nonostante queste confortanti indicazioni, ancora lontano per l’intero pianeta il raggiungimento dell‘obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) 7.1, costituito dal garantire universalmente servizi energetici accessibili, affidabili e moderni entro il 2030. Attualmente infatti la popolazione esclusa dall’accesso all’elettricità è di 600 milioni di abitanti nell’Africa sub-sahariana, corrispondenti al 57% della popolazione e a 350 milioni di abitanti in Asia, corrispondenti al (9% della popolazione.

IEA tende a precisare che “Chiaramente, mentre celebriamo i risultati dello scorso anno, rimane l’urgente necessità di nuove azioni. “Negli ultimi due decenni abbiamo supportato questi sforzi fornendo dati, paese per paese, sull’accesso all’energia, oltre a servire come una delle agenzie di assistenza per gli SDG 7.2 sulle energie rinnovabili e 7.3 sull’efficienza energetica”. L’ente presiederà la prossima edizione del rapporto Tracking SDG7 in scadenza a maggio 2019, frutto di un lavoro congiunto con IRENA, la Divisione Statistica delle Nazioni Unite, l’OMS e la Banca Mondiale.

Sauro Secci

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Ozono inquinante “secondario”:  ma non per numero di vittime

Quello dell’inquinamento atmosferico è un ambito sempre più composito di agenti, molti dei quali, come NO2 (biossido di azoto), SO2 (biossido di zolfo), CO2, PM10, PM2,5, emessi direttamente da sorgenti antropogeniche, come inquinamento industriale, residenziale, traffico etc, ed altri, come l’ozono troposferico (O3), non emessi direttamente da attività umane, ma che si formano in atmosfera a seguito di complesse reazioni chimiche, per l’ozono stesso attraverso l’interazione tra i composti organici volatili (VOC) e gli ossidi di azoto (NOX) in presenza di irraggiamento solare e temperatura elevata e per questo dalla forte connotazione stagionale.

  {tweetme} #ozono #qualitaaria “Ozono inquinante “secondario”:  ma non per numero di vittime” {/tweetme}

Un composto davvero ambiguo l’ozono, tanto indispensabile nella stratosfera (la fascia che circonda la terra da un’altezza di circa 10 Km a 50 Km) al fine di proteggere gli esseri viventi dalle radiazioni ultraviolette (UV) del sole, quanto dannosissimo per la salute umana nella troposfera, dove la sua alta reattività danneggia i tessuti polmonari, ne riduce la funzionalità e ne aumenta la sensibilità ad altre sostanze irritanti. Un inquinante, l’ozono troposferico, che non colpisce solamente i soggetti con l’apparato respiratorio danneggiato, come gli asmatici, ma anche, senza distinzione, gli adulti sani e i bambini.

A fornire un quadro degli impatti sanitari derivanti dall’esposizione all’ozono a lungo termine, un nuovo studio “Measurement-based assessment of health burdens from long-term ozone exposure in the United States, Europe and China” pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters, ed accessibile al link in calce all’articolo, dove sono stati stimati gli impatti sanitari derivanti da una prolungata esposizione all’ozono. Questo inquinante “secondario” è l’inquinante atmosferico che ha i maggiori impatti sulla salute umana, secondo solo ai particolati (PM10, PM2,5, etc.), sia in termini di tossicità che per i livelli di concentrazione raggiunti. Secondo gli autori dello studio, all’ozono sarebbero da imputare ben 34.000 morti negli USA, 32.000 in Europa e 200.000 in Cina, per un totale di 266.000 morti premature dovute a problemi respiratori nel 2015.

Il team di studio ha avuto la possibilità di calcolare la mortalità respiratoria prematura nelle tre aree prese in considerazione dalla campagna, Stati Uniti, Cina ed Europa, attraverso una gran mole di dati disponibili, acquisiti e raccolti in numerose stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria distribuite nelle stesse aree. I dati ambientali sono stati combinati per le successive elaborazioni, con le risultanze di due studi sulla prevenzione del cancro condotti dall’American Cancer Society. Mentre in passato la ricerca si era concentrata sugli effetti a breve termine dell’ozono, in questo specifico studio sono state invece valutate le conseguenze a lungo termine di questa esposizione, evidenziando una correlazione epidemiologica e tossicologica con l’esposizione all’ozono, con effetti infausti sulla salute umana. In questo contesto lo studio fornisce anche un punto di osservazione sui conseguenti oneri sanitari per le tre grandi aree di studio considerate.

 

Per le singole aree i dati sono stati così acquisiti:

 

Sauro Secci

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