Riscaldamento globale senza freni: un nuovo studio da ragione al NOAA

orso_biancoSul riscaldamento globale è prevalente, da alcuni anni nella gran parte della componente scientifica, una linea che ne vede una frenata sulla base dei dati raccolti dal 2000 ad oggi, appoggiata nel 2013 anche dal panel scientifico dell’IPCC, la convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, sostenendo che le temperature di superficie globali “hanno mostrato una tendenza di incremento lineare molto minore negli ultimi 15 anni rispetto agli scorsi 30 o 60 anni”.
Fuori dal coro nel sostenere questa “pausa” nel fenomeno del riscaldamento globale, si è però tenuto la NOAA, il prestigioso ente statunitense che fornisce dati e stime sul clima a livello mondiale, che già nel gennaio 2015 aveva suonato un campanello d’allarme in tal senso attraverso un controverso report pubblicato su Science Advance (link report), dove sosteneva che non esistesse alcuno stop negli ultimi anni al riscaldamento globale nei diversi ambiti delle superfici emerse, mari e globale. A seguire un eloquente grafico contenuto nel rapporto del 2015, relativo sia all’andamento dell’anomalia termica sulle terre emerse che sugli oceani.

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Fig. 2. Global (land and ocean) surface temperature anomaly time series with new analysis, old analysis, and with and without time-dependent bias corrections. (A) The new analysis (solid black) compared with the old analysis (red). (B) The new analysis (solid black) versus no corrections for timedependent biases (blue).

Proprio nei primi giorni del 2017, sempre sul Science Advance, è stato pubblicato un nuovo studio elaborato da un team di scienziati, che conferma i risultati del 2015 di NOAA (link studio), evidenziando come il riscaldamento globale non abbia mai rallentato il suo cammino e rilevando come la maggior parte dei climatologi si sarebbero sbagliati. Alla base di queste discrepanze sembra esserci la collocazione dei punti di rilevamento e le modalità di rilevazione sulla base dei quali sono effettuate le misurazioni in ogni parte del pianeta. La grande estensione del pianeta richiede una grande attenzione alla ubicazioni di punti significativi di rilevamento ai fini di verificare realmente le dinamiche della fenomenologia. Altro aspetto importante è la ottimale integrazione tra piattaforma di monitoraggio diretto con postazioni fisse al suolo ma anche da telerilevamento satellitare, con le tecniche di modellistica ambientale che arrivano a stimare le temperature per quelle aree dove non è possibile un monitoraggio diretto dei parametri di temperatura, ponendo la massima cura alle specifiche di misurazione, come l’altezza del sensore di rilevamento della temperatura dell’aria e, non meno importante, quella dell’acqua delle superfici sommerse, dal momento che anche minime variazioni sono capaci di portare a risultati anche molto divergenti.

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Un problema di grande rilevanza quello della non raffrontabilità dei dati di temperatura per disomogeneità delle tecniche di monitoraggio sollevato dalla NOAA nel 2015 riesaminato nel recente studio, sopratutto per la metodologia di calcolo del riscaldamento degli oceani, elemento di fondamentale importanza, dal momento che questi ultimi si estendono per ben il 70% della superficie del nostro pianeta, con un peso rilevante sulla media globale, con una differenza su questo punto capace di portare a risultati finali anche molto distanti. Nel loro studio il team di ricerca si è accorto come i modelli climatologici oggi utilizzati, sottostimino regolarmente le temperature oceaniche. Il motivo risiede essenzialmente nello strumento prevalentemente utilizzato (nell’85% dei casi), cioè le boe che hanno progressivamente sostituito le rilevazioni via nave. In sostanza, sia secondo la NOAA e gli autori dell’ultimo studio, le navi erano decisamente più precise.

E’ necessario quindi procedere al ricalcolo di tutti i dati degli ultimi 20 anni, operazione che evidenzierebbe che gli oceani si sono scaldati di 0,12°C per decennio dal 2000, mentre le stime precedenti si fermavano a +0,07°C. In base a ciò, il trend di riscaldamento globale dei primi 15 anni del 21° secolo è virtualmente indistinguibile dalla tendenza degli anni 1950-1999, decretando sostanzialmente come non sarebbe in atto nessuna pausa alla tendenza ultradecennale in corso sul riscaldamento globale.

A seguire un video nel quale uno degli autori del recente studio, Zeke Hausfather, del Berkeley Earth, ci accompagna nella analisi dello studio appena pubblicato.

Sauro Secci

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“Fatti l’orto”: l’orto bioattivo che produce ininterrottamente per dieci anni

orto_sinergicoL’interesse per il biologico e per il ritorno ad una agricoltura capace di coltivare ritornando al legarsi imprescindibilmente con il custodire la terra che ci è stata affidata per vivere, rappresentano un pilastro fondamentale alla ricerca della sostenibilità perduta. In questo contesto, è di grande rilevanza un’idea nata a Firenze, nell’ambito dell’Azienda Agricola Lo Stento che, presso il giardino dello storico locale Chalet Fontana, situato nel Viale dei Colli (vedi foto di testa), ha avviato il progetto “NOA Food” dell’Agricoltura Bioattiva NOA (Nutraceutica Organica Autentica) che si propone come un nuovo metodo agronomico, fondato su basi scientifiche e misurabili, che trae il fondamento dalle leggi microbiologiche naturali. L’approccio è una combinazione della scienza e delle tecniche moderne (microbiologia rigenerativa, nutraceutica dei cibi) ma è fondato sul rispetto dei meccanismi naturali dai quali dipendono tutti gli esseri viventi del pianeta. Il metodo può essere applicato a strutture di orti rialzati in vasche, per applicazioni urbane, estetiche e per spazi ridotti, oppure direttamente su campo aperto per maggiori superfici.

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Si tratta di un progetto davvero affascinante e di grande respiro, visto che si prefigge l’obiettivo di coltivare cibi più nutrienti, riproducendo i processi che si verificano in una foresta. La paternità del progetto NOA Food è dell’agronomo Andrea Battiata, il quale lo ha elaborato sui risultati dell’Istituto Nutraceutica Nutrafood dell’Università di Pisa (link sito). Il metodo di coltivazione utilizzato nell’orto sinergico si ispira alla tecnica dell’orto sinergico, cioè rialzato, differenziandosi però da quest’ultimo per due aspetti:

  • la terra viene arricchita con sabbie vulcaniche e cippato compostato;
  • per la pacciamatura non viene utilizzata paglia ma foglie compostate o cippato.

In sostanza il metodo tenta di emulare, ricreandolo, quanto avviene in quel grande ecosistema chiamato bosco, dove tutto funziona perfettamente da milioni di anni senza l’intervento dell’uomo.
Grazie alla sua potenziale fertilità, la terra viene coltivata in modo molto più fitto rispetto all’orto convenzionale e durante la coltivazione vengono utilizzati:

  • il Compost Tea (attivatore di carica batterica);
  • l’inoculo di funghi micorrizici;
  • l’utilizzo degli E.M. (microrganismi effettivi che agiscono sia sulle foglie preservandole dalle malattie, sia nel terreno nel quale interagiscono con la sostanza organica.

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I funghi micorrizici stabiliscono nelle radici delle piante una simbiosi mutualistica aumentando anche il volume delle radici che esplorano il terreno. Inoltre, il terreno non viene mai lasciato scoperto e, appena effettuata la raccolta, vengono immediatamente piantati altri ortaggi in maniera da mescolare i tipi di ortaggi tra loro e attivare così nuove sinergie.
Come spiega Andrea Battiata, promotore del progetto, “Il nostro obiettivo con NOAorto_salute Food è quello di promuovere un metodo di coltivazione efficace, sostenibile, che dà vita a prodotti buoni e nutrienti. Un metodo che è replicabile in ogni balcone e in ogni giardino, perché un orto bioattivo è facilmente realizzabile in ogni situazione. Per un modo di vivere coerente con le risorse del pianeta e con la nostra salute è a nostro avviso fondamentale dare tutto il supporto possibile alla nascita di piccole, molteplici esperienze di scoperta di quanto sia facile e bello prodursi da soli quello che mangiamo”. Vivamente consigliato, relativamente agli innumerevoli riflessi positivi sulla salute umana attraverso gli alimenti prodotti con questa pratica, il libro di Manuela GiovannettiL’orto della salute – Il valore nutraceutico di frutta e ortaggi  (Edizioni ETS – vedi scheda libro in calce al post)

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Molti e diversificati gli obiettivi del progetto così riassumibili:

  1. produrre ortaggi di alta qualità (bioattivi – nutraceutici) e biologici;
  2. rendere il sistema semplice anche a chi non ha mai fatto l’orto;
  3. sequestrare CO2 nel terreno;
  4. non usare alcun mezzo meccanico e quindi fonti fossili come il petrolio, dal momento che il terreno non viene mai zappato, rivoltato, compattato;
  5. risparmiare acqua grazie ad una copertura permanente del terreno;
  6. non inquinare le falde acquifere;
  7. disporre di insalate senza nitrati;
  8. Non utilizzare materie prime a “filiera lunga” di lontana provenienza e non rinnovabili come la torba:, rifacendo i terricci sulla base delle disponibilità locali;
  9. produrre in modo biointensivo con una produttività da 5 a 10 volte superiore ad un orto tradizionale;
  10. riprodursi da soli i microorganismi buoni, essenziali per la produzione di ortaggi bioattivi come bokasci, Teku-kana, Compost tea;
  11. rendere il sistema con una fertilità autorigenerante non rendendo necessario nessun apporto esterno in termini di concimi, antiparassitari, energia.
  12. aumentare lo “shelf life” (tempo di conservabilità naturale degli ortaggi).

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Sostanze Bioattive – Nutraceutiche contenute negli ortaggi

I principi fondamentali del progetto sono i seguenti:

  • utilizzare tecniche naturali collaudate che fanno crescere ortaggi ad alto valore nutritivo, sulla base della equazione “terreno vivo e sano – cibo vivo e sano – corpo vivo e sano”;
  • mantenere la coltivazione semplice e pratica ma con una letteratura scientifica che la supporta;
  • il focus del progetto si sposta dalle piante al terreno e quindi alla rete alimentare del terreno (leggi macro e microrganismi), dal momento che sono effettivamente loro capaci di rendere le nostre piante sane e nutrienti;
  • Avere una produzione di cibo in armonia con la natura, senza inquinare e sprecare energie ma sequestrando CO2, contribuiamo così a salvare il nostro pianeta, combattendo i cambiamenti climatici;
  • Avere la consapevolezza di lasciare alle future generazioni terreni di coltura migliori di quelle che abbiamo trovato noi.

I vantaggi ricavabili dal progetto sono i seguenti:

  • avere la possibilità di poter far crescere il nostro cibo con il massimo di vitamine, Sali minerali, Antiossidanti, Enzimi e sostanze Fitochimiche attive in modo da contribuire alla nostra salute;
  • ristabilire il rapporto con la natura, riappropriandoci del rapporto tra stagioni e alimentazione;
  • Imparare ad alimentarci con più frutta e verdura;
  • Fare un ottimo esercizio fisico, stimolando parti importanti del nostro cervello (ortoterapia);
  • Aiutare il nostro pianeta: quando si mette in pratica un’orticoltura intensivamente naturale non si può fare a meno di diventare custodi della Terra: Così ci può interessare su come salvare le api e altre specie in pericolo, come non inquinare con i pesticidi, perchè non usare gli OGM , come valorizzare gli ingressi di energie rinnovabili e la lista potrebbe continuare ancora.

Decisamente interessanti i riflessi del metodo sulle verdure prodotte, che si presentano come autentico “cibo bioattivo” con concentrazioni più elevate di licopene (+18,5%), calcio (+15%), potassio (+11%), fosforo (+60%) e zinco (+28%).

Proprio Andrea Battiata, agronomo e consigliere della società toscana orticultura, è il principale cultore di questa pratica che vuole ristabilire il ruolo cardine che l’agricoltura ha avuto nella evoluzione umana, dal momento che per tutti i millenni della sua storia è stata fondata sulla rigenerazione continua della vitalità del suolo, spazzata via da una agricoltura intensiva divenuta oggi convenzionale, che si configura invece come nemica di questa fertilità naturale. E’ lo stesso Andrea Battiata a chiarirci meglio questo concetto spiegandoci che “Oggi i concimi chimici non rigenerano più la terra, ma nutrono direttamente la pianta, trasformando il suolo in un supporto neutro sempreorto_sinergico_2 più mineralizzato e privo di vita. E’ importante sottolineare come, per questa via, si realizzi una procedura che costituisce una costante dell’agricoltura industriale: la sostituzione di processi spontanei con dispositivi tecnici, la surrogazione di una economia della natura”. Si tratta di un metodo di coltivazione che supera gli standard di produzione dell’agricoltura biologica, dal momento che, come precisa Battiata, “il Biologico organizzato in catene alimentari non rispecchiava affatto il mio percorso di cittadinanza attiva né le mie esperienze personali e professionali sui temi del cibo vero, del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile. Poco alla volta ho cominciato ad interessarmi degli innumerevoli modi in cui i cittadini possono essere parte attiva di soluzioni di lunga durata al problema della produzione del “loro” cibo. Volevo credere che ci fossero alternative valide all’idea della partecipazione-consumo, così ho cominciato a raccogliere esperienze, studi e storie personali che raccontassero le potenzialità dell’autoproduzione e della produzione del cibo e a quel punto, perché no, del cibo vero, bioattivo in cui le caratteristiche naturali delle piante potessero avere il massimo di “terreno fertile”.
Un percorso, questo degli orti bioattivi, basato su alcuni grandi capisaldi come il valore etico, sociale, economico ed ambientale sui quali sono state “innestate” le tecniche agronomiche necessarie prelevandole da innumerevoli studi, principi agronomici sostenibili ed esperienze sul campo, il tutto con l’obiettivo di dimostrare che non è affatto difficile coltivare i propri ortaggi per produrre cibo Bioattivo, Nutraceutico.
Un progetto che vuole dimostrare quanto contadini urbani, e agricoltori, consumatori e attivisti, ma anche imprenditori illuminati siano davvero in grado di cambiare il sistema alimentare urbano, alla ricerca di una nuova economia del cibo.

A seguire un video relativo ad un intervento del Dott. Agr. Andrea Battiata che approfondisce adeguatamente i fondamenti e l’ispirazione degli orti bioattivi.

Sauro Secci

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Conferenza nazionale sul biometano di Legambiente: 12000 nuovi posti di lavoro

biometano-640x335Dopo essere divenuto sicuramente il comparto trainante tra le agrienergie nell’ultimo decennio, nel più complessivo mosaico delle fonti rinnovabili in Italia, quello degli impianti biogas e degli impianti di digestione anaerobica, oltre che per la produzione di energia elettrica e termica, si sta proponendo sempre di più per la produzione di biometano a fronte della completa definizione del quadro normativo nazionale. Un ambito quello del biometano che può far liberare completamente un altro enorme potenziale in aggiunta a quello delle aziende agricole, costituita dalla valorizzazione della FORSU (Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani), che vede proprio l’Italia in pesante ritardo a livello comunitario e con situazioni locali pesantissimi soprattutto in certi ambiti del meridione. Oggi in Italia sono attivi solo sette impianti a biometano, sei dei quali costituiti da strutture di tipo dimostrativo, a fronte di un potenziale producibile al 2030 che potrebbe raggiungere gli 8,5 miliardi di metri cubi di cui 0,5 da rifiuti, escludendo l’immenso potenziale da discarica difficile da stimare. A fare il punto sullo scarso utilizzo di questa risorsa in Italia e sulle sue grandi potenzialità, la Conferenza nazionale sul biometano, organizzata a Bologna da Legambiente insieme con Assorinnovabili e il patrocinio della Regione Emilia Romagna, dove sono state approfondite le prospettive e le opportunità dello sviluppo del biometano, definito dall’articolo 2 del decreto legislativo 28/2011 (decreto “rinnovabili”) come “gas ottenuto a partire da fonti rinnovabili avente caratteristiche e condizioni di utilizzo corrispondenti a quelle del gas metano e idoneo all’immissione nella rete del gas naturale”. Un settore che, a distanza di oramai tre anni dalla firma del primo decreto sul biometano, il grande potenziale del settore risulta ancora praticamente inespresso. Un ritardo che ha pesantemente rallentato lo sviluppo di filiera, determinato dalla incompletezza del quadro legislativo, che dovrebbe finalmente definirsi con il decreto biometano bis.
La giornata che si è posta l’obiettivo di fare il punto con stakeholders e addetti ai lavori sullo stato dell’arte e il ruolo delle bioenergie nel contesto del nuovo modello energetico nazionale e in quello più complessivo della bioeconomia europea, dal quadro normativo sul biometano e sui suoi sottoprodotti, al funzionamento degli impianti di produzione di biogas e biometano, come quello di Pinerolo (vedi post “Un modello di ESCO applicato all’ambito dei rifiuti: l’esempio del polo ecologico di Acea Pinerolese“) e quello di compostaggio di Finale Emilia. Una giornata voluta da Legambiente, tra i sostenitori e sottoscrittori della Piattaforma Biometano, promossa dal Consorzio Italiano Biogas e presentata nel novembre scorso ad Ecomondo 2016 (vedi post “Ecomondo 2016: presentata la piattaforma nazionale del Biometano“) per sottolineare non solo l’importanza energetica di questa risorsa, ma anche il suo determinate contributo in diversi settori solo apparentemente lontani tra loro, con benefici socio economici e ambientali.

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Secondo le stime del CIB (Consorzio Italiano Biogas), da sempre organizzazione di avanguardia del settore, lo sblocco del biometano, determinerebbe la nascita di 12mila nuovi posti di lavoro solamente nel settore del trattamento rifiuti, gestione discariche e nel ciclo degli impianti agro industriali.

schema_biometanoPossibile catena di approvvigionamento per stazioni di servizio LNG e bio-LNG (Fonte Piattaforma biometano”)

Significativa durante l’evento bolognese la presa di posizione di Legambiente con il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani, il quale ha spiegato che “la produzione di biometano è un anello fondamentale per il corretto trattamento dei rifiuti biodegradabili nell’ambito del nuovo scenario dell’economia circolare europea. A tal proposito, è fondamentale costruire impianti di digestione anaerobica, in particolare nel centro sud Italia che ne è ancora sprovvisto”. Proseguendo Ciafani precisa anche che “questi impianti sono, purtroppo ancora poco noti e molto osteggiati ed è fondamentale attivare adeguate campagne d’informazione. Anche il settore agricolo può dare il suo contributo, tenendo conto però dell’efficienza dell’uso del suolo, dando priorità agli scarti agricoli e alle biomasse di integrazione rispetto alle colture dedicate. Migliorando la propria competitività sul mercato, il biometano può contribuire a ridurre significativamente le emissioni del settore agricolo che in Italia rappresentano oltre il 7% delle emissioni complessive di gas climalteranti”.
Una annotazione è dedicata infine da Ciafani ad iniziative di avanguardia come “Biogasfattobene” promosso dal CIB, sottolineando che “il biometano “fatto bene”, prodotto nel rispetto della biodiversità e dell’uso dei suoli agricoli, può rivestire un ruolo fondamentale nella strategia energetica del nostro Paese e sul fronte della lotta al mutamento climatico. Una grande opportunità per rendere più sostenibile il consumo di energia domestica e industriale ma anche la mobilità, per ridurre l’inquinamento atmosferico e migliorare la gestione dei rifiuti. Per questo motivo, Legambiente è tra i sostenitori e sottoscrittori della Piattaforma Biometano, promossa dal Consorzio Italiano Biogas, per sottolineare non solo l’importanza energetica di questa risorsa, ma anche il suo importante contributo in diversi settori apparentemente lontani tra loro, con benefici ambientali e socio economici”. Secondo Ciafani infine “la possibilità di sfruttare le infrastrutture esistenti per la distribuzione del biometano, come la rete gas che attraversa il nostro Paese è un aspetto particolarmente interessante di questo biocombustibile in quanto dà la possibilità di utilizzarlo facilmente e subito nella copertura dei fabbisogni domestici. E necessario, però, completare definitivamente il quadro normativo che ancora oggi vieta l’immissione del biometano in rete, pratica oramai consolidata invece da molti anni in diversi paesi europei. Anche l’autotrazione ne beneficerebbe, perché il biomentano potrebbe essere utilizzato nei camion per trasporto merci di lunga percorrenza, in sostituzione del gasolio, ben più inquinante”.

Un comparto da sviluppare, davvero cruciale per il nostro paese, che presenta il parco veicoli a metano più grande in Europa, composto da poco meno di un milione di veicoli tra autobus, autocarri per trasporto merci, autoveicoli e autovetture, trattori stradali e motrici.

Sauro Secci

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Mobilità sostenibile: arriva anche in Italia il primo “corridoio elettrico”

slide01L’avanzata della progressiva decarbonizzazione del settore dei trasporti sta evolvendosi sempre più grazie ad una mobilità elettrica, capace di disporre di tecnologie di accumulo sempre più efficienti e compatte, che stanno incrementando considerevolmente l’autonomia dei modelli disponibili e di tecnologie di ricarica sempre più veloci ed in grado di coprire fasce sempre più ampie di utenza. Proprio nelle settimane scorse nel nostro paese è uscito il nuovo decreto legislativo sul “DAFI”, che definisce e regola la nuova infrastruttura dei combustibili alternativi, compresa la mobilità elettrica (vedi post “Mobilità sostenibile: In vigore il DAFI per la nuova infrastruttura dei combustibili alternativi“), che ecco materializzarsi anche i primi concreti progetti, con il primo “corridoio elettrico” che unirà Italia ed Austria.
Entro la fine del 2019 sarà infatti possibile viaggiare in autostrada tra Italia e Austria utilizzando veicoli elettrici al 100%, grazie un “corridoio elettrico” composto da 200 punti di ricarica veloce, dislocati lungo le principali direttrici autostradali dei due Paesi. E’ infatti questo l’obiettivo del progetto EVA+ (Electric Vehicles Arteries+) (link sito) per la mobilità elettrica in Italia e Austria presentato nei giorni scorsi a Bruxelles e che prevede, entro il 2019, l’installazione di 180 stazioni di ricarica elettrica veloce in Italia, con Enel e di 20 stazioni in Austria con Smatrics.

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Si tratta di un progetto, per un valore stimato in 8,473 milioni di euro, cofinanziato al 50% dalla Ue, che si inserisce nella strategia della mobilità per il corridoio mediterraneo-baltico. Si tratta di una iniziativa che va ha comporre un mosaico più ampio per la realizzazione di un network di colonnine di ricarica che consento lo spostamento dal sud al nord dell’Europa alla guida di veicoli elettrici.
Le colonnine previste per l’Italia saranno del tipo Fast Recharge Plus, tecnologia sviluppata da Enel, che permette la ricarica contemporanea di due veicoli in 20 minuti. Le nuove colonnine di ricarica rapida avranno una connettività multi-standard con attacchi AC, CCS Combo 2, CHAdeMO.

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Connettore AC (Mennekes) a sinistra – CCS Combo al centro – CHAdeMO a destra

Il programma di sviluppo del corridoio elettrico prevede, già dalle prossime settimane, il via degli studi preparatori per l’individuazione della collocazione dei punti di ricarica, che verranno installati ad intervalli di circa 50-60 km. Una tabella di marcia, quella prevista, che potrebbe rendere operative le prime trenta colonnine già a partire dal prossimo autunno.
Un progetto EVA+, che oltre a Enel, in qualità di coordinatore, e a Verbund, principale utility austriaca che controlla Smatrics, vede la partecipazione dei principali costruttori a livello mondiale come Renault, Nissan, Bmw, Volkswagen e Audi.
Un progetto che si colloca nell’ambito di altri progetti avviati e operativi in ambito europeo, che hanno reso disponibile ad oggi circa 2.300 stazioni di ricarica rapida in una quindicina di Paesi europei. Tra questi figura il il progetto pilota “Corri-Door” (link sito), che ha permesso l’installazione in Francia di circa 200 punti di ricarica rapida, equivalenti a una colonnina ogni 80 km; Passando alla Germania, è operativo il progetto “Fast-E” (link sito), che prevede l’installazione di 241 punti di ricarica entro luglio 2017 o un progetto simile per integrare 30 punti di ricarica in Repubblica Ceca e Slovacchia entro la fine del 2017.

A seguire un breve video che illustra il corridoio elettrico francese già operativo con il progetto “Corri-Door”

Sauro Secci

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Modalità di consumo di elettricità in Europa: una mappa in tempo reale

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Il parametro di intensità di carbonio è oramai essenziale per la valutazione dei modelli energetici dei singoli paesi e per questo, sia per gli operatori energetici, che per chi si interessa a vario titolo di energia e di ambiente, è da alcuni mesi disponibile un interessante strumento online che fornisce i dati in tempo reale, con appena un’ora di ritardo, relativi ai consumi di energia elettrica ed alle conseguenti emissioni di CO2 di tutti i paesi dell’Unione Europea. Si tratta di una realizzazione della innovativa start upolivierTomorrow”, animata dal giovane esperto di informatica Olivier Corradi (foto a destra). Dietro questo progetto vi era inizialmente la volontà di capire come si potesse concretamente passare al consumo di energia rinnovabile, partendo proprio dalle informazioni fornite da questo nuovo strumento capace di spsiegare come e con quali fonti si stia producendo e consumando elettricità a livello puntuale nei diversi paesi europei, con la possibilità, per alcuni paesi, di fornire anche il prezzo dell’elettricità del giorno prima.
Alla base della nuova mappa in tempo reale, i dati forniti da ENTSO-E (European Network of Transmission System Operators) (link sito), l’organizzazione che raggruppa gli operatori di rete europei, con integrazione di ulteriori informazioni provenienti dall’operatore di rete francese RTE. Un algoritmo fornito dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) permette poi di misurare il livello di emissioni di CO2 per tipologia di fonte e per paese.
Eloquente il grafico seguente, riferito ad una schermata stratta dalla nuova piattaforma, fatta nella giornata del 30 gennaio 2017 alle ore 12:53, con il dettaglio della situazione del mix energetico dell’Italia e dove si può già visualizzare la situazione sinottica a livello europeo, attraverso un parametro come l’intensità di carbonio per la generazione elettrica, espressa in gCO2eq/kWh,  visualizzato attraverso diversi colori e gradazioni con i quali sono rappresentati i singoli paesi, individuando già a colpo d’occhio nazioni decisamente a bassa intensità di carbonio come la Norvegia con 32 gCO2eq/kWh nsità di carbonio per la generazione elettrica o la Svezia, con la loro elevata produzione da idroelettrico e la Francia, grazie al nucleare.

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Nella stessa mappa, saltano subito agli occhi anche le “maglie nere” come il caso della Polonia, autentica “macchia nera” che presenta un mix elettrico basato quasi totalmente sulle centrali a carbone e lignite con una intensità di carbonio di 761 gCO2 eq/kWh, di quasi 24 volte più alta di quella della Norvegia. Un paese la Polonia, da noi definita in un recente post come “la Cina d’Europa”, vista la fortissima dipendenza dal carbone (vedi post “Smog ed inquinamento atmosferico: anche l’Europa ha la sua Cina“).
A livello di operatività della mappa, cliccando su uno dei paesi tra quelli presenti, sono visualizzati i dati per fonte ed altre informazioni. Vengono inoltre visualizzate graficamente anche le quantità di elettricità esportata (sulla barra a sinistra) e importata (sulla barra a destra) da quel paese in uno specifico momento della giornata.
Per avere maggiori dettagli della produzione elettrica di diversi paesi europei (per zone o per la singola nazione), inclusa l’Italia, è utile anche la consultazione del sito ENTSO-E.

Sauro Secci

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La lunga metamorfosi di ENEA: dal nucleare al “Biorestauro”, attraverso rinnovabili ed efficienza energetica

batteriUna storia che vien da lontano quella di ENEA, nata nel 1952 con il nome di CNRN poi divenuto CNEL nel 1960, per acquisire e diffondere conoscenze scientifiche sulle applicazioni pacifiche dell’energia nucleare, divenuta nel suo lungo percorso di oltre 60 anni di storia, un centro di eccellenza e di competenza nel sempre più composito universo della sostenibilità. Un percorso nel quale, soprattutto dopo il disastro nucleare alla Centrale di Chernobyl del 26 aprile 1986, l’ente che quattro anni prima aveva assunto dal CNEL il nome di “Energia Nucleare ed Energie Alternative“, iniziò una progressiva metamorfosi dalla ricerca in ambito nucleare le energie rinnovabili, le nuove eco tecnologie e l’ambiente. A suggellare questa profonda metamorfosi di ENEA, che nel 1991 aveva rimodulato il proprio acronimo in “Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente” anche la nascita di sempre nuovi e vasti scenari ed ambiti di intervento. Uno dei più originali ambiti di attività di ENEA, dalla metà degli anni ’90, è quello che opera nel campo dell’applicazione, dell’uso e del trasferimento di ricerche ed innovazioni alla conoscenza, alla conservazione, alla tutela, al restauro e alla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. Un settore di attività quello di ENEA che si progressivamenteporta arricchito di nuovi sviluppi, dai sensori agli “scudi antisismici” che proteggono i bronzi di Riace, passando per le tecnologie per la visione dei “pentimenti” dei pittori e di immagini “nascoste” nei quadri, dai droni per rilievi e indagini su siti e manufatti archeologici, alla valutazione dei rischi idrogeologici, ambientali e antropici, dalla realtà virtuale alla modellazione e restituzione 3D. Questo proliferare di attività ha portato allo sviluppo all’interno di ENEA di uno dei più vivaci e interessanti poli tecnologici per i beni culturali, affidato al biologo, Professor Carmine Marinucci. Uno dei più affascinanti ambiti applicativi di avanguardia del polo ENEA è indubbiamente quello delle tecniche di biorestauro. Una disciplina quella del biorestauro, che sfruttando le proprietà dei batteri, è in grado di dare risposte di grande valenza nel campo della conservazione e del recupero dei beni culturali, e nello studio del deterioramento causato da fattori organici e inorganici, in particolare microrganismi e circostanze ambientali evitando il ricorso a prodotti chimici, tossici per i restauratori e aggressivi per le opere. Le nuove frontiere della ricerca in questa direzione hanno dimostrato come l’utilizzo dei batteri possa portare a livelli qualitativi e di affidabilità anche molto superiori a quello garantito finora daicasina solventi convenzionali e dai tradizionali metodi di restauro, proponendosi come ottima soluzione, soprattutto nel caso che questi ultimi si rivelino inefficaci o pericolosi sia per l’integrità dell’opera d’arte ma anche per la salute stessa degli operatori che si occupano del restauro. Molte le opere restaurate con successo con questa innovativa metodica, già utilizzata con successo su statue, monumenti e tavole dei giardini e dei Musei Vaticani, dei marmi della Galleria Nazionale di Arte Moderna, di affreschi e statue della Galleria dei Carracci a Palazzo Farnese, dei dipinti murali della Casina Farnese al Palatino. Sono ben 500 le “legioni” di batteri e funghi della collezione di ceppi Enea-Lilith conservati a -80 °C nei laboratori di ENEA Casaccia dal gruppo di Microbiologia coordinato dalla dottoressa Anna Rosa Sprocati.

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Crediti immagine: Enea / Particolare dell’architrave della porta della loggia inferiore della Casina Farnese; prima della biopulitura (a), dopo la biopulitura (b) e a restauro finito (c).

Si tratta di un autentico esercito di micro-restauratori in grado di ripulire le opere nutrendosi delle scorie da rimuovere e con cui è possibile intervenire “su misura” in base ai materiali (dipinti, affreschi, carta, pergamena, pietra o legno) e alle sostanze da rimuovere (colle animali e sintetiche, resine, idrocarburi, oli, gessi o carbonati). Una biotecnologia tutta Made in Italy per i beni culturali, nata nel paese che detiene la maggioranza del patrimonio artistico e culturale del mondo e che si presenta con bassi costi, atossicità, compatibilità con i materiali costitutivi e l’ambiente secondo una strategia di conservazione più sostenibile, che si trasforma in brevetto essendo capace di sviluppare anche formazione professionale altamente qualificata.
Davvero un formidabile campo d’azione quello dei beni culturali per queste nuove tecnologie, dove l’Italia può davvero trovare i suoi autentici “giacimenti”, operando meccanicamente sul piano della tutela e conservazione del bene ma anche e soprattutto trasferendo e comunicando innovazione, agendo come una linfa vitale capace di pervadere e raggiungere ogni area del nostro paese ricca di testimonianze culturali e consentendone una autentica e piena valorizzazione nel segno della sostenibilità, della piena occupazione attraverso la creazione di un esteso indotto economico. Come sappiamo infatti l’Italia è al primo posto nel mondo per quantità di beni Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, in un settore che già oggi da lavoro a un milione e mezzo di persone, corrispondente al 6,2 per cento del totale degli occupati, generando un valore complessivo di 214 miliardi di euro pari al 15,3 per cento del nostro Pil. Imponenti cifre queste del tutto sottodimensionate rispetto alle potenzialità di un sistema di offerta culturale italiano, pienamente efficiente, funzionale, fruibile e sostenibile.

Sauro Secci

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Agricoltura conservativa (Blu): riduzione delle emissioni di CO2 e risparmio economico in nome del suolo

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Con lo sviluppo della proposta del “Biogasfattobene”, promossa dal CIB (Consorzio Italiano Biogas), approfondita proprio nell’edizione 2016 di Ecofuturo Festival, sono molte le aziende agricole che si stanno convertendo al biologico.

Si tratta di aziende, alcune delle quali di grandi dimensioni che, grazie al cambio del metodo di aratura del terreno ed alla applicazione dell’idea della doppia coltivazione annuale energetica ed alimentare, con il riutilizzo del digestato come ammendante, seguendo la filosofia di matrice francese del “”Quattre pour mille”, per il confinamento della CO2 nel suolo presentata al COP21 di Parigi e utilizzando la tecnica di “semina su sodo”, stanno creando i presupposti ideali per la riconversione al biologico ed in prospettiva anche di gran parte dell’agricoltura. Un tale scenario evolutivo inizia a prefigurare, dopo l’idea di un energia tutta rinnovabile, anche l’idea di una agricoltura tutta biologica. Un grande progetto, quello promosso da CIB, denominato “Biogasfattobene”, articolato su una serie di protocolli e procedure che, se integrate in una azienda agricola “rappresentano una grande opportunità per differenziare e rafforzare l’attività tradizionale, che subisce pesantemente gli effetti della crisi”, come ha ricordato il Presidente CIB Piero Gattoni, intervenuto ad Ecofuturo. Il progetto intende diffondere modalità scrupolose di fare biogas che porteranno anche ad una certificazione, capace di coniugare al meglio la redditività agricola e la lotta ai cambiamenti climatici.
Si tratta di una autentica “rivoluzione agricola”, necessaria per trasformare l’agricoltura da parte del problema a parte della soluzione, stante il suo grande contributo in termini di pressione antropica sui cambiamenti climatici.

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Fonte: IPCC “Mitigation report” 2014

A consolidare il rivoluzionario percorso intrapreso da CIB, arrivano anche altri contributi significativi dal mondo della ricerca e innovazione in ambito agricolo in questa direzione, come quello di Aigacos (Associazione Italiana per la Gestione Agronomica e Conservativa del Suolo) che proprio in questi giorni ha organizzato un convegno in collaborazione con Terra di Marche presso il teatro La Nuova Fenice di Osimo (AN). Nel convegno si è discusso in particolare delle pratiche virtuose di agricoltura conservativa, definita anche “Agricoltura Blu” e si è tracciato lo scenario determinato dal contributo della ricerca e dalle ultime evoluzioni tecnologiche nel segno della ecosostenibilità. Una serie di pratiche virtuose, quelle della cosiddetta “Agricoltura conservativa”, che rimettono profondamente in discussione anni di agricoltura convenzionale, basata sulle monosuccessioni, sulle lavorazioni profonde con inversione degli strati e caratterizzata in generale dallo sfruttamento indiscriminato del suolo, che ha determinato una progressiva degradazione della sua struttura, un aumento del compattamento e una diminuzione del contenuto in sostanza organica. Una serie di azioni negative, quelle determinate dalla “stressante” agricoltura convenzionale praticata negli ultimi decenni, che si ripercuotono sulla fertilità del suolo, sull’erosione idrica ed eolica, determinando un aumento delle emissioni di carbonio in atmosfera (diminuita capacità di confinamento della CO2 nei suoli) e una generale riduzione della presenza degli organismi viventi nel suolo. Gli eventi piovosi, poi, sempre meno distribuiti e di elevate intensità, causati dal cambiamento climatico globale, hanno amplificato ed accelerato tali problematiche. Molto chiara anche la definizione di “Agricoltura Convenzionale” da parte della FAO (Food and Agriculture Organization), che l’ha definita come “un sistema di produzione agricola sostenibile per la protezione dell’acqua e del suolo agrario che integra aspetti agronomici, ambientali ed economici” che ne quantizzò le superfici su scala mondiale nella misura di oltre 116 milioni di ettari corrispondenti ad oltre il 7% delle terre coltivate in una indagine del 2010. (vedi mappa seguente).

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Mappa adozione dell’Agricoltura Conservativa nei diversi Paesi e Continenti con superfici superiori a 0,5M di ettari (Derpsch e Friedrich, 2010)

Il convegno si è posto l’obiettivo di aprire un confronto tra produttori al fine di condividere gli strumenti che hanno favorito le loro scelte, mettendo in evidenza un modello di agricoltura capace di assicurare una serie di benefici ambientali per la società civile nel suo insieme e per l’economia dei diversi ambiti territoriali.
Una parte importante del convegno è stata dedicata ad illustrare i benefici dell’Agricoltura Conservativa, come pacchetto di pratiche orientate a ridurre le emissioni inquinanti, attraverso un’azione di sequestro della CO2 da parte del suolo, che conserva così più carbonio organico, ed una riduzione delle emissione di CH4 (metano) con grande mitigazione anche sul piano dei gas serra climalteranti, consentendo benefici per la matrice ambientale delle acque di falda, più pulite. A tutto ciò si aggiungono non meno significativi vantaggi economici, grazie ad un ridotto numero di lavorazioni e ad una minore necessità di forza motrice, rendendo possibile ridurre i consumi di combustibile fossile, con risparmi pari a 80/100 litri di gasolio per ettaro. Altra positiva ricaduta delle pratiche di agricoltura conservativa è poi quella legata al permette al controllo dell’erosione, dal momento che la copertura permanente e la migliore struttura del suolo, proteggono quest’ultimo dall’erosione idrica ed eolica, favorendo così una maggiore biodiversità, dal momento che il minore compattamento e l’aumento di sostanza organica favoriscono l’attività della micro e mesofauna del suolo. Incrementando inoltre la capacità di ritenzione idrica del suolo e anche la qualità dell’acqua di run-off, determinata dall’effetto dilavante delle piogge sui suoli a fronte di concimazione od altro, è possibile inoltre conseguire una maggiore efficienza dei cicli dei nutrienti, che risultano più biodisponibili migliorando la capacità di aumento della fertilità. Ulteriori significativi benefici si registrano in termini di efficienza economica, con un risparmio economico pari a 250/300 Euro per ettaro, a fronte della riduzione dei costi colturali, con le rese dei cereali che risultano maggiori rispetto al terreno lavorato nelle annate siccitose.

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Principi, pratiche ed obiettivi dell’Agricoltura Conservativa
(da Stagnari et al., 2009, modificato)

Una pratica che si inserisce nel quadro delle mitigazione di una matrice ambientale come il suolo, fondamentale per il futuro dell’uomo sul piante, come rimarcato recentemente anche dall’ONU, attraverso Unep, il programma delle Nazioni unite per l’ambiente, che ha recentemente lanciato l’allarme per la perdita di fertilità a fronte del drastico calo di sostanza organica dei suoli agrari, fenomeno particolarmente evidente nella fascia climatica che comprende proprio l’Italia, con il culmine nella nostra Pianura Padana, zona a maggiore intensità agricola (vedi figura seguente).

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Un ambito di intervento sul quale si è allertata la stessa Unione Europea, preoccupata per la degradazione dei terreni agrari, che ha quantizzato la somma dei costi connessi ad erosione, perdita di sostanza organica, frane e smottamenti e contaminazioni, la quale supera i 38 miliardi all’anno in tutta Europa. Per questo Bruxelles ha lanciato 10 anni fa la sua “Strategia tematica per la protezione del suolo” (Link documento) .
Su questo cruciale tema è scesa in campo nel 2012 anche la FAO, con la istituzione della “Global soil partnership” (link sito) per promuovere azioni contro il degrado dei terreni, tema del quale si dibatterà proprio a Roma dal 21 al 23 marzo prossimi nel simposio mondiale “Soil Organic Carbon”, organizzato dalla stessa FAO.

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L’agricoltura conservativa è un metodo di coltivazione che prevede l’adozione di pratiche agronomiche sostenibili orientate a preservare l’agroecosistema dalla progressiva degradazione causata dall’evoluzione dei cambiamenti climatici e dalla pressione antropica. Aigacos organizzatrice del convegno marchigiano sul tema, è una associazione di agricoltori accomunati dall’interesse per queste pratiche virtuoseed, costituita proprio ad Osimo nel 1998, in una regione all’avanguardia nell’adozione dell’agricoltura conservativa, oggi divenuta una assoluta priorità per la tutela della risorsa suolo. Significativo durante il convegno, il commento del Presidente Aigacos Giuseppe Elias, il quale, partendo dalla propria esperienza aziendale in provincia di Lodi, ha commentato: “nella crescita di questo modello produttivo riferendo incidono sia aspetti economici che ambientali, visto che le modalità di gestione del suolo connesse a questo paradigma produttivo sono quelle più adatte a preservare struttura e contenuto di sostanza organica dei terreni agrari”.

E proprio nel contesto del quadro di questi impegni internazionali che l’agricoltura conservativa è stata assunta come modello di gestione sostenibile delle colture, facendo registrare una grande diffusione di questa tecnica, con una crescita del 47% a livello mondiale nel quinquennio 2008-2013 (380mila ha stimati in Italia). La cosa più virtuosa è che tale crescita si è registrata senza sostegno di ingenti ricorsi a contributi comunitari, a fronte di una pratica che richiede elevati livelli di professionalità, consentendo di coniugare sostenibilità ambientale ed economica, attraverso la riduzione delle lavorazioni e quindi dei costi di produzione.

Nel corso del convegno di Osimo, significativo l’intervenuto di Rodolfo Santilocchi, Professore ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee presso l’Università Politecnica delle Marche, che con i suoi studi ha dato un forte contributo alla crescita di questo modello produttivo in Italia, tra gli autori nel 2011, di uno specifico manuale sulla “Agricoltura Blu” come è oramai definita l’Agricoltura Conservativa, scaricabile in calce al post.

Per Approfondire:

A seguire una videointervista ad Alberto Lugoboni della Direzione Generale Agricoltura di Regione Lombardia, lead partner del progetto LIFE HelpSoil, che ci spiega in breve, cos’è l’Agricoltura Conservativa”

Sauro Secci

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