Recupero plastica, economia circolare e turismo: l’originale idea di Amsterdam

La plastica, famiglia di materiali simbolo dell’ultimo secolo di sviluppo, rappresenta oggi una dei maggiori impatti per il suo rilascio indiscriminato nell’ambiente, che chiama i governi e le amministrazioni ad azioni prioritarie di intervento. Molto interessante in questo senso un progetto in corso ad Amsterdam, dove chi ha pianificato un viaggio, potrà annoverare fra le attività praticabili anche la pesca della plastica alle attrattive ed attività da in città, dal momento che una compagnia olandese sta offrendo ai turisti oltre che ai residenti, la possibilità di avventurarsi nei famosi canali della capitale olandese con un obiettivo davvero lodevole come quello di trasformare i rifiuti di plastica recuperati con la pesca in imbarcazioni e mobili di design.

Si tratta del progetto “Plastic Whale” nato con l’obiettivo di ripulire le acque dei canali di Amsterdam, Patrimonio dell’Unesco, dalle tonnellate di rifiuti plastici che li assediano a causa della inciviltà delle tante persone che vi transitano ogni giorno.

La proposta dell’organizzazione non si basa su una semplice escursione turistica, ma un peculiare viaggio in barca tra le acque di Amsterdam per contribuire a recuperare più plastica possibile. Mentre Plastic Whale è oramai popolare tra i turisti, i quali cercano di dare il loro contributo originale al miglioramento della città che visitano, con le crociere che svolgono una attività di team building per le aziende locali e come strumento educativo per i gruppi scolastici.

Una esperienza, quella in corso ad Amsterdam, dal grande contenuto anche testimoniale per liberare le acque del mondo dalla plastica, creando nuovo valore da questa tipologia di rifiuti, ritornando anche al luogo dove sono stati raccolti, con la realizzazione di barche da pesca oltre che di mobili per ufficio, dal design originale come tavoli, sedie, una lampada e perfino pannelli acustici.

Una iniziativa importante in una grande capitale europea, con anche il nostro Ministero dell’Ambiente con il Ministro Costa che già in questa estate ha lanciato una specifica campagna #Iosonoambiente. Lo stesso Ministro Costa ha anche annunciato per il prossimo mese di ottobre nel corso della trasmissione “Si Può Fare” di Radio 24, la presentazione di un disegno di legge che rivisiti completamente i temi legati al recupero della plastica recuperata, specialmente in mare, oggi comunque considerata un rifiuto gestibile da soggetti accreditati, dando corpo ad interessanti  progetti sperimentali già in essere, come quello organizzato a Livorno tra i pescatori locali, UniCoop Firenze e Legambiente, per il recupero della plastica come “pescato”, dal momento che quest’ultima costituisce oltre il 50% di quello che rimane nelle reti, con oltre 16 quintali di plastica recuperati in 4 mesi di sperimentazione.

A seguire un breve video che illustra l’originale iniziativa della capitale olandese.

Sauro Secci

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Lotta ai cambiamenti climatici e occupazione: un nuovo studio

La lotta ai cambiamenti climatici è sempre più una priorità per gli effetti ormai palesi che si stanno manifestando. Correlare la attività connesse con un’attività di così grande rilevanza per la vita sul nostro pianeta con aspetti legati all’occupazione è esercizio davvero importante ed è proprio questo l’obiettivo di un nuovo studio, “The new climate economy“, realizzato dalla Global Commission on the Economy and Climate, che dimostra come combattere il cambiamento climatico e promuovere una crescita più ecologica rappresenti una grande opportunità per l’economia globale.

Uno studio che smentisce in pieno le scelte del presidente americano Donald Trump, nel momento in cui annunciò l’uscita degli USA dall’Accordo sul clima al COP21 di Parigi, giustificandolo soprattutto con motivazioni economiche, visto che secondo lo stesso Trump il trattato avrebbe comportato per gli Stati Uniti “oneri draconiani”. Una tesi quella del Presidente americano ritrovabile anche fuori dagli States da tutti coloro che oggi temono l’abbandono delle fonti fossili a favore delle energie rinnovabili.

La Commissione autrice dello studio, composta da ex capi di governo, leader aziendali ed economisti, snocciola anche numeri illuminanti, indicando come un’audace azione per il clima potrebbe determinare almeno 26.000 miliardi di dollari in benefici cumulativi netti da qui al 2030 rispetto ad uno scenario business as usual.

Secondo il nuovo studio, investimenti mirati sul fronte delle energie pulite, sulle aree urbane, sul cibo e sull’uso del suolo, dell’acqua e per il miglioramento dell’impatto ambientale dell’intero comparto industriale, sarebbero in grado di generare 65 milioni di nuovi posti di lavoro al 2030, equivalenti alla forza lavoro di Egitto e Gran Bretagna messi insieme. L’attuazione di un tale scenario, con la migrazione dai combustibili fossili alle rinnovabili, eviterebbe ben 700.000 morti premature da inquinamento atmosferico.

Gli autori dello studio sostengono inoltre che operando una seria revisione dei sussidi attualmente concessi al settore energetico, contestualmente ad un aumento del prezzo del carbonio, si potrebbero generare quasi 3.000 miliardi di dollari in entrate governative all’anno nel 2030, equivalenti all’attuale PIL dell’India.

Tali fondi potrebbero essere utilizzati per investire in altre priorità pubbliche o ridurre le distorsioni fiscali. Come spiega infatti Felipe Calderón, ex presidente del Messico e presidente onorario della Commissione: “Per anni ci è stato detto che esiste un conflitto intrinseco tra crescita economica e azione per il clima, ma semplicemente non è vero” .. “Non dobbiamo scegliere tra il miglioramento delle prestazioni economiche e la riduzione del rischio climatico: possiamo avere entrambi, insieme”.

Per il raggiungimento di un tale obiettivo, il documento chiede ai governi, alle imprese e ai leader finanziari di dare urgentemente la massima priorità a specifiche azioni su quattro fronti nei prossimi 2-3 anni, come:

  • Intensificare gli sforzi sulla tariffazione del carbonio e passare alla divulgazione obbligatoria dei rischi finanziari connessi al cambiamento climatico;
  • Accelerare gli investimenti in infrastrutture sostenibili;
  • Liberare l’innovazione;
  • Costruire un approccio centrato sulla persona che condivida i guadagni in modo equo e garantisca la giusta transizione.

Link executive summary studio The new climate economy

Link studio completo The new climate economy

Sauro Secci

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Rifiuti farmaceutici nelle acque: è allarme per molti fiumi nel mondo

Le acque della maggior parte dei bacini fluviali del mondo sta divenendo sempre più una discarica per i nostri farmaci, con un insano cocktail di analgesici, antibiotici, agenti anti-piastrinici, ormoni, farmaci psichiatrici e antistaminici che vi scorrono, con grave compromissione dei complessi ecosistemi fluviali. Una preoccupante tendenza che potrebbe aumentare di ben due terzi entro il 2050 se non si implementeranno adeguati provvedimenti.

E’ questo il nuovo allarme che giunge dallo studio presentato da Francesco Bregoli, ricercatore presso l’istituto di ricerca olandese HIE Delft, nel corso della European General Geosciences Union Assembly, svoltasi in questi giorni a Vienna.

Si tratta di un lavoro che l’ente di ricerca olandese ha condotto in collaborazione con il Catalan Institute for Water Research, con la messa a punto di un nuovo modello in grado di prevedere la diluizione attuale e futura dei prodotti farmaceutici negli ecosistemi di acqua dolce, come fiumi e laghi, dal quale sono emersi risultati davvero scoraggianti.

Come spiega il ricercatore italiano Francesco Bregoli, autore principale dello studio, sulle pagine di The Guardian, “Gran parte degli ecosistemi di acqua dolce è potenzialmente minacciata dall’elevata concentrazione di farmaci”. Con un consumo crescente di prodotti farmaceutici, si verifica una contestuale crescita anche della contaminazione ambientale. Le molecole dei vari farmaci, una volta eliminate dall’organismo attraverso gli scarichi domestici, raggiungono gli impianti di trattamento e la percentuale che non viene intercettata da questi ultimi si riversa nei corsi d’acqua. Molte di queste sostanze sono in grado di arrecare grave danno agli ecosistemi, inducendo cambiamenti nell’ittiofauna o creando i presupposti per l’evoluzione di batteri antibiotico resistenti.

Ai fini della valutazione dell’entità del problema, gli scienziati hanno messo a punto un modello d’analisi, applicandolo ad un caso studio di uno specifico farmaco molto diffuso come il diclofenac. Si tratta infatti di un anti-infiammatorio con una ampia diffusione di mercato, usato sia nella medicina umana che in quella veterinaria. Si tratta di un farmaco che sia l’Unione Europea che l’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti hanno identificato come “una minaccia ambientale“, con diversi studi condotti negli ultimi decenni che hanno confermato sia l’ampia diffusione della molecola a livello mondiale in ambienti di acqua dolce sia la sua potenziale tossicità nei confronti di diversi organismi come pesci e mitili. A seguire una mappatura dell’uso di questo farmaco nel mondo, tratta dallo studio.

Secondo i risultati dello studio del team di Bregoli, sarebbero attualmente oltre 10.000 i km di acque fluviali in tutto il mondo a presentare concentrazioni di diclofenac superiori al limite previsto nella”lista di controllo” dell’UE, fissato a 100 nanogrammi per litro. Si tratta di dati simili a quelli di altri prodotti farmaceutici che non riescono a essere bloccati dagli impianti di trattamento delle acque reflue laddove questi esistono e funzionano correttamente (vedi mappa seguente estratta dallo studio stesso).

La conseguenza di una tale situazione e che queste sostanze rilasciate nelle acque sono in parte assorbite dagli ecosistemi fluviali e in parte convogliate verso il mare. Al riguardo spiega sempre Bregoli, “Abbiamo scoperto che i miglioramenti tecnologici da soli non bastano nemmeno a risanare dagli attuali livelli di concentrazione. Se non dovesse essere attuata una riduzione sostanziale del consumo, gran parte degli ecosistemi fluviali globali non sarà sufficientemente protetta”. 

Scarica lo studio di Francesco Bregoli, ricercatore presso la HIE Delft

Sauro Secci

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Falde acquifere contaminate da PFAS: interviene il Ministro Costa

La contaminazione delle falde acquifere del nostro paese da PFAS, rappresenta indubbiamente una assoluta priorità di intervento per il Ministero dell’Ambiente, vista la cancerogenità di tali sostanze.

Proprio per questo il Ministero dell’Ambiente Sergio Costa, nella consapevolezza dei gravi rischi legati alla contaminazione delle falde acquifere da PFAS, ha annunciato la convocazione di un tavolo tecnico urgente per i primi giorni di settembre, al quale parteciperanno gli istituti scientifici e di ricerca competenti in materia come CNR IRSA, ISS e ISPRA.

La problematica della contaminazione delle falde da PFAS interessa estesi distretti territoriali, ad iniziare dal Veneto, dove sono almeno 300mila le persone esposte, con proteste in corso da anni e, come ha voluto chiarire il Ministro dell’Ambiente “è nostra responsabilità intervenire nel rispetto dei ruoli per assicurare la tutela ambientale”.

Si tratta di una problematica che, oltre al Veneto, vede interessate parti intere del nostro paese, dal momento che la presenza dei Pfas interessa anche aree di Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna, Friuli, Liguria, Sicilia e Umbria, dove le Agenzie regionali protezione ambientale stanno effettuando specifici monitoraggi sui Pfas, i cui risultati, attesi per la fine del 2018, permetteranno di fare una valutazione più precisa dell’estensione del fenomeno, potendo definire ed adottare specifiche misure di salvaguardia ambientale.

Una grande priorità quella della contaminazione da Pfas, da affrontare a tutto campo, con tutti gli strumenti disponibili per il Ministero dell’Ambiente, partendo dal tavolo tecnico esteso a tutte le Regioni, e sul quale il Ministro Costa tende a precisare che “Le conoscenze scientifiche su queste sostanze sono sempre più solide e questo ci richiama alla necessità di una valutazione più approfondita sui valori limite da adottare e sulla possibile inclusione di nuove sostanze del gruppo dei Pfas”.

Uno screening valutativo completo quello che verrà effettuato su queste sostanze cancerogene, sempre più pericolose per la salute umana e gli ecosistemi.

In sostanza la sigla “Pfas” sta ad indicare Sostanze Perfluoro Alchiliche (acidi perfluoroacrilici) ed identifica una famiglia di composti chimici utilizzati prevalentemente in ambito industriale, definibili come acidi molto forti utilizzati in forma liquida, con una struttura chimica capace di conferirgli una particolare stabilità termica, rendendoli resistenti ai principali processi naturali di degradazione.

A livello di impiego, i PFAS vengono impiegati sino dagli anni ’50 nelle filiere della concia delle pelli, del trattamento dei tappeti, della produzione di carta e cartone per uso alimentare, come componente per il rivestimento di padelle antiaderenti oltre che nella produzione di abbigliamento tecnico, per le loro caratteristiche oleo e idrorepellenti, altamente impermeabilizzanti.

Passando agli effetti sanitari di queste sostanze, queste sono considerate tra i fattori di rischio per una  vasta serie di patologie a cominciare dall’impatto sul sistema endocrino, con compromissione di crescita e fertilità, e che siano sostanze cancerogene. Si ritiene che gli effetti di tali sostanze non abbiano effetti  immediati, ma si manifestino dopo una lunga esposizione, correlandoli con l’insorgenza di tumori a reni e testicoli, lo sviluppo di malattie tiroidee, l’ipertensione gravidica e coliti ulcerose. Alcuni studi hanno ipotizzato un impatto di queste sostanze in fase prenatale con correlazioni tra patologie fetali e gestazionali e la contaminazione da tali sostanze.

Il non corretto ed illegale smaltimento dei PFAS nell’ambiente, permette agli stessi di penetrare facilmente nelle falde acquifere e, attraverso l’acqua, raggiungere le coltivazioni e, attraverso i prodotti agricoli, arrivare alla catena alimentare.

Alte concentrazioni di Pfas sono tossiche oltre che per l’uomo anche per tutti gli organismi viventi, tendendo ad accumularsi nell’organismo attraverso processi di bioamplificazione che si innescano quando gli organismi ai vertici della piramide alimentare ingeriscono quantità di inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente.

Una tematica portata alla evidenza dal progetto europeo PERFORCE, con il quale nel 2006 fu avviata un’indagine finalizzata a stabilire la presenza di perfluoroderivati nelle acque e sedimenti dei maggiori bacini fluviali europei, che evidenziò come proprio il bacino del fiume Po presentava le concentrazioni più elevate di acido perfluoroottanoico (PFOA) tra tutti i fiumi europei. Una scoperta iniziale che fu confermata ed approfondita da successive indagini sperimentali in altre zone del bacino del Po effettuate da istituti di ricerca come il Joint Research Centre di Ispra e l’IRSA-CNR.

Mappa concentrazioni Pfas bacini fluviali italiani (Fonte Min.Ambiente – CNR IRSA)

L’evidenza di potenziale rischio ecologico e sanitario nel bacino del fiume Po portò nel 2011 alla stipula di una convenzione tra il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e l’istituto di Ricerca sulle Acque del CNR per la realizzazione di uno studio del Rischio Ambientale e Sanitario associato alla Contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani. Lo studio biennale, conclusosi nel 2013, ha rappresentato il primo studio completo sulla distribuzione e sulle sorgenti dei composti perfluorurati nei principali bacini idrici italiani con gli eventuali rischi connessi alla loro presenza.

Link per scaricare le note di sintesi del progetto Pfas (Ministero Ambiente-CNR IRSA)

Sauro Secci

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Plastica abbandonata e danni collaterali: grande climalterante sotto l’esposizione ad aria e sole

L’impatto dei rifiuti in plastica sugli ecosistemi è indubbiamente una delle priorità più grandi sulla quali agire, anche per la presenza dell’universo delle plastiche nella nostra vita quotidiana. Ad incrementare il fronte dei grandi impatti della plastica, una nuova ricerca pubblicata in questi giorni sulla rivista scientifica PlosOne dal titolo “Production of methane and ethylene from plastic in the environment”, scaricabile in calce al post, che approfondisce una dimensione non conosciuta, come quella della plastica più comune gettata in forma di sacchetti, bottiglie, flaconi, giocattoli, pellicole alimentari che, una volta abbandonata nell’ambiente libera metano, un climalterante ben peggiore della CO2 e etilene sotto l’azione dei raggi solari ma anche e soprattutto semplicemente dell’atmosfera.

Il contesto peggiore di degenerazione atmosferica della plastica viene individuato dallo studio con l’irraggiamento solare che avviene in ambiente asciutto, condizione che determina una produzione di etilene di ben 76 volte maggiore che non in ambiente acquatico. Non meno impattante la situazione delle plastiche in acqua, argomento attualissimo dopo le immense “isole di plastica” formatesi negli oceani, dove, dopo un periodo di almeno 150 giorni, la plastica da luogo anche alla produzione di idrocarburi gassosi. Si tratta di impatti e danni ambientali aggiuntivi rispetto a quelli già noti sulle materie plastiche gettate in mare, capaci di catalizzare e trasportare diverse altre sostanze tossiche come metalli pesanti, pesticidi, etc. oltre che quelle tipiche intrinseche della plastica stessa.

Una motivazione in più per contrastare l’abbandono di materie plastiche nell’ambiente, cercando di rendere quando più possibile il nostro stile di vita “plastic free”. Come è noto dalle ultime rilevazioni la plastica rappresenta il 95% dei rifiuti in mare con incredibili tempi di resistenza in ambiente marino, dal momento che un bicchiere di plastica può restare in mare fino a 20 anni, una busta fino a 50 mentre ed una lenza da pesca addirittura fino a 600 anni. Una situazione per contrastare la quale anche il nostro paese ha messo in campo negli ultimi anni una serie di provvedimenti, vietando l’utilizzo di shopper di plastica per la spesa dal primo gennaio 2011 e quello dei sacchetti di plastica per alimenti dall’inizio del 2018, mentre dal primo gennaio 2019 sarà vietato l’uso di cotton fioc non biodegradabili e dal primo gennaio 2020 l’utilizzo di microplastiche nei prodotti cosmetici.

Una tema prioritario che non è sfuggito al nuovo Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il quale come prima di una serie di campagne, ha lanciato la campagna per salvare il mare “#IoSonoAmbiente Plastic-Free, oltre che per liberare la pubblica amministrazione dalla plastica (leggi qui le linee guida della campagna), annunciando un testo di legge per la tutela del mare innanzitutto da questo tipo di inquinamento.

Significativa in questo ambito anche il tour estivo Plastic Free Tour , organizzato dal WWF,  che sta vedendo su tutta la penisola numerosi eventi di pulizia delle spiagge con tanti 1.000 volontari e cittadini coinvolti che hanno liberato oltre chilometri di spiagge e coste da rifiuti e detriti. Nel lancio della campagna il WWF ricorda che nel mondo si produce plastica da oltre 70 anni, ed 8 milioni di tonnellate finiscono ogni anno negli oceani e, secondo l’ultimo Report dell’associazione, anche il Mediterraneo sta subendo impatti devastanti su specie e habitat con 134 diverse specie marine vittime dell’ingestione da plastica, tra cui tartarughe marine e cetacei. In un tale contesto l’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo, con il nostro paese che registra un consumo annuale di imballaggi in plastica di 2,1 milioni di tonnellate.

Motivazioni che hanno spinto WWF Italia a lanciare una petizione  change.org/plasticfree   oltre che sul sito www.wwf.it
Una sollecitazione importante quella del WWF visto anche che  l’Italia ospiterà a dicembre la riunione (COP21) delle parti contraenti alla Convenzione di Barcellona per la tutela del Mediterraneo in cui i temi dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastica avranno assoluta priorità e centralità”.

Scarica lo studio pubblicato su Plos Journal 

Sauro Secci

 

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Turismo nelle grandi capitali europee: una mappa dell’inquinamento atmosferico

Siamo al culmine della stagione turistica, nel mese solitamente consacrato alle vacanze come agosto, che ecco arrivare puntuale un approfondimento della ONG Transport & Environment (T&E), da sempre impegnata a livello europeo alle campagne legate all’inquinamento atmosferico ed alla qualità dell’aria con specifico riferimento al settore dei trasporti ma non solo che indica come trascorrere un lungo weekend in una delle 10 città europee più importanti ma anche più inquinate potrebbe avere lo stesso effetto sulla salute di 1-4 sigarette al giorno.

L’ultimo studio della organizzazione riguarda lo stato della qualità dell’aria nelle dieci città europee più popolari come meta turistica, valutando gli effetti sulla salute dell’inquinamento atmosferico indotti dal trascorrere un weekend lungo in una di queste città parametrandolo a quello emblematico e significativo lasciato nell’ambiente dalle sigarette che avevamo analizzato in un post di alcuni anni fa (vedi post “Fumo e inquinamento: quello lasciato nell’ambiente dalle sigarette è da brivido“)

La parametrizzazione dei risultati, tradotti in numero di sigarette fumate per ogni giorni di soggiorno. A questi risultati si è giunti dall’analisi di diverse fonti. Il parallelo tra l’inquinamento atmosferico e il fumo delle sigarette si basa sulla metodologia di Berkeley Heart, incentrata sulle polveri sottili e sperimentata in Cina nel 2015 (vedi immagine seguente). A differenza dei dati mensili, facili da trovare, si tratta della prima volta, secondo l’ONG Transport & Environment (T&E), autrice dello studio, che le statistiche sui flussi turistici e i dati sulla qualità dell’aria in tempo reale sono stati combinati nella elaborazione, per avvisare i turisti sui rischi che potrebbero correre in questa estate 2018.

La maglia nera della classifica delle città considerate va a Praga e Istanbul, seguite a ruota da Milano e Londra (vedi immagine di testata).  Trascorrere un fine settimana estivo nelle 10 città più famose d’Europa rischia di avere un costo superiore a quello ipotizzabile non tanto a livello economico, quanto sanitario dal momento l’inquinamento atmosferico presente in questi centri urbani danneggia i polmoni di tutti, grandi e piccini, come se tutti fossero costretti a fumare da una a quattro sigarette al giorno.  Nel caso della capitale inglese Londra, che ogni anno ospita almeno 19 milioni di turisti stranieri, trascorrere 4 giorni di vacanza in città equivale agli effetti sulla salute di quasi 3 sigarette. L’equivalente di 4 sigarette, invece nelle due capoliste Istanbul e Praga3 a Milano2 a Roma e a Parigi.

Si tratta del primo studio che effettua una valutazione dell’impatto della qualità dell’aria sul turismo, con l’organizzazione che si prefigge di fornire ai vacanzieri un punto di vista diverso sul rischio al quale si espongono recandosi in una grande città europea durante le ferie estive.

Passando alle fonti di inquinamento estivo urbano come ipotizzabile, vi è il traffico automobilistico, con le case automobilistiche che non rispettano le leggi sull’efficienza dei carburanti e mettono in commercio veicoli più inquinanti di quanto dovrebbero, con l’industria che sostiene che i moderni motori diesel sono puliti, ma con i controlli che rivelano che la maggior parte genera emissioni fino a 18 volte più alte del limite legale per gli ossidi di azoto (NO2).

Sulla campagna il commento di Jens Müllercoordinatore di T&E, secondo il quale: “Quando l’inquinamento atmosferico è alto, ci viene detto di evitare di mangiare o fare attività fisica all’aperto. Ma andare in giro per le città e mangiare sulle terrazze dei ristoranti è ciò su cui si basa una vacanza. In questo momento, i turisti, inclusi i bambini, sono più o meno costretti a fumare, in termine di effetti sulla salute”.

Un problema, quello dell’inquinamento atmosferico nelle grandi aree urbane che impatta anche sulle modalità di monitoraggio e sulla corretta collocazione delle postazioni di rilevamento, visto che sembra che alcune autorità preparano le stazioni di monitoraggio in modo da nascondere i risultati negativi, posizionandole in parchi, strade calme o spegnendole del tutto, tanto che la Commissione Europea sta agendo per vie legali contro i governi di Romania e Belgio a causa di simili comportamenti.

Come abbiamo già avuto modo di parlare altre volte sono già diversi i casi nei quali gruppi di cittadini stanno lanciando progetti di monitoraggio dal basso che rivelano che la qualità dell’aria è peggiore rispetto ai dati ufficiali in paesi come l’Italia, con  Cittadini per l’aria Onlus, (che si è distinta proprio con T&E per una campagna di monitoraggio sul traffico navale, GermaniaBulgaria e Belgio. Nel frattempo, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Ungheria e Romania fanno fronte a sanzioni miliardarie per aver infranto gli standard di inquinamento atmosferico dell’UE. L’inquinamento atmosferico è il secondo problema ambientale più grave per l’Europa e uno studio suggerisce che i turisti stanno evitando Hong Kong a causa della scarsa qualità della sua aria.

Link studio Transport & Environment 

Sauro Secci

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Riciclo oli vegetali in crescita e il 90% della raccolta diviene biofuel

Dati di grande rilevanza quelli relativi al primo semestre 2018 di CONOE (Consorzio Obbligatorio Oli Vegetali Esausti), di una categoria di rifiuti come gli oli vegetali esausti, grande minaccia ambientale e per la quale sonodisponibili oggi portentose tecnologie di recupero. Come ha sottolineato il Presidente CONOE Tommaso Campanile: “È importante riuscire ad allargare la raccolta anche agli oli esausti domestici prodotti dai privati cittadini, che costituiscono il 64% del totale raccoglibile

Sono circa 37.000 le tonnellate di oli vegetali esausti raccolti nel primo semestre 2018, con una proiezione annua che va oltre le 75.000 tonnellate, facendo registrare un aumento di 3.000 tonnellate rispetto al 2017 secondo i dati divulgati in questi giorni dal CONOE, il Consorzio nazionale preposto su tutto il territorio nazionale della raccolta e trattamento degli oli e dei grassi vegetali ed animali esausti ed operativo dal 2001. Un periodo nel quale il CONOE ha incrementato progressivamente la propria raccolta, ancora prevalentemente concentrata  nel settore della ristorazione, passando dalle 15,000 tonnellate raccolte nel 2002 alle 72.000 del 2017, corrispondenti al 36% del potenziale raccoglibile quantificato a circa 260mila tonnellate dei quali 80.000 provenienti dagli ambiti professionali e 180.000 dalle utenze domestiche.

Oggi ammonta a ben il 90% la quantità degli oli vegetali esausti recuperati dal Consorzio che viene avviato a rigenerazione per la produzione di biodiesel, un combustibile vegetale non tossico e completamente biodegradabile utilizzabile come combustibile per autotrazione in sostituzione o miscelazione di carburanti di origine fossile, dando un contributo alla riduzione delle emissioni di CO2 nel settore dei trasporti. Nel 2017, grazie alle 72.000 tonnellate di oli vegetali esausti raccolte, sono state prodotte 65mila tonnellate di biodiesel, con un risparmio di 21 milioni di euro nel bilancio energetico dell’Italia.

Sulla evoluzione della raccolta il Presidente Conoe Tommaso Campanile precisa come “Questi numeri testimoniano la bontà del nostro operato in difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini, nonché delle battaglie portate avanti in questi anni per la legalità e per l’affermazione di un’economia circolare sana e trasparente. Nonostante il Consorzio continui a lavorare disponendo di risorse limitate, le nostre performance continuano a migliorare di anno in anno. Ora, però, è importante riuscire ad allargare la raccolta anche agli oli esausti domestici prodotti dai privati cittadini, che costituiscono il 64% del totale raccoglibile: per questo motivo stiamo lavorando alla chiusura di importanti accordi che, a partire dal mese di settembre, ci consentiranno di estendere il servizio a migliaia di famiglie di molti Comuni italiani”.

Come dicevamo in premessa il recupero degli oli vegetali esausti ha una enorme valenza ambientale, dando un impulso sostanziale alla crescita dell’economia circolare, scongiurando nel contempo gravi e dannosi impatti ambientali e sanitari. Un chilo di olio vegetale esausto è infatti sufficiente ad inquinare uno specchio d’acqua di 1.000 metri quadrati, visto che impedisce l’ossigenazione, compromettendo così l’esistenza di flora e fauna che compongono gli ecosistemi acquatici e comunque, anche se smaltiti nella rete fognaria, come ancora troppo spesso avviene nell’utilizzo domestico, gli oli vegetali esausti compromettono il buon funzionamento della rete stessa, ostruendo condutture ed impianti di depurazione, con la depurazione delle acque inquinate da questa tipologia di rifiuto dall’ingente costo quantificabile in 1,10 euro per ogni chilogrammo.

Un ambito tecnologico quello dei sistemi di riciclo degli oli vegetali esausti in costante ampliamento con impianti sempre più piccoli e scalabili che rendono possibile arrivare sempre più vicini al cittadino anche nella rete di raccolta effettuate dai soggetti preposti. In virtuoso esempio nell’ambito della ricerca applicata a questo settore è sicuramente quello del prodotto del progetto europeo  “Under the Etruscan Sun“, inserito nel programma Life ed ospite di Ecofuturo Festival 2016 al quale dette il suo sostegno anche lo stesso CONOE. In quella circostanza la testimonianza di Sonia Castellucci, ingegnere dell’Università della Tuscia e componete del team guidato dal Professor Maurizio Carlini, che ha illustrato il nuovo sistema costituito da un reattore in acciaio inox della capacità di 100 litri poggiato su piattaforma di pesatura, una taglia che si presta benissimo ad una diffusione capillare nei territori nei diversi contesti. Il processo è articolato in due fasi: l’Ove, prima della fase di alimentazione al reattore, attraversa due filtri posti in serie per garantire l’eliminazione di tutti residui solidi. Una volta filtrato l’olio è inviato, con l’ausilio di pompe elettriche e apposite condutture, all’interno del reattore, dove viene riscaldato a 60 °C. Il metanolo (reagente) e il sodio metilato (catalizzatore) vengono  precaricati in serbatoi dedicati, il primo da 24 litri e il secondo da 6 litri. La dosatura del reagente e del catalizzatore avviene tramite valvola elettronica in funzione del volume dell’Ove da trattare e del suo pH analizzato automaticamente, in ingresso al reattore.
Ottime anche le prestazioni del nuovo sistema, che in un ciclo di circa sei ore, riesce a ricavare da 100 litri di Ove in ingresso, circa 90 litri di  biodiesel, e una parte di glicerolo (glicerina grezza), da riutilizzare nell’ambito cosmetico e farmaceutico. Molto interessante che il costo di produzione del biodiesel
che si attesta intorno agli 0,36€ per ogni litro di biodiesel ottenuto.

Proprio quel sistema è in via di adozione presso una delle eccellenze italiane tra le società consortili per la gestione integrata dei rifiuti come ASA Tivoli, che grandi risultati ha conseguito nella sua gestione degli ultimi anni nella cittadina alla periferia di Roma. e che anche quest’anno è stata presente ad Ecofuturo 2018 con il proprio AD Francesco Girardi.

A seguire l’intervista alla Ingegnere Sonia Castellucci (Università della Tuscia) raccolta durante Ecofuturo 2016.

Sauro Secci

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