RAEE ed economia circolare: varati gli incentivi sull’ecodesign per la progettazione e la produzione eco-compatibile

eco_design_product_life_cycleE’ appena entrato in vigore, dopo la firma dei giorni scorsi del ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti di concerto con il ministero dello Sviluppo Economico, il decreto che regolamenta l’ecodesign, importante per favorire la progettazione e la produzione eco-compatibile di apparecchiature elettriche ed elettroniche, onde facilitare le operazioni di trattamento, riutilizzo e recupero nella loro fine vita, dando corpo all’ampio “pacchetto economia circolare” messo a punto dalla Commissione europea.
Come ha precisato lo stesso ministro Galletti, “la grande diffusione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche nella nostra società rende necessario investire sulla loro qualità ecologica, determinando quindi a monte le condizioni per il riutilizzo e il recupero in forme sempre nuove”. Un altro importante passo questo nuovo decreto sul fronte dei RAEE (Rifiuti Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), comparto determinante nella complessiva partita dell’economia circolare dopo il cosiddetto “decreto 1 contro 0”, entrato in vigore il 22 luglio scorso. Nel “decreto 1 contro 0” sono dettate le modalità semplificate per lo svolgimento delle attività di ritiro gratuito da parte dei distributori di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche di piccolissime dimensioni e impone ai negozieconomia-circolare-ecodesign con una superficie di vendita di almeno 400 mq l’obbligo di ritirare gratuitamente e smaltire i RAEE inferiori ai 25 cm, comprendendo così vecchi cellulari, rasoi elettrici, tablet e piccoli elettrodomestici che potranno quindi essere smaltiti gratuitamente.
Tornando nuovo decreto dedicato all’incentivazione all’ecodesign, lo stesso dispone, per i produttori che dimostrino di aver ridotto il costo di gestione di fine vita, la possibilità di richiedere una riduzione dell’ecocontributo. La valutazione percentuale del contributo sarà poi valutata dal Comitato di vigilanza e controllo sulla gestione dei RAEE, in funzione di una griglia che assegna un punteggio valutando l’analisi del ciclo di vita e del fine vita del prodotto, la riparabilità e il disassemblaggio, oltre che la presenza di certificazioni ISO.

Il nuovo decreto attribuisce quindi ai produttori il compito di implementare le strategie di ecoprogettazione, individuando azioni che favoriscano l’aumento della vita media dei prodotti e la loro affidabilità, facilitino le operazioni di manutenzione e riparazione, permettano l’upgrading tecnologico e limitino l’utilizzo di sostanze pericolose. Il nuovo decreto prevede inoltre norme finalizzate a favorire la cooperazione tra produttori e operatori degli impianti di trattamento, recupero e riciclaggio, attraverso una banca dati aggiornata messa a disposizione del Centro di Coordinamento, con possibilità di stipulare accordi di programma. Una parte del testo è dedicata poi al tema della prevenzione, attraverso corsi di formazione e campagne informative, prevedendo anche l’istituzione dell’etichetta “prodotto ricondizionato”, con una garanzia minima di 12 mesi, per quelli immessi sul mercato dopo 90 giorni dall’entrata in vigore del regolamento.

Una accoppiata di decreti importante per cercare di invertire la direzione di un mercato consumistico caratterizzato oramai da anni dal perverso fenomeno della “obsolescenza programmata” e che, soprattutto nell’ambito della microelettronica (tablet, smartphone,etc.) ha indotto atteggiamenti compulsivi di acquisto, tendenti a far divenire obsoleti prodotti ad appena un anno dalla loro commercializzazione, caratterizzati dall’impiego di metalli e terre rare capaci di innescare negli ultimi decenni guerre di dimensioni enormi sopratutto nella matoriata Africa (vedi post “Cellulari e corsa compulsiva all’ultimo modello: grandissimo impatto ambientale“). Un ambito, quello della microelettronica che sta vedendo nascere sulle tracce indicate dai nuovi riferimenti normativi, innovativi prodotti come il virtuoso esempio di “smartphone equo e solidale” denominato “Fairphone” (link sito). Il nuovo prodotto ha esordito alcuni mesi fa in Gran Bretagna, ed è ora disponibile ovunque, anche in Italia, si tratta di un cellulare di ultima generazione, realizzato solo con materie prime provenienti da zone senza guerre e costruito in fabbriche rispettose dei diritti umani e dell’ambiente. Il primo vero smartphone ecologico è stato finanziato grazie a una capillare campagna di crowdfunding e distribuito in UK grazie alla partnership con l’operatore The Phone Co-op. Si tratta di un dispositivo che niente ha da invidiare ai modelli dei colossi di mercato.

Un interessante video che presenta il nuovo “smartphone eticoFairPhone II che ci introduce nelle caratteristiche di questo smartphone di svolta e che auspichiamo possa innescare una nuova fase di approccio al mercato e ai prodotti.

Sauro Secci

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Breve storia dell’ambiente in Italia: un saggio su 150 anni di disastri ambientali

Visualizza la copertina del saggioEssendomi occupato per professione e per passione per oltre 40 anni di ambiente e di energia, sono sempre fortemente attratto da opere che cercano di fare una retrospettiva lunga delle grandi problematiche ambientali che affliggono il nostro paese, oggi acuite da una profonda crisi di modello di sviluppo.
Ci aiuta in questo un saggio uscito in questi giorni di Gabriella Corona dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo del CNR di Napoli (Issm-Cnr), dal titolo “Breve storia dell’ambiente in Italia”, edito dal Mulino. Si tratta di un libro che traccia un quadro esauriente delle trasformazioni degli assetti ambientali intervenuti nel nostro Paese dall’unità d’Italia ad oggi a fronte dei mutamenti economici, sociali e politici. Un contesto che ha visto l’acuirsi negli ultimi decenni di fenomeni dirompenti per il nostro paese come il dissesto idrogeologico ed il consumo di suolo, con un progressivo deterioramento della qualità della vita nelle aree metropolitane, con particolare riferimento all’inquinamento atmosferico, ed alle sempre più frequenti emergenze dei rifiuti, come l’inquinamento marino che interessa le aree costiere. Se è vero che molti problemi sono amplificati dalle vulnerabilità geomorfologiche del nostro paese, sulla situazione italiana pesano anche molte scelte discutibili attuate dalle classi dirigenti che si sono succedute dopo l’Italia unita.

Come spiega la stessa autrice, “A partire dalla metà dell’800 l’Italia inizia ad affrontare le problematiche ambientali secondo una visione unitaria e temi come difesa del suolo, risanamento delle pendici montane, bonifiche delle pianure e protezione delle bellezze naturali ricevono attenzione da parte della politica e delle istituzioni pubbliche.” Come spiega la dottoressa Corona “La primadissestoidrogeologico emergenza, soprattutto nel Mezzogiorno, è costituita dal disboscamento delle zone montuose, che incrementa il fenomeno erosivo, il trasporto di detriti e il ristagno d’acqua soprattutto alle foci dei fiumi. Tra fine ‘800 e inizio ‘900 le aree boschive sono diminuite fino al 30% per lasciare spazio ad aree coltivabili, un trend poi diminuito fino alla metà del XX secolo quando le opere di rimboschimento hanno riequilibrato e invertito la situazione, tanto che la superficie boschiva attuale è più del doppio di quella dei primi anni del secolo scorso. Nonostante ciò, anche nell’Italia del secondo dopoguerra la situazione idrogeologica è talmente drammatica che ancora oggi circa l’82% dei comuni italiani è a rischio frane e alluvioni“.

La seconda problematica ambientale intervenuta dopo l’Unità d’Italia, fu quella priolodell’impatto connesso alla industrializzazione del paese. Come spiega sempre l’autrice “All’inizio del ‘900 il 20% delle industrie italiane era considerato insalubre e la percezione è sicuramente sottostimata. Lo smaltimento di fumi e fluidi tossici avveniva confidando nell’auto-depurazione dell’aria o nella diluizione dell’acqua, inoltre si riteneva che una barriera fisica come un muro, una ciminiera o un pozzo bastasse per mettere in sicurezza scarti nocivi e tossici. La sottovalutazione proseguì al punto che nel 1999 si individuarono 57 siti inquinati di interesse nazionale, soprattutto ex aree industriali come Porto Marghera, Gela, Taranto o Orbetello“.

Il terzo grande fenomeno socio-economico che ha inciso fortemente sul piano ambientale nei 150 anni presi in considerazione dal saggio è costituito poi dal consumo di suolo, indotto dalla urbanizzazione massiva e dalla dispersione abitativa (vedi post “Consumo del suolo: Il cancro che divora il Bel Paese“).
Relativamente a quest’ultimo aspetto e passando ai nostri giorni, tra il 1990 e il 2006 i cambiamenti di uso del territorio hanno interessato oltre 550 mila ettari, per una estensione pari circa alla superficie della Liguria“. Su questo aspetto l’autriceconsumo_di_suolo del libro precisa che “L’incremento del consumo di suolo destinato ad urbanizzazioni è stato del 18% in montagna, del 44% nelle aree collinari, dove si aggiunge il 40% di forestazioni, e dell’88% in pianura. Un processo che ha colpito in maniera intensa anche i litorali: nel saggio di Fulco Pratesi si ricorda uno studio del WWF realizzato tra il 1995 e il 1997 secondo cui il 58% delle coste italiane risultava interessato da occupazioni intensive e da edificato, il 13% da costruzioni sparse mentre solo il 29% era ancora libero anche se parzialmente occupato da campeggi, serre e costruzioni per l’itticoltura“.

Ancora una volta emerge in tutta la sua dirompenza, l’ombra lunga di un modello di sviluppo basato esclusivamente sul consumismo il quale, travaricando ogni limite, ha incrementato esponenzialmente le problematiche ambientali dei territori, lasciando sul campo mostri di ogni genere, ancora lontani dall’essere bonificati. Mai come in questo momento di profonda crisi di sistema, un nuovo modello di sviluppo rispettoso dell’ambiente e capace di riscoprire il valore del distribuito in luogo del concentrato, rappresenta l’unica vera garanzia degli interessi della collettività, compresi quelli economici, nonostante l’assurda “miopia resistente”, di alcuni detentori di sacche di interesse (o se le volte chiamare “lobbies”). Secondo la dottoressa Corona “Durante il cosiddetto boom e fino agli anni ’70 del secolo scorso, in particolare, l’economia e soprattutto l’industria chimica, petrolchimica e la siderurgia si sono sviluppate senza tenere conto dell’impatto sugli equilibri eco-sistemici e senza valutare i costi del ‘debito ambientale’ che sarebbero ricaduti sulle generazioni successive, condizionando fortemente l’operato dei governi e del legislatore”, conclude l’autrice della ‘Breve storia dell’ambiente in Italia’. “Le conseguenze si sarebbero fatte però sentire nei decenni successivi. La storia ci insegna che l’uso distruttivo delle risorse naturali e l’alterazione degli equilibri ecologici rappresentano un costo umano, economico e sanitario gigantesco per il Paese. Bisogna porre le problematiche ambientali in primo piano nell’agenda politica e investire in una operazione culturale di ampio respiro che riguardi scuole, università, enti di ricerca e di formazione, in un’opera di riconoscimento del valore dell’ambiente e delle sue risorse“.

Un libro sicuramente originale ed importante anche in chiave divulgativa e come base per un patto tra generazioni, per cercare di recuperare gli enormi squilibri accumulati, anche in termini di consapevolezza, in questi ultimi, scellerati decenni di depauperamento della nostra “Casa Comune”.

Sauro Secci

Pubblicato in Ambiente, Impatto Ambientale | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Riscaldamento globale, clima ed emissioni: allarmanti i dati NOAA sul 2015

ImmagineEssendo reduci da una intensa e memorabile edizione di Ecofuturo Festival, centrata sul ruolo fondamentale di una nuova agricoltura, basata sulla fine dell’era dell’aratro e l’inizio di una nuova agricoltura, più rispettosa e fondamentale ed irrinunciabile per riconciliare l’uomo con il pianeta, rivalutando il ruolo del suolo per la captazione della CO2, sono rimasto molto colpito da un nuovo rapporto di uno delle più prestigiose istituzioni per il monitoraggio dell’ambiente come il NOAA (link sito). Il nuovo rapporto NOAA arriva a pochi giorni dalle statistiche NASA che individuano nel primo semestre 2016 come il più caldo mai registrato da quando si effettuano misurazioni sistematiche e da un’altra elaborazione di GISS/NASA, che individua nel 2015 l’anno più caldo a partire dal 1880 ovvero da quando sono disponibili2000px-NOAA_logo.svg misurazioni consistenti. Nel suo nuovo interessante rapporto “State of the Climate 2015” (link in calce al post), l’agenzia federale statunitense NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration) emerge un quadro molto allarmante non solo relativamente al riscaldamento globale ma anche ai suoi devastanti effetti sui mari, sui ghiacciai e sul clima. Tutto questo in un contesto emissivo mondiale che sempre nel 2015 hanno fatto registrare nuovi inquietanti incrementi.
Un rapporto, quello curato dal NOAA, basato sul contributo di oltre 450 ricercatori di ben 62 paesi del mondo, che riesce a descrivere in maniera dettagliata gli aspetti climatici e meteorologici che hanno caratterizzato il 2015. Il fenomeno che ha caratterizzato il 2015, con le temperature medie decisamente superiori ai valori di riferimento in gran parte del pianeta, ha interessato particolarmente l’emisfero boreale con temperature medie che in molte regioni sono state di ben 4 gradi superiori alle medie del periodo 1981 – 2010, con America del Nord, Russia ed Europa, che sono state particolarmente influenzate dal fenomeno che si è manifestato con minore intensità anche nell’emisfero australe.

Fonte NOAA "State of the Climate 2015"

Fonte NOAA “State of the Climate 2015”

Una spiegazione dell’anomalia termica del 2015 viene individuata dallo studio NOAA nella combinazione tra gli effetti di lungo termine innescati dal riscaldamento globale e la intensa riattivazione de El Niño, che con la forte presenza della sua corrente è stata probabilmente la causa principale di temperature decisamente elevate sopratutto nell’area tropicale del Pacifico. Allargando comunque lo sguardo indietro al 2015, il rapporto evidenzia come dal 1980 ben 14 dei 15 anni più caldi siano stati registrati a partire dal 2000, con l’unica eccezione del 1998, altro anno caratterizzato da forte attività de El Niño. A partire dal 2000 quindi è possibile individuare una tendenza all’aumento della temperatura come fenomeno generale e persistente.
Una analisi quella del rapporto che non ha potuto non considerare anche gli effetti sugli oceani, che hanno registrato nel 2015 temperature superiori ai livelli di riferimento. Ma il dato più importante in questo ambito, è costituito livello medio dei mari, già da tempo oggetto di osservazione attenta (vedi post “Cambiamenti climatici ed innalzamento del livello del mare:….“) che nel 2015 è stato di ben 7 cm più alto rispetto al 1993: un record assoluto da quando esistono rilevazioni satellitari di questo genere.

Riscaldamento-globale-2015-NOAA

Fonte NOAA “State of the Climate 2015”

Su questo inquietante dato secondo il rapporto, hanno inciso fenomeni locali come il Pacific Decadal Oscillation ed El Niño. Non è certo un caso infatti, che ad aver registrato variazioni di livello più intense rispetto ai valori medi del periodo 1993-2014, siano state proprio le zone equatoriali e tropicali del Pacifico. Innalzamenti fino a 20 cm hanno interessato infatti gran parte del Pacifico equatoriale mentre abbassamenti fino a 20 cm si sono registrati nell’est del Pacifico tropicale.
Come spiega il rapporto del NOAA inoltre, riscaldamento globale ed effetti temporanei si sono manifestati anche sotto forma di accumulo di calore negli oceani, dal momento che ben il 90% del riscaldamento climatico della Terra si concentra proprio negli oceani, con un 2015 che ha fatto registrare nuovi record in termini di energia termica accumulata nelle acque oceaniche rispetto ai valori medi. Tale incremento è stato più marcato nelle acque superficiali, quelle fino a 700 m di profondità, anche per effetto di correnti come El Niño. Temperature in crescita si sono registrate comunque anche nelle acque profonde, quella da 700 a 2000 m, le quali non essendo influenzate dai fenomeni superficiali costituiscono sicuramente un buon indicatore per il lungo termine.
Non poteva poi mancare un cenno nel rapporto nche alle relazioni con le risoluzioni della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici (COP21), dove è stato fissato l’obiettivo quello di limitare entro i 2°C l’innalzamento della temperatura media rispetto all’era pre-industriale, rimasto sostanzialmente sulla carta a otto mesi di distanza con molte problematiche di non facile soluzione che si interpongono alla sua applicazione. Al riguardo infatti, il 2015 ha visto la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera raggiungere le 399,4 parti per milione segnando un nuovo record assoluto nelle medie annuali. Una media di 400,8 parti per milione è stata registrata nell’osservatorio di Mauna Loa nelle Hawai segnando il superamento della soglia simbolica delle 400 ppm che aveva registrato la violazione della mitica soglia nel 2013 (vedi post “CO2 da record storico in 3 milioni di anni: violati i 400 ppm“), quando nel 1958 lo stesso osservatorio registrava appena 315 ppm. Un incremento della concentrazione di CO2 in atmosfera che dall’inizio della rivoluzione industriale di ben il 40%, concentrato particolarmente negli ultimi decenni, visto che dal 1958 in poi le emissioni dovute all’uso di combustibili fossili sono aumentate di ben quattro volte.
Un rapporto di grande prospettiva temporale “State of the Climate 2015” circa i dati climatici, condensabile in tre dati particolarmente eloquenti su dove stiamo andando:

  • le aree della Terra afflitte da siccità grave sono passate dall’8% del 2014 fino al 14%;
  • i ghiacciai di montagna, parametro fondamentale per il clima globale, hanno fatto registrare il 36esimo anno consecutivo di flessione in termini di consistenza;
  • le giornate annuali di caldo intenso sono aumentate fino ad un massimo di 30 in vaste regioni dell’Europa, della Cina, del Nord America e dell’Australia.

Link per scaricare il Rapporto NOAA “State of the Climate 2015”

Sauro Secci

Pubblicato in Impatto Ambientale | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Grandi mezzi di trasporto e mobilità elettrica: grandi obiettivi all’orizzonte

mercedes-benz-urban-etruck-frontReduce da una splendida edizione di Ecofuturo Festival, dove nello sconfinato panorama tematico della sostenibilità, ampio spazio è stato dato ad un comparto sempre più cruciale come la mobilità, con particolare riferimento ai mezzi pesanti, legati alla logistica delle merci ed al TPL su gomma. In questo ambito sono state approfondite le grandi opportunità fornite per riscattare l’intero comparto del trasporto pesante da quella scomoda dipendenza dal gasolio, per 120 anni incontrastato ed inquinante combustibile fossile tipico delle motorizzazioni diesel, con i nuovi vettori a GNL (gas naturale liquefatto), capaci di andare ben oltre ai severi limiti previsti dagli standard emissivi Euro VI (vedi postTrasporto pesante su gomma a GNL ed Euro VI: lo spirito innovativo di LC3 Logistics (Cingolani) nelle neostrade), e dei quali ad Ecofuturo abbiamo potuto ammirare splendidi gioielli comei nuovissimi IVECO Stralis GNL, con autonomie ben superiori ai 1000 Km. Un combustibile pulito di transizione il GNL, assolutamente imprescindibile visti i grandi potenziali nazionali provenienti dalla valorizzazione dei residuali agricoli in impianti a biogas e dalla valorizzazione della FORSU, verso quella mobilità elettrica che, in un orizzonte temporale più lungo, sembra praticabile anche nel settore del trasporto pesante.
A frenare fino ad oggi l’adozione della trazione elettrica sui mezzi pesanti, diversi sono stati i fattori come la ancora non abbastanza matura tecnologia delle batterie da una parte e l’assenza di domanda da parte del mercato dall’altra.

evoluzione_batterie_automotive

Proprio in questi ultimi anni però, grazie anche a case automobiliste come Tesla, che sono nate in funzione della mobilità elettrica (vedi post “Autonomia auto elettriche: oltre 1200 km entro il 2020 per Tesla“), la densità di energia delle batterie è andata progressivamente crescendo, facendo registrare contestualmente unna progressiva discesa dei prezzi delle stesse. Nuove promettenti linee di sviluppo in questo ambito sono poi costituite dalla famiglia di batterie “metallo-aria”, che promettono densità di potenza davvero di svolta (vedi post “E-mobility: ecco le batterie alluminio-aria che promettono “mille miglia” di autonomia“). E’ proprio di queste settimane la presentazione, da parte del gruppo Mercedes Benz, del primo camion pesante totalmente elettrico, una occasione nella quale il gruppo automobilistico ha dichiarato che oggi si assiste ad un momento in cui le curve del costo delle batterie e delle prestazioni si incrociano: un segnale inequivocabile di svolta a vantaggio della mobilità elettrica, la quale d’ora in poi sarà progressivamente più conveniente.

Mercedes-etruck-battery-cost

Appena una decina di anni fa infatti, un camion elettrico avrebbe visto le batterie costituire ben un terzo del suo peso, con intollerabili risvolti negativi sul carico utile. Una svolta fondamentale che si prospetta anche per i veicoli pesanti, schiacciati da regolamentazioni emissive ed ambientali in generale sempre più stringenti soprattutto in ambito urbano per le problematiche sempre più complesse legate all’inquinamento e alla qualità dell’aria, rafforzate anche dai cittadini, sempre più sensibili visti gli inquietanti dati legati a killer silenzosi come polveri sottili che da sole provocano in Italia oltre 54.000 vittime e ossidi di azoto (NOx) (vedi post Ecquologia evento “Spolveriamoci”).

Il gruppo tedesco Daimler Mercedes-Benz, ha in avanzato stato di sperimentazione di un nuovo TIR elettrico derivato da sperimentazioni effettuate a partire da mezzi più piccoli. Già nel 2010 il gruppo Daimler aveva messo in mostra il suo primo camion leggerofuso-ecanter totalmente elettrico, denominato “e-Canter” e realizzato in collaborazione con Mitsubishi Motors Corporation. A distanza di circa 4 anni poi, è arrivata la seconda generazione che, nel biennio 2015-2016, ha avuto la prima serie di test commerciali sul campo. E’ stata la società di spedizioni Hermes ha utilizzare per prima alcuni mezzi FUSO e-Canter nell’ambito della propria flotta per l’espletamento delle consegne quotidiano a raggio breve. Il ‘fleet test’ ha dimostrato la fattibilità dell’uso della mobilità elettrica nei processi di logistica, tanto da spingere Hermes a voler adottare i mezzi a emissioni zero per tutti i trasporti a corto raggio, spinti fortemente anche dall’avvento degli acquisiti via e-commerce e delle consegne in giornata se non addirittura immediate, in grande espansione nell’era digitale, rappresentando il primo mercato di riferimento per i veicoli commerciali elettrici.

Arrivando oggi all’Urban e-Truck Mercedes-Benz, si tratta del primo studio di fattibilità del settore grandi mezzi, derivando volutamente da componenti commerciali già collaudate, come il telaio dei camion del marchio e l’asse di trazione elettrico già testato ed utilizzato sul bus ibrido-elettrico Mercedes-Benz Citaro. A livello di assetto i tecnici della casa tedesca hanno puntato ad una configurazione ‘in-frame’ per quanto riguarda motori elettrici e batterie, sia per questioni di protezione e sicurezza, sia per la minimizzazione degli ingobri e di ottimizzazione del carico utile. Nella sua prima configurazione Mercedes-Benz Urban e-Truck si presenta per una portata utile di 26 tonnellate con un carico utile di appena 700kg inferiore a quello della versione azionata da motore diesel. L’aggravio di peso rispetto alla versione “fossile è di 1,7 tonnellate, ma le normative permettono una tonnellata di bonus sul payload ai mezzi elettrici.
Il comparto batterie è costituito da tre set di accumulatori al litio, capaci di offrire una capacità totale di 212kWh con un peso di 2,5 tonnellate, con i due motori elettrici applicati direttamente sui mozzi delle ruote posteriori che consentono un risparmio di peso rispetto all’unità a gasolio, che forniscono 125 kW a testa con una coppia alla ruota che dovrebbe raggiungere gli 11.000 Nm. La potenza totale del nuovo truck elettrico è circa pari a quella del motore 6 cilindri da 10 litri utilizzato dai camion della casa automobilistica, che però nelle configurazioni da 240/265 kW offre ‘solo’ 1700/1800 Nm di coppia (a 1100 giri). Nella attuale configurazione, il nuovo camion elettrico Mercedes dichiara un’autonomia di 200 km a pieno carico, candidandosi come alternativa per i trasporti pesanti a corto raggio, tipici dalle cinture periferiche delle grandi città.

Un dato attuale quello conseguito, destinato rapidamente ad evolvere, vista la velocità di ccsevoluzione delle tecnologie che stanno alla base delle batterie, che fanno ipotizzare repentini aumenti delle prestazioni da qui al momento della consacrazione di mercato. Relativamente al sistema di ricarica il nuovo camion full electric utilizza il sistema Combined Charging System (CCS) con connettore Type 2, che con una potenza di 100 kW a disposizione, consente la ricarica completa della batterie in un tempo compreso tra le 2 e le 3 ore.

Un altro grande dimostratore tecnologico quindi, per il quale la commercializzazione del primo veicolo commerciale non è prevista prima del 2020. In questo periodo il gruppo tedesco cercherà di capire al meglio le esigenze dei propri clienti, aggiornando la tecnologia alla base del mezzo per arrivare a un prodotto che possa davvero rappresentare un’alternativa reale alla movimentazione delle merci basata sul solo motore endotermico.

Sauro Secci

Pubblicato in Mobilità Sostenibile | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Crisi ambientali e migrazione: un nuovo approfondimento

copertinaLa lunghissima crisi economica e di modello di sviluppo che sta attanagliando da anni le società occidentali, rendendoci sicuramente più insicuri e vulnerabili, ha pericolosamente amplificato anche le nostre paure verso lo straniero. Un fenomeno spesso ingigantito dal perverso ruolo dei media, tendente a presentare spesso i flussi migratori verso l’Europa registrati negli ultimi anni come “invasioni”. Come ho già avuto modo di approfondire in altri post (vedi “Cambiamenti climatici e profughi ambientali: 50 milioni entro 10 anni secondo due nuovi studi“), è fondamentale contestualizzare questi fenomeni in una più ampia prospettiva, per capire che quella parte di fenomeni che arrivano ad interessare l’occidente, risulta davvero marginale e che flussi ben più intensi riguardano paesi extra-europei ed in misura maggiore migrazioni interne a singole nazioni. Ed è proprio una parte importante di queste migrazioni che risultano fortemente correlate con crisi e catastrofi ambientali, in una accezione del termine comprensiva dei cambiamenti climatici e della azioni antropiche. Proprio per approfondire questi aspetti, è da poco uscita una interessante pubblicazione redatta dalla “Associazione A Sud” in collaborazione con il CDCA (Centro Documentazione Conflitti Ambientali), dal titolo “Crisi ambientale e migrazioni forzate – L’ondata silenziosa oltre la fortezza Europa”.
Si tratta di un lungo itinerario tra le statistiche della grandi migrazioni sempre più diffuse sul nostro pianeta, che ne analizza le rispettive cause e il contesto giuridico che sarebbe necessario per regolamentare tali fenomeni.

Come già accennato nel documento si analizzano i dati UNHCR relativi al biennio 2014-2015, dimostrando, attraverso i numeri, quanto errata possa essere la percezione dei flussi migratori in occidente, con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati stima in circa 15 milioni il numero di rifugiati nel mondo, con la maggior parte di essi che ha trovato accoglienza in paesi extra-europei. Infatti l’intera Europa ha accolto poco più di 3 milioni di persone di cui circa 93 mila in Italia, con il nostro paese che è visto essenzialmente come punto di approdo in Europa, dal momento che concretamente, solo una minima percentuale si ferma nel nostro Paese. In Europa sono solo due i paesi, Svezia e Malta, nei quali la percentuale dei rifugiati supera l’1% della popolazione.

rifugiati

Nel rapporto si evidenzia come, mentre il fenomeno dei migrati rientranti sotto lo stato giuridico di rifugiati è attentamente monitorato e coperto dai media, altrettanto non si può dire per gli sfollati, milioni di persone costrette ad abbandonare i propri luoghi di residenza per le cause più disparate. Proprio questa ultima categoria di profughi è stimata la pubblicazione di A Sud e CDCA fa riferimento ai dati del Global Report on Internal Displacement che stima in quasi 41 milioni il numero di sfollati interni, persone che si vedono costrette a migrare all’interno dei confini del proprio stato di appartenenza. E’ proprio in questo contesto che le crisi ambientali assumono un peso estremamente rilevante. Secondo stime dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), nel solo 2014 circa 19,3 milioni di persone sono state costrette a spostarsi per effetto di crisi ambientali e disastri naturali, con 17,5 milioni di queste, costretti alla migrazione da disastri meteorologici (alluvioni, mareggiate, tempeste, etc.) mentre sono 1,7 milioni le persone hanno dovuto migrare per fenomeni geofisici (terremoti, vulcani, etc.). Nell’arco temporale di sette anni tra il 2008 e il 2014 sono stati quasi 185 milioni i migranti per cause ambientali.
Approfondendo ancora i dati del IDMC riferiti al 2014, in testa alle causa ambientali innescanti migrazioni, figurano le precipitazioni (tempeste, piogge intense) con il 48% dei casi costretti ad abbandonare i loro luoghi di residenza. Sempre connesse alle piogge sono anche le alluvioni che rappresentano la seconda causa di migrazione ambientale con il 43% dei casi. I terremoti costringono alla migrazione circa 1,5 milioni di persone. Una evidenza rinforzata ogni giorno da nuovi studi scientifici quella che mette in correlazione il riscaldamento globale con l’aumento della frequenza di fenomeni meteorologici di dimensione catastrofica, con fenomeni come siccità prolungata, desertificazione, precipitazioni intense, esondazioni ed anomalie termiche, che mostrano una forte sensibilità con il costante incremento della temperatura media del pianeta.

grafico_cause
Non certo casuale al riguardo il risultato principale del COP21 di Parigi del contenimento sotto i 2°C dell’incremento della temperatura globale rispetto all’era pre-industriale, con un vincolo che si prefigura come molto stretto, rendendo difficile stimare gli effetti che si potranno determinare nel medio e lungo termine, ad iniziare dall’innalzamento del livello dei mari conseguente alla scioglimento dei ghiacci artici, che potrebbe mettere a rischio gran parte delle popolazioni costiere (vedi post “Allarme scioglimento dei ghiacci in Antartide e Groenlandia: inequivocabili i dati di CrysoSat 2“). Oltre a ciò, profonde modificazioni climatiche potrebbero rendere non più adatti alla vita umana ampie aree territoriali, oggi densamente abitate, con una serie di scenari possibili che innescherebbero fenomeni migratori di gran lunga superiori a quelli sino ad oggi registrati.

impatti_soluzioni
Un ventaglio molto ampio quello dei determinati dovuti alle azioni antropiche sulle migrazioni, non certo limitati ai soli cambiamenti climatici ma estesi per esempio alla costruzione di grandi dighe (vedi post “Grandi dighe: troppe compromettono gli ecosistemi“), un esempio eloquente di opere dell’uomo capaci di modificare radicalmente gli ecosistemi di riferimento, divenendo potenziali causa di eradicazione dai territori delle popolazioni. Una urbanizzazione incontrollata delle città sempre pesantemente invasiva di suolo, lo sfruttamento delle risorse fossili come il petrolio ed anche una agricoltura incapace di offrire condizioni di vita dignità alle comunità contadine, sono chiari esempi che vanno nella direzione delle migrazioni, con fenomeni che, seppure più lenti e distribuiti nel tempo, rispetto alle migrazioni dovute a calamità naturali, hanno decisamente una grande portata.

Sauro Secci

Pubblicato in Impatto Ambientale | Contrassegnato , , , , , , , | 2 commenti

Ecofuturo 2016: le interviste ai protagonisti

Con l’innumerevole serie di stimoli raccolti in una edizione davvero ricchissima di Ecofuturo 2016, ecco una significativa carrellata di interviste ai protagonisti dei diversi momenti dell’evento. Contributi su tutto il fronte della sostenibilità, a partire da medici, operatori e terapeuti delle medicine complementari e della buona alimentazione, che hanno arricchito le mattine di Ecofuturo, per passare poi al grande universo delle ecotecnoligie, approfondite in ognuno dei sei giorni dell’evento, per specifiche tematiche.

Buona visione e buon ascolto

Sauro Secci

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Mobilità sostenibile: progettualità locali incentivate con un nuovo decreto

A due mesi dal grande evento “Spolveriamoci”, organizzato dalla rete di Ecofuturo, con i comunicatori ambientali dei grandi media nazionali presso il Senato della Repubblica (vedi post “Spolveriamoci”: i grandi divulgatori ambientali e le polveri sottili in città), il 21 luglio scorso, con la firma di un nuovo specifico decreto sulla green mobility, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, ha creato i presupposti per l’assegnazione di 35 milioni di euro da destinare a progetti locali di eco-trasporti. In sostanza, a valle della approvazione in Parlamento, il decreto attuerà quanto già previsto dal “Collegato Ambientale” per il Programma sperimentale nazionale della mobilità sostenibile.

Dopo l’entrata in vigore, il nuovo decreto disciplinerà attraverso uno specifico bando, lo stanziamento dei fondi a favore dei progetti di mobilità dolce (sui fronti degli spostamenti casa-scuola e casa-lavoro) per i comuni con oltre 100 mila abitanti.
A parità di valutazione, il bando darà priorità premiale alle proposte degli Enti locali in cui si sia verificato nel 2015 un superamento dei limiti di legge di PM10 e NOx e in cui sia stato adottato il Piano Urbano della Mobilità, al pari di quelli che abbiano aderito ad accordi territoriali di contenimento dell’inquinamento atmosferico da sorgenti mobili (traffico veicolare). L’attribuzione dei punteggi sarà effettuata attraverso specifici criteri come:

  • qualità dell’intervento anche in termini di fattibilità e di copertura finanziaria;
  • benefici ambientali ottenibili;
  • livello di integrazione con altre azioni sul territorio;
  • grado di innovazione;
  • presenza di una pianificazione dei trasporti e di iniziative di mobility management nell’ambito dell’amministrazione.

Le proposte dovranno essere presentate da uno o più Enti Locali e potranno riguardare iniziative di:

  • car-pooling;
  • car-sharing;
  • bike-pooling;
  • bike-sharing;
  • piedi bus e percorsi protetti per gli spostamenti tra casa e scuola a piedi o in bicicletta.

Nell’ambito degli interventi finanziabili, figurano inoltre  corsie ciclabili e le cosiddette “zone 30” (forme di intervento urbanistico per la moderazione del traffico nella viabilità urbana, introdotte in Italia nel 1995 all’interno delle direttive per la redazione dei Piani Urbani del Traffico), come quelle che prevedono la riduzione del traffico, dell’inquinamento e della sosta in prossimità di istituti scolastici, università e sedi di lavoro. Nel nuovo decreto esistono inoltre spazi anche per proposte di programmazione di uscite didattiche e spostamenti durante l’orario di lavoro per motivi di servizio con mezzi di trasporto a basse emissioni, per progetti di formazione ed educazione di sicurezza stradale e di guida ecologica, cosi come quelli che prevedono la cessione a titolo gratuito di ‘buoni mobilità’ o agevolazioni per studenti e lavoratori i quali vogliano usare modalità di trasporto sostenibile nei tragitti casa-scuola e casa-lavoro.
Una azione significativa, sicuramente da consolidare ed irrobustire per dare sostanza ad un ridisegno complessivo della mobilità urbana, visti gli altissimi costi sociali e sanitari che ogni anno i combustibili fossili presentano (vedi post “Battere le polveri sottili nelle città. Evitare 54mila morti l’anno“).

Sauro Secci

Pubblicato in Mobilità Sostenibile | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento