Stoccaggio criogenico: dopo l’automotive la tecnologia del GNL si apre allo storage

Dopo il graduale e fondamentale spazio che si sta creando nell’ambito della minimizzazione dell’impatto ambientale nei trasporti pesanti, la tecnologia del GNL (Gas Naturale Liquefatto) e della criogenizzazione si sta facendo strada anche nel sempre più articolato ambito delle tecnologie di accumulo, con l’inaugurazione, in Gran Bretagna, del primo impianto di stoccaggio criogenico su larga scala, fondamentale per dare stabilità alla rete elettrica nella transizione verso le energie rinnovabili (fonte foto copertina: Highview Power).

Si tratta di un sistema che si configura in una più ampia strategia della società Highview Power per sviluppare avanzate criobatterie in Gran Bretagna, Spagna, Medio Oriente e Sudafrica che si configura nella famiglia dei LAES (Liquid Air Energy Storage) e di cui avevo già parlato oltre un anno fa in questo post e che oggi arriva alla consacrazione del mercato nei nuovi scenari energetici.

Ed è proprio la Gran Bretagna ad ospitare il suo primo impianto di stoccaggio criogenico su larga scala, precedendo molti altri paesi europei alla tecnologia dell’aria “liquida” come opzione d’energy storage, candidandosi così come paese modello delle nuove “criobatterie”. Si tratta infatti di un impianto dalla significativa taglia da 50 MW/250 MWh, che una volta a regime sarà il più grande di questo tipo in Europa, messo a punto dalla londinese Highview Power. Cosa non meno significativa è costituita dal fatto che il nuovo impianto è nato dalle ceneri di una vecchia centrale termoelettrica dismessa, nel nord dell’Inghilterra, dove grandi serbatoi di metallo completamente isolati conservano aria liquida in miscele di ossigeno e azoto raffreddate a meno 196°C attraverso l’uso di energia elettricità rinnovabile.

Il processo alla base dello stoccaggio criogenico si basa su una modalità molto semplice: in sostanza quando l’offerta di energia elettrica supera la domanda della rete, il surplus viene impiegato per comprimere e raffreddare aria fino alla sua liquefazioneL’aria liquida ottenuta è mantenuta in questo stato fino al momento del rialzo della domanda, quando viene ritrasformata in gas attraverso, per esempio, calore di scarto di bassa qualità, con il conseguente aumento di volume e di pressione che viene utilizzato per l’azionamento di una turbina elettrica.

Schematizzazione del processo
Sottosistemi del processo

Come dicevamo in premessa, il sistema è basato sulla collaudata tecnologia impiegata per la produzione di GNL, utilizzata in piena sicurezza in molti processi industriali dal momento che non richiede elementi o componenti particolarmente costosi per la produzione, consentendo sopratutto l’accumulo energetico per alcune settimane. Pur essendoci in corso altre sperimentazioni in questo ambito, il nuovo impianto di Highview Power si caratterizza per essere il primo collegato in rete, potendo aiutare alla stabilità la National Grid, gestendo quote di rinnovabili non programmabili come eolico e fotovoltaico ed incrementando la flessibilità della infrastruttura di rete elettrica. Inoltre, come spiega la stessa Highview Power, il sistema sarà in grado di fornire servizi ausiliari come la gestione della frequenza e dei vincoli di rete.

Sull’inaugurazione del nuovo impianto il commento di Javier Cavada, CEO di Highview Power, che precisa che “Sempre più centrali elettriche verranno ritirate dal mercato: noi stiamo offrendo una soluzione che può utilizzare la stessa infrastruttura energetica e le stesse connessioni di rete per dare nuova vita a questi siti. Secondo Cavada la criobatteria da 200 MW sarebbe in grado di immagazzinare energia elettrica ad un costo di 110 sterline per MWh, un prezzo che collocherebbe tale tecnologia di accumulo energetico tra le più economiche. A marzo scorso l’azienda ha resi noti i prossimi passaggi che prevedono un piano di collaborazione con lo specialista spagnolo TSK, con il quale realizzeranno sistemi di stoccaggio criogenico su scala gigawatt in Spagna, Medio Oriente e Sudafrica.

A seguire un interessante video di Highview Power, che ci introduce alla nuova tecnologia di accumulo criogenica

animazione del processo

Sauro Secci 

Pubblicato in Energy Storage | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Navi ambientalizzate con scrubber a ciclo aperto: uno “sporco trucco”

A più riprese dalle pagine di questo sito abbiamo denunciato gli abissali ritardi che sta registrando il comparto marittimo nell’ambito delle emissioni atmosferiche, ancora legate ad arcaici combustibili, sottoprodotti della raffinazione. E’ uscito al riguardo un interessante articolo sul sito dell’Independent, che rivela come le grandi aziende impegnate nel trasporto marittimo e le compagnie di navigazione stiano attivando significativi investimenti di miliardi di dollari per consentire alle proprie navi il rispetto dei nuovi e più stringenti standard imposti da IMO, l’Organizzazione Marittima Internazionale, nel rispetto dei regolamenti che entreranno in vigore dal 1° gennaio.

Come è noto agli addetti ai lavori, pur essendo già disponibili nuovi natanti con combustibili decisamente più puliti e sostenibili come il GNL (Gas Naturale Liquefatto), sulle navi esistenti si stanno installando dispositivi di abbattimenti degli inquinanti nei fumi come lo zolfo prima della loro emissione in atmosfera, che però, “aggirano” la nuova legislazione scaricando in mare il materiale raccolto nell’impianto di abbattimento, spostando il problema dalla matrice atmosferica a quella dell’inquinamento marino e quindi delle acque. Si tratta di dispositivi conosciuti anche come scrubber a circuito aperto, che catturano cioè lo zolfo estratto dai fumi dello scarico dei motori delle navi prima che entri nell’aria, ma con lo zolfo raccolto che non viene sequestrato e immagazzinato da qualche parte bensì espulso nella parte inferiore della nave, cioè l’acqua, incrementando così le concentrazioni degli inquinanti marini, i quali potrebbero avere effetti determinanti anche in termini di ulteriore acidificazione su tutti i complessi ecosistemi.

Secondo l’articolo di Indipendent, sarebbero già 3756 le navi equipaggiate con tale tipologia di dispositivi la DNV GL, uno dei più grandi certificatori marittimi al mondo. Di contro a una tale tipologia di sistemi esiste un dispositivo simile, denominato scrubber a circuito chiuso, il quale invece di espellere gli inquinanti nell’acqua, li trattiene immagazzinandoli in appositi serbatoi affinché possono essere avviati ad appositi impianti di smaltimento una volta giunti in porto, con un ovvio costo di smaltimento per i gestori delle navi. Purtroppo però sarebbero solo poche decine le navi che avrebbero installato la tipologia di scrubber a circuito chiuso, per gli evidenti maggiori costi legati, come dicevamo, allo smaltimento. 

In particolare quindi, le navi che utilizzeranno lo scrubber incriminato “a circuito aperto” saranno capaci di emettere 45 tonnellate di acqua di lavaggio contaminata, contenente anche agenti cancerogeni come IPA (idrocarburi policiclici aromatici) e metalli pesanti, per ogni tonnellata di combustibile bruciato.

Link articolo Indipendent 

Sauro Secci 

Pubblicato in Impatto Ambientale | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Teleriscaldamento in Italia: avanti a piccoli passi con il 2% della domanda

Una delle forme più interessanti di gestione della energia termica condivisa anche per i costi di gestione davvero convenienti che offre al cliente finale è indubbiamente quella del teleriscaldamento, che oltre a togliere dalle mura domestiche inquilini scomodi come caldaie o dispositivi in pressione, risulta progressivamente sempre più legata alle fonti rinnovabili come le biomasse legnose e la geotermia a bassa entalpia.

A fare il punto sulla diffusione di questa forma di risposta alle esigenze termiche degli edifici, il primo Rapporto 2019 del GSE che rileva 300 impianti diffusi in 240 territori comunali, con una massiccia concentrazione nel Nord Italia, con una estensione complessiva delle reti di 4.600 km.

La prima edizione del rapporto GSE, dal titolo “Teleriscaldamento e teleraffrescamento in Italia”, scaricabile in calce al post, il GSE fa una analisi puntuale sulle caratteristiche e sulla diffusione dei sistemi di teleriscaldamento (TLR) e teleraffrescamento in esercizio sull’intero territorio nazionale alla fine del 2017, con approfondimenti dedicati sia alle peculiarità delle diverse tipologie impiantistiche e di rete sia alle volumetrie servite.

Si tratta di circa 300 sistemi di TLR in esercizio in Italia nell’ambito di 240 territori comunali (prevalentemente collocati nelle regioni settentrionali) con una estensione complessiva delle reti di 4.600 km ed oltre 9 GW di potenza installata.

Fonte: Primo Rapporto GSE  – “Teleriscaldamento e teleraffrescamento in Italia”

Prendendo in considerazione il solo settore residenziale, il TLR è in grado di soddisfare oggi circa il 2% della domanda complessiva di prodotti energetici per riscaldamento e per la produzione di acqua calda sanitaria del Italia.

Nonostante la maggior parte degli impianti a servizio delle reti è alimentata prevalentemente a metano, fonte che potrà comunque progressivamente essere sostenuta dalla crescente produzione di biometano per l’84% delle realtà, il restante 16% delle stesse è alimentato da rinnovabili, in particolare biomasse e geotermia e rifiuti.

L’incidenza degli impianti alimentati da rinnovabili decresce gradualmente alla crescita della taglia degli impianti. Nel 2017 l’energia complessivamente immessa nelle reti è stata pari a circa 11,3 TWh termici (circa 970 ktep), di cui il 64% prodotto da gas naturale, il 25% da fonti rinnovabili, il restante 11% dalle altre fonti fossili.

Una dinamica interessante da rilevare è costituita dal fenomeno che ad affiancare le ancora prevalenti reti di teleriscaldamento, si stanno progressivamente affiancando le reti di teleraffrescamento, sempre associate a quelle di teleriscaldamento. Si tratta di sistemi di erogazione del fresco effettuata attraverso una rete di distribuzione dedicata o ad acqua refrigerata oppure attraverso gruppi ad assorbimento, installati presso le utenze e alimentati dalla rete di teleriscaldamento. Sono stati censite 32 reti di teleraffrescamento, per un’estensione di 33,6 km ed una volumetria raffrescata di 8,9 milioni di metri cubi. Si tratta di sistemi concentrati quasi esclusivamente in Lombardia ed Emilia Romagna.

Un altra importante rilevazione è costituita dal fatto che il 73% dei sistemi di teleriscaldamento e il 69% dei sistemi di teleraffrescamento in esercizio in Italia sono efficienti ai sensi della definizione stabilita dall’articolo 2 del Dlgs 102/2014, il quale ha recepito la Direttiva 2012/27/CE. In particolare, per essere classificato come efficiente, il sistema di teleriscaldamento deve utilizzare, in alternativa, almeno:

  • il 50% di energia derivante da fonti rinnovabili;
  • il 50% di calore di scarto;
  • il 75% di calore cogenerato;
  • il 50% di una combinazione delle precedenti.

Scarica il Primo Rapporto “Teleriscaldamento e teleraffrescamento in Italia” (sito GSE)

Sauro Secci   

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Atmosfera in Italia: più limpida di 40 anni fa nonostante un cammino lunghissimo da fare

Chi come me ha oltrepassato i sessanta è consapevole degli enormi passi avanti fatti nell’ambito delle giornate con inversione termica la suolo, meglio conosciute come giornate di nebbia, quelle giornate nelle quali cioè, in assenza di vento e quindi con stagnazione atmosferica, la temperatura dell’aria invece di diminuire con la quota in prossimità del suolo, va ad aumentare, ostacolando così la normale azione di diluizione e di rimescolamento dell’aria e quindi anche degli inquinanti presenti.    

Sono nato in una valle interna della Toscana, proprio all’interno di un ex bacino minerario e ricordo bene quando fanciullo, agli inizi degli anni ’60, dopo giorni di nebbia fittissima (a fatica ci vedevamo i piedi) i miei genitori la domenica mi portavano a piedi nelle vicine colline per permettermi la visione della luce solare dopo giorni di buio.

Pur tra enormi difficoltà la nascita oltre 50 anni fa della legislazione ambientale, con particolare riferimento a quella atmosferica non è stata vana, nonostante gli enormi progressi ancora da fare per la tutela della qualità dell’aria, con la notizia che negli ultimi 40 anni in Italia l’atmosfera è divenuta più limpida con un miglioramento della qualità dell’aria, ricordando lo smog, termine inglese coniato proprio in quegli anni dall’incrocio delle parole smoke, “fumo”, e fog, “nebbia”;  perdurante soprattutto in inverno, in pieno boom economico in città simbolo dell’urbanesimo come Milano. Ad arrivare a questa conclusione uno studio di un team di ricercatori del Dipartimento di scienze e politiche ambientali dell’Università degli Studi di Milano e dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), recentemente pubblicato su Atmospheric Environment.

Nel loro studio, gli scienziati hanno utilizzato i dati di una variabile meteorologica mai studiata sino ad oggi come la visibilità atmosferica orizzontale, fortemente influenzata dalle concentrazioni di inquinamento atmosferico. Una variabile, la visibilità orizzontale, di fondamentale importanza in molti ambiti come quello del traffico aereo e per questo monitorata in continuo da molti decenni in tutte le stazioni del Servizio Meteorologico dell’Aeronautica Militare, dove viene valutata attraverso un operatore addestrato, mediante una serie di riferimenti, quale è la massima distanza alla quale un oggetto risulta visibile.

Lo studio analizza l’evoluzione della frequenza delle giornate con “atmosfera limpida”, corrispondenti ad una visibilità superiore a 10 e a 20 km in diverse aree del territorio italiano nel periodo 1951-2017, mettendo in evidenza come tale frequenza si sia profondamente modificata in tutte le aree considerate, con le modificazioni più significative registrate proprio nelle aree più inquinate del Paese come il distretto padano, dove la frequenza delle giornate con visibilità sopra i 10 o i 20 km è più che raddoppiata negli ultimi 40 anni.

Una delle spiegazioni storiche più plausibili appare abbastanza evidente, riportandoci proprio agli anni del boom economico, che, oltre alle ricadute positive ci ha portato in dote una rapida crescita delle emissioni negli anni ’60 e ’70, rpima della graduale nascita e maturazione di un quadro normativo sempre più preciso in termini di qualità dell’aria, dettato progressivamente anche dai riferimenti comunitari.

Sul nuovo studio il commento di Maurizio Maugeri docente di Fisica dell’atmosfera all’Università di Milano, che precisa come Le analisi effettuate hanno quindi messo in evidenza in modo molto efficace il grande successo che si è avuto in Italia sul fronte della lotta all’inquinamento atmosferico. Tuttavia, non dobbiamo scordare che si può e si deve fare ancora di più per completare il percorso di risanamento che i dati di visibilità in atmosfera documentano in modo così efficace”.

Nella ricerca viene evidenziato in particolare il legame tra i livelli di particolato atmosferico e trasparenza atmosferica. Al riguardo anche il commento di Veronica Manara del Cnr-Isac, secondo la quale Le emissioni degli inquinanti che concorrono al particolato atmosferico, oltre a danneggiare la nostra salute, vanno infatti ad interagire con la radiazione solare riflettendola verso lo spazio causando un raffreddamento della superficie terrestre provocando, quindi, un effetto opposto a quello dei gas climalteranti, come l’anidride carbonica.

Un altro aspetto importante messo in evidenza dallo studio e poi quello dell’aumento del contenuto di aerosol in atmosfera registrato sino agli inizi degli anni ’80, il quale ha parzialmente oscurato l’aumento di temperatura causato delle sempre più alte concentrazioni di anidride carbonica, per le quali solo successivamente a tale periodo sono arrivate politiche di contenimento delle emissioni, che hanno consentito di registrare negli ultimi decenni, una progressiva riduzione degli aerosol, che ha determinato un aumento della radiazione solare che giunge a terra “smascherando” il vero effetto dei gas serra. In una tale situazione, mentre tra gli anni ’50 e la fine degli anni ’70 la temperatura nel nostro Paese è rimasta praticamente costante, dagli anni ’80 ad oggi ha registrato un incremento di quasi mezzo grado ogni decennio.

Sauro Secci

Pubblicato in Ambiente | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Nuovo Report IPCC: determinante l’uso sostenibile del suolo per salvare il pianeta

foto di copertina tratta dalla copertina del report IPCC “Climate Change and Land”

E’ stato pubblicato in questi giorni un nuovo report speciale dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) dedicato a desertificazione, degrado del suolo, gestione sostenibile del territorio e sicurezza alimentare, nel quale si richiamano tutti, dai decisori politici ai consumatori, ad una revisione del sistema di produzione alimentare e di gestione del suolo, ritenendolo determinate per il nostro futuro sul pianeta.

L’eccesso di sfruttamento del suolo contribuisce al cambiamento climatico il quale ha un impatto sulla salute del pianeta:  questo in estrema sintesi il profilo tracciato dal Report Speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change presentato oggi a Ginevra, secondo il quale i tentativi di limitazione del riscaldamento globale fatto esclusivamente con il taglio delle emissioni prodotte dai comparti industriale e dei trasporti sono destinati a fallire se non accompagnati da azioni concrete, da parte di produttori, amministratori e consumatori per rivedere l’intero sistema di produzione alimentare legato alle filiere primarie agricole, dell’allevamento), della gestione dei territori, necessarie per orientare con decisione la bussola verso una effettiva gestione sostenibile delle risorse naturali a disposizione.

Si tratta di un report, quello prodotto da IPCC, risultato di un lungo lavoro di oltre due anni,  le cui linee guida furono stilate a febbraio 2017, durante una delle riunioni dell’IPCC a Dublino ed alla cui stesura parteciparono 107 esperti provenienti da 52 Paesi di tutto il mondo, di cui oltre la metà provenienti da Nazioni in via di sviluppo. Sono state oltre 7 mila le ricerche analizzate e confrontate per la redazione dello studio, integrate da oltre 28mila commenti aggiunti dagli esperti chiamati a revisionare il testo in 3 diverse sessioni di lettura critica.

Ad agricoltura, silvicoltura e altri usi intensivi del suolo sono imputabili il 23% di tutte le emissioni di gas serra di origine antropica (il 13% di CO2, il 44% di metano e l’82% di protossido d’azoto tra il 2007 e il 2016), con il report IPCC che stima che una percentuale compresa tra il 69% e il 76% della superficie terrestre libera dai ghiacci sia utilizzata dagli esseri umani per nutrire, vestire e sostenere la crescita della popolazione.

In quasi 60 anni, dal 1961 ad oggi, è stata un’area equivalente alla superficie dell’Australia, cioè oltre 3,2 milioni di chilometri quadrati, ad essere stati convertiti ad uso agricolo. Nello stesso periodo, i cambiamenti intervenuti nel sistema alimentare e nei consumi hanno costretto il settore agricolo a orientarsi decisamente verso un uso estremamente intensivo del suolo, sostenuto fortemente dall’impiego di prodotti chimici come fertilizzanti, insetticidi e pesticidi, oltre che da una crescente esigenza di risorse idriche, con circa il 70% dei consumi mondiali d’acqua oramai destinati ad agricoltura ed energia.

Effetti davvero dilanianti quelli dell’agricoltura intensiva, la quale compatta il suolo, accentua i fenomeni di erosione e riduce la quantità di materiale organico nel terreno, tema cruciale analizzato anche nella edizione 2019 di Ecofuturo Festival. Inoltre, l’uso di fertilizzanti artificiali ha determinato il raddoppio delle emissioni negli ultimi 50 anni del protossido di azoto (N2O), un gas serra dall’elevatissimo potere climalterante con la capacità di trattenere il calore terrestre fino a 300 volte superiore all’anidride carbonica.

Uno dei capitoli principali d’impatto del modello di agricoltura intensiva oggi imperante oltre che dalle pratiche colturali è costituito dall’allevamento intensivo di bovini e ovini, con la metà delle emissioni totali di metano, uno dei gas serra più potenti, proveniente da bovini e risaie, mentre fenomeni come deforestazione e distruzione delle torbiere sono causa di ulteriori significativi incrementi delle emissioni di carbonio. Sugli stili di vita da registrare il raddoppio dei consumi di carne nell’ultimo mezzo secolo, con il conseguente incremento del 70% delle emissioni di metano causate dall’allevamento di bovini e ovini.

Sul fronte della produzione di energia da colture, a cui è dedicato uno specifico capitolo del report, le coltivazioni destinate alla produzione di biocarburanti non possono rappresentare una soluzione sostenibile per contrastare i cambiamenti climatici. Nel report si rileva la riguardo come, se tali coltivazioni arrivassero a coprire un’area globale compresa tra 772 mila e 2,3 milioni di miglia quadrate verrebbe compromessa la sicurezza alimentare di tutti, ma in particolare delle popolazioni sub sahariane.

Venendo poi alla gestione dei suoli, uno dei temi centrali anche di Ecofuturo Festival 2019 con nuovi modelli di agricoltura,portati avanti in Italia dalla incisiva azione del CIB (Consorzio Italiano Biogas), anche con la strategia del “4pour1000”, lanciata in occasione del COP21 di Parigi (vedi post ““La Terra salvata dalle terra: il grande intervento di Stefano Bozzetto (CIB)“) 

La gestione del suolo è un altro dei punti cardine del report: secondo gli esperti dell’IPCC, occorrerebbe fare tutto il possibile per assicurare un management sostenibile dei terreni, in modo che possano assorbire grandi quantità di CO2. Tra il 2007 e il 2016, il 29% di tutto il diossido di carbonio prodotto dalle attività umane è stato assorbito da piante e alberi e stoccato come materiale organico nel terreno.

Nel rapporto si spiega come l’erosione del suolo imputabile alle attività umana sia cresciuta per arrivare fino a 100 volte più rapidamente delle capacità rigenerative naturali causando una ulteriore accelerazione dei cambiamenti climatici, interessando in particolare aree ad alta vulnerabilità come zone costiere depresse, delta dei fiumi, terre aride e zone ricoperte da permafrost. 

Come ha spiegato il professor Hans-Otto Pörtnercodirettore del Gruppo II dell’IPCC, “La terra già in uso potrebbe alimentare il mondo in un clima in evoluzione e fornire biomassa per le energie rinnovabili ma è necessaria un’azione tempestiva e di vasta portata in diverse aree, anche per la conservazione e il ripristino degli ecosistemi e della biodiversità”.

Una grande priorità quella della gestione sostenibile del suolo anche per prevenire e limitare gli effetti catastrofici di eventi climatici estremi, secondo il report infatti, circa 500 milioni di persone vivono attualmente in aree desertificate. Come sottolinea il professor Kiyoto Tanabe, codirettore della Task Force on National Greenhouse Gas InventoriesIn un futuro con piogge più intense aumenta il rischio di erosione del suolo nei campi coltivati e la gestione sostenibile del territorio è un modo per proteggere le comunità dagli impatti dannosi di questa degrado del suolo e dalle frane – ha spiegato – Tuttavia, ci sono limiti a ciò che può essere fatto, quindi in alcuni casi il degrado potrebbe essere irreversibile”.

Fonte: Report IPCC “Climate Change and Land”

Molto interesse anche durante la presentazione del report, per il capitolo dedicato alla sicurezza alimentare, nell’ambito del quale gli esperti dell’IPCC, stimano che il cibo prodotto sprecato si collochi tra il 25% e il 30%, considerando che nel periodo tra il 2010 e il 2016 una percentuale tra l’8% e il 10% delle emissioni complessive di gas serra di origine antropiche è imputabile proprio allo spreco di cibo.

Un aiuto in questo senso risiederebbe proprio in un ambito come quello delle diete alimentari, la cui revisione potrebbe dare un contributo significativo per il contenimento del fenomeno di degrado del suolo, migliorando la gestione delle risorse: nel report viene indicato l’impatto sul clima e sul territorio di diverse tipologie di diete alimentari. Un lavoro di stima condotto con particolare attenzione dal momento che, come spiegano gli esperti dell’IPCC, il discorso sulle diete alimentari tocca questioni culturali e specifiche di territori e comunità estremamente diverse tra loro.

Un fenomeno quello dei cambiamenti climatici, che colpisce tutti i 4 grandi pilastri della sicurezza alimentare:

  • disponibilità;
  • accessibilità;
  • utilizzo;
  • stabilità.

La riduzione dei terreni produttivi, l’eventuale crescita dei prezzi, la riduzione di nutrienti e della qualità dei prodotti, rischiano di divenire fattori con cui ampie fasce di popolazione, soprattutto nei Paesi tropicali, potrebbero avere a che fare nei prossimi decenni.

Significativa sul tema delle diete alimentari la posizione della dottoressa Debra Roberts, codirettrice del Gruppo II dell’IPCC, secondo la quale “Le diete bilanciate con alimenti a base vegetale, come cereali a grana grossa, legumi, frutta e verdura e alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra, offrono importanti opportunità di adattamento e limitazione dei cambiamenti climatici.

Si tratta di un tema influenzato da diversi importanti fattori come istruzione ai valori sociali e culturali e  decisioni politiche e quelle infrastrutturali come ha sottolineato il Direttore dell’IPCC, Hoesung Lee che richiede un ricorso massiccio alla cooperazione internazionale e quella tra tutti i livelli della società.

Significativo infine lo slogan di presentazione del Report IPCC: Land is where we live. Land is under growing human pressure. Land is a part of the solution. But land can’t do it all” cioè “

La terra è il posto in cui viviamo. La terra è sottoposta alla crescente pressione dell’uomo. La terra è parte della soluzione. Ma la terra non può fare tutto da sola”.

Link per scaricare le diverse sezioni del Report IPCC “Climate Change and Land”

Sauro Secci

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Le regioni del carbone e il rinascimento fotovoltaico: un nuovo studio del CCR

A Castelnuovo dei Sabbioni, nel comune di Cavriglia in Toscana, nel grande bacino di estrazione della lignite, utilizzata per alimentare fino al 1994 la centrale termoelettrica di Santa Barbara, è stato intrapreso alcuni anni fa un percorso di riconversione fotovoltaica. Oggi abbiamo un nuovo studio che lo rende un autentico esempio da percorrere.

       

Si tratta del nuovo report del Centro Comune di Ricerca (CCR) della Commissione Europea, scaricabile in calce, dove si evidenzia come il potenziale del fotovoltaico per la totale sostituzione dell’attuale generazione termoelettrica a carbone nei territori più profondamente legati a questo combustibile in Europa è davvero grande.

Fin dal 2017, è stata lanciata da parte dell’esecutivo UE l’iniziativa “Coal Regions in Transition” con l’obiettivo di garantire un graduale abbandono socialmente equo per tutti i territori tradizionalmente legati al carbone.

Il carbone è attualmente un combustibile estratto in 41 regioni in 12 paesi dell’UE, ponendosi come la fonte fossile più abbondante d’Europa e fonte di un’ancora significativa attività economica, con un bacino occupazionale di circa 240mila persone (dati UE 2017). L’obiettivo comunitario è quello di riuscire a garantire che nessuna regione sia lasciata a se stessa nella transizione verso una economia progressivamente decarbonizzata. Proprio in questo senso, il nuovo studio analizza il contributo ed il ruolo importante che i sistemi fotovoltaici possono avere in questa transizione.

Fonte: Studio CCE “Solar Photovoltaic Electricity Generation: A Lifeline for the European Coal Regions in Transition”

Entrando nel merito del nuovo studio, vi sarebbe un potenziale tecnico di oltre 580 GW solari da utilizzare nei bacini carboniferi europei, sufficiente a sostituire l’attuale produzione elettrica da lignite e antracite, fattibile ad un costo inferiore l’attuale prezzo al dettaglio dell’elettricità.

Fonte: Studio CCE “Solar Photovoltaic Electricity Generation: A Lifeline for the European Coal Regions in Transition”

Nello studio del CCR viene poi evidenziato che, se la dismissione delle miniere e delle centrali termoelettriche a carbone associate avvenisse parallelamente all’installazione di impianti fotovoltaici nei prossimi 15 anni, la nuova capacità di produzione potrebbe fornire circa 135.000 posti lavori l’anno per la costruzione e altri 50.000 per gli interventi di manutenzione e funzionamento.

Sul nuovo studio il commento di Walburga Hemetsberger, CEO di SolarPower Europesecondo il quale, Il solare fotovoltaico ha un enorme potenziale nelle regioni carbonifere dell’UE, potenziale che può portare nuova industria, posti di lavoro ed energia pulita a chi è interessato dal declino del carbone, assicurando che nessuno resti indietro. Ora, non vediamo l’ora di continuare il nostro lavoro con la piattaforma dell’UE sulle regioni carboniere in transizione, in cui il solare può svolgere un ruolo importante nel promuovere una transizione energetica giusta per tutti”.

Indubbiamente uno studio di grande stimolo per pigiare l’acceleratore della transizione energetica, per un combustibile oramai troppo impattante e che rappresenta ancora la principale fonte energetica in alcuni paesi europei.

Scarica il nuovo studio “Solar Photovoltaic Electricity Generation: A Lifeline for the European Coal Regions in Transition” di CCE 

Sauro Secci

Pubblicato in Senza categoria | 3 commenti

Orto bioattivo per il corpo e per l’anima: il nuovo progetto de “La Parrocchia dell’Invisibile”

Il Casentino è da sempre terra di grande spiritualità e di profondo misticismo, per la presenza di luoghi storici di assoluto riferimento per la spiritualità come La Verna e Camaldoli, ma anche di esperienze rinnovate come quella della Fraternità di Romena che gravita intorno alla omonima, millenaria pieve e che, dalla sua fondazione, l’ha vista trasformarsi in una autentica costellazione di eremi tornati a nuova vita, intorno a chiese rurali di rara bellezza anche per la loro valenza ambientale.

     

Una di queste realtà è indubbiamente quella de La Parrocchia dell’Invisibile, della quale sono anche affezionato collaboratore, animata dall’opera de caro amico prete di strada ed esperta guida in Terra Santa Luca Buccheri e della educatrice professionale modenese e sua stretta collaboratrice, Monica Rovatti e che ha trovato da oltre un anno la sua dimora nella chiesa rurale di Terzelli. Una chiesa, quella di Terzelli che, pur in assenza di specifica documentazione in merito, si ritiene di origine romanica, come la maggior parte delle chiese rurali casentinesi, costruite nel XII-XIII secolo (link sito FAI).

La prima menzione della chiesa di Terzelli risale al 1299, ricordata tra i 17 popoli costituenti il piviere di San Martino a Vado. Si tratta di un luogo che, con la progressione dei lavori di restauro, sta divenendo il cuore pulsante della “Parrocchia dell’Invisibile” e delle sue molteplici attività (www.terradelsanto.it), un luogo di spiritualità e accoglienza per i viandanti di oggi, che nella logica nomade ed itinerante trova oramai da anni la sua essenza con un programma di proposte itineranti nei luoghi più belli del nostro paese nelle proposte de “La Tenda e la Vela” (link per scaricare il pdf) .

Proprio dopo la prima fase degli interventi di ristrutturazione è stato intrapreso anche un percorso legato ad una visione più integrata dell’ecologia, troppo spesso relegata agli impatti delle attività umane sull’ambiente, che mira a ridefinirne il perimetro, integrando in esso i tanti aspetti dell’ecologia del corpo e dell’anima e delle profonde interazioni anche con i regni vegetale, minerale ed oltre.

Per questo, nell’ambito delle diverse attività di coinvolgimento dei sognatori irriducibili in percorsi di lavoro di gruppo, uno degli ambiti su cui ci si sta muovendo è quello di uno dei simboli di comunità, nel segno del coltivare e custodire, così ben espresso dalla Genesi (Gen 2,15) Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse“, rappresentato dall’orto.

Un abbraccio grande quello che l’orto rappresenta per nutrire il corpo ma anche l’anima, visto che si tratta della realizzazione di un “orto bioattivo”, tipologia che va oltre le pratiche del biologico e biodinamico, ispirandosi al funzionamento delle grandi foreste pluvali del pianeta. Una tipologia di orto ben nota ai lettori di questo sito, come uno dei pilastri di Ecofuturo Festival sia nei suoi principi, visto che può essere fatto anche da portatori di handicapp e di cui abbiamo parlato nel post ““Fatti l’orto”: l’orto bioattivo che produce ininterrottamente per dieci anni“, sia per il valore “nutraceutico”, cioè come alimenti prodotti sia dal valore nutritivo che terapeutico (vedi post “Sei pronto a mangiare sano? L’agricoltura conquista l’urbe a Firenze“) .

Il progetto, che ha visto in questi giorni la prima fase di impostazione dell’orto, con la encomiabile assistenza dell’Architetto Alessandro Esteri, ha avuto anche la visita al sito di Terzelli dell’ideatore dell’Orto Bioattivo, Andrea Battiata, che si è intrattenuto con i volontari impegnati nel campo di lavoro, per approfondire diversi aspetti legati ad ambiente e salute del corpo e dell’anima. 

Il progetto di Terzelli non si limita alla sola costruzione di un orto ad uso comunitario, ma si propone di diventare luogo di aggregazione, socialità e formazione con l’organizzazione di momenti dedicati alla scoperta di un’agricoltura sostenibile associati alla spiritualità della terra. La connessione tra il lavorare la terra e il vivere la vita godendo delle piccole cose diverrà così spunto per corsiattività didattiche e momenti conviviali aperti a tutti. Ecco perché all’interno dell’orto ci sarà uno spazio conviviale, con una tavolata per accogliere tutte queste attività.

In occasione di questa importante tappa di un percorso che si preannuncia lungo, articolato e partecipato, La Parrocchia dell’Invisibile ha organizzato una CAMPAGNA DI RACCOLTA FONDI per la realizzazione di un ORTO SOCIALE BIOATTIVO A TERZELLI dal 17 luglio al 17 novembre 2019. 

Una raccolta fondi per realizzare uno dei sogni di Terzelli: l’orto del futuro a impatto zero, con l’aiuto della piattaforma informatica, messa a disposizione da Banca Etica. 

Vedi di cosa si tratta ed eventualmente dona la tua offerta seguendo questo link

Sauro Secci

Pubblicato in Senza categoria | 3 commenti