Dieselgate e surplus emissioni: danni record in Italia (le tabelle e i grafici)

Quella del “Dieselgate” è una grande macchia scura che simboleggia il momento del settore automobilistico basato sui combustibili fossili ed in particolare su quelli diesel alimentati a gasolio, che generano emissioni tra le più difficili da combattere in sede di combustione e di post combustione, come quelle degli NOx e delle polveri fini ed ultrafini.

Ad effettuare una stima sui danni sanitari indotti dal surplus di emissioni da parte dei veicoli diesel a fronte dei ripetuti casi di trucco delle emissioni degli autoveicoli diesel, uno specifico studio  elaborato dall’Istituto meteorologico norvegese e l’istituto internazionale Iiasa pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters dal quale emerge come sia proprio il nostro Paese, il più colpito in Europa.

Secondo gli esperti, nei 28 paesi dell’Unione Europea oltre a Norvegia e Svizzera, sono 425mila le morti annue riconducibili all’inquinamento dell’aria nei 28 Paesi dell’Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel, dei quali 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori di veicoli.

Secondo lo studio, l’Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili da emissioni di veicoli diesel, con 2.810 decessi all’anno, dei quali 1.250 legate al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. Nella triste classifica stilata, dietro l’Italia troviamo la Germania, con 960 decessi annui correlabili all’eccesso di ossidi di azoto, e la Francia con 680. Sul fronte opposto della classifica troviamo la Norvegia, divenuta autentico paese di riferimento per la mobilità elettrica, la  Finlandia e Cipro. Questo triste primato del nostro paese è spiegato dalle parole di uno degli autori dello studio, Jan Eiof Jonson dell’Istituto norvegese di meteorologia, secondo il quale la situazione italiana “riflette la situazione molto negativa dell’inquinamento specialmente nel Nord Italia, densamente popolato” corrispondente proprio ad una orografia del territorio, come quella della pianura padana, decisamente non vocata ad agevolare la diluizione degli inquinanti, con lunghi periodi di stratificazione atmosferica e di inversione termica. La mappa seguente, elaborata dallo studio, mette in particolare evidenza la situazione del distretto padano nel quadro del più complessivo ambito europeo.

Sempre secondo lo studio, se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri, pari a circa 7.500 all’anno in Europa e a 1.920 in Italia.

Un contributo importante quello dei trasporti su strada, che, come spiegano i ricercatori, contribuisce al 40% delle emissioni di NOx nei Paesi UE, con danni per gli ecosistemi con smog e piogge acide e sopratutto sulla salute umana, con danni sanitari dovuti ad una prolungata esposizione agli inquinanti con problemi di respirazione e riduzione delle funzioni dell’apparato respiratorio, irritazione oculare, perdita di appetito, corrosione dei denti, mal di testa.

Sauro Secci

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E Tesla accende anche l’era del “camion elettrico”

Non contenta di avere dato un grande scossone all’intero settore automobilistico nella direzione della svolta elettrica, Tesla punta nel contempo a perpetuare tale svolta in ambiti ancora più sfidanti ed impegnativi in termini di autonomia richiesta, come quello del trasporto pesante su strada. In questo senso la casa di Elon Musk, dopo gli annunci dei mesi scorsi, si appresta a presentare sul mercato già da settembre, un primo frutto di questa nuova linea di sviluppo, con un camion elettrico dotato delle tecnologie di guida autonoma già presenti sulle auto della casa che dovrebbe essere commercializzato entro due anni. Il nuovo mezzo è costituito tecnicamente da un trattore, cioè un mezzo indipendente dotato di sei ruote, utilizzante un semirimorchio per il carico, denominato “Semi-Truck“. Dalle poche immagini in anteprima rilasciate si evidenzia una marcata estetica “americana”, stile film “Convoy-Trincea d’asfalto”, con cofano oversize, sinuose linee lunghe e capiente cabina.

L’autonomia iniziale del nuovo mezzo elettrico secondo informazioni di agenzia dovrebbe essere tra 200 e 300 miglia (tra i 320 e i 480 chilometri), ancora nettamente inferiore a quella di un classico camion diesel, o anche uno dei recenti nuovi gioielli a GNL (gas naturale liquefatto) che con un pieno possono arrivare a percorrere oltre i 1000 chilometri.

Un dato, quello dell’autonomia, molto variabile in funzione di fattori come lo stile di guida, il carico del mezzo e le condizioni atmosferiche. Parametri che se relativi in un autovettura, assumo grande importanza nei mezzi pesanti per il trasporto di merci, dove il carico ha una grandissima influenza, considerando che un camion può percorrere circa 800 chilometri in un giorno, in un paese come l’Italia con una grande escursione di latitudine.

Questo primo step di Tesla nell’ambito dei camion elettrici ha avuto una fase propedeutica negli USA, dove la casa ha avuto contatti con alcune compagnie di trasporti americane, per sondarne le esigenze, dalla quale sarebbe emerso che circa il 30 per cento dei trasporti negli USA sono costituiti da trasferimenti regionali entro le 200 miglia di distanza. Sarebbe proprio questo il mercato da cui Elon Musk pensa di partire per il suo piano di graduale inserimento nel settore del trasporto pesante. A suo vantaggio ci sarebbero costi di gestione più favorevoli, che potrebbero ingolosire le compagnie di trasporto merci, sopratutto se la manutenzione dei camion elettrici, come lecito attendersi, si dimostrerà meno onerosa rispetto alle complesse motorizzazioni basate sui combustibili e se il costo dell’elettricità rimarrà meno caro del gasolio.

I nuovi autotreni elettrici di Tesla dovrebbero essere invece più cari all’acquisto, dal momento che un mezzo tradizionale per il trasporto pesante per le lunghe distanze costa oggi  negli USA circa 120 mila dollari: una cifra che potrebbe non essere sufficiente per le sole batterie di un veicolo elettrico di pari capacità di carico e con un’autonomia compresa tra 200 e 400 miglia, come sottolineano due ricercatori della Carnegie Mellon University.

Altre problematiche che i nuovi  mezzi presenteranno in questa primordiale versione sono costituite dal peso e dall’ingombro delle batterie, fattori fortemente limitanti la capacità di carico. Come riferimento, sul fronte dei competitor di settore, Daimler, tra i principali fornitori di veicoli commerciali al mondo, lancerà quest’anno un furgone elettrico con 100 miglia di autonomia per le consegne urbane, dove il fattore zero-emission risulta fondamentale. Relativamente alle prestazioni, come sottolinea uno dei partner di Daimler in questa operazione,il prototipo verrebbe surclassato dal corrispondente modello diesel,  e il carico trasportabile scende da 4,25 a 3,8 tonnellate, con una penalizzazione di -10,6%.

Nonostante tutto questo comunque, Elon Musk  non è nuovo alle sue strategie contro corrente e sicuramente lui ha intravisto che mercato contanto di aggredirlo per primo o quasi. Un ambito questo che si sta gradualmente arricchendo di progetti interessanti, dal nuovo eTruck di Mercedes alle autostrade elettrificate di Scania e Siemens, tutti orientati alla progressiva decarbonizzazione del trasporto pesante. E’ evidente che una strategia vincente potrebbe essere quella di puntare a nicchie molto specifiche e non, per il momento,  a veicoli che dispongano della versatilità dei mezzi tradizionali. Il tempo ci dirà presto le tendenze, dal momento che le compagnie dei trasporti sono sicuramente più esigenti e selettive dei privati in tema di investimenti sull’adeguamento delle flotte mezzi.

A seguire un breve video di presentazione del nuovo progetto Tesla

Sauro Secci

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Boom del biologico in Italia: vendite e terreni coltivati in crescita

Il Sana 2017, manifestazione fieristica leader in Italia nel comparto dei prodotti biologici, conclusasi lo scorso 11 settembre a Bologna, è stata l’occasione per presentare i numeri aggiornati del biologico in Italia, evidenziando incrementi in tutti i settori. Un grande rafforzativo per un settore protagonista assoluto dell’edizione 2017 di Ecofuturo Festival, con le aziende convertite a biologico del Biogasfattobene di CIB, con il settore dei grani antichi presente con la Cooperativa Girolomoni, azienda fondata del padre del biologico italiano Gino Girolomoni, con Maria Grazia Mammuccini di FedeBio e la sua azienda produttrice in Toscana di vino biologico, con l’orto bioattivo, che permette l’avvento del biologico anche in ambito urbano e con l’inaugurazione del monumento all’aratro, grande killer sul versante dei cambiamenti climatici, che ha imperversato nell’agricoltura industriale degli ultimi decenni.

Grandi numeri in termini di produzione, di superfici coltivate e di spesa dei consumatori, quelli fatti registrare nell’ultimo anno dal biologico italiano, con ortofrutta ed agrumi con performance superiori alla media di comparto, presentati ed illustrati venerdì 8 settembre al Sana di Bologna in occasione dell’incontro di presentazione di “Tutti i numeri del bio italiano”, che ha visto la presentazione dei dati dell’Osservatorio SANA 2017, promosso e finanziato da BolognaFiere, con il patrocinio di FederBio e Assobio e redatto sulle elaborazioni del Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica (Sinab) per il Mipaaf e presentate nel dettaglio unitamente ai dati Ismea.

Quello del biologico italiano è oramai un mercato da cinque miliardi di euro, due dei quali garantiti dall’export, corrispondente al 5% del totale delle esportazioni agroalimentari, che ha fatto registrare nel 2016 una progressione record, con un incremento di superficie coltivata di quasi 1,8 milioni di ettari, con 72000 operatori, che crescono del 20,3% rispetto al 2015, quando lo sviluppo sul 2014 era stato “solo”, rispettivamente, dell’8,2 e del 7,5%.  Oggi le aree coltivate a biologico valgono il 14,5% della superficie agricola totale italiana, con la produzione di agrumi attestati al 28%, i fruttiferi al 18% e le ortive al 17%, con una superficie convertita al biologico di oltre 300mila ettari, con l’Italia che presenta davvero una marcia in più rispetto agli altri paesi europei come ben evidenzia il grafico seguente, con il biologico che si rileva un formidabile strumento per rafforzare l’immagine del Made in Italy.

Molto interessante anche l’analisi dei dati relativi al versante delle vendite, grazie ad una specifica indagine presentato da Nomisma nel corso dell’evento, con le ultime stime relative alle vendite 2016 nel canale specializzato che fanno registrare un +3,5%, mentre nella GDO l’aggiornamento Nielsen evidenzia un +16% nel periodo luglio 2016 – giugno 2017 e una quota dell’organic sul totale delle vendite alimentari pari al 3,5%, di ben 5 volte superiore rispetto al 2000.

Entrando nel dettaglio dell’indagine di Nomisma si evidenzia come il biologico interpreta al meglio le esigenze del consumatore italiano, alla ricerca di prodotti salutari (valore ritenuto molto importante nella scelta di prodotti alimentari dal 58% dei responsabili degli acquisti), eco-friendly (39%), semplici e comodi all’uso (31%), senza mai rinunciare alla qualità al giusto prezzo (65%) per la propria tavola.

Una serie di valori fondamentali per il consumatore,  alla base del successo del biologico e della crescita della consumer base, cioè della base dei consumatori che hanno avuto almeno una occasione di acquisto negli ultimi 12 mesi, che nel 2017 ha raggiunto ormai ben il 78% delle famiglie, quando era al 53% solo nel 2012. Un risultato che significa che oggi quasi 8 famiglie su 10 hanno acquistato almeno una volta nell’ultimo anno un prodotto biologico e che in soli cinque anni il numero di famiglie acquirenti è aumentato di oltre 6 milioni.
Una tendenza che trova ampi riscontri anche nella trasformazione degli assortimenti della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), con il numero medio di referenze bio vendute da un punto vendita della GDO è cresciuto nell’ultimo anno del 29%.

Sauro Secci

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Stop auto diesel e benzina: si muove anche la Cina

Sulla scia degli annunci fatti in questi ultimi mesi da paesi europei come Francia e Gran Bretagna per sdoganare entro un limite temporale prestabilito la mobilità basata di benzina e gasolio anche un colosso mondiale assoluto come la Cina, che da tempo sta dando forti segnali nella direzione della mobilità elettrica, sta pensando ad un futuro stop alla produzione ed all’impiego dei motori a combustione interna, creando una situazione di allerta generalizzato sul mercato automobilistico mondiale, rinforzando la posizione di Pechino all’interno del dibattito climatico.
E’ stato infatti in questi ultimi giorni vice ministro dell’industria e della tecnologia dell’informazione Xin Guobin, in occasione di un forum nella città di Tianjin, una delle più bersagliate da livelli elevatissimi di inquinamento, il quale ha spiegato sulle pagine dell’agenzia stampa Xinhua che “è stato stabilito un calendario per mettere fine alla produzione e alla vendita dei veicoli tradizionali alimentati a carburante. Anche il nostro ministero ha avviato un’importante ricerca in tal senso e sottoporrà un calendario analogo ai ministeri di competenza”.

Si tratta di una azione dal duplice l’obiettivo finale, dimostrando da una parte di essere in grado di dar seguito all’impegno climatico preso tagliando le emissioni inquinanti, consolidando dall’altra una leadership oramai indiscussa nel settore della mobilità elettrica. Secondo il funzionario del governo cinese infatti, questa mossa porterà “profondi cambiamenti” sul fronte dell’import dei prodotti petroliferi, con particolare riferimento all’industria automobilistica cinese, oggi il più grande mercato automobilistico a livello mondiale. Solo nel 2016, secondo l’Organizzazione internazionale dei costruttori di automobili sono stati prodotti e venduti in Cina oltre 28 milioni di veicoli. Si tratta di un numero enorme , nell’ambito del quale si va ritagliando di anno in anno uno spazio sempre più significativo, proprio il settore della e-mobility con oltre 500mila vetture immatricolate nel 2016.

Pur non parlando ancora di date è probabile che l’annuncio del governo cinese, al pari di quelli di Francia e Gran Bretagna, possa essere traguardata non prima del 2040, con lo stesso Xin che al riguardo precisa che “dovrebbero cercare di migliorare il livello di risparmio energetico nelle auto tradizionali e di sviluppare nuovi veicoli sotto il profilo dell’energia”.


Un settore quello della e-mobility che si è progressivamente arricchito di strumenti espansivi già da tempo messi in campo. Infatti, a fianco di uno specifico pacchetto di incentivi per carmakers e consumatori, il governo ha introdotto anche uno specifico provvedimento normativo che obbliga i costruttori auto a produrre un determinato contingente di veicoli elettrici entro il 2020 attraverso un meccanismo di “carbon credit”. L’obiettivo è quello di portare le auto elettriche e ibride plug-in ad almeno un quinto delle vendite nazionali entro il 2025, pur con un mercato che fino ad oggi ha incontrato non pochi ostacoli che hanno costretto l’azione governativa del grande colosso cinese a rimodulare le proprie proiezioni.

Sauro Secci

 

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Mobilità UE: nuove prove obbligatorie per le emissioni delle auto

Settembre traccia uno spartiacque in UE per i nuovi modelli di autoveicoli, i quali, prima di poter circolare sulle strade europee, dovranno superare un set aggiornato ed affidabile di prove sulle emissioni in condizioni di guida reali, definite come Rde “Rela Driving Emission” (“emissioni reali di guida“), oltre ad una prova di laboratorio migliorata, definita Wltp (World Harmonised Light Vehicle Test, “procedura di prova per i veicoli leggeri armonizzata a livello mondiale“).

Le nuove procedure di test mandano in pensione il NEDC, ciclo di omologazione aggiornato l’ultima volta nel 1997, con gli automobilisti europei che potranno finalmente riscontrare consumi reali più vicini nello loro vetture rispetto a quelli espressi nei dati di omologazione. Per questo l’Associazione dei Costruttori Automobilistici Europei (ACEA) ha lanciato da qualche tempo fa il nuovo sito web WLTPfacts.eu, per divulgare ai consumatori i benefici delle nuove procedure di test, esaminare l’impatto del WLTP sui consumatori, dando una panoramica delle politiche attuabili per una corretta implementazione del nuovo protocollo.


Il nuovo set di prove sulle emissioni sarà in grado di garantire risultati più attendibili, contribuendo a ricostruire un rapporto di fiducia da parte degli utenti circa le prestazioni ambientali dei nuovi autoveicoli con motore endotermico, collocandosi nel più ampio contesto delle diverse importanti attività che la Commissione sta conducendo per una industria automobilistica più, pulita, sostenibile e competitiva.
Passando al dettaglio delle nuove e più severe prove di misura delle emissioni, quelle di NOx e di particolato, di gran lunga gli inquinanti di maggiore impatto della mobilità sulla qualità dell’aria, saranno eseguita in modo più affidabile, in condizioni di guida reali con la prova Rde, la quale andrà ad integrare una procedura di prova in laboratorio nuova e più realistica come la già citata prova Wltp e questo sarà valido per tutte le emissioni, comprese quelle di CO2, e di consumo di carburante e di altri inquinanti atmosferici. Da questo mese di settembre 2017 dunque, entrambe le prove diverranno obbligatorie per tutti i nuovi modelli di autoveicoli e saranno gradualmente introdotte per tutti i veicoli nuovi tra il 2018 e il 2019.


Si tratta di modificazioni collocate in una più ampia revisione del sistema di omologazione, secondo le indicazioni del regolamento presentato dalla Commissione Europea a gennaio 2016, che garantirà maggiore qualità e indipendenza delle prove sui veicoli unitamente ad un controllo più attento sugli autoveicoli già in circolazione, introducendo la vigilanza UE sull’intero sistema.
Passando più specificamente agli aspetti normativi legati alla qualità dell’aria, gli Stati membri sono tenuti a rispettare i valori limite dell’UE per una serie di inquinanti, tra cui l’NO2, stabilendo piani per la qualità dell’aria nelle aree dove i valori limite siano superati.
La strategia europea per una mobilità a basse emissioni, in questa fare di migrazione verso la “zero emission” della mobilità elettrica è orientata ad incrementare l’efficienza del sistema dei trasporti, accelerando la diffusione delle energie alternative a basse emissioni, come quelle legate per esempio al GNL. Si tratta di una strategia basata su una gamma di alternative energetiche a basse emissioni per autovetture e autobus e concentrata anche sull’elettrificazione dei trasporti ferroviari e sull’impiego dei biocarburanti nei settori del trasporto aereo e del trasporto su gomma di merci e passeggeri. La stessa Commissione prevede inoltre di adottare entro il prossimo novembre 2017 un piano d’azione riguardante un’infrastruttura per i combustibili alternativi allo scopo di diffondere maggiormente l’uso dei carburanti alternativi in Europa.

Secondo Jyrki Katainen, vicepresidente responsabile per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività: “Le nuove prove delle emissioni costituiscono una tappa fondamentale nel lavoro che stiamo realizzando per disporre, nei prossimi anni, di veicoli più puliti e più sostenibili, ma molto rimane ancora da fare. Lo scandalo delle emissioni ha rivelato la necessità di una maggiore indipendenza delle prove a cui vanno soggetti gli autoveicoli e di una più attenta vigilanza del mercato. La Commissione deve inoltre avere la facoltà di intervenire in caso di irregolarità ed è proprio a tal fine che ha presentato una proposta nel gennaio 2016, rimasta sul tavolo sino ad oggi. È giunto ormai il momento che il Parlamento europeo e il Consiglio procedano alla sua adozione. Vanno inoltre profusi sforzi a livello di UE per incoraggiare con decisione la mobilità a basse emissioni.

Sulle nuove disposizioni anche il commento della Commissaria responsabile per il Mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le PMI Elzbieta Bienkowska, secondo la quale: “Un passaggio rapido a veicoli ad emissioni zero è nel nostro interesse, se consideriamo i rischi per la salute pubblica e l’ambiente, ed è essenziale per l’industria automobilistica, se intende rimanere competitiva a livello internazionale. Per il momento, però, i veicoli diesel fanno ancora parte della nostra vita e dobbiamo ripristinare la fiducia in questa tecnologia: ecco perché è fondamentale disporre di prove aggiornate e più affidabili per gli autoveicoli nuovi mentre, per quelli già in circolazione, gli Stati membri devono assolvere i loro compiti, ossia dare esecuzione alle norme e adottare nuovi provvedimenti, insieme a tutte le parti interessate, al fine di ridurre le emissioni del parco veicoli esistente.

Un occhio attento è poi quello che la Commissione Europeo sta ponendo sui provvedimenti adottati dagli Stati membri relativamente ai veicoli inquinanti già in circolazione. A fronte delle rivelazioni del settembre 2015 connesse al “caso Volkswagen”, con le quali era stato reso noto l’uso da parte del gruppo Volkswagen di software di manipolazione per eludere le norme in materia di emissione per alcuni inquinanti atmosferici, la Commissione ha invitato tutti gli Stati membri, in qualità di autorità responsabili della vigilanza del mercato e dell’applicazione della normativa in materia di omologazione, a mettere in atto le necessarie indagini al fine di verificare i livelli di emissioni reali dei veicoli circolanti sui rispettivi territori, garantendo così la conformità al diritto dell’UE. La Commissione ha appoggiato le attività a livello nazionale mediante l’elaborazione di una metodologia comune di prova che riveli la presenza di dispositivi di manipolazione che alterano i risultati delle prove di laboratorio e garantisca la coerenza dell’esito delle indagini nazionali. E’ stato inoltre pubblicato un documento orientativo per supportare le autorità degli Stati membri a valutare se i costruttori automobilistici utilizzino dispositivi di manipolazione o mettano in atto altre strategie risultanti in un aumento delle emissioni del veicolo al di fuori del ciclo di prova, analizzando se tutto ciò sia tecnicamente giustificabile.
Al riguardo, nel dicembre 2016 e nel maggio 2017 la Commissione ha avviato procedure di infrazione nei confronti di otto Stati membri per violazione della normativa UE in materia di omologazione, continua a controllare se il diritto dell’Unione in materia sia correttamente applicato. La Commissione sarà garante inoltre del rispetto delle norme sulla concorrenza, continuando a lavorare affinché sia garantito un trattamento ai consumatori utenti.

Sauro Secci

 

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Energie rinnovabili: nel 2050 139 paesi potrebbero essere 100% rinnovabili

Da qui al 2050 ben 139 paesi nel mondo avrebbero le potenzialità di decarbonizzarsi completamente, alimentandosi al 100% con energie rinnovabili: è questa la conclusione a cui è pervenuto un team internazionale di ricerca di ben 27 ricercatori, costituito prevalentemente da scienziati della Stanford University, che ha pubblicato su Joule lo studio “Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight (WWS) All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”, il quale rappresenta una roadmap verso un futuro energetico rinnovabile al 100% e dove sono delineate le modificazioni infrastrutturali per raggiungere l’obiettivo. Si tratta di uno studio derivato da un precedente studio, sempre pubblicato su Joule, delle 2015 roadmaps per portare tutti i 50 Stati Usa al 100% di energia pulita e rinnovabile e di un’analisi per verificare se la rete di distribuzione dell’elettricità rimarrebbe stabile con una tale transizione, il quale, oltre ad estendersi a quasi tutto il mondo, presenta anche calcoli più precisi sulla disponibilità di energia solare sui tetti, sulle risorse energetiche rinnovabili e sul saldo tra posti di lavoro creati e quelli persi.

Una sintesi degli obiettivi di questo imponente studio nelle parole di presentazione dello stesso da parte di Mark Dyson, del Rocky Mountain Institute, secondo il quale, “Questo documento aiuta a far avanzare la discussione all’interno e tra le comunità scientifiche, politiche e degli affari su come immaginare e progettare un’economia decarbonizzata. Il crescente numero di lavori della comunità scientifica sui percorsi globali di transizione energetica low-carbon fornisce una robusta evidenza che una tale transizione può essere realizzata e una comprensione crescente delle specifiche leve che devono essere mosse per farlo”.

Il team di ricerca, nell’articolo apparso sulla rivista Joule, evidenzia come gli interventi utili per alienare completamente petrolio e carbone dal mix energetico di ciascun paese, avrebbero una serie di rilevanti benefici, come la creazione complessiva di 24 milioni di posti di lavoro. Inoltre l’imboccare senza indugi la strada verde della de carbonizzazione, eviterebbe tra i 4 e i 7 milioni di morti annue legate all’inquinamento dell’aria. La stima di risparmio tra costi climatici e sanitari fatta nello studio potrebbe raggiungere i 20mila miliardi di dollari.
Grandi i vantaggi anche per una Italia 100% rinnovabile al 2050, dove il bilancio tra posti di lavoro creati nelle energie pulite e posti persi nelle energie tradizionali porterebbe a un saldo attivo di 485mila nuove occupazioni, mentre le morti evitabili ogni anno si collocherebbero tra le 5mila e le 45mila. Un grande potenziale ancora inespresso per tutte le fonti nel nostro paese, con il solare che dopo il grande boom dal 2007 al 2013, vi sarebbe ancora un potenziale di ben 737 km quadrati di tetti idonei ad ospitare impianti fotovoltaici.
Un approccio metodologico quello della definizione della roadmap per imboccare una rapida transizione verso un futuro low carbon per scongiurare l’annunciata catastrofe climatica, conseguendo nel contempo l’autonomia energetica di gran parte dei Paesi del mondo, costituisce indubbiamente la più grande sfida del nostro tempo che ha richiesto una accurata analisi di base per ognuno dei 139 Paesi considerati presi in esame. Per ogni paese sono state infatti valutate le risorse energetiche rinnovabili disponibili, il numero di impianti eolici, idroelettrici e di impianti solari (fotovoltaico, termico, a concentrazione) per raggiungere l’80% di produzione rinnovabile entro il 2030 e il 100% entro il 2050. Il quadro risultante evidenzia come per raggiungere tali obiettivi, sarebbe necessario solo l’1% del territorio mondiale e che tra impianti eolici e impianti solari resterebbero spazi aperti utilizzabili per altri scopi, con il risultato che un tale approccio sarebbe capace di ridurre la domanda e il costo dell’energia rispetto ad uno scenario business-as-usual.

Lo studio ha analizzato un fronte molto esteso di assets, legati a produzione di energia elettrica, trasporti, riscaldamento/raffreddamento, industria, agricoltura, silvicoltura e pesca nei 139 Paesi, attraverso i dati da IEA (International Energy Agency), responsabili nel loro insieme di oltre il 99% della CO2 emessa in tutto il pianeta, determinando che le potenze economiche mondiali con grande popolazione, come Stati Uniti, Cina e Unione Europea, saranno più agevolate in questo passaggio verso il 100% di energia rinnovabile. Tale transizione sarà invece più difficile in piccoli paesi insulari, come la ricca Singapore, dove probabilmente sarà necessario puntare quasi esclusivamente sul solare.


Altra evidenza di questo nuovo studio, gli ulteriori vantaggi legati alla minimizzazione delle tante esternalità negative delle fonti fossili, dal momento che eliminando l’utilizzo di petrolio, gas e uranio, viene eliminata anche tutta l’energia associata all’estrazione, al trasporto e la raffinazione di queste materie, riducendo la domanda internazionale di energia di circa il 13%. Inoltre, dato che l’elettricità è più efficiente della combustione dei combustibili fossili, la domanda di energia dovrebbe subire un ulteriore calo del 23%. Non meno rilevanti ovviamente i vantaggi sul piano dei conflitti per l’accesso alle materie prime, dal momento che i diversi Paesi non avrebbero bisogno di sfidarsi l’un l’altro per sfruttare o accedere ai combustibili fossili, riducendo gran parte delle guerre internazionali troppo spesso legate proprio ai temi dell’energia e dell’accesso alle materie prime. Ulteriore aspetto positivo da non sottovalutare, è legato infine a quelle comunità che vivono attualmente in “deserti energetici”, le quali avrebbero così accesso a grande disponibilità di energia pulita e rinnovabile.
Un ambito dello studio è stato anche dedicato alle nuove tecnologie come lo stoccaggio di calore sotterraneo nelle rocce, ancora a livello di progetti pilota e gli aeromobili elettrici a celle a combustibile e a idrogeno attualmente disponibili solo in piccoli prototipi. Nello studio viene evidenziato come il riscaldamento a distanza, molto simile alla tecnica dello stoccaggio sotterraneo, fornisce il 60% del riscaldamento delle case danesi, mentre già oggi shuttle e razzi spaziali sono alimentati a idrogeno, con le compagnie aeree stanno investendo negli aerei elettrici. Nel nuovo studio sono inoltre affrontati gli aspetti da affrontare da parte di eolico, solare e idroelettrico per gestire le fluttuazioni giornaliere e stagionali, gestibili con diversi approcci tecnologici del sempre più ampio fronte delle tecnologie di accumulo, anche se a parere mio non sono stati sufficientemente approfonditi ruolo e potenzialità di un fondamentale energia rinnovabile come la geotermia, che oggi più che mai, con le nuove tecnologie a ciclo binario e reiniezione completa dei fluidi, può dare risposte determinati per questi aspetti, proprio in virtù della sua continuità e disponibilità 365 giorni all’anno.

Alle diverse critiche giunte alle analisi presentate dal nuovo studio, legate agli enormi investimenti necessari per la transizione di un intero Paese al 100% di rinnovabili, gli autori rispondono che “Il costo complessivo per la società (energia, salute e costi climatici) del sistema proposto è un quarto di quello dell’attuale sistema dei combustibili fossili. Per quanto riguarda i costi iniziali, la maggior parte di questi sarebbe necessaria in ogni caso per sostituire l’energia esistente, mentre il resto è un investimento che si ripaga molto più nel tempo, eliminando quasi i costi sanitari e climatici“.
Indubbiamente un esercizio di grandi proporzioni quello di questo studio, molto importante per cercare di fare riflessioni serie per intraprendere finalmente, mettendo la prua dritta su un percorso a cui dare obiettivi temporali precisi e che risulterebbe oggi fondamentale per il futuro nostro ma soprattutto di quello delle nuove generazioni.

Sauro Secci

 

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Lavatrici e lavastoviglie bitermiche: grande opportunità nel segno dell’efficienza

La progressiva diffusione delle tecnologie rinnovabili nelle abitazioni sta richiedendo anche sul fronte degli elettrodomestici, come utenze delle energie rinnovabili prodotte, continue evoluzioni nei prodotti per la massima valorizzazione dell’energia elettrica e termica prodotte. Cerchiamo di approfondire in questa sede la valorizzazione dell’energia termica prodotta, in forma di acqua calda sanitaria  in casa, per la minimizzazione dei consumi di una utenze simbolo per le abitazioni come la lavatrice e il lavastoviglie.

In sostanza, chi può disporre di un impianto solare termico, di una pompa di calore per la produzione di acqua calda sanitaria o è allacciato ad una rete di teleriscaldamento, può capitalizzare questa acqua calda prodotta a costo zero con fonti rinnovabili proprio per la lavatrice, tagliando drasticamente il consumo di elettrodomestici che hanno grande esigenza di acqua calda come lavatrice e lavastoviglie.

Essendo testimone diretto come possessore di un impianto solare termico, sono in commercio da molti anni all’estero e invece solo da pochi anni in Italia, cosidette “lavatrici bitermiche”, le quali dispongono di un doppio attacco idrico, per consentire una gestione intelligente delle risorse energetiche. Oggi sono disponibili sul mercato diversi modelli di lavatrici bitermiche che in classe A+++ che consentono di conseguire risparmi fino al 60%.

Le lavatrici bitermiche, oltre a presentare il classico attacco per l’acqua fredda che dovrà poi essere riscaldata dalla resistenza elettrica dell’elettrodomestico stesso, dispone di un attacco supplementare che rende possibile il prelievo dell’acqua già calda , tra i 40 e i 60°, prodotta a costo quasi zero dall’impianto di casa,limitando al minimo l’impiego della resistenza interna all’apparecchio.

Oltre al grande incremento di efficienza che può arrivare a tagliare il 60% dei consumi rispetto ad una lavatrice normale, le lavatrici bitermiche hanno altri vantaggi. Infatti Grazie al limitato uso della resistenza elettrica della lavatrice, si avrà una minore usura dell’apparecchio, fattore particolarmente rilevante per chi ha problemi di calcare con acqua di elevata durezza, da sempre il nemico numero uno della lavatrice, che vede proprio nella resistenza elettrica uno dei bersagli principali. Infatti i depositi di calcare si concentrano particolarmente sulla resistenza elettrica della lavatrice dal momento che l’acqua fredda, per riscaldarsi, entra ripetutamente in contatto con la resistenza incandescente ed in ognuno di questi passaggi si ha la formazione dei cristalli di sali minerali disciolti in acqua  responsabili del calcare che depositandosi progressivamente sulla resistenza, vanno a compromettere il funzionamento della lavatrice. Grazie all’ingresso dell’acqua calda, la resistenza elettrica risulterà meno sollecitata e decisamente meno usurabile.

Ulteriore vantaggio di questi nuovi elettrodomestici l’ulteriore tempo di ritorno dell’investimento legato all’acquisto dell’impianto rinnovabile, con risultato che chi ha investito nell’installazione di un impianto solare termico potrà capitalizzare ulteriormente questa tecnologia.

Come dicevo in premessa, pur essendo presenti sul mercato da oltre 10 anni, gli elettrodomestici bitermici, lavatrici e lavastoviglie, non si sono ancora diffuse nel nostro Paese. Infatti nonostante siano annoverati tra gli elettrodomestici del futuro, tali elettrodomestici stanno  facendo grande fatica ad affermarsi sul mercato italiano, nonostante che termini come  risparmio ed efficienza energetica siano sugli scudi da anni, con il risultato che nei principali negozi di elettrodomestici è praticamente impossibile trovarli in pronta consegna.

Al principale vantaggio di tagliare i consumi elettrici, le lavatrici bitermiche presentano anche una vita più lunga, grazie al minor utilizzo della resistenza elettrica, che limita anche i danni prodotti dal calcare che si deposita proprio sulla resistenza quando questa viene in contatto con l’acqua fredda, ai regolano automaticamente in base al programma di lavaggio. Se poi viene impostato un programma con temperatura inferiore a 40 °C, la lavatrice utilizzerà l’acqua fredda proveniente dalla rete, mentre se la temperatura è superiore a 40 °C la macchina caricherà prima l’acqua fredda miscelandola con quella proveniente dall’impianto di riscaldamento fino al raggiungimento della temperatura impostata. Se infine viene impostato un programma con temperatura di lavaggio superiore ai 60 °C, la resistenza elettrica sarà inserita solo per compensare la differenza tra la temperatura dell’acqua calda in ingresso e quella impostata.

Una spesa quella dell’acquisto di lavatrici e lavastoviglie bitermiche compresa tra i 100 e 200 euro, che per chi ha la possibilità di sfruttare l’acqua calda sanitaria autoprodotta, che ne consente di allungare decisamente la vita, facendoci risparmiare sulla bolletta.

Decisamente poco incoraggiante per il momento il comportamento delle grandi catene di elettrodomestici, dove questi prodotti sono praticamente non disponibili in negozio motivati dal fatto che nessuno le compra, con qualche atteggiamento che tende a scoraggiarne l’acquisto non tenendo conto che non sono ora,ai così isolati i casi nei quali questi elettrodomestici possono dare peina valorizzazione alle proprie caratteristiche.

Una alternativa per i potenziali acquirenti di questo “nascosto” mercato, è quella della ricerca sui portali più famosi di e-commerce di internet, come trovaprezzi.it o eprice.it, dove è possibile trovare diversi modelli di ultima generazione di lavatrici e lavastoviglie bitermiche.

Oggi il prezzo medio per una buona lavatrice bitermica si aggira intorno ai 600 euro, mentre per una lavastoviglie siamo sui 350-400 euro. Una ulteriore evoluzione della specie è costituita da alcune lavatrici della Miele che, oltre a disporre di un allacciamento extra per l’acqua calda, ne hanno anche uno per l’acqua piovana, spiegando che con il primo si risparmia fino al 47% se l’acqua di casa è riscaldata con i pannelli solari termici e con l’acqua piovana si risparmia il 70% di acqua potabile.

Sempre su internet sono addirittura disponibili dei kit esterni brevettati che consentono di collegare la propria lavatrice o lavastoviglie convenzionale al sistema di produzione di acqua calda sanitaria, garantendo un taglio dei consumi. In questo ambito esistono i kit di risparmio energetico della Ener Green Gate, che non necessita di competenze specifiche per essere installato, o il kit Save El.En. Plus che costa meno di 200 euro ed è adatto ogni modello di lavatrice.

I produttori assicurano che non è necessario cambiare abitudini di utilizzo della lavatrice, a parte un ulteriore vantaggio economico, costituito dal ridurre del 30-50% la quantità di detersivo e ammorbidente utilizzato normalmente.

Facendo una rapida carrellata anche sul mercato delle lavastoviglie bitermiche il contesto  è leggermente diverso, dal momento che, come per le lavatrici ci sono alcuni modelli con doppio tubo di ingresso, uno per l’acqua fredda e uno per quella calda, ma la maggior parte dei prodotti in commercio dispongono di un solo ingresso che può essere collegato indifferentemente anche al tubo dell’acqua calda, a meno che non sia indicato espressamente il limite di “25°C” (acqua fredda).

Alcuni marchi di lavastoviglie come Rex Electrolux, ad esempio, dichiara che tutte le sue lavastoviglie possono essere alimentate con l’acqua calda, dal momento che l’elettronica è in grado di riconoscere la temperatura dell’acqua regolando conseguentemente la durata del programma. Nei libretti di istruzione di altri marchi come AEG e Miele, è indicata la possibilità di allaccio all’acqua calda con una temperatura massima di 60 °C.

Un settore davvero interessante con la progressiva diffusione nelle abitazioni di impianti ad energia rinnovabile, nel quale però si registrano grandissima carenze informativa per il consumatore che di fronte a questo tipo di prodotti si trova abbastanza spaesato, con l’atteggiamento ancora decisamente inadeguato da parte della rivendita di elettrodomestici.

Tiepido al riguardo infine, anche l’atteggiamento delle case costruttrici presenti sul mercato italiano, poco stimolate a pubblicizzare tale segmento di prodotti, arrendendosi al fatto che il mercato italiano non sembra ancora pronto a scoprire questa possibilità di risparmio, con il consumatore che ha la sola alternativa, se mosso da una grande motivazione di interesse alla ricerca su internet, anche attraverso la consultazione di forum con i commenti delle testimonianze di chi ha già utilizzato questi elettrodomestici.

Io, come possessore da oltre 6 anni di una lavatrice bitermica abbinata al mio impianto solare termico, posso testimoniare la  significativa riduzione dei consumi elettrici.

Sauro Secci

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