Fotovoltaico in perovskyte: ancora significativi progressi

L’ambito del fotovoltaico in perovskyte è senza dubbio uno dei più promettenti tra le tecnologie non basate sul silicio. Si tratta di un ambito di sviluppo che sta registrando promettenti prospettive anche nel più ampio universo dell’economia circolare, come nel caso della ricerca del MIT, dove è stata utilizzata per la produzione di moduli fotovoltaici dal riciclo di batterie automobilistiche esauste (vedi post “Economia circolare: celle fotovoltaiche dal riciclo di batterie automobilistiche“), avvicinandosi oramai alla definitiva consacrazione commerciale.
A determinare tutto questo la risoluzione delle ultime limitazioni, legate ad efficienza e durata, in un quadro che le vede nettamente più economiche, rispetto alle tecnologie che fanno capo al silicio, con efficienze di conversione della luce solare che hanno superato il 22 per cento. Ultimo elemento da abbattere è quello legato alla stabilità di tale tipologia di celle, nonostante la messa in campo di diverse soluzioni tecnologiche di fabbricazione, con una degradazione delle stesse che ha continuato a vanificare qualsiasi incremento di efficienza conseguito.
La consacrazione commerciale per un buon prodotto fotovoltaico richiederebbe una garanzia di 20-25 anni con un calo nella resa inferiore al 10 per cento, corrispondente, in un test di invecchiamento accelerato standard, a rimanere sotto il 10 per cento di perdita nell’efficienza di conversione per almeno 1.000 ore.

Una soluzione interessante in questa direzione è quella che arriva dal Politecnico di Losanna (EPLF), dove il Laboratorio Mohammad Khaja Nazeeruddin in collaborazione con Michael Grätzel e la società Solaronix, ha sviluppato un nuovo tipo di cella denominata cella solare ibrida 2D/3D di fotovoltaico in perovskite. Si tratta di una soluzione che coniuga la maggiore stabilità dei cristalli bidimensionali con forme 3D, capaci di assorbire efficientemente la luce nell’intero spettro del visibile trasportando cariche elettriche, permettendo, come spiega il team di ricerca svizzero, la fabbricazione di celle solari efficienti e ultra-stabili.

Il nuovo ibrido 2D/3D consegue al momento un rendimento dal 12,9 per cento con architettura a base di carbonio, spingendosi al 14,6 per cento utilizzando materiali mesoporosi, dotati cioè di pori di dimensioni comprese tra i 2 e i 100 nm. Un autentico successo i primi test effettuati, con gli scienziati che hanno costruito un pannello solare di 10 cm2 attraverso un processo di stampa su scala industriale, con le celle solari hanno evidenziato un’efficienza costante dell’11,2 per cento per oltre 10.000 ore senza alcun degrado prestazionale. Il lavoro di ricerca è stato pubblicato in questi giorni sulla rivista Nature Communications, scaricabile di seguito, rappresenta un passaggio fondamentale per la produzione di fotovoltaico in perovskite a un livello commerciale.

Sauro Secci

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Inquinamento da petrolio in mare: un aiuto dalle bioplastiche

La nuova tecnologia Minerv Biorecovery di Bio-On apre scenari senza precedenti per le bonifiche ambientali e nel biorisanamento di inquinamento da idrocarburi (oil-bioremediation). Le bonifiche ambientali e le migliori tecnologie disponibili ad esse correlate, rappresentano uno degli ambiti più importanti per il risanamento ambientale dopo decenni di esercizio di  processi desolatamente aperti verso le diverse matrici ambientali come aria, acqua e suolo.

Quello delle acque è indubbiamente uno degli ambiti in cui vi è una grande domanda di nuove tecnologie davvero orientate alla circolarità, come quella Limpidh2o di Decomar per la bonifica dei sedimenti in corpi idrici (marini, lacustri, fluviali), che proprio recentemente a raccolto in Cina grandi riconoscimenti a livello mondiale (vedi post “Exploit di Decomar e Limpidho a Shanghai“).  Una tecnologia complementare a quella di Decomar, basata sulle bioplastiche e messa a punto da Minerv Biorecovery è Bio-on.

Si tratta di una nuova tecnologia, presentata tra le iniziative di  #All4TheGreen nell’ambito di G7 Ambiente, che consentirà in circa tre settimane di eliminare in modo naturale l’inquinamento da idrocarburi in ambiente marino.

Come spiega Marco Astorri, Presidente e CEO di Bio-on, annunciando l’esito positivo delle ricerche portate avanti in collaborazione con l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero (IAMC) del CNR di Messina, “Da oggi offriamo al mondo e al mercato la tecnologia per intervenire in modo efficace, naturale ed ecologico in caso di disastri ambientali come lo sversamento di petrolio in mare. Abbiamo scoperto che le particelle che formano la nostra bioplastica PHAs sono l’ambiente ideale per ospitare speciali microrganismi che eliminano il petrolio dal mare“.

Alla base della nuova soluzione tecnologica di bioremediation, delle micro polveri della dimensione di alcuni micron e di una forma particolare, realizzate con la bioplastica PHAs, naturale e biodegradabile al 100%, messa a punto da di Bio-on.

Le particelle che compongono queste micro polveri, gettate nel mare inquinato, formano una struttura porosa capace di ospitare una serie di batteri, presenti naturalmente in ambiente marino, che si nutrono della bioplastica, potendosi così moltiplicare e consolidare, riuscendo ad attaccare le chiazze di idrocarburi. Si tratta di processi biodegradativi che hanno un tempo di attivazione di circa 5 giorni, con la frazione degradabile degli idrocarburi (ad esempio il petrolio) che viene eliminata in un arco di tempo di 20 giorni.

Come chiarisce Astorri “è la natura che cura se stessa perché la nostra bioplastica, di origine vegetale, serve a proteggere e a nutrire questi batteri accelerando la loro naturale azione”.

Le micro-polveri alla base di Minerv Biorecovery sono biodegradabili al 100%, non rilasciando alcun residuo in mare, diversamente da molte soluzioni oggi applicate in questi eventi. Il processo di biodegradazione della polvere di PHAs, essendo sufficientemente lento (da 1 a 2 mesi a seconda delle condizioni), consente l’azione bio-rimediante dei microrganismi che, dopo aver eliminato gli inquinanti, tornano a stabilizzarsi ai livelli dell’ambiente marino.

La fase di sperimentazione di Minerv Biorecovery è attiva da diversi mesi presso l’Istituto per l’Ambiente Marino Costiero del CNR di Messina che ha testato, misurato e validato la tecnologia. Grazie a queste fasi di sviluppo Bio-on è oggi in grado di configurarsi come una applicazione completamente nuova nell’ambito della oil-bioremediation, un’articolata attività che ha lo scopo di “rimediare” all’impatto negativo sull’ambiente di sversamenti di molecole e prodotti inquinanti, come gli idrocarburi, grazie all’azione metabolica degradante, e biodegradante, di microrganismi ed uno strumento importante per le aziende specializzate in bonifiche ambientali, Capitanerie di Porto, Marina Militare, società di navigazione, ecc..

Interessante al riguardo della tecnologia, la precisazione di Simone Cappello, responsabile del progetto Bioremediation presso l’IAMC, Istituto per l’Ambiente Marino Costiero a Messina, secondo il quale “Il principio della oil-bioremediation si basa sull’esistenza di microrganismi, batteri in primis, in grado di attaccare la struttura molecolare di molti dei componenti la formulazione complessa degli idrocarburi. Questi microrganismi sono presenti in ambiente marino ma in condizioni metaboliche, fisiologiche e in quantità non sufficiente a permettere una sostanziale riduzione degli idrocarburi sversati ed è grazie alla bioplastica PHAs che è possibile invece favorire e accelerare un processo altrimenti lunghissimo di trasformazione in CO2, prodotto finale della biodegradazione. L’uso della bioplastica PHAs è inoltre sicuro per l’ambiente e per la fauna marina perché non lascia alcuna traccia“.

Si apre già a partire dalle prossime settimane una fase di ulteriori test nelle aree portuali, nei siti industriali come raffinerie e cisterne di grandi petroliere in ogni parte del mondo, per un ambito applicativo non limitato ad eventi disastrosi accidentali, ma anche nella operazioni periodiche di manutenzione ordinaria di porti o siti industriali.

A livello di prospettive di mercato per la nuova tecnologia, precisa ancora Astorri, “Siamo orgogliosi di annunciare questa scoperta straordinaria e dare il nostro contributo per proteggere l’ambiente marino,  concederemo in licenza questa tecnologia che è un ulteriore esempio delle molteplici applicazioni realizzabili con le micro polveri in bioplastica PHAs che produrremo nello stabilimento di Castel San Pietro Terme (Bologna) a partire dal 2018. Continueremo ad ampliare ancora di più la nostra presenza diretta nei settori della bioremediation, cosmetica, biomedicina e nano-medicina. Lavorare con l’IAMC, eccellenza mondiale nel settore delle ricerche marine, ci riempie di orgoglio“.

Un altro grande strumento ecotecnologico importante per poter affrontare uno dei più grandi flagelli ambientali per il nostro paese, come l’ambito delle bonifiche.

A seguire un breve video nel quale Marco Astorri, Presidente e CEO di Bio-on ci fa ripercorrere l’evoluzione della nuova tecnologia di biorisanamento altamente efficiente.

Sauro Secci

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Mobilità elettrica: la grande svolta di Volvo

La grande rivoluzione verso la mobilità elettrica si sta concretizzando sempre più, anche nelle case automobilistiche del vecchio continente, con la grande svolta di Volvo che, a partire dal 2019 produrrà solo modelli Ibridi plug o full electric.
Una grande svolta verso la piena decarbonizzazione dei trasporti comincia ad interessare anche il vecchio continente con la grande svolta di Volvo Cars che dal 2019 porrà la parola fine ai nuovi modelli automobilistici a benzina o diesel, producendo solo auto elettriche o ibride. Si tratta di un annuncio arrivato pochi giorni fa da parte del produttore svedese, sintetizzato dalle parole del CEO di Volvo Hakan Samuelsson: “Noi siamo convinti che il futuro della Volvo sia elettrico” spiega , ceo dell’azienda “e questo è il motivo per il quale abbiamo preso un impegno ambizioso: portare sulle strade un milione di auto ibride o full electric entro il 2025”.
Un obiettivo, quello della casa automobilistica svedese, per il raggiungimento del quale il produttore lancerà sul mercato cinque nuovi modelli di auto elettriche al 100%, garantendo al resto della sua gamma tradizionale un forma di upgrade per passare alla versione ibrida. Un piano che, come rimarca lo stesso Ceo di Volvo Samuelsson, “vuol dire anche che non faremo altro che quello, non impegneremo più risorse nelle nuove generazioni di motori a combustione”.

I cinque nuovi modelli full electric, avranno un’autonomia dell’ordine di 500 km con prezzi ancora tutti da definire. Al momento la casa automobilistica, oggi di proprietà del gigante cinese Geely, non dispone ancora la propria ammiraglia completamente elettrica ma dispone già sul mercato di alcuni modelli ibridi come la Volvo V60 Twin Engine. La prima vera auto full electric in assoluto sarà assemblata nella Repubblica Popolare e arriverà sul mercato fra circa due anni. Ma la produzione coinvolgerà più avanti anche gli stabilimenti europei e statunitensi. Delle cinque e-car, tre saranno marchiate Volvo e due verranno vendute con il brand della Polestar.
Determinanti per la casa automobilistica svedese sono stati probabilmente i dati sulle vendite dei modelli ibridi, che nel 2016 hanno superato le stime più rosee, con il mercato cinese che sta rispondendo alla grande alla migrazione elettrica dei veicoli. Sul mercato certo Volvo troverà agguerriti competitor, come Tesla che inizierà a breve la produzione del suo terzo modello plug, le tedesche Mercedes-Benz e Audi e la britannica Jaguar Land Rover, le quali hanno presentato prototipi in grado di proporre autonomie superiori ai 400 chilometri con una carica.

A seguire un video che ci introduce alla radicale svolta elettrica di Volvo

Sauro Secci

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Biometano: in funzione il primo impianto dalla raccolta differenziata alla rete del gas

 

Dopo il completamento del quadro normativo legato all’intera filiera del biometano si vanno finalmente materializzando anche in Italia le prime realtà pienamente integrate e fruibili.

E’ stato infatti inaugurato lo scorso 30 giugno 2017 alla Montello Spa, azienda socio CIC (Consorzio Italiano Compostatori),  il primo impianto italiano in grado di produrre biometano esclusivamente dal trattamento della FORSU, immettendolo nella rete di distribuzione del gas naturale Snam.

Si tratta di un impianto capace di una produzione annua prevista di circa 32 milioni di standard metri cubi di biometano, che utilizza i rifiuti organici della raccolta differenziata urbana prodotti da circa 6 milioni di abitanti, pari al 60% dell’intera popolazione della Lombardia.

Si tratta anche del primo impianto italiano “carbon negative“, dal momento che il biogas generato, composto da circa il 60% di metano e da circa il 40% di CO2, verranno recuperate fino a 38.000 tonnellate annue di anidride carbonica (CO2 liquida), destinata ad uso tecnico e alimentare.

Una realtà aziendale la Montello, con sede nell’omonimo comune della provincia di Bergamo, che opera oramai da molti anni sui fronti del recupero e del riciclo dei rifiuti organici da raccolta differenziata e del riciclo di imballaggi in plastica post consumo (200.000 ton/anno) provenienti dal circuito Corepla.

Una inaugurazione di grande significato che è auspicabile possa costituire una nuova era nella gestione integrata dei rifiuti, primo importante passo per una filiera dalle enormi potenzialità, finora bloccate dalla incertezza del quadro normativo, che avranno la possibilità di esprimersi pienamente anche grazie anche alle novità in arrivo sul fronte degli incentivi e delle connessioni alla rete del gas.

Sauro Secci

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Idrogeno da biogas: ecco “Bionico” del Polimi

Le linee di ricerca dell’idrogeno non conosco confini, e non potevano certo non coinvolgere una delle agrienergie più importanti anche per l’Italia come il biogas, ambito nel quale da anni si sta distinguendo l’instancabile lavoro del CIB (Consorzio Italiano Biogas) con il suo “Biogasfattobene”.
Ha fornire un grande elemento di ricerca avanzata per aprire il mondo dell’idrogeno al biogas un importante progetto europeo avviato nel 2015 per realizzare, come suggerisce lo stesso nome, un impianto di produzione idrogeno da biogas, denominato “Bionico” (link sito), acronimo complesso di BIOgas membrane reformer for deceNtralIzed hydrogen produCtiOn, basato su di un unico passaggio, elemento che lo distingue anche in termini di efficienza rispetto ai sistemi tradizionali.
Si tratta di un progetto portato avanti da un consorzio costituito da otto partner provenienti da sette Paesi europei (Italia, Spagna, Paesi Bassi, Regno Unito, Svizzera, Germania e Portogallo), con il nostro paese rappresentato dal Politecnico di Milano (Polimi), al quale è stato attribuito il compito di progettare e simulare l’intero processo per l’ottimizzazione di sistema.

Proprio in questi giorni Polimi ha dato maggiori dettagli sulla nuova linea di ricerca, in una  nota stampa, fornendo maggiori dettagli tecnologici su BIONICO. Il progetto, la cui deadline è fissata per febbraio 2019, si trova oggi nella fase di design dell’impianto, un reattore catalitico a membrana. Si tratta in sostanza di un sistema integrato nel quale la separazione delle molecole e la trasformazione chimica avvengono in un unico stadio, permettendo, rispetto ai reattori tradizionali, di riciclare il catalizzatore preposto alla rimozione selettiva dei prodotti dalla miscela.

Come spiega il team del Polimi, il biometano prodotto attraverso biodigestori di matrice agricola o da rifiuti urbani viene alimentato insieme a vapore all’interno di un reattore a membrana dove avvengono le reazioni di reforming, capace di produrre monossido di carbonio e idrogeno dal metano, e di water gas shift o reazione di spostamento del gas d’acqua, che permette di ottenere idrogeno e CO2 da monossido di carbonio e acqua, rendendo così possibile ottenere idrogeno dal biogas. La reazione è rafforzata dalla presenza di un catalizzatore che circola nel reattore grazie al flusso stesso di biogas all’interno del reattore, dove sono presenti anche delle membrane tubolari a base di palladio su supporto ceramico che permettono di separare selettivamente una corrente purissima di idrogeno. L’elevata efficienza ottenuta con il reattore BIONICO è garantita proprio dalla contemporanea produzione e separazione dell’idrogeno in un unico reattore. L’utilizzazione di un unico reattore operante a temperature limitate, (550 vs 800°C) rende inoltre possibile una notevole semplificazione di sistema, con potenziali vantaggi in termini di riduzione dei costi rispetto ai sistemi tradizionali.

Obiettivo di BIONICO è quello di realizzare il più grande reattore a membrane per la produzione di idrogeno da biogas del mondo, dove verranno utilizzate oltre 100 membrane, raggiungendo una efficienza di produzione dell’idrogeno di circa il 70 per cento, superando di 10 punti percentuali l’efficienza dei sistemi convenzionali della stessa taglia. A regime l’impianto dovrebbe produrre 100 kg di idrogeno puro al giorno in modalità totalmente green, efficiente e più economica.

A seguire un video che ci introduce al progetto europeo “Bionico”

Sauro Secci

 

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Catastrofi naturali: Desertificazione e siccità si fanno avanti

Un giugno come non avevamo mai visto questo del 2017, che ha riproposto il tema della siccità nel nostro paese già prima dell’inizio dell’estate. Ha richiamarci sulla grande importanza di implementare azioni per affrontare le sempre più grandi esposizioni globali ai rischi di catastrofi naturali uno studio del Joint research Centre della Commissione Europea, “Atlas of the Human Planet 2017: Global Exposure to Natural Hazards“, secondo il quale tale esposizione è praticamente raddoppiata tra il 1975 e il 2015, soprattutto a causa della progressiva urbanizzazione, dell’incremento della popolazione e dello sviluppo socio-economico.

A stravolgere gli assetti economici e sociali di intere regioni del mondo, secondo il nuovo studio, proprio le nuove catastrofi naturali “a bassa intensità” e di lunga durata come desertificazione e siccità, causando grandissime perdite in termini di vite umane. Una lunga sequenza di dissesti quelli provocati, come insicurezza alimentare, mancanza di acqua, degrado e impoverimento del suolo, perdita di biodiversità, povertà estrema, conflitti e emigrazione, con il sempre crescente fenomeno dei profughi ambientali (vedi post Cambiamenti climatici e profughi ambientali: 50 milioni entro 10 anni secondo due nuovi studi“) e conflitti generati dal controllo delle risorse disponibili e fame, tutti fattori che generano, nel loro insieme, autentiche emergenze umanitarie.
Un tema quello della siccità che interessa anche l’Italia in questo infuocato esordio di estate, che vede autentiche emergenze di carestie in corso in Sud Sudan, nel Corno d’Africa e nel Bacino del Lago Ciad, dove sono circa 30 milioni di persone a trovarsi sull’orlo della fame.

Questo colossale incremento del rischio di esposizione a catastrofi naturali, vede oggi nel mondo ben una persona su tre esposta a terremoti, con un numero che si è quasi raddoppiato negli ultimi 40 anni. Sono poi circa 1 miliardo le persone esposte al rischio inondazioni in 155 paesi, con ben 414 milioni di questi che vivono in prossimità di uno dei 220 vulcani più pericolosi.

Ai 6 principali rischi naturali valutati dallo studio, terremoti, vulcani, tsunami, venti ciclonici tropicali, tempeste cicloniche tropicali e alluvioni, si uniscono negli ultimi anni fenomeni climatici estremi come la siccità, autentiche nuove minacce per la trasformazione di aree idonee all’agricoltura in aride e desertiche distese prive di coltivazioni. 

Ed è proprio la progressiva desertificazione con la conseguente compromissione e perdita delle fonti di sostentamento per le popolazioni rurali, a determinare migrazioni forzate di persone alla ricerca di nuovi equilibri di sussistenza, generano nel contempo conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche e naturali, situazione purtroppo ricorrente in vaste zone dell’Africa e del Medio Oriente.
Ma anche la vecchia Europa sta correndo rischi, con il 2016 che, per il terzo anno consecutivo, è stato l’anno più caldo dal 1880, cioè da quando è in atto la rilevazione della temperatura e sono disponibili dati storici di questo parametro.

Inquietanti n questo senso alcuni dati come quello della Francia, dove tra luglio e agosto del 2015, sono state registrate 3295 morti causate da ondate di calore legate al passaggio del Nino. In Italia proprio in questi giorni è grande allarme siccità, con il livello idrometrico dei principali corsi d’acqua, a partire del più grande fiume italiano come il Po paurosamente al di sotto del suo livello stagionale, con l’agricoltura  situazione di cui risentono le coltivazioni in quasi tutta la penisola.

Rimane comunque l’Africa il continente maggiormente flagellato dall’impatto della siccità dove come riferisce Alessandra Fantuzi, coordinatrice di Agire (link sito), il network di 9 ONG unite per fronteggiare le più gravi emergenze umanitarie in corso, la quale evidezia come “la carestia legata all’estrema siccità in Somalia nel 2011 ha causato 260.000 morti, molti dei quali bambini. Oggi la tragedia si sta ripetendo e rischia di essere anche peggiore, poiché coinvolge un’area molto vasta. Purtroppo, però, i ripetuti allarmi delle organizzazioni umanitarie non ricevono l’attenzione dovuta.”
Parole dello stesso tenore anche quelle pronunciate qualche giorno fa da John Aylieff, rappresentante del Programma Alimentare Mondiale (WFP) (link sito), che ha riferito che alla fine di maggio in Etiopia, gli aiuti alimentari per 7 milioni e 800 mila persone nelle regioni colpite dalla siccità sono esauriti per mancanza di fondi, sollecitando governi e società civile ad intervenire prontamente.

Sauro Secci

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Nuovo Rapporto AEA: Rinnovabili europee avanti nonostante tutto

Nonostante ostacoli e battute d’arresto anche dolorose, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro, come è accaduto in Italia dopo l’era degli incentivi, le energie rinnovabili, a distanza di oltre 10 anni dalla loro grande avanzata, stanno facendo registrare significativi effetti nella riduzione dei gas serra nell’intera Unione Europea.
A confermarlo il nuovo report dell’Agenzia Ambientale Europea (AEA), dal titolo “Renewable energy in Europe 2017: recent growth and knock-on effects”, dove gli autori hanno quantificato i risparmi di CO2 conseguiti a fronte della transizione energetica in corso.
Si tratta di progressi concreti seppure nella loro lentezza. Un percorso virtuoso iniziato nel 2005, con il progressivo aumento della quota di energia verde nei consumi, la quale ha consentito all’Unione Europea di ridurre l’uso dei combustibili fossili e le emissioni di gas serra conseguenti di circa un decimo nel 2015, corrispondenti a quasi 436 Mt di CO2 evitate all’atmosfera grazie al mancato consumo di fonti fossili pari a 130 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) nel 2015 a livello comunitario. Tra i combustibili fossili è il carbone a risultare quello più facilmente sostituito nel processo di decarbonizzazione energetica, rappresentando circa la metà di tutti i carburanti inquinanti evitati. A seguire poi il gas naturale, pari a circa il 28% di tutti i combustibili fossili evitati, mentre meno consistente risulta la riduzione dei prodotti petroliferi e derivati, a causa della minore quota FER nel settore dei trasporti, dove ambiti come mobilità elettrica, biometano, biometano liquido, si stanno affacciando solo ora significativamente sui mercati.
Analizzando i dati del nuovo rapporto AEA, a livello di singoli stati UE, a registrare i cali maggiori in termini assoluti di quantità di combustibili fossili utilizzati, sono stati paesi come Germania, Italia e Regno Unito, sia nel 2014 che nel 2015. In termini relativi risultano invece paesi come Svezia, Danimarca e Finlandia, a conseguire i migliori risultati rispetto ai propri standard di consumi di fonti fossili ed emissioni.


Entrando poi nelle performance dei singoli ambiti delle rinnovabili, è il settore delle rinnovabili elettriche a risultare trainante, con 330 Mt CO2, corrispondenti al 76% di tutte le emissioni lorde evitate, con risultati nettamente superiori a quello delle rinnovabili termiche, con 66 Mt CO2, corrispondenti al 15% di tutte le emissioni evitate ed a quello dei biocarburanti impiegati nei trasporti, con 40 Mt CO2, corrispondenti al 9% del totale delle emissioni di CO2 evitate.
Un rapporto nel quale AEA conferma sostanzialmente quanto annunciato da Eurostat appena qualche settimana fa, con un aumento dal 15 al 16% della quota delle green energy nel mix energetico comunitario dal 2013 al 2014. Una tendenza al rialzo quest’ultima, consolidata anche nel 2015, con le energie rinnovabili che per l’ottavo anno consecutivo hanno rappresentato ben il 77% di nuova capacità di generazione di energia elettrica. Molto variegata e diversificata anche la situazione a livello dei singoli Stati membri, con le quote di utilizzazione delle energie rinnovabili molto diverse, passando dall’oltre 30% in Paesi come la Finlandia e la Svezia, al meno del 5% in paesi come Lussemburgo e Malta.

Sauro Secci

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