Smart city, internet delle cose e open data: il cittadino attivo nel progetto DECODE

Il tema delle nuove smart city rappresenta indubbiamente un grande punto di convergenza di una società basata sull’internet delle cose, che non può assolutamente prescindere dalla partecipazione di ciascun cittadino, proponendo per questo grandi opportunità.

La condivisione dei dati digitali personali e le loro modalità di condivisione rappresenta indubbiamente un aspetto da trattare con la massima attenzione, visti anche i recenti eventi che hanno visto coinvolti gigante dei social media come Facebook, visti gli aspetti di riservatezza e sicurezza che rappresentano alcune delle principali sfide dell’economia digitale.

Un progetto di grande rilevanza per portare i potenziali benefici della società digitale al servizio delle nuove smart city, messo in campo a livello UE è sicuramente DECODE, acronimo di DEcentralised Citizen-owned Data Ecosystems, “ecosistemi di dati decentralizzati di proprietà della cittadinanza stessa”, finalizzato a sviluppare strumenti pratici per proteggere i dati e la sovranità digitale delle persone. Il progetto è attivo al momento con 4 progetti pilota nelle città di Barcellona e Amsterdam proponendo  strumenti, tecnologie e architetture di dati che costituiscono una tappa importante nella costruzione di “data commons”, con le le risorse informative che vengono considerate un bene pubblico come aria e acqua o come la creatività.

Proprio in un recente rapporto di progetto, si spiega come DECODE si concentra su un’economia digitale incentrata sui dati, dove «i dati dei cittadini, generati dall’Internet delle cose e da reti di sensori, sono disponibili per l’uso collettivo più ampio, con appropriate protezioni della riservatezza», aggiungendo anche che «di conseguenza, aziende, cooperative, comunità locali e cittadini saranno in grado di usare quei dati per creare servizi guidati dai dati che rispondono meglio alle esigenze individuali e della comunità. Questo significa ripensare le spinose domande riguardanti titolarità, controllo e gestione dei dati personali da un’angolazione economica, legale, normativa e tecnica».
Molte in questi anni sono state le esperienze e gli strumenti messi a punto, per esempio, nell’ambito del monitoraggio ambientale diffuso (vedi post “Monitoraggio ambientale diffuso con il cittadino protagonista: ecco iSPEX“).

Nel sito web del progetto DECODE sono esaminati tre diversi casi di utilizzo come economia /ospitalità collaborativa, rilevamento partecipativo dei cittadini e democrazia aperta, con una specifica focalizzazione sui progetti e sulla comunità di utenti delle due città laboratorio dello stesso come Amsterdam e Barcellona. Sono stati scelti due progetti pilota in ciascuna città per dare il potere ai «cittadini europei di possedere la loro identità online e di condividere i dati in una maniera che sia indipendente, sicura e affidabile».

Significative le attività di DECODE a Barcellona, molte delle quali finalizzate dove alcuni obiettivi che non passano necessariamente per infrastrutture costosissime e progetti futuristici ma realizzabili dal basso, come per esempio rendere più equo il mercato degli affitti “brevi” nelle grandi metropoli, prendere decisioni in maniera collaborativa sul proprio quartiere, monitorare l’inquinamento acustico ed atmosferico nel proprio quartiere o nella propria area cercando soluzioni condivise, facilitare l’accesso dei cittadini agli open data sulla propria città. Tutto questo facendo leva sulla partecipazione attiva dei cittadini e su un nuovo patto di fiducia con le istituzioni, completamente  basato sulla trasparenza.

Nella metropoli catalana, nell’ambito di DECODE, il consiglio comunale di Barcellona, ha dato il via, insieme alla piattaforma di democrazia digitale Decidim.Barcelona, il progetto BCNow (BarcelonaNow),   uno strumento online che consente la visualizzazione, in forma di mappe interattive, degli open data relativi alla città catalana. La fruibilità delle informazioni è effettuata con filtri per parole chiave, periodi di ricerca e area di interesse, che rendono facilmente individuabili, per esempio, il numero e la distribuzione delle biciclette pubbliche, o gli eventi cittadini, o il rumore registrato dai sensori. BCNow effettua anche l’integrazione con gli open data da fonti pubbliche con i dati messi a disposizione da Start Citizen (sensori) e InsideAirbnb relativi ai flussi turistici che arrivano dalla piattaforma Airbnb.

Molto interessante la sezione dedicata a Barcellona al rumore della movida, già affrontato in parte dalla piattaforma BCNow, nel secondo progetto pilota della città catalana Making Sense, incentrato sull’inquinamento acustico. Si tratta di un progetto che ha avuto una prima fase di sperimentazione nel 2016, con un piano capillare di distribuzione di sensori acustici nei quartieri. Una volta installati i dispositivi di rilevazione, grazie a corsi di formazione rivolti ai residenti, si rendono attive e pienamente partecipi le persone che vivono nei quartieri più rumorosi della città. Attraverso la consapevolezza del funzionamento dei sensori e dei criteri di raccolta ed elaborazione dei dati acquisiti, i cittadini assumono quindi il controllo dei dati condivisi. Tra le risorse messe a disposizione da Making Sense, un toolkit in pdf  da scaricare illustra la metodologia, la pianificazione e le tappe dell’attuazione del progetto.

Sempre nell’ambito di DECODE, significative anche le progettualità in corso nei quartieri di Amsterdam, con il progetto cooperativo per la partecipazione alla vita del quartiere, denominato Gebiedonline, approvato dal consiglio comunale che lo ha esteso all’intera area urbana di Amsterdam. Si tratta di una iniziativa basata sulla partecipazione dal basso alla vita cittadina, abilitando ciascun quartiere alla creazione della propria area privata online in cui condividere iniziative e decisioni. Ogni singola entità creata ha uno o più coordinatori che danno il via alla community, gestendone le azioni ed essendo responsabili del quartiere ma con il singolo individuo che decide i dati da condividere e come intervenire all’interno della piattaforma.

Consulta la presentazione BarcelonaNow dashboard showcase di David Laniado

A seguire un breve video che illustra i principi e gli obiettivi del progetto europeo DECODE

Sito progetto europeo Decode

Sauro Secci

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Accesso all’elettricità nel mondo: finalmente sotto il miliardo gli esclusi

Migliora l’equità energetica nel mondo anche se la strada è ancora lunga, vista la distanza dall’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 7.1) che mira a garantire servizi energetici accessibili, affidabili e moderni a livello universale entro il 2030, scendendo sotto al miliardo di abitanti del pianeta ancora esclusi.

Sono state oltre 120 milioni gli abitanti del pianeta che nel corso del 2017 hanno ottenuto l’accesso all’elettricità, violando per la prima volta la soglia critica del miliardo. Queste le indicazioni del nuovo World Energy Outlook 2018, pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’Energia (IEA). Un nuovo rapporto quello di IEA che rende conto anche di alcune delle più grandi storie di successo degli ultimi anni, come quella dell’India che, secondo le dichiarazioni governative, avrebbe raggiunto in anticipo l’obiettivo di completare il programma di elettrificazione di tutti i propri villaggi o quella dell’Indonesia, dove l’accesso all’elettricità ha raggiunto quasi il 95% della popolazione, rispetto al 50% del 2000 e del Bangladesh, dove il tasso di elettrificazione è passato dal 20% del 2000 all’80% di oggi. E’ però l’Africa il continente a far registrare gli avanzamenti più eclatanti con paesi come il Kenya, dove in 18 anni il tasso di accesso all’energia è passato dall’8% al 73% o l’Etiopia che nello stesso arco temporale è passata dal 5% al 45%.

Un altra significativa e confortante indicazione fornita dalla ricerca IEA riguarda i dati elaborati dal Centro dati sull’energia della stessa IEA in collaborazione con l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), che evidenziano come l’accesso all’energia abbia innescato una graduale diminuzione del numero di persone senza accesso alle cosiddette clean cooking facilities, ossia impianti di cottura domestica che non utilizzino biomassa solida, carbone o cherosene. Si tratta di un autentico flagello quello dell’inquinamento indoor connesso ai sistemi di cottura basati su biomasse solide nei paesi poveri (vedi post “Cucinare con la legna nel mondo: 4 milioni di morti all’anno) che provoca ogni anno nel mondo oltre 4 milioni di morti. Si tratta di un calo determinato da un maggiore ricorso al gas di petrolio liquefatto (GPL) e ad una biomassa migliorata per le stufe. Nonostante queste confortanti indicazioni, ancora lontano per l’intero pianeta il raggiungimento dell‘obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) 7.1, costituito dal garantire universalmente servizi energetici accessibili, affidabili e moderni entro il 2030. Attualmente infatti la popolazione esclusa dall’accesso all’elettricità è di 600 milioni di abitanti nell’Africa sub-sahariana, corrispondenti al 57% della popolazione e a 350 milioni di abitanti in Asia, corrispondenti al (9% della popolazione.

IEA tende a precisare che “Chiaramente, mentre celebriamo i risultati dello scorso anno, rimane l’urgente necessità di nuove azioni. “Negli ultimi due decenni abbiamo supportato questi sforzi fornendo dati, paese per paese, sull’accesso all’energia, oltre a servire come una delle agenzie di assistenza per gli SDG 7.2 sulle energie rinnovabili e 7.3 sull’efficienza energetica”. L’ente presiederà la prossima edizione del rapporto Tracking SDG7 in scadenza a maggio 2019, frutto di un lavoro congiunto con IRENA, la Divisione Statistica delle Nazioni Unite, l’OMS e la Banca Mondiale.

Sauro Secci

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Ozono inquinante “secondario”:  ma non per numero di vittime

Quello dell’inquinamento atmosferico è un ambito sempre più composito di agenti, molti dei quali, come NO2 (biossido di azoto), SO2 (biossido di zolfo), CO2, PM10, PM2,5, emessi direttamente da sorgenti antropogeniche, come inquinamento industriale, residenziale, traffico etc, ed altri, come l’ozono troposferico (O3), non emessi direttamente da attività umane, ma che si formano in atmosfera a seguito di complesse reazioni chimiche, per l’ozono stesso attraverso l’interazione tra i composti organici volatili (VOC) e gli ossidi di azoto (NOX) in presenza di irraggiamento solare e temperatura elevata e per questo dalla forte connotazione stagionale.

  {tweetme} #ozono #qualitaaria “Ozono inquinante “secondario”:  ma non per numero di vittime” {/tweetme}

Un composto davvero ambiguo l’ozono, tanto indispensabile nella stratosfera (la fascia che circonda la terra da un’altezza di circa 10 Km a 50 Km) al fine di proteggere gli esseri viventi dalle radiazioni ultraviolette (UV) del sole, quanto dannosissimo per la salute umana nella troposfera, dove la sua alta reattività danneggia i tessuti polmonari, ne riduce la funzionalità e ne aumenta la sensibilità ad altre sostanze irritanti. Un inquinante, l’ozono troposferico, che non colpisce solamente i soggetti con l’apparato respiratorio danneggiato, come gli asmatici, ma anche, senza distinzione, gli adulti sani e i bambini.

A fornire un quadro degli impatti sanitari derivanti dall’esposizione all’ozono a lungo termine, un nuovo studio “Measurement-based assessment of health burdens from long-term ozone exposure in the United States, Europe and China” pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters, ed accessibile al link in calce all’articolo, dove sono stati stimati gli impatti sanitari derivanti da una prolungata esposizione all’ozono. Questo inquinante “secondario” è l’inquinante atmosferico che ha i maggiori impatti sulla salute umana, secondo solo ai particolati (PM10, PM2,5, etc.), sia in termini di tossicità che per i livelli di concentrazione raggiunti. Secondo gli autori dello studio, all’ozono sarebbero da imputare ben 34.000 morti negli USA, 32.000 in Europa e 200.000 in Cina, per un totale di 266.000 morti premature dovute a problemi respiratori nel 2015.

Il team di studio ha avuto la possibilità di calcolare la mortalità respiratoria prematura nelle tre aree prese in considerazione dalla campagna, Stati Uniti, Cina ed Europa, attraverso una gran mole di dati disponibili, acquisiti e raccolti in numerose stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria distribuite nelle stesse aree. I dati ambientali sono stati combinati per le successive elaborazioni, con le risultanze di due studi sulla prevenzione del cancro condotti dall’American Cancer Society. Mentre in passato la ricerca si era concentrata sugli effetti a breve termine dell’ozono, in questo specifico studio sono state invece valutate le conseguenze a lungo termine di questa esposizione, evidenziando una correlazione epidemiologica e tossicologica con l’esposizione all’ozono, con effetti infausti sulla salute umana. In questo contesto lo studio fornisce anche un punto di osservazione sui conseguenti oneri sanitari per le tre grandi aree di studio considerate.

 

Per le singole aree i dati sono stati così acquisiti:

 

Sauro Secci

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Riciclaggio della plastica: anche le reti da pesca scoprono l’alta moda

Il tema del grande impatto della plastica sulla nostra vita e sugli ecosistemi è un tema sempre più pressante anche per le grandi dimensioni che il fenomeno sta assumendo, con un riferimento particolare agli ecosistemi marini. Un tema sul quale sono nati in questi mesi interessanti progetti che hanno visto il coinvolgimento dei pescatori, al momento non ancora abilitati dalla legislazione vigente al recupero delle plastiche, ma con uno specifico impegno in tal senso da parte del Ministro Costa, dal momento che circa la metà del “pescato” che rimane nelle reti è oggi costituito da plastiche.

Questa volta diamo conto però di una iniziativa svoltasi dal 6 all’8 ottobre in una costellazione di perle del mare come le isole Eolie, dove un team di subacquei volontari della no profit Healty Seas, hanno recuperato una rete da pesca di oltre due tonnellate, persa oltre dieci anni fa nel corso di una tempesta, insieme ad altre reti da pesca per un peso complessivo di oltre 4 tonnellate. Le reti recuperate saranno rigenerate, ripulendole e combinandole con altri materiali di scarto in nylon, per essere trasformate, con un processo di rigenerazione, da Acquafil in nylon Econyl, filo rigenerabile infinitamente, per poi essere riutilizzato nelle collezioni di grandi brand di alta moda.

Si è trattato di una iniziativa inserita nella missione di recupero di reti da pesca “fantasma”, organizzata in cooperazione con Aeolian Islands Preservation FundBlue Marine Foundation e Ghost Fishing Foundation, che ha visto riuniti nell’occasione organizzazioni dei subacquei locali come Lipari Diving e Gorgonia Diving Centerpescatori delle Eolie e Guardia Costiera.

Mettendo a disposizione per l’occasione le loro imbarcazioni, i pescatori locali auspicano di sensibilizzare l’intera comunità dei pescatori sulla problematica delle reti da pesca abbandonate nei mari. Un bellissimo momento della tre giorni eoliana ha visto l’incontro tra gli studenti della scuola primaria IC Lipari 1 e della scuola media IC Santa Lucia e i subacquei  coinvolti presso il porto di Lipari, per approfondire la problematica dei rifiuti marini e i principi alla base dell’economia circolare.

Allargando lo sguardo della problematica a livello planetario, secondo i rapporti Unep e Fao, vengono abbandonate ogni anno nei mari del pianeta 640.000 tonnellate di reti da pesca, che rappresentano circa il 10% dei rifiuti plastici negli oceani, minacciando seriamente la vita di molte specie marine protette come delfini, tartarughe marine e capodogli, che spesso sono state trovate intrappolate nel Mar Tirreno, vicino alle Isole Eolie.

L’azione di Healthy Seas, operativa da cinque anni nel Regno Unito, in Italia, in Grecia, nei Paesi Bassi e in Belgio e condotta in stretta collaborazione con volontari subacquei e pescatori, ha recuperato in questo periodo oltre 375 tonnellate di reti da pesca dai mari. Giulio Bonazzi, presidente e Ceo di Aquafil, detentrice del brand “Econyl” (il nylon ecologico), ha evidenziato come “l’iniziativa Healthy Seas promuove il rispetto dell’ecosistema marino e oceanico, organizzando campagne di recupero di rifiuti solidi adagiati sui fondali e principalmente di reti da pesca abbandonate. Per noi proprio questi rifiuti sono ricchezza e materia prima che trasformiamo in Econyl, dando vita a un filo sostenibile apprezzato da grandi marchi di moda, e produttori di tappeti e di moquette”. “Eppure – aggiunge – dobbiamo guardare oltre il semplice schema del recupero e riciclo dei prodotti a fine vita, pensando a design sostenibili che permettano la circolarità compiuta delle diverse fasi di vita dei prodotti e a un sistema industriale più sostenibile“.

Una missione, quella della rimozione e del recupero delle reti da pesca “fantasma”, tesa alla sensibilizzazione ed alla creazione di nuove consapevolezze nella comunità locale verso la protezione dell’ambiente marino.

Sulla inziativa anche il commento di Veronika Mikos, coordinatrice del progetto di Healthy Seas, la quale spiega che: “Il nostro team con passione, duro lavoro e il supporto dei nostri partner ha portato a termine diverse missioni di recupero nei mari europei. Con l’obiettivo di impedire alle reti da pesca di danneggiare questi delicati sistemi ecologici. Collaborando con le comunità costiere e le organizzazioni del settore della pesca, speriamo di prevenire l’abbandono nei mari delle reti e di aumentare la conoscenza che questo è un grave problema globale”.

A seguire un breve video che da conto della attività di recupero portate avanti da Healthy Seas

Sauro Secci

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“Wood Wide Web”: lo straordinario mondo dei funghi caposaldo per fertilità dei suoli e cibo di alta qualità

Una scoperta davvero sorprendente quella di un team tutto al femminile dell’Università e del CNR di Pisa, quello del “Wood Wide Web”, la rete fungina scoperta dal gruppo di ricerca, così soprannominata da “Nature” in un articolo sulla propria rivista “Scientific Reports”, che vive nel sottosuolo in simbiosi con le radici delle piante, proliferando anche per grandi estensioni, trasferendo acqua e nutrienti alle piante stesse e che, secondo il nuovo studio, presenta una vita propria e indipendente rispetto alle piante che nutre.

Un team tutto rosa quello pisano, composto da tre microbiologhe, con la coordinatrice, la professoressa Manuela Giovannetti ed Alessandra Pepe, entrambe dell’Università di Pisa, e Cristiana Sbrana del CNR, che ha esplorato il sistema nutrizionale delle famiglie fungine come quello dei simbionti, andando anche oltre.

Come sottolinea la Professoressa Giovannetti, coordinatrice del team di ricerca, “queste nuove conoscenze, oltre a fornire dati preziosi sulla capacità di sopravvivenza a lungo termine della rete assorbente fungina, ci indicano la strada da seguire per il mantenimento della fertilità biologica del suolo, una strada che deve tener conto dei rapporti di cooperazione tra piante e microrganismi benefici, nell’ottica della loro utilizzazione nella produzione sostenibile di cibo di alta qualità”. 

Si tratta di uno studio scientifico dallo sviluppo biennale, sviluppato nei laboratori di Microbiologia del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Ateneo pisano, che ha visto la messa a punto di un sistema sperimentale in vivo per visualizzare e monitorare la crescita e la vitalità della rete fungina.

 

Immagine al microscopio del Wood Wide Web (Fonte: UniPI)

Al riguardo anche la notazione della dottoressa Cristina Sbrana del CNR“Le piante si nutrono principalmente utilizzando le capacità del fungo benefico simbionte di esplorare il terreno, assorbire i nutrienti e trasferirli alle radici attraverso una rete di cellule allungate tubulari interconnesse. Il nostro studio ha affrontato una domanda cruciale: la vita di tale rete è dipendente dalla vita della pianta ospite? Oppure, alla morte della pianta (come avviene dopo la raccolta per molte colture), la rete mantiene la sua vitalità e funzionalità?”.

Sullo studio anche il commento della terza componente il team di ricerca, la Dottoressa Alessandra Pepe, che ha svolto parte del suo dottorato proprio su questo argomento: Gli esperimenti effettuati durante le nostre ricerche hanno dimostrato che la vita della ‘Wood Wide Web’ è disaccoppiata dalla vita della pianta. Anche cinque mesi dopo la rimozione della parte aerea della pianta, la rete è capace di mantenere la sua vitalità e funzionalità, e di stabilire nuove simbiosi con altre piante”.

Una bella ricerca che riporta ancora una volta al centro dell’attenzione un mondo magico e fondamentale per gli equilibri degli ecosistemi come quello dei funghi.

Link Articolo Nature-Scientific Report “Lifespan and functionality of mycorrhizal fungal mycelium are uncoupled from host plant lifespan”

Sauro Secci

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Dalla stampa di etichette di vini a quella del fotovoltaico organico: la storia del primo impianto australiano

Quella che storicamente è considerata la famiglia tecnologicamente più giovane del fotovoltaico, come il fotovoltaico organico, seppure ancora alla ricerca di efficienze significative, si sta distinguendo progressivamente per la sua flessibilità, sia riguardo ai supporti sia per le tecnologie di produzione, che possono avvalersi delle sempre più avanzate tecniche di stampa.

Significativi i risultati conseguiti, dopo oltre un decennio di ricerche, dal team guidato dal professor Paul Dastoor dell’Università australiana di Newscastle (Galles del Sud), che è riuscito a coniugare, concretizzandolo, il sogno di un’energia fotovoltaica a basso costo, semplice da produrre e installare.

E’ sufficiente infatti meno di un giorno di lavoro di una squadra di cinque tecnici per l’installazione del fotovoltaico stampato dal team australiano su ben 200 m2 di tetto, come nell’impianto installato nella capitale australiana Camberra.

Si tratta di pannelli con uno spessore inferiore al millimetro, che presentano consistenza e flessibilità paragonabili a quelle di un pacchetto di patatine fritte e che sono capaci di aderire alle superfici semplicemente con del nastro biadesivo, con un costo di produzione inferiore ai 10 dollari per metro quadrato.

Ovviamente questa tecnologia solare non raggiunge le efficienze delle tecnologie basate sul silicio, nonostante che in soli 12 mesi di ricerca l’efficienza dei pannelli è stata raddoppiata. Inoltre presenta ancora un degrado più significativo rispetto alle consolidate tecnologie Si-Based.

Ma la domanda giusta da porsi secondo il ricercatore australiano Paul Dastoor è: “quanto costa l’energia elettrica prodotta?” Questi nuovi pannelli sono così economici da realizzare e installare che, ipotizzando una loro produzione su grande scala e tenendo conto del costo complessivo dell’energia producibile, si otterrà senza dubbio un prodotto competitivo.

Dastoor, dalle pagine di The Conversation spiega anche quali siano i reali vantaggi delle prime celle solari stampate usate in un’applicazione commerciale in Australia, precisando che “Il sistema è stato installato in un solo giorno da un team di cinque persone. Nessuna altra soluzione energetica è così leggera, veloce nella produzione o facile da installare su questa scala. Il nostro gruppo di ricerca ha prodotto i moduli solari utilizzando tecniche di stampa standard; infatti la macchina che impieghiamo produce normalmente etichette di vini”.

L’essenza di questa semplicità tecnologica risiede negli speciali inchiostri semiconduttori su cui il team lavora dal lontano 1996, con ogni cella solare composta da diversi singoli strati stampati uno sopra l’altro e che vengono prima collegati tra loro in serie e poi in parallelo per costituire un modulo, riducendo praticamente l’installazione fotovoltaica quasi ad un gioco, essendo sufficiente, come già detto, un semplice nastro adesivo o del velcro per rivestire tetti o coperture.

Secondo lo stesso Dastoor ad i nuovi moduli saranno sufficienti 2-3 anni per diventare competitivi in termini di costi con altre tecnologie, anche con efficienze solo del 2-3 per cento.

Nonostante il progetto sia ancora in fase di test, la nuova installazione di Newcastle costituisce un’importante tappa nel percorso verso la commercializzazione della tecnologia. Per questo il team di ricerca sarà impegnato nei prossimi sei mesi a testare le sue prestazioni e la sua durata prima di rimuovere e riciclare i materiali.

A seguire un breve video che ci accompagna in questa nuova promettente dimensione del fotovoltaico organico.

Sauro Secci

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Recupero plastica, economia circolare e turismo: l’originale idea di Amsterdam

La plastica, famiglia di materiali simbolo dell’ultimo secolo di sviluppo, rappresenta oggi una dei maggiori impatti per il suo rilascio indiscriminato nell’ambiente, che chiama i governi e le amministrazioni ad azioni prioritarie di intervento. Molto interessante in questo senso un progetto in corso ad Amsterdam, dove chi ha pianificato un viaggio, potrà annoverare fra le attività praticabili anche la pesca della plastica alle attrattive ed attività da in città, dal momento che una compagnia olandese sta offrendo ai turisti oltre che ai residenti, la possibilità di avventurarsi nei famosi canali della capitale olandese con un obiettivo davvero lodevole come quello di trasformare i rifiuti di plastica recuperati con la pesca in imbarcazioni e mobili di design.

Si tratta del progetto “Plastic Whale” nato con l’obiettivo di ripulire le acque dei canali di Amsterdam, Patrimonio dell’Unesco, dalle tonnellate di rifiuti plastici che li assediano a causa della inciviltà delle tante persone che vi transitano ogni giorno.

La proposta dell’organizzazione non si basa su una semplice escursione turistica, ma un peculiare viaggio in barca tra le acque di Amsterdam per contribuire a recuperare più plastica possibile. Mentre Plastic Whale è oramai popolare tra i turisti, i quali cercano di dare il loro contributo originale al miglioramento della città che visitano, con le crociere che svolgono una attività di team building per le aziende locali e come strumento educativo per i gruppi scolastici.

Una esperienza, quella in corso ad Amsterdam, dal grande contenuto anche testimoniale per liberare le acque del mondo dalla plastica, creando nuovo valore da questa tipologia di rifiuti, ritornando anche al luogo dove sono stati raccolti, con la realizzazione di barche da pesca oltre che di mobili per ufficio, dal design originale come tavoli, sedie, una lampada e perfino pannelli acustici.

Una iniziativa importante in una grande capitale europea, con anche il nostro Ministero dell’Ambiente con il Ministro Costa che già in questa estate ha lanciato una specifica campagna #Iosonoambiente. Lo stesso Ministro Costa ha anche annunciato per il prossimo mese di ottobre nel corso della trasmissione “Si Può Fare” di Radio 24, la presentazione di un disegno di legge che rivisiti completamente i temi legati al recupero della plastica recuperata, specialmente in mare, oggi comunque considerata un rifiuto gestibile da soggetti accreditati, dando corpo ad interessanti  progetti sperimentali già in essere, come quello organizzato a Livorno tra i pescatori locali, UniCoop Firenze e Legambiente, per il recupero della plastica come “pescato”, dal momento che quest’ultima costituisce oltre il 50% di quello che rimane nelle reti, con oltre 16 quintali di plastica recuperati in 4 mesi di sperimentazione.

A seguire un breve video che illustra l’originale iniziativa della capitale olandese.

Sauro Secci

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