Biogas da reflui: un microimpianto che emula la mucca

Per le energie rinnovabili emulare i principi alla base della vita sulla terra e gli stessi esseri viventi è divenuta una tendenza fondamentale da ricercare. Non sfugge a tutto questo un nuovo micro digestore biogas nato dal genio di due start up italiane che si presenta come il più piccolo biodigestore multifase mai realizzato al mondo. Si tratta di un microimpianto rispetto a suoi fratelli maggiori, che può produrre biogas dai reflui zootecnici con una grande efficienza. Nel nome del nuovo micro digestore anaerobico, “Jolly Cow”, realizzato da NRE Research e POOPY3ENERGY, due giovani aziende insediate rispettivamente in AREA Science Park e nel BIC FVG di Trieste e insita l’idea di base. Il segreto della nuova tecnologia, caratterizzata da alta efficienza e basso costo, risiede infatti nel processo biologico utilizzato per ottenere biogas dai reflui, in grado di emulare letteralmente l’apparato digerente dei bovini nel quale, come spiegano i tecnici e ricercatori di AREA Science Park “ i villi intestinali rendono disponibile una grandissima superficie di scambio, consentendo di digerire giornalmente una quantità eccezionale di alimenti”. 

Nello stesso modo, un letto fisso di batteri anaerobici, capaci di lavorare in assenza di ossigeno, è in grado riprodurre l’estensione superficiale di cui ha bisogno il processo digestivo. I rifiuti organici possono così essere elaborati ed assorbiti  producendo in cambio una biomassa completamente digestata e igienizzata, con il carbonio presente nel prodotto finale, contenente la maggior parte dell’energia del substrato, viene reso disponibile attraverso un processo di ossidazione anaerobica.

Secondo i progettisti, con il nuovo impianto possono essere raggiunte rese fino due volte superiore rispetto quella dei tradizionali, producendo 20 kW elettrici e 35 kW termici, utilizzando per il suo funzionamento, appena il 5% dell’energia prodotta. Un impianto. Jolly Cow, che per le sue caratteristiche, si presenta particolarmente adatto in particolare per piccoli allevamenti bovini con almeno 50 capi in lattazione, potendo avere così un potenziale di diffusione molto elevato. “Altra caratteristica interessante è che l’intero sistema, costruito in azienda, viene successivamente spedito ed assemblato con pochi interventi di posizionamento e connessione, facilitando le operazioni di installazione che richiedono pochi giorni”, come si legge nella nota stampa. Inoltre, attraverso un sistema di omogeneizzazione, il liquame digerito attraverso il processo di mineralizzazione, oltre ad eliminare gli odori, si riduce in volume, trasformandosi in compost. Il compost ottenuto risulta facilmente assimilabile per i terreni e per i vegetali, non risultando nocivo ai germogli e permettendo così un importante risparmio di prodotti per la concimazione, mantenendo le percentuali dell’azoto nei limiti previsti dalla direttiva UE sui nitrati.  Il processo di digestione anaerobica riduce il numero di agenti patogeni (es. colibatteri salmonella, ecc.) annullando le capacità germinative degli erbicidi. Il residuo è sostanzialmente sterile e può efficacemente sostituire il concime minerale salvaguardando quindi le falde acquifere.

Il primo Jolly Cow prodotto commercialmente è stato istallato nell’Azienda Agricola Michele Pecile di Mereto di Tomba (UD).

Sauro Secci

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Economia circolare: batterie al litio ad alte prestazioni dal riciclo del vetro

L’innovazione tecnologica per completare la rivoluzione energetica attivata negli ultimi anni dalla grande avanzata delle energie rinnovabili verso un modello energetico distribuito, finalmente democratico e partecipativo, si sta concentrando particolarmente su uno degli aspetti più importanti per questo completamento, come quello dei sistemi di accumulo di energia “energy storage”.

Quando poi le nuove linee di ricerca e sviluppo, attraverso l’ausilio delle nanotecnologie, arrivano a connettere il recupero di materia dai rifiuti come il vetro, per conferire nuovi traguardi in termini di efficienza a tecnologie di accumulo di punta come quello delle batterie al litio, siano pienamente proiettati in scenari di piena economia circolare.
Molto interessante al riguardo, la linea di ricerca portata avanti da un team di scienziati dell’Università della California di Riverside, i quali, nell’ambito di test a tappeto,portati avanti su qualsiasi materiale anche da matrice rifiuti, stanno conseguendo importanti risultati nel campo delle batterie al litio grazie al riciclaggio del vetro, impiegando vecchie bottiglie in vetro in un processo chimico low cost per la costruzione di anodi di nanosilicio per pile ad alte prestazioni.

Come si spiega nell’articolo di approfondimento pubblicato sulla rivista Nature (link articolo), nonostante la sempre maggiore diffusione del riciclaggio, della raccolta differenziata e della gestione integrata dei rifiuti, sono ancora miliardi le bottiglie di vetro che ogni anno finiscono in discarica. L’obiettivo che il team di ricerca statunitense si è posto è stato individuato nello sfruttamento del biossido di silicio contenuto nelle bottiglie per ottenere direttamente nanoparticelle di silicio ad alto indice di purezza. Come spiega uno dei ricercatori, Changling Li: “Abbiamo iniziato con un prodotto di scarto diretto verso la discarica per creare le batterie che stoccano più energia, si ricaricano più velocemente, e sono stati più stabili rispetto alle pile a bottone commerciali”. Nel diagramma seguente è schematizzato il processo di estrazione messo a punto tratto dell’articolo di Nature.

Un aspetto migliorativo determinante quello dell’adozione del silicio in luogo della grafite per la costruzione degli anodi, dal momento che, a differenza di quelli convenzionali in grafite, gli elettrodi in silicio possono memorizzare fino a ben dieci volte più energia. E’ proprio il silicio infatti, tra tutti i materiali impiegati per la realizzazione degli anodi, a presentare la più alta capacità sia gravimetrica che volumetrica, presentando inoltre una tensione di scarica relativamente bassa, oltre ad essere il secondo elemento presente come disponibilità sulla crosta terrestre. Unico grande fattore limitante per l’impiego del silicio per la produzione degli elettrodi, è rappresentato dalla alterazione del volume durante i cicli di carica/scarica delle batterie, caratteristica che li rende particolarmente instabili, limite superabile attraverso l’utilizzo di silicio nano-strutturato che permette così all’anodo di assorbire lo stress associato ai ripetuti cicli di ricarica.

Ed è proprio il contributo delle nanotecnologie applicate al riciclaggio del vetro a costituire la ricetta vincente di questa nuova linea di sperimentazione, dal momento che il team statunitense ha utilizzato un nuovo processo di produzione degli anodi articolato in tre fasi che coinvolge il riciclo del vetro.

Gli scienziati hanno in sostanza percorso le seguenti tre fasi:

  • frantumazione e macinatura delle bottiglie di vetro riciclate fino ad ottenere una povere bianca;
  • processo di riduzione per trasformare il biossido di silicio in silicio nano-strutturato
  • rivestimento delle nanoparticelle in carbone per migliorarne la stabilità e le proprietà di immagazzinamento dell’energia.

Il risultato è stato una batteria agli ioni di litio in grado di immagazzinare quattro volte più energia dei dispositivi tradizionali e, come mettono in evidenza i ricercatori, con una sola bottiglia di vetro, sufficiente a creare centinaia di pile a bottone al elevate prestazioni.

A seguire un breve video che ci introduce alle opportunità di questa nuova linea di ricerca applicata, pieno esempio di economia circolare.

Sauro Secci

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DEF 2017: finalmente considerato anche il BES (indicatore di benessere equo e sostenibile)

La lunga crisi che sta interessando oramai da anni le economie dei paesi sviluppati, che ha visto il progressivo dominare della finanza sul lavoro dell’uomo, ha evidenziati oramai da tempo la assoluta inconsistenza di un indicatore di benessere come il PIL, basato sulla crescita indefinita. Per questo da tempo si vanno definendo nuovi diversi indicatori in diversi paesi ed anche in Italia il nostro ISTAT ha predisposto sei anni fa un nuovo indicatore come il BES (Benessere Equo e Solidale), decisamente più attinente alla realtà che stiamo vivendo (vedi post “Benessere umano: non di solo PIL e Spread vive l’uomo“).

A prendere finalmente in considerazione questo nuovo indicatore anche uno strumento di pianificazione importante come il nuovo DEF 2017 (Documento di Economia e Finanza), riferito alle politiche economiche e finanziarie scelte dal Governo.
Al riguardo il Ministro dell’ambiente Galletti in una intervista a Rai Parlamento ripresa sul sito dello stesso ministero, sottolinea che “grazie agli interventi strutturali come gli ecoincentivi e le azioni messe in campo dal governo il valore della CO2 pro capite è stato rallentato. Il nostro Paese ha assunto impegni europei molto onerosi e dobbiamo andare avanti: con la strategia energetica nazionale, quelle per lo sviluppo sostenibile e per i cambiamenti climatici stiamo lavorando ad un piano strategico industriale del Paese da qui al 2030“.
L’elezione degli indicatori BES per la valutazione del benessere equo e sostenibile del paese da parte di uno strumento fondamentale di pianificazione delle scelte sociali, economiche e finanziarie, rappresenta indubbiamente un passaggio epocale, necessario per misurare la crescita del Paese non solo relativamente ai beni prodotti ma anche per l’impatto di questi ultimi in termini ambientali, riguardo a taluni indici come le emissioni di CO2 e sociali.

La nuova famiglia di indicatori BES, nasce nel 2011 con l’obiettivo di misurare il progresso di una società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale attraverso l’analisi di dodici domini muldimensionali come salute, istruzione e formazione, relazioni sociali, patrimonio culturale, ambiente, ricerca, in un monitoraggio ad ampio raggio che consente di rendere misurabile la qualità della vita, valutando nel contempo l’effetto delle politiche pubbliche sulle principali dimensioni sociali.

Estratto Rapporto BES 2016 – ISTAT

L’elaborazione da parte dell’ISTAT, ha visto la partecipazione dei rappresentanti delle parti sociali e della società civile per poterlo integrare al meglio intergrare al meglio con l’ramai lacunoso ed unidimensionale PIL. Per vedere il BES varcare la soglia degli strumenti nazionali di pianificazione si è dovuto aspettare la Legge di bilancio del 2016, per trovare una consacrazione più sostanziale nel DEF 2017 insieme al REI (Reddito di inclusione attiva). Nel nuovo DEF il nuovo indicatore potrà dare piena luce circa il reddito medio disponibile, sulla diseguaglianza dei redditi, sulla mancata partecipazione al mercato del lavoro, sulle emissioni di CO2 e di altri gas climalteranti.

Un passaggio importante quello recepito nel DEF, che permetterà di indirizzare la programmazione delle riforme verso il disaccoppiamento tra crescita del Pil e produzione di CO2, tendenza già riscontrata nell’economia globale”. Una azione che dovrebbe però essere integrata da azioni più perentorie nell’ambito della de carbonizzazione dei sistemi, che hanno visto troppo spesso l’Italia in questi ultimi tempi, in atteggiamenti certamente ambigui.

Speriamo davvero si tratti di un segnale importante per una autentica e decisa virata verso le politiche della sostenibilità.

Sauro Secci

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Anche i pneumatici scoprono l’organico con “Tomatotires”

Il settore del riciclo dei pneumatici fuori uso, i cosiddetti PFU, è indubbiamente uno dei più ricchi di tecnologie di riciclaggio. Voglio però parlare oggi di una alternativa rinnovabile per la produzione di pneumatici, da sempre legati alle fonti fossili. Ha fornire una interessante soluzione in questo senso, un gruppo di ricerca della Ohio State University, che è riuscita ad ottenere una alternativa sostenibile al nerofumo utilizzato come additivo alla gomma, attraverso rifiuti organici come buccette di pomodoro e gusci di uova.

E’ proprio dal cassonetto dell’organico che Katrina Cornish e Cindy Barrera sono riuscite a sintetizzare un materiale alternativo al nerofumo tradizionalmente impiegato, chiamato anche nero carbonio, un pigmento utilizzato come rinforzante delle gomme, dove arriva ad essere miscelato fino al 30% del peso, derivato dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti.

L’alternativa “verde” al nerofumo è caduta sulle bucce di pomodoro e sui gusci d’uova, due tipologie di rifiuti che sono state essiccate e ridotte in polvere finissima per essere addizionate alla gomma come riempitivo. Un mix davvero interessante che ha consentito di conferire al pneumatico resistenza e flessibilità nel contempo, risultato davvero difficile per altri additivi.
Alla base di questa duplice capacità del nuovo additivo organico sia la microstruttura porosa delle particelle ottenute dai gusci che presenta più superficie a disposizione e quindi maggiore contatto con la gomma, sia le buccette di pomodoro, d’altro canto, altamente stabili alle alte temperature e con fibre altamente resistenti. Come spiega Cindy Barrera “I filler generalmente rendono più forte la gomma, ma anche meno flessibile. Abbiamo scoperto invece che la sostituzione di diverse porzioni di nero carbonio con polvere di gusci e bucce ha prodotto effetti sinergici, regalando resistenza e flessibilità nello stesso tempo”.
Una tecnologia molto promettente secondo il team di ricerca, perché capace di dare risposte importanti a tre ordini diversi di problemi:

  • ottenere prodotti di gomma in modo più sostenibile, ridurre la dipendenza dal petrolio straniero e ridurre i rifiuti nelle discariche;
  • l’innovazione potrebbe permettere di realizzare molte applicazioni a base di gomma naturale fino ad oggi non possibili;
  • La nuova gomma non sembra nera – colore determinato invece dalla presenza del nerofumo – ma piuttosto bruno rossastra, a seconda della quantità di guscio d’uovo o di pomodoro presente in essa.

L’università ha concesso in licenza la tecnologia alla società EnergyEne per un ulteriore sviluppo.

Link articolo di approfondimento

Sauro Secci

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Organico e accumulo di energia: ecco le batterie ricaricabili che si ispirano alle foglie

Quando parliamo di energie rinnovabili e di nuovo modello energetico alla luce delle nuove tecnologie e delle nuove frontiere di ricerca ed innovazione si tratta spesso di riscoprire le nostre origini ripercorrendo le modalità di funzionamento alla base dell’esistenza delle forme di vita sul nostro pianeta.

Le tecnologie “organiche”, che si richiamano per esempio a processi alla base della vita sul pianeta come la fotosintesi clorofilliana, sono alla base di una branca tecnologica del fotovoltaico (vedi post “Fotovoltaico di terza generazione: il colorante organico raggiunge l’efficienza del silicio“).

Un nuovo interessante impulso in questo ambito è quello che arriva dalla ricerca applicata alle batterie ricaricabili, legata alla struttura vascolare che si trova all’interno delle foglie delle piante potrebbe essere alla base della soluzione per migliorare le prestazioni delle batterie ricaricabili oltre che di una lunga lista di dispositivi elettrici. Si tratta di una nuova linea di ricerca dell’Università di Cambridge, dove un team di ricerca internazionale, con scienziati provenienti da Cina, Regno Unito, Stati Uniti e Belgio, sta alla realizzazione di collaborando alla realizzazione nuovi materiali per il trasferimento efficiente dell’energia, grazie ai principi della biomimetica, cioè di quella branca biotecnologica che effettua uno studio consapevole dei processi biologici e biomeccanici della natura come ispirazione per il miglioramento delle tecnologie delle attività umane, in un contesto che vede la natura come “modello”, “misura” e come “guida” per la progettazione di oggetti e dei manufatti tecnici.

L’ispirazione del lavoro di ricerca è identificabile nella “legge di Murray” che aiuta gli organismi naturali a sopravvivere e a crescere. Si tratta di una legge secondo la quale l’intera rete di pori esistenti su scale diverse nei sistemi biologici è interconnessa in modo da facilitare il trasferimento di liquidi, minimizzando la resistenza in tutta la rete stessa. I tronchi di un albero o le sue nervature, ad esempio, riescono così ad ottimizzare il flusso di nutrienti per la fotosintesi con una alta efficienza ed un minimo consumo energetico.

Dettaglio della conformazione gerarchica delle strutture porose secondo la legga di Murray in strutture viventi come foglie e insetti (fonte articolo Nature Communications)

Il team, guidato dal Professore Bao-Lian Su, ha adattato questo principio alla realizzazione del primo ‘materiale Murray’ sintetico, attraverso l’applicazione di tre processi:

  • la fotocatalisi, metodo catalitico applicato a reazioni fotochimiche, condotto mediante l’ausilio di un catalizzatore attivato se irradiato con luce di opportuna lunghezza d’onda;
  • il rilevamento dei gas;
  • il funzionamento delle batterie ricaricabili al litio.

In ciascuno dei tre processi sopracitati, le reti porose multi-scala del nuovo materiale sintetico sono state in grado di migliorare notevolmente le prestazioni degli stessi.

In un approfondito report dello studio è stato pubblicato in questi su Nature Communications (vedi link in calce al post), viene descritto come il tema di ricerca abbia impiegato nanoparticelle di ossido di zinco, contenenti piccoli pori al loro interno, come minuscoli mattoni per il nuovo materiale bioispirato. Nell’esecuzione dei test è stato dimostrato che il “materiale Murray” può migliorare considerevolmente la stabilità a lungo termine e i cicli di carica/scarica nelle batterie ricaricabili al litio, con un incremento della capacità fino a 25 volte rispetto a quella della grafite attualmente utilizzata negli elettrodi della pila. La conformazione gerarchica dei pori è in grado di ridurre anche le sollecitazioni di questi elettrodi durante i processi di carica/scarica, migliorandone la stabilità strutturale con il conseguente, significativo allungamento della vita.

Sauro Secci

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Cambiamenti climatici: anche gli oceani hanno bisogno di una “boccata di ossigeno”

La riduzione della quantità di ossigeno nell’idrosfera, cioè in quella larga parte sommersa del nostro pianeta, costituita quasi interamente dagli oceani è un fenomeno la cui dinamica a correlazioni sempre più strette con quello che sta succedendo nell’atmosfera a seguito del repentino incremento della CO2.
Si tratta di dinamiche che sembrano portano ad un unico determinate, costituito dal cambiamento climatico in atto determinato dalle pressioni antropiche.
A mettere in evidenza la condizione di debito di ossigeno delle nostre superfici sommerse, fondamentali per il futuro del pianeta, uno studio del Georgia Institute of Technology, pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters (link in calce al post). Nella propria analisi, il team di ricerca americano, è giunto a spiegare come negli ultimi anni gli episodi di ipossia, cioè di mancanza di ossigeno all’interno delle acque oceaniche, sono divenuti sempre più frequenti, uccidendo intere popolazioni di pesci, granchi e altri organismi.
I ricercatori hanno analizzato serie storiche di dati relativi agli ultimi 50 anni, osservando che il calo dei livelli di ossigeno è iniziato negli anni ’80, momento nel quale la temperatura dell’oceano ha iniziato a salire.

Ma la dinamica più importante in corso riguarda però la tendenza alla diminuzione dell’ossigeno, il cui ritmo si è recentemente velocizzato di almeno 2-3- volte più rapido rispetto a quello previsto in base alla minore solubilità di ossigeno in acqua associata al calore, come spiega il professor Taka Ito.
Sul banco degli imputati, oltre al riscaldamento della superficie dei mari e allo scioglimento del ghiaccio polare, anche i cambiamenti delle correnti potrebbero essere elementi che causano le ipossie nell’oceano.
Un fenomeno da monitorare e seguire con grande attenzione per avere un quadro contestuale più esaustivo possibile dei cambiamenti climatici che oltre alla dimensione atmosferica, hanno anche questa dimensione così importante. Per maturare una consapevolezza decisamente più sinottica ed esaustiva, a seguire anche un interessante studio del Professor Miroslav Gačić dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste.

Sauro Secci

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Il decreto per le isole minori rinnovabili arriva in Gazzetta Ufficiale

Il nostro paese, autentica perla di bellezza troppo spesso vilipesa e vittima della noncuranza in nome di miopi profitti, vede nella nutrita costellazione di isole minori, autentiche apoteosi di bellezza, per decenni assediate dal nero fumo di impianti che ne hanno garantito il fabbisogno, utilizzando petrolio nelle forme di olio pesante e gasolio (vedi post ““Energia in isola”: Le perle italiane delle “isole minori” gridano vendetta…“).
Proprio quelle isole minori, piccole realtà di superficie superiore a 1 km2, localizzate a più di 1 km dal continente, con popolazione residente di almeno 50 abitanti, dove l’approvvigionamento di energia avviene ad oggi via nave, con instabilità e variabilità in funzione delle stagioni e delle condizioni atmosferiche, che oggi, alla luce della grande avanzata delle tecnologie rinnovabili ed a supporto delle reti elettriche intelligenti, rappresentano il cantiere ideale per accelerare la migrazione verso il modello energetico distribuito animato proprio dalle energie rinnovabili e dalla possibilità di produrre energia nel luogo stesso nel quale viene consumata e si sa bene quanto valgano energeticamente risorse come sole, vento e geotermia in questi bellissimi contesti.
A recepire finalmente queste importanti peculiarità, ecco arrivare finalmente un decreto che fornirà una grande spinta a trasformare le piccole isole italiane in laboratori a cielo aperto dove sarà possibile sperimentare soluzioni energetiche sostenibili e innovative. Il nuovo decreto per il pieno avvento delle fonti rinnovabili nelle isole minori, pubblicato proprio in questi giorni dal Ministero dello Sviluppo Economico, definisce un percorso per far divenire le energie verdi l’asse portante del sistema energetico di 20 piccole isole non interconnesse alla rete elettrica nazionale del continente.

Alla sempre più lunga lista di comunità isolane nel mondo alla ricerca dell’autosufficienza energetica, dettagliatamente inquadrate da Legambiente pochi mesi fa in un apposito Dossier (link Dossier Legambiente “Isole 100% rinnovabili”) da oggi si uniranno anche Capraia, Giglio, Ponza, Ventotene, Tremiti, Favignana, Levanzo, Marettimo, Pantelleria, Ustica, Alicudi, Filicudi, Lipari, Panarea, Salina, Stromboli, Vulcano, Lampedusa, Linosa e Capri.
Il nuovo decreto prevede di individuare per tutte queste realtà isolane, gli obiettivi quantitativi di produzione verde, i target temporali e le modalità finanziarie di sostegno. Come spiega il Mise in una specifica nota stampa “L’obiettivo del provvedimento è dare maggiore sicurezza e sostenibilità ai sistemi energetici delle isole minori, promuovendo le politiche del Governo a favore delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, in corso di ulteriore potenziamento con la nuova Strategia energetica nazionale (SEN)”.

Per ognuna delle isole indicate sono stabiliti gli obiettivi minimi di sviluppo dell’utilizzo delle fonti rinnovabili da raggiungere al 31 dicembre 2020, sia sul versante termico (solare termico, solar cooling e pompe di calore) che su quello elettrico. Prendendo come esempio, per l’isola siciliana di Pantelleria, è stato individuato un obiettivo di potenza affidata a FER elettriche di 2.720 kW e a FER termiche di 3.130 kW. A ciò si aggiungono particolari “Progetti integrati innovativi” che potranno includere anche impianti eolici offshore o maremotrici.

L’energia prodotta dagli impianti avrà diritto a una remunerazione, differenziata per ciascuna isola e tipologia di intervento, le cui modalità di erogazione, periodo di diritto ed entità, saranno determinati con provvedimenti dell’Autorità per l’energia. Gli incentivi saranno coperti da risorse conseguibili dalla riduzione delle integrazioni tariffarie attualmente erogate per la costosa generazione della produzione da fonti fossili che saranno accessibili da parte di cittadini, enti e imprese.
A livello di interventi sulla rete elettrica, il decreto prevede anche che i gestori dei sistemi elettrici delle venti isole presentino a Mise, Authority e amministrazioni locali interessate, , entro il 31 dicembre 2017, un documento tecnico che dovrà definire:

  • gli “interventi di ammodernamento e rafforzamento della rete elettrica isolana, funzionali all’installazione di una potenza elettrica da fonti rinnovabili pari ad almeno tre volte i valori degli obiettivi indicati” comprendenti anche sistemi di accumulo dell’energia elettrica.
  • le “ipotesi di copertura dei costi di realizzazione del programma a valere su programmi di sostegno nazionali e regionali, anche cofinanziati dalla Commissione europea, e, in via complementare, sulla componente tariffaria UC4”.

Sulla emanazione del nuovo decreto anche il commento di Legambiente con il vice presidente Edoardo Zanchini: “Un’ottima notizia perché oggi le isole sono in tutto il mondo al centro di interventi e sperimentazioni che stanno dimostrando come possano essere al 100% rinnovabili. Dalle Canarie ai mari del Nord, dalla Polinesia all’Alaska, sono sempre di più le isole che sono diventate indipendenti dalle fonti fossili e stanno puntando su un turismo sostenibile”.
Speriamo davvero che questo provvedimento possa finalmente creare i presupposti per scollare di dosso dalle nostre piccole bellissime perle di bellezza nel Mediterraneo, il grigio fumo accumulato in tutti questi lunghi decenni di utilizzazione di fonti fossili.

Scarica il testo del Decreto Ministeriale del 14 febbraio 2017 “Energia isole minori”

Sauro Secci

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