Commissione Europea sul Libro Verde al 2030: contributo Confindustria, qualche contraddizione, miopia e incoerenza

LV2030Nella mia vita la cosa che ho maggiormente sofferto è la mancanza di chiarezza nei documenti programmatici, spesso presenti anche in alcuni programmi politici, in cui si usano termini che possono far tendenza mediatica o di mero marketing, ma di cui spesso si snatura completamente il significato per perseguire obiettivi non del tutto coerenti. Una delle parole entrate nel lessico comune negli ultimi 30 anni è indubbiamente la parola “sostenibilità”, coniata anche dalla Commissione Bruntland dell’ONU nel 1987 (Report of the World Commission on Environment and Development scaricabile in calce al post) utilizzata oramai in tutte le salse per rendere digeribili ed accettabili al cittadino cose che con essa hanno spesso ben poco a che fare e che, come poche, mette in risalto il fondamentale concetto di ereditarietà tra generazione dei beni naturali fondamentali per la nostra vita. Un concetto, quello della sostenibilità, che ho cercato di analizzare anche un uno specifico post “Sostenibilità perduta: una storia che viene da lontano”. In questi giorni devo dire che sono rimasto abbastanza deluso dal Contributo di Confindustria alla Consultazione pubblica della Commissione europea per la redazione del Libro Verde 2030. Dal documento mi sarei 20130327_greenpaper_2030aspettato davvero maggiore coraggio verso la rivoluzione energetica in atto, animata da energie rinnovabili ed efficienza energetica, che, come tutte le rivoluzioni, sta vedendo in campo notevoli e potenti resistenze, evidenti anche nel documento di Confindustria, animate da chi vede minacciata la propria leadership. Una rivoluzione, quella energetica che, spinta anche dalle nuove tecnologie informatiche e di telecomunicazioni convergenti (ICT), sta investendo anche le reti elettriche e si prefigura per essere la terza grande rivoluzione degli ultimi 30 anni, dopo quelle delle telecomunicazioni e di Internet, con un modello energetico finalmente bidirezionale, intelligente, democratico, partecipativo, condiviso e soprattutto “a filiera corta”. Una cosa sorprendente se si pensa che il tessuto economico italiano è da sempre caratterizzato fortemente dalla piccola e media impresa. Nel documento sono richiamate troppo spesso le energie pulite sul lato dei costi, ben consapevoli però che gli effetti benefici delle grandi prove di maturità di questi ultimi anni, stanno già dando frutti evidenti con gli interessi ed ancor di più ne daranno nei prossimi anni. Una cosa che mi fa molto arrabbiare è la comparazione dei costi fra fonti energetiche, non curanti assolutamente delle esternalità, che fanno precipitare pesantemente la bilancia a favore delle rinnovabili. E’ troppo lunga la lista nera lasciataci in eredità in questo paese dalla industrializzazione pesante e dall’era fossile ed ancora tutta da “bonificare” (vedi post “Colpo di coda del Governo Monti: i siti di interesse nazionale da bonificare si riducono di 18”). Per questo davvero un auspicio che mi sento di fare è che finalmente da organizzazioni come Confindustria inizino a farsi strada ottiche nuove e di più lungo periodo, dal momento che il documento in questione ha una dimensione temporale al 2030, e renderebbe davvero necessario mettere da parte visioni retroguardistiche ancora troppo evidenti e la consapevolezza, che ancora non mi sembra di cogliere, che non sarà possibile uscire dalla attuale crisi di modello, senza una revisione degli stili di vita. I nuovi scenari energetici stanno andando fortunatamente oltre la dimensione di noi sognatori, e lo hanno già dimostrato, richiedono però, adesso, menti aperte e logiche di profitto davvero “sostenibili” e che richiedono davvero una vera educazione alla mondialità e una nuova visione del mondo, da troppo tempo profondamente distorta (vedi post “Tutti uguali sulla carta: ricordando Arno Peters e l’importanza della geografia nel mondo globalizzato”). Una cosa che mi sento di chiedere forte, in questo contesto, il passaggio da una disinvolta e distratta “economia lineare”, ad una “economia circolare” (vedi figura seguente), davvero più attenta ai limiti del pianeta, e che ho modello di funzionamentocercato di approfondire proprio in questi giorni nel post “Alla ricerca della via di uscita dalla crisi: ecco l’economia circolare e la riscoperta del valore del “riparare”“. Concetti molto profondi che però credo richiedano una profonda revisione delle coscienze e forse generazioni completamente nuove. Certamente un documento, quello elaborato da Confindustria che richiederebbe di passare da una logica tesa a salvaguardare interessi consolidati di poche industrie interessate al mantenimento del proprio status quo ad una decisamente orientata invece verso l’interesse diffuso legato all’autoproduzione ed allo sfruttamento di risorse disponibili che ”piovono gratuite sui siti industriali”. L’amarezza, come già detto è quella di vedere, ancora una volta, documenti come quello allegato, che esprimono ovvi principi e vaghe proposte, che tuttavia continuano a nascondere la volontà di tutelare il vecchio a discapito del vero rinnovamento, divenuto oggi improcrastinabile. Quelli come me che credono fermamente in un mondo veramente più equo, più giusto e più sostenibile, concetti che si intendono completamente realizzanti quando saranno il più possibile per tutti, hanno comunque il dovere di combattere fino in fondo affinché ciò si possa realizzare.

Sauro Secci

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