Pechino 2013: “cielo grigio su, mascherine giù”

Heavy smog envelops BeijingLeggendo il titolo di questo post a molti della mia generazione tornerà in mente uno storico gruppo vocale folk-rock americano, gli indimenticabili Mamas & Papas, che nell’oramai lontanissimo 1965, con il brano “California Dreamin’” (Sognando la California), conosciuto anche nella versione italiana dei Dik Dik, da un luogo autunnale grigio e nebbioso, sognavano il “sole della California”. In questo caso il contesto è molto diverso, dal momento che ci troviamo in una città dai grandi numeri in tutti i sensi, capitale di un paese dai grandi numeri, pur essendo la seconda città del paese come popolazione dopo Shanghai e sopratutto con un cielo grigio dai connotati sinistri per non dire spettrali. Se non avete ancora capito, il cielo grigio della capitale in questione è quello di Pechino, e le mascherine non sono quelle delle sfilate del Carnevale cinese, anche se lo stesso, indossatebambini-con-la-mascherina da molti bambini cinesi (foto a destra), ma quelle per proteggere l’apparato respiratorio dalle famigerate polveri sottili della capitale cinese, che, ironia della sorte, trovano proprio nei bambini uno dei bersagli più delicati e aggredibili. Avendo gestito per anni sistemi di rilevamento della qualità dell’aria in ogni parte del nostro paese, sono rimasto molto colpito dai fenomeni acuti di inquinamento atmosferico, dai “grandissimi numeri” verificatisi nella capitale cinese a fine gennaio, per non smentire la vocazione di Pechino. Eventi, tendenzialmente “silenti”, in Italia, che per la loro gravità sfociano in divieti e restrizioni del traffico urbano, e che nei giorni pechinesi, hanno assunto invece i toni di autentica calamità, come si trattasse di un terremoto od un alluvione, per la loro tangibilità e i loro riscontri opprimenti sulle persone. Credo sia utile però entrare nel merito di questi grandi numeri, per cercare di calibrare anche le nostre sensibilità in tal senso. La municipalità di Pechino, si estende su di un’area pari a oltre 16000 Km2, la più estesa del mondo, quasi come l’estensione di una Regione come il Lazio, con oltre 18 milioni di abitanti o più della metà della superficie di una nazione come il Belgio.
Il cielo grigio di Pechino, credo sia entrato nell’immaginario collettivo grazie ai Giochi della XXIX Olimpiade, svoltisi nella capitale cinese nel 2008, anche per i problemi che avevano avuto proprio alcuni atleti impegnati in certe condizioni di gara, nonostante i provvedimenti presi, in occasione dell’evento, dalla municipalità pechinese, come un blocco quasi totale del traffico e di molte attività produttive. Un clima fortemente continentale, quello di Pechino, caratterizzato da estati calde e umide, molto spesso afosissime e poco vivibili, con inverni molto freddi anche rispetto alla latitudine medio bassa, influenzati dall’anticiclone siberiano, con lunghi periodi caratterizzati da alta stabilità atmosferica con fortissima stratificazione delle masse d’aria al suolo e minimo rimescolamento atmosferico. Le stesse condizioni che in Italia, quando prolungate, provocano il blocco del traffico nelle città, dal momento che il potere rimescolante e di diluizione degli inquinanti viene meno, incrementando sensibilmente le loro concentrazioni al suolo.
La vertiginosa crescita industriale della Cina di questi anni, accompagnata da una progressiva motorizzazione di massa, in un aggregato urbano di 18 milioni di abitanti, con grandi emissioni anche per il riscaldamento delle abitazioni, ha portato una incontrollata crescita anche dei rilasci di inquinanti in atmosfera. Ma la mia meraviglia è arrivata quando sono venuto a contatto con l’altra parte dei numeri, quella relativa alla concentrazione di inquinanti, in una fase paragonabile , nei modi ma non nelle dimensioni, a quella vissuta in Italia negli anni ’60 e ’70, in pieno boom economico, con una varietà di inquinanti davvero estesa, ma, in questo caso, con una megalopoli pari a circa otto volte la nostra Milano, città italiana simbolo, a suo tempo, dello smog da sviluppo (vedi post 2013 Anno Europeo dell’Aria: le preoccupazioni degli italiani).
Pechino, la scorsa fine di gennaio, dopo un lungo periodo di stabilità atmosferica, e con assenza di ventilazione e conseguentemente di diluizione degli inquinanti, ha vissuto una “atmosfera surreale”, con un cielo grigio e denso, con un’aria soffocante e quasi palpabile con un sole pallido imprigionato del plumbeo velo del cielo e per questo irreale. In questo contesto, addirittura quasi apocalittico, i dati della qualità dell’aria cittadina provenienti dal Centro di Monitoraggio urbano (link sito bjmemc), rilevavano concentrazioni di inquinanti atmosferici mai raggiunte in un contesto urbano a memoria d’uomo, con livelli di PM2,5, quelle polveri sottili che possono insinuarsi nell’apparato respiratorio profondo arrivando agli alveoli (vedi figura sotto), superiori ai 600 microgrammi/m3, contro i 20 microgrammi/giorno, indicati dall’ OMS (link sito OMS) come limite emissivo di sicurezza.

polveri_fini

Ricordiamo al riguardo che la legislazione europea per le PM10, (le polveri con granulometria inferiore a 10 micron) di interesse per insinuarsi nell’apparato respiratorio, prevede una concentrazione limite media giornaliera di 50 microgrammi/m3 da non superare per più di 35 giorni su base annuale di calendario (i meglio noti “sforamenti”). I dati rilevati sembrerebbero addirittura ottimistici rispetto a quelli rivelati, per esempio, dalla stazione di monitoraggio istallata e gestita direttamente all’interno dell’ambasciata statunitense a Pechino, che ha rilevato nella giornata più “nera” ben 845 microgrammi/m3. Una situazione davvero apocalittica che ha costretto la cittadinanza a rimanere chiusa in casa, o a fare corse convulse ad acquistare mascherine antismog. Tutto questo senza considerare le interferenze sul sistema dei trasporti con incidenti e tamponamenti, con aeroporti in difficoltà a causa della visibilità ridotta a meno di 200 m (e non era nebbia), e la chiusura di strade e autostrade, con la cappa di smog-inquinamento chimico e fotochimico che è riuscito a mandare letteralmente in tilt l’immensa metropoli cinese per molti giorni.
Sicuramente riscontri tangibili, del travolgente sviluppo della grande megalopoli cinese e di cui ci da un riscontro anche l’epidemiologo italiano del Programme Manager Environment and Health dell’OMS Marco Martuzzi che sostiene che “i dati emersi relativamente all’inizio 2013, così come le immagini, sono sbalorditivi”. Nonostante alcune controversie e discrepanze fra dati ufficiali o raccolti da entità indipendenti”, secondo Martuzzi poi “la gravità della situazione è chiara: se i microgrammi per metro cubo di PM2.5 (polveri di diametro inferiore ai 2.5 micron, un millesimo di millimetro) sono 600 o 800, c’è poca differenza, quando il valore limite raccomandato dall’OMS è di 10 (media annua) o 25 (media giornaliera)”.
Sono rimasto particolarmente toccato dalla testimonianza di quei giorni di fine gennaio di Martina, una ragazza italiana trasferitasi per lavoro a Pechino, che riassume con una frase letta qualche tempo fa in un blog cinese la sua esperienza vissuta “IL CIELO NON MENTE, L’UOMO SI !”, raccontando le incredibili sensazioni di respirare in una fittissima e quasi impenetrabile foschia grigia. Martina ricorda come “Nelle ultime settimane, se non fosse stato per la mia quotidiana sessione di foto nostalgia riportate dai quotidiani del nostro Bel Paese, avrei potuto anche dimenticare quale fosse il colore del cielo”. Il firmamento, ora che i venti hanno rimosso la coltre al suolo, è di nuovo terzo, ma chi ha vissuto quella incredibile esperienza, non sa capacitarsi di come sia potuto tornare la normalità. “Il vento,” spiega Martina, “ha interrotto l’asserragliamento dello smog, aiutato sia da una ordinanza municipale che ha vietato la circolazione ad alcune tipologie di veicoli, sia dall’evento del Capodanno cinese, che ha determinato l’annuale esodo di massa in quella ricorrenza, quando centinaia di milioni di persone dalle metropoli cinesi tornano nei loro luoghi d’origine” (anche qui l’urbanizzazione ha colpito duro – link post Città e riscaldamento globale: la strada della rivoluzione smart di Curitiba). La tregua per gli abitanti arriva soprattutto nel weekend quando molte fabbriche sono chiuse e gli autobus e le macchine dimezzati. Tuttavia parlare di normalità è imprudente e definire il quadro della situazione, anche per chi è lì, non risulta facile; ancora più complesso, forse, risulta comprendere e spiegare come la situazione venga effettivamente percepita per chi lì è nato e vissuto. La preoccupante qualità dell’aria sembra, agli occhi di uno straniero, non destare un’altrettanto preoccupata reazione ma piuttosto una rassegnazione mista ad una certa incoscienza. “Basti pensare”, continua Martina, “che in occasione del capodanno cinese ogni famiglia pechinese ha acquistato una quantità di fuochi d’artificio sufficienti a festeggiare il nuovo anno per almeno altri 3 lustri” e che hanno invaso le strade cittadine per tutta la notte e la mattina. “Moltiplicate questo avvenimento per almeno 5 giorni e 5 notti e inseritelo in un territorio la cui estensione equivale a quella del Belgio, e forse avrete un’idea di quanto l’aria, il cielo e i nostri polmoni ne abbiano risentito”.
A seguire un filmato di Euronews, che ci riporta a quei giorni da poco trascorsi, in un paese che consuma la metà del carbone consumato nel mondo, che ha visto incrementare i casi di cancro polmonare del 60% dal 2002 ad oggi, e dove è incredibile rilevare, dalle immagini, che la perdita di visibilità non è imputabile alla nebbia, almeno come fenomeno meteorologico.

marco_martuzziMa torniamo all’epidemiologo dell’OMS Marco Martuzzi, cercando di capire l’impatto sull’organismo umano della esposizione così prolungata a concentrazioni così apocalittiche. Martuzzi spiega che è possibile quantificare in modo piuttosto preciso l’entità dell’impatto sulla salute dei livelli di inquinamento da polveri sospese, da sempre il miglior tracciante della qualità dell’aria in ambiente urbano; e che non mi stanco mai di ricordare essere l’inquinante più subdolo, dal momento che è chimicamente anonimo, a differenza di altri come gli ossidi di azoto, o di zolfo, etc., dal momento che può essere vettore di una serie di altre sostanze nocive presenti nell’aria. Secondo l’epidemiologo, gli impatti vanno dalla mortalità generale, quella per cause cardiorespiratorie, al tumore polmonare, a numerose patologie respiratorie quali l’incremento dell’asma e le broncopneumopatie cronico-ostruttive (vedi post In Italia c’è un aria…. da morire). Al riguardo Martuzzi rileva come “Ad esempio, i livelli di inquinamento osservati nelle città europee creano un aumento di mortalità che si traduce in un accorciamento della vita media degli europei di circa nove mesi”, a fronte, come dicevo in premessa, di esposizioni di poche decine di microgrammi/m3 di polveri fini, cioè dalle 20 alle 30 volte inferiori a quelle registrate nella capitale cinese. Su questa base quindi viene spontaneo domandarsi quanti anni di vita stanno perdendo gli abitanti di Pechino?, L’epidemiologo risponde che “Gli effetti osservati negli studi sono proporzionali alle concentrazioni; questo vale anche a livelli molto bassi – non c’e’ infatti una soglia sotto la quale non ci siano rischi. A valori molto elevati, invece, non sappiamo molto. Calcolare in modo affidabile l’impatto sanitario di una tale catastrofe è operazione azzardata, in quanto le conoscenze disponibili vengono da studi per lo più nordamericani ed europei, effettuati osservando popolazioni esposte a livelli ben più bassi”. In essenza quindi siamo completamente fuori scala anche nella valutazione delle conseguenze. Ci ricorda qualcosa sulle conseguenze immediate e più tangibili Martina, nostra connazionale non abituata a queste condizioni estreme di stress atmosferico, che riporta di raffreddori, mal di gola, frequente e prolungata lacrimazione degli occhi che lacrimano, “Quando torno a casa“, dice Martina, “passo un batuffolo di cotone imbevuto di detergente sul viso, e bene mi va se devo utilizzarne soltanto uno, dal momento che sulla pelle si crea una patina nera che difficilmente va via. Evito di chiedermi cosa succeda ai miei polmoni, se alla pelle succede questo. Per loro non esiste alcun latte detergente”.
Non c’è che da rimanere sbigottiti, di fronte a questa tipologia di testimonianze, che a me colpiscono ancor di più per avere per anni lavorata con in testa i limii di legge degli inquinanti che monitoravamo, di ben altra intensità. Una riflessione importante del concetto di concentrazione, in un paese immenso che quando si mette in moto, come sta facendo, è in grado di produrre impatti al limite della realtà come in questo caso, quando ad una concentrazione urbana, sottoposta ad un improvviso gradiente di crescita, corrispondono concentrazioni di inquinanti chimici altrettanto importanti, ed in questo caso letali. Una riflessione sul modello di sviluppo che dovrebbe confortare i nostri politici nostrani, a cambiare strada in tempo, visto che, pur in un paese densamente popolato come l’Italia, abbiamo la possibilità di ripartire senza essere giunti a conseguenze ed intensità di fenomeni come quelle verificatesi a Pechino nelle settimane scorse.

Concludo tornando al punto di partenza, vista la crudezza dell’argomento trattato, riferibile ad una autentica calamità indotta dall’uomo, con la vecchia canzone dei Mamas and Papas in questo ingiallito ma proprio per questo ancor più suggestivo video, alla ricerca musicale di cieli puliti, e con un briciolo di commozione in gola, auspicando che l’umanità possa gestire al meglio i delicati passaggi che stiamo vivendo, riuscendo a realizzare quella società che sognavamo allora, proprio in questi nevrotici e compulsivi anni di crisi che hanno relegato l’uomo nelle retrovie: chissà che c’è la facciamo davvero.

Sauro Secci

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