Europa, Cina e inquinamento atmosferico: un bollettino di guerra

Smog-a-MilanoAvendo molto a cuore il tema dell’inquinamento atmosferico, da sempre una dei temi più importanti della mia vita professionale di tecnico, mi sono sempre più appassionato nel cercare di capirne tutti i risvolti, che un tema così cruciale tema, profondamente connesso con la industrializzazione dell’ultimo mezzo secolo, avesse sulla salute umana e su quella degli ecosistemi. Una situazione molto grave in tutto il mondo, che assume caratteri di vera emergenza sorpatutto in Cina, come avevo riferito dopo l’apocalittica situazione del gennaio scorso (vedi post “Pechino 2013: cielo grigio su mascherine giù”) ma anche in Europa e nel mondo (vedi post “l’inquinamento atmosferico fa più vittime nel mondo di malaria e HIV messe insieme”). 
Proprio in questi giorni si sta celebrando in europa la “Settimana Verde Green Week 2013”, dove, in occasione della maxi conferenza europea dedicata quest’anno alla qualità dell’aria, il Commissario all’Ambiente UE, Janez Potocnik, ha presentato i dati relativi all’impatto dell’inquinamento sul sistema sanitario. In Europa si stima che i giorni lavorativi persi a causa dell’inquinamento atmosferico nel 2010 siano costati all’economia dell’Europa dei 27 circa 12 miliardi di euro.
Secondo PotocnikL’emergenza smog non è solo una preoccupazione ambientale o di salute ma un imperativo economico per l’Unione”, evidenziandone anche l’impatto sui bilanci dei servizi sanitari nazionali. Una situazione, Potocnikquella europea, che sembra non risparmiare nemmeno gli ecosistemi più pregiati come quelli delle aree protette, come sottolinea lo stesso Commissario Potocnik (fto a sinistra): “Due terzi dei siti Natura 2000 risultano minacciati soprattutto dall’ammoniaca prodotta in agricoltura e dagli ossidi di azoto che fuoriescono dalla combustione dei motori”. E’ la stessa agricoltura, infatti, a soffrire di danni alle colture con un impatto stimato di circa 3 miliardi l’anno. Pur con dei miglioramenti infatti, secondo Potocnik, l’aria che respiriamo è migliorata rispetto agli anni Settanta e Ottanta, ma resta ancora molto da fare e limitare l’inquinamento rappresenta non già un costo ma un investimento per una società produttiva ed efficiente.
Quattro le priorità d’azione per il commissario Ue:

  • il pieno rispetto della normativa continentale al 2020,
  • target chiari per il periodo post 2020,
  • l’elaborazione di nuove misure per arrivare agli obiettivi
  • valorizzare le imprese che sviluppano tecnologie innovative.

Interessante, tra le nuove azioni in tal senso quella programmata a Milano nella cosiddetta “Area C”. In questo ambito infatti Milano sarà città pilota per tutta la Lombardia grazie ai progetti Converse e Sistema integrato infomobilità, approvati dalla giunta, che interesseranno tutto l’interland meneghino. Secondo l’Assessore alla Mobilità e ambiente, Pierfrancesco Maran, in occasione dell’incontro a Palazzo Marino con la Commissaria europea al Clima Connie Hedegaard, il recente rapporto UE rappresenta per Milano “un riconoscimento importante perché conferma il traffico come bestia nera dei grandi centri urbani, e non solo, e che la scelta di istituire l’ Area C (la cosiddetta “congestion charge” del capoluogo lombardo, che dal 16 gennaio 2012 ha imposto ai veicoli a motore privati un ticket per l’ingresso nella cerchia dei bastioni) è in linea con le politiche delle città più avanzate in Europa”. Grazie ai due nuovi progetti sarà realizzata una cintura di venti varchi elettronici sperimentali al confine del comune di Milano, ma interna alle tangenziali, che consentirà di controllare in tempo reale il carico di traffico all’ingresso, stimarne la velocità media di percorrenza e valutare le differenti classi veicolari sulla rete cittadina. Obiettivo finale la creazione di una sorta di “low emission zone” in ambito urbano. I due sistemi sono coperti da cofinanziamenti derivanti da un accordo di programma con il Ministero dell’Ambiente per un importo pari a circa 1 milione e 82mila euro ed la parte residua con il contributo del comune di Milano (1,7 milioni) e dalla Regione Lombardia (1,5 milioni).
Ma su questo tema che avevo già affrontato qualche mese fa con connotati apocalittici,inquinamento-Cina come dicevo in premessa, torniamo in Cina, da dove arrivano notizie ancora più inquietanti, anche come sviluppo di quello che riferivamo su Pechino e sulla sua qualità dell’aria circa cinque mesi fa. Sono infatti 9.900 le persone decedute prematuramente a Pechino, a Tianjin e nella provincia dell’Hebei nel 2011 a causa dell’inquinamento causato dalle centrali elettriche a carbone, in esercizio in numero notevolissimo nel nord ovest della Cina come riferisce uno studio condotto da Greenpeace in collaborazione con alcuni esperti americani del settore. Secondo lo studio, oltre ai decessi le emissioni dannose sarebbero state responsabili anche di 11.110 casi di asma e di 12.100 casi di bronchite. Tra le morti, 850 sarebbero imputabili a cancro legato a metalli pesanti come arsenico, piombo, cadmio e nichel, e le restanti attribuibili ad ictus, problemi cardiaci e respiratori comunque riconducibili all’inquinamento atmosferico. Un rapporto ha fatto salire inquietudini e preoccupazioni della popolazione sul tema inquinamento, oramai anche fortemente tangibile e sui danni che questo puo’ provocare alla salute, con già molti cittadini in predicato di lasciare Pechino. La situazione più critica indubbiamente quella della provincia dell’Hebei, nella Cina settentrionale, che e’ il terzo maggior consumatore di carbone nel paese e dove si sono concentrati il maggior numero di decessi. Per quanto riguarda la capitale Pechino, sta cercando di ridurre il suo consumo nazionale di carbone, portandolo da 27 milioni di tonnellate nel 2010 a 20 milioni di tonnellate nel 2015, a fronte del consumo della provincia dell’Hebei che da sola, nel 2011, ha consumato ben 307 milioni di tonnellate di carbone. Perentorio il commento di Huang Wei, conduttore di una campagna sul clima per Greenpeace in quell’area “Per l’Hebei è arrivato il momento di fare cambiamenti sostanziali e ridurre il suo consumo di carbone che ha provocato ben 6700 morti premature nella zona”. Un allarme così rilevante, quello che si è determinato in Cina, da portare, proprio in questi giorni, le autorità cinesi a stilare un autentico decalogo per cercare di venire fuori dalla stretta morsa di smog ed inquinamento atmosferico. Il Governo, nel nuovo sforzo per affrontare le grandi priorità ambientali del Paese, ha approvato infatti lo scorso fine settimana un nuovo pacchetto di misure finalizzato a contenere il problema. Nella riunione del Consiglio di Stato, presieduta dal premier Li Keqiang, sono state presentate quelle che la stessa città di Pechino ha definito “misure difficili per realizzare obiettivi difficili”, per arginare l’inquinamento di aria, suolo e acque cinesi. Vediamo nel dettaglio il pacchetto di misure:

  • accelerare l’installazione di apparecchiature di controllo e contenimento dell’inquinamento nelle raffinerie di carbone.
  • frenare la crescita delle industrie energivore, come quelle dell’acciaio, cemento, alluminio e vetro.
  • ridurre le emissioni per unità di PIL nei settori chiave di almeno il 30 per cento entro la fine del 2017.
  • migliorare gli indicatori utilizzati per valutare l’impatto ambientale dei nuovi progetti e negare autorizzazioni amministrative, finanziamenti, terreni, e altre forme di sostegno a progetti che non riescono a soddisfare elevati standard con la possibilità di far ricadere sui funzionari locali la responsabilità per la qualità dell’aria.
  • rafforzare l’applicazione e la riscossione delle tasse e sanzioni che le aziende pagano in base alle loro emissioni.
  • utilizzare misure legali per costringere le industrie ad aggiornare i controlli dell’inquinamento e stabilire o rivedere le norme sulle emissioni a livello industriale.
  • sviluppare i trasporti pubblici.
  • accelerare l’adeguamento della struttura energetica.

All’interno della dichiarazione formale rilasciata dal Consiglio di Stato venerdì scorso, vengono anche riconosciute le difficoltà che affliggono l’industria fotovoltaica cinese e, nonostante i problemi di sovraccapacità e le controversie commerciali con i mercati occidentali, il Governo promette il sostegno al comparto: Una delle ipotesi più probabili è che vengano incluse misure specifiche come il sostegno ai prezzi di vendita dell’energia elettrica da fotovoltaico alla rete elettrica o l’obbligo per gli operatori di rete di acquistare tutta l’energia solare prodotta dagli impianti nazionali. Come era immaginabile quindi, tenendo conto anche dell’onda lunga e dei lunghi tempi di latenza tra cause ed effetti, questo è solo l’inizio di una ecatombe epidemiologica, che, se non verranno intrapresi tempestivamente interventi strutturali, come quelli, per la verità sicuramente non sufficienti messi in ponte dal Governo cinese, rischia davvero di essere solo l’inizio di una lunga serie di pianti e di disperazione per il popolo cinese e particolarmente per quello dell’area nord occidentale, a maggiore dipendenza dal carbone, senza ovviamente dimenticare il traffico veicolare delle grandi megalopoli del Sol Levante, altro ambito di intervento estremamente complesso.

Sauro Secci

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