Anche le nazioni killer del clima hanno il loro ranking mondiale

cambiamenti-climaticiQuello dei cambiamenti climatici è indubbiamente un tema che, al pari di molti altri, come la distribuzione della povertà nel mondo, vede elevatissime concentrazioni di emissioni climalteranti, localizzate in pochissimi paesi del mondo. Anche in questo ambito infatti, risulta che ben il 60% delle emissioni mondiali responsabili del riscaldamento globale, sia concentrato e quindi imputabile, ad appena 7 nazioni. Questo tende della temperatura media globale, che non tende ad arrestarsi, vede i suoi principali contribuenti in:

  • Stati Uniti;
  • Cina;
  • Russia;
  • Brasile;
  • India;
  • Germania;
  • Regno Unito. 

A giungere a questa non edificante classifica, un nuovo studio realizzato dall’Università di Montreal e pubblicato su New Scientist. Nello studio si dimostra come questi sette Paesi hanno prodotto oltre la metà dell’inquinamento mondiale nel corso dell’ultimo secolo, esattamente dal 1906 al 2005, determinando, secondo le elaborazioni dei ricercatori canadesi coordinati da Damon Matthews della Concordia University di Montreal, un incremento della temperatura di almeno 0,7 gradi Celsius. Lo studio ha permesso anche la realizzazione di una mappa grafica che evidenzia i dati elaborati sia in relazioni alla superficie dei singoli paesi, che al numero di abitanti, come ben evidenziano le due mappe seguenti.

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In testa alla classifica gli Stati Uniti, con un contributo all’innalzamento delle temperature pari al 22%, seguiti da Cina con il 9%, e dalla Russia con l’8%. Una situazione che, soprattutto in regioni con climi particolarmente poco propensi alla diluizione degli inquinanti atmosferici, come la Cina stanno determinando veramente situazioni apocalittiche (vedi il post “Pechino 2013: “cielo grigio su, mascherine giù”) ed è certo oltretutto destinata a peggiorare. Infatti, proprio le metropoli cinesi, nonostante i recenti provvedimenti ambientali predisposti dalle autorità, sono destinate a continuare a vivere in piena emergenza di inquinamento atmosferico. Proprio come a gennaio 2013 infatti, anche nel 2014 appena iniziato sono già arrivati i primi allarmi come a Pechino e Tianjin, dove sono già stati registrati tassi di inquinamento da PM2,5 di oltre 20 volte superiori alla soglia di pericolo stabilita dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Proprio in questi giorni infatti le autorità cinesi hanno sconsigliato a bambini ed anziani di uscire di casa, con livelli di PM2,5 che hanno raggiunto la vertiginosa soglia di 500 microgrammi per metro cubo, con picchi fino a 700, con una visibilità che anche quest’anno è scesa sotto i 500 metri non per il fenomeno naturale della nebbia ma per una autentica coltre killer, composta da fumo e smog, prodotta dalle emissioni di industrie e traffico veicolare e riscaldamenti civili, a tal punto da costringere alla chiusura temporanea di ben quattro autostrade. Per la Cina si tratta oramai di una cronicizzazione di questo tipo di emergenze, che proprio in questo periodo dell’inverno raggiungono il loro apice anche per il maggior contributo dei sistemi di riscaldamento e dei grandi poli energetici, ancora troppo sbilanciati sui combustibili fossili con una ancora netta prevalenza del carbone, con emissioni di forti quantitativi aggiuntivi di CO2 e di numerosi inquinanti locali proprio come le famigerate PM2,5. Proprio nella città di Harbin, addirittura “chiusa” per alcuni giorni in autunno (vedi post “Chiuso per inquinamento: accade in una città cinese“), è stato registrato il record di 1000 microgrammi per metro cubo di PM2,5. Il sindaco della città cinese, Wang Anshun, ha annunciato uno “sforzo a tutto campo” per affrontare il problema dell’inquinamento dell’aria, affermando che l’utilizzo del carbone dovrebbe diminuire di 2,6 milioni di tonnellate e che saranno prese misure per fermare la combustione del carbone in città e nelle zone circostanti. E’ evidente comunque che in questo perdurare di situazioni ambientalmente estreme, sia necessaria una profonda moratoria sul carbone, di cui la Cina è ricca, con particolare riferimento all’elevatissimo numero di impianti termoelettrici ancora in funzione, una operazione sicuramente più facile sulla cara che nella attuazione pratica.

Sauro Secci

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