Autunno e inverno con un nuovo combustibile emergente: il pellet con alcune istruzioni per il consumatore

Pellet-fuocoCon l’approssimarsi della stagione invernale, l’esigenza di riscaldare gli ambienti, si rinnova ogni anno, ma ogni anno con nuove opzioni sia impiantistiche, spesso previa ottimizzazione di “antiche” soluzioni, anche a livello di combustibili. Il ritorno della biomassa per scaldare gli ambienti e fornire acqua calda sanitaria, fino a qualche anno fa costituita tipicamente da legna da ardere è indubbiamente il fatto di maggiore rilevanza in questi ultimi anni, con nuove offerte di combustibili, pur se fino ad oggi limitata nella diffusione ai contesti rurali ed extraurbani. Una diffusione quella della biomassa da riscaldamento, che sta vivendo una autentica rivincita, anche grazie ad un combustibile derivato, come il pellets, che, per le proprie caratteristiche chimico-fisiche, riesce a superare gran parte dei limiti insiti nell’urbanesimo, non ultimo quello della alimentazione automatica dello stesso combustibile, fino a pochi anni fa insormontabili. Grandi novità anche impiantistiche quelle legate al pellets, che possono godere oggi anche di incentivi e vantaggi fiscali, con un mercato che ha assistito ad una crescita significativa proprio negli ultimi anni. Con i prezzi attualizzati del combustibile, una stufa a pellet riesce a tagliare, in una stagione termica, da 100 a 1200 euro sulle spese per il riscaldamento, in funzione del tipo di impianto in cui si integra. Oggi, in Italia, ci sono oramai circa 1,7 milioni di stufe a pellet e circa 50-60mila caldaie a uso domestico. Un mercato pur se ancora di nicchia, in fortissima crescita, che registra nel primo semestre 2013, venditedownload superiori del 30% rispetto allo stesso semestre 2012, come informa Assopellet, registrando anche che la crescita media degli ultimi anni è stata di più del doppio, attestandosi sempre su crescite intorno al 10%. Tra gli strumenti incentivanti per stufe e caldaie a pellets, quella più utilizzata è costituita dalle detrazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie, attualmente al 50%, valevole anche per l’acquisto ex novo e che permette di vedere rimborsata la percentuale di spesa sotto forma di detrazione Irpef in 10 rate uguali su 10 anni. Anche il conto termico, con un contributo variabile in base alla zona climatica e alla potenza installata, che viene erogato in due anni è molto interessante, per se limitato alle sole sostituzioni di apparecchi già installati come stufe a legna o vecchie stufe a pellet, vecchie caldaie a biomassa o a gasolio e, limitatamente alle aziende agricole, anche vecchi impianti a GPL. Un’altra opportunità, pur se solo sulla carta, sarebbe poi rappresentata dalle detrazioni fiscali del 65%, che impongono però la totale sostituzione dell’impianto di riscaldamento preesistente con una macchina di potenza non superiore e quindi, praticamente quasi impossibili da ottenere. Ma cerchiamo di conoscere meglio questa forma di biomassa da combustione, sia dal punto di vista economico, a livello di costo e di potenziali risparmi, oltre che nelle principali caratteristiche qualitative. Il prezzo del pellets, è sottoposto da sempre a variazioni stagionali, con prezzi più contenuti nel periodo da maggio a luglio, e più elevati con l’approssimarsi della stagione fredda con un rincaro che inizia già a partire da agosto, stabilizzandosi poi durante l’inverno. Oggi, ottobre 2013, una tonnellata di pellets viene venduta a circa 320 euro, con un prezzo per il consumatore finale che va da 4,8 a 5,5 euro per un sacco commerciale da 15 kg, registrando un considerevole rincaro rispetto allo stesso periodo del 2012: circa 250-290 euro a tonnellata e 3,6-4 euro a sacco. Un rincaro che non inficia comunque la convenienza del pellets, come ben evidenziato dal grafico seguente, che presenta, comparandoli, il costo a MWh dei vari combustibili, elaborato dall’ecomiabile impegno di Assopellet, emanazione di AIEL (Associazione Italiana Energia Legno), in base ai prezzi attualizzati:

comparazione_combustibili

Se si considera che una stufa a pellet produce 7,2 MWh termici in un anno, equivalenti ad un consumo medio di circa 1,5 tonnellate di pellet, con riferimento all’Italia del Nord, l’uso di questo combustibile determinerebbe un risparmio di circa 1.200 euro in caso di integrazione di un impianto a GPL, di 525 euro per un impianto a gasolio e di circa 100 euro per uno a metano. Uno degli aspetti più importanti per il consumatore è indubbiamente costituito da come scegliere ed orientarsi nel mercato del pellet, sulla base di criteri qualitativi economico-ambientali, non dimenticando episodi avvenuto qualche anno fa di partite di pellets sospette, per non dire in certi casi radioattive per la loro provenienza. Aiel-Assopellets ha realizzato recentemente una guida molto ben fatta per la testata specialistica Qualenergia, scaricabile in calce al post, curata da Annalisa Paniz, profonda conoscitrice del settore. Sugli scudi ovviamente, la certificazione dei prodotti, secondo il marchio europeo EN Plus che divide i prodotti in 3 categorie a seconda delle caratteristiche chimico-fisiche,e quindi della composizione del prodotto:

  • A1: per il pellet più pregiato;
  • A2: quello di seconda scelta;
  • B: quello che raggruppa il pellet più scadente, idoneo ad essere utilizzato soltanto per usi industriali.

E’ proprio l’autrice della guida Annalisa Paniz, a spiegare però che “per essere sicuri che il pellet sia davvero certificato non basta che ci sia il marchio: deve sempre essere accompagnato da un numero identificativo dell’azienda, altrimenti non ha alcuna validità”, in sostanza una autentica, piena, ENplustracciabilità”. Il numero, che si ispira alla norma UNI EN 14961-2, è formato da due lettere che indicano il paese di provenienza (es. IT per Italia) e da tre cifre. Sono proprio queste ultime, fatidiche, tre cifre, da 0 a 299 ad identificare i produttori, verificabili sul sito di EN Plus (link sito), dal quale è possibile verificare il codice riportato sia dei produttori che dei distributori certificati. Bisogna considerare al riguardo che molto del pellet attualmente in commercio non è certificato, anche dal momento che circa l’80% di quello presente sul mercato italiano è di importazione, con prevalenza da Europa e Paesi dell’Est, ma una quota significativa anche da Usa, Canada, Sudamerica, Australia e perfino dalla Nuova Zelanda. Da notare come, oltre alla certificazione europea del pellet, sia operativo un sistema di qualità tutto italiano, denominato Pellet Gold (link sito), anch’esso basato pellet-goldsulla norma UNI EN 14961-2, è, tra l’altro, l’unico sistema che prevede requisiti ancora più severi, legati ad ulteriori l’analisi sia del contenuto di formaldeide (HCHO), sia della radioattività, entrambi temi di grandissima criticità. Si tratta di un marchio volontario di attestazione della qualità del prodotto, con alla base, un comitato tecnico ed un comitato di attestazione misto, composto da rappresentanti provenienti da associazioni dei consumatori, dal mondo ambientalista, produttivo, dell’Università e del settore pubblico allargato. Il pellet certificato è l’unico la cui qualità è controllata costantemente attraverso ispezioni non annunciate ed eseguite da verificatori qualificati e indipendenti con analisi condotte da laboratori accreditati. Nel caso in cui, quindi, non si registri la presenza del marchio di certificazione, bisogna verificare l’esistenza sulla confezione, almeno del nome e dei riferimenti del produttore o dell’azienda che si occupa della commercializzazione del prodotto. Venendo alle principali caratteristiche merceologiche del pellets le principali a determinare la qualità del prodotto, che dovrebbero essere ben distinguibili in etichetta, sono:

  • residuo di ceneri;
  • potere calorifico;
  • contenuto idrico.

Annalisa Paniz di Assopellet, evidenzia come il parametro più importante sia il residuo di ceneri, che per il pellet certificato A1 deve essere inferiore allo 0,7% (ottimo), mentre quello certificato A2 deve essere inferiore all’1,5% (accettabile).
Decisamente più aleatorio e meno importante invece quanto dichiarato in etichetta per il potere calorifico, dal momento che, come spiega Annalisa Paniz, “diversi produttori indicano valori fuorvianti, scrivendo il potere calorifico del pellet allo ‘stato anidro’ (secco): possiamo trovare sulle etichette valori tipo 5,3 kWh/kg. In realtà il potere calorifico reale del pellet è attorno ai 4,7-4,8 kWh/kg, ossia circa 16 MegaJoule. Cifre più alte sono false: il potere calorifico non può essere considerato allo stato anidro ma va misurato per quello specifico pellet con il suo contenuto idrico, mediamente del 6-8%“.
Un ruolo relativamente importante è recitato poi dalla percentuale di provenienza delle essenze arboree, e quindi dalla “materia prima” di cui è composto il pellets. Un peso relativo nei confronti della qualità, aldilà del fatto che il pellets come da normativa vigente, deve derivare da legno vergine che ha subito unicamente trattamenti di tipo meccanico (no scarti di falegnameria verniciati o incollati). Come spiega l’esperta della Assopellet, la specie legnosa, conta fino a un certo punto dal momento che “anche se certe specie possono essere particolarmente difficili, va detto che non si trova pellet di castagno o di quercia puro, ma sempre miscelato con altre specie come ad esempio faggio o abete”. Nessun contributo nella scelta per il consumatore, arriva nemmeno dalla componente visiva, dal momento che la distinzione tra pellets chiaro e pellets scuro, da alcuni indicata come possibile elemento qualitativo discriminante, perché può essere dipendente dal tipo di essiccatoio utilizzato nel processo di produzione. Infatti mentre gli essiccatoi a tamburo per esempio, tendono a tostare leggermente il pellet, conferendogli un colore più scuro, rispetto ad altre tipologie. Secondo Annalisa Paniz infine “La cosa importante è prendere in mano il sacco e vedere quanti residui di pellet sbriciolato ci sono: deve essere compatto, molti residui indicano pellet di scarsa qualità e che ha subito lunghi spostamenti”. Come si vede quindi un nuovo combustibile, di grande valenza ecologica, ma che richiede anche un particolare livello informativo da parte del cittadino consumatore, per cercare di capitalizzare i vantaggi economici ed ambientali, amplificati da una scelta di stufe e camini che hanno avuto una svolta epocale, soprattutto dal punto di vista delle emissioni in atmosfera, sia all’interno che all’esterno dell’abitazione o del punto di utilizzazione.

Sauro Secci

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3 risposte a Autunno e inverno con un nuovo combustibile emergente: il pellet con alcune istruzioni per il consumatore

  1. Pingback: Foreste italiane: un giacimento inutilizzato di energia secondo ISPRA | L'ippocampo

  2. Deneen ha detto:

    Another note is that ports won’t admit non-operable vehicle for roll-on
    roll-off transport service. Here again, the role of international car shipping company is not undermined anyways.
    And one of essentially the most important requirements in
    looking positive is dressing properly.

  3. Pingback: Biomass Plus: per le biomasse scatta una nuova certificazione per la piena sostenibilità | L'ippocampo

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