Inquinamento navale: il progetto di elettrificazione del porto di Genova

Il comparto della navigazione è quello che sta registrando ritardi sempre più gravi ed insostenibili, sopratutto in aree come il Mediterraneo, dove sono ancora vigenti limiti alle emissioni sempre più inadeguati, con particolare riferimento allo stazionamento in porto dei natanti.

Finalmente qualcosa si sta muovendo nel porto forse più importante del nostro paese come Genova,  dove l’Autorità di Sistema Portuale del mar Ligure Occidentale realizzerà, con un contratto da 8 milioni di euro, il  progetto “Shore to ship”, un sistema avanzato di alimentazione elettrica che consentirà di garantire l’alimentazione delle navi ormeggiate in porto, garantendone la piena operatività in stazionamento, senza l’accensione dei motori di bordo.

La realizzazione del nuovo progetto sarà affidata a Nidec ASI (link sito), azienda che si è aggiudicata il miglior punteggio tecnico ed economico nella gara d’appalto. Si tratta di una azienda tra i primi player a promuovere l’elettrificazione delle banchine dei porti, attività di adeguamento definita come “cold ironing” e fondamentale per la riduzione dell’impatto ambientale delle attività portuali e per il risparmio energetico. Un progetto essenziale per dare risposte ai nuovo standard previsti dalle direttive dell’Unione Europea che, fino dal 2003, invitano i porti ad adottare sistemi shore to ship per ridurre le emissioni inquinanti delle navi in porto. Una raccomandazione che diventerà vincolante per tutti i porti europei entro il 2025.

Schematizzazione sistema di elettrificazione banchina (Fonte immagine H2it)

Un tale sistema di elettrificazione delle banchine rende possibile la drastica riduzione delle emissioni di SOx, NOx, CO2 e di PM, fonti di inquinamento urbano in città già assediate, come Genova, da altre sorgenti emissive, con evidenti, grandi benefici per la salute pubblica delle “città di mare (vedi post “Il “mal d’aria” nelle città di mare e le “navi killer”: Mediterraneo vilipeso“) . A tutto ciò restano da aggiungere le grandi mitigazioni sul piano della significativa riduzione anche delle emissioni acustiche, altra fonte di grande impatto in città densamente popolate ed ad alta frequentazione turistica. come quasi tutte le nostre città portuali.

Sul nuovo progetto il commento di Kaila Haines, Marketing e PR Director di Nidec ASI, secondo il quale “questo progetto rappresenta un traguardo fondamentale rispetto alla riduzione dell’impatto ambientale delle attività portuali, tema centrale per promuovere un modello di sviluppo sostenibile in un Paese come l’Italia, con 7500 km di coste e 42 grandi porti. La trasformazione dei porti nell’ottica di una maggiore sicurezza e di un risparmio energetico può, inoltre, contribuire ad attrarre un più elevato numero di navi da crociera, con impatti positivi per il commercio e il turismo. Siamo orgogliosi di collaborare con il Porto di Genova apportando la più avanzata tecnologia, unita alla capacità di soddisfare esigenze specifiche attraverso soluzioni personalizzate e a una comprovata esperienza, sviluppata grazie alle diverse applicazioni già installate nel Porto di Livorno, nei Cantieri di Muggiano – La Spezia, nelle Basi Militari Navali di Taranto e a Tolone (Francia)”.

A seguire un video relativo alla tecnologia “Shore to ship” in via di realizzazione nel porto di Genova, di un grosso fornitore tecnico del settore come ABB

Sauro Secci

 

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Un futuro nel segno dell’idrogeno anche per l’ILVA?? La soluzione svedese

Nel momento particolare di insediamento del nuovo Governo nel nostro paese, una dei temi di maggiore impatto su ambiente e lavoro è indubbiamente quello della riconversione ambientale e quindi tecnologica, di uno dei più grandi poli siderurgici d’Europa come l’ILVA di Taranto, che ha accumulato ritardi abissali ed insostenibili su questi aspetti. Un fronte di grandissimo impatto, quello di inserire tutte le più avanzate tecnologie per ridurne l’impatto ambientale, in gergo definite “migliori tecnologie disponibile”, tra le quali anche gli aspetti di riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti, con la CO2 dell’industria siderurgica.

Un contributo di grande rilevanza quello del comparto siderurgico alle emissioni di CO2, dal momento che alle sole acciaierie è attribuito circa il 5% della CO2 antropica totale.

Il processo siderurgico emette grandi quantità di CO2 sia per la grande quantità di calore necessaria alle fasi di fusione sia per trasformare l’ossido di ferro dei minerali in ferro metallico, sia per l’utilizzo di carbon coke, il quale, combinandosi ad alte temperature con l’ossigeno del minerale, produce CO2, generando ghisa (ferro addizionato di circa il 5% di carbonio), fusa e pronta per essere colata.

Si calcola che per la produzione di una tonnellata di ferro prodotto servono circa 500 kg di carbone, che a loro volta producono 1,5 tonnellate di CO2. Un dato che proiettato sulla produzione mondiale di acciaio di circa 1,5 miliardi di tonnellate all’anno, determina emissioni per il settore, intorno ai 2 miliardi di tonnellate di CO2, corrispondenti a 5 volte le emissioni annuali totali del nostro paese.

Una nuova prospettiva per la siderurgia potrebbe essere quella che sta nascendo in Svezia, che vede ancora una volta l’idrogeno come elemento fondamentale per la riduzione dell’impronta di carbonio. Si tratta del nuovo processo messo a punto dalla società svedese Hybrit (link sito), frutto di un progetto lanciato circa due anni dalla joint venture fra LKAB, SSAB e Vattenfall e finalizzato alla creazione di una catena del valore nel comparto siderurgico, senza combustibili fossili. Superata la fase di test, il progetto è oggi nella fase di pre-fattibilità, attraverso la prossima realizzazione del primo impianto pilota nella città di Luleå, nel nord della Svezia, ubicata a 250 km dai giacimenti minerari di Norrbotten.

Secondo SSAB, una delle società della jont venture, “L’industria siderurgica è uno dei settori ad alta emissione di CO2, (7% del carbonio rilasciato a livello globale). Si prevede che l’incremento demografico e l’espansione dell’urbanizzazione in espansione determineranno un aumento della domanda globale di acciaio entro il 2050. L’impronta di carbonio nel settore dell’acciaio è quindi una sfida sia per l’Europa che per il mondo”.

Obiettivo di Hybrit è la creazione della prima acciaieria a idrogeno al mondo, con la sostituzione degli altiforni per la fusione del minerale con un sistema di riduzione diretta del ferro a zero emissioni di CO2. Un grande progetto di riduzione di filiera dal momento che attualmente il carbone e il coke utilizzati per ridurre i minerali ferrosi, hanno origine transoceanica, arrivando addirittura da paesi remoti come l’Australia e che il progetto di Hybrit è basato sull’impiego di idrogeno prodotto con l’elettricità da fonti rinnovabili, con le emissioni di acciaieria che si ridurrebbero a semplice vapor acqueo.

La pianificazione del progetto svedese prevede di esercire l’impianto pilota per alcuni anni, fino al 2024. L’impianto pilota dovrebbe avere una capacità di riduzione del ferro di circa 1-2 tonnellate all’ora e sarà impiegato prevalentemente come strumento di sperimentazione e messa a punto di processo. Dal 2025 poi, i tre partner si impegneranno a costruire un’acciaieria a idrogeno dimostrativa che funzioni come una autentica struttura industriale, operativa 24 ore su 24, 7 giorni su 7 e con una capacità di mezzo milione di tonnellate all’anno.

Si tratta di un progetto che vuole andare oltre la mera fase produttiva, come ha sottolineato Jan Moström, Presidente e CEO di LKAB, secondo il quale: La siderurgia senza fossili inizia nella miniera e attualmente stiamo lavorando intensamente su come progettare la prossima generazione di impianti a pellet e realizzare una futura miniera ‘elettrizzata’ e automatizzata”.

Sul piano dei costi il nuovo processo Hybrit, che ha conseguito anche un finanziamento da parte del governo svedese, presenta attualmente spese di produzione superiori del 20-30% rispetto ai metodi tradizionali, con il tema di progetto che sostiene che il divario di costo “si ridurrà” in una prospettiva evolutiva caratterizzata da prezzi del carbonio in salita e quelli della produzione di energia rinnovabile in diminuzione.

A seguire un bellissimo video animato che ci accompagna nei principi del nuovo progetto svedese.

Sauro Secci

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Stoccaggio energia: i vantaggi delle batterie a flusso di elettrolita

La progressiva avanzata delle energie rinnovabili, leva fondamentale per la progressiva decarbonizzazione dei sistemi energetici e la migrazione verso un modello energetico distribuito, sta arricchendo sempre di più lo scenario delle famiglie di tecnologie di stoccaggio dell’energia, fino a qualche anno fa demandate unicamente ai sistemi di pompaggio idroelettrici (immagine di testata: Fonte CellCube).

Infatti ad affiancare le collaudate opzioni tecnologiche delle classiche centrali idroelettriche a pompaggio, oltre alle nuove frontiere di accumulo meccanico, elettrico ed elettrochimico con le batterie al litio, metallo aria, etc, c’è chi sta portando avanti innovazioni alternative nell’ambito dei sistemi di stoccaggio a flusso di elettrolita, come nei laboratori del Centro Ricerche Eni per le Energie Rinnovabile e l’Ambiente di Novara.

Una famiglia tecnologica quella delle batterie a flusso di elettrolita come dispositivi di accumulo ricaricabile, costituita da due serbatoi contenti gli elettroliti e una cella elettrochimica. Una configurazione che prevede che gli elettroliti vengano fatti fluire sugli elettrodi all’interno della cella, dove sono separati da una speciale membrana che permette il solo passaggio dei protoni.  In sostanza una configurazione tipica di un tale dispositivo di accumulo è composta da:

  • stack della batteria;
  • serbatoi di contenimento dell’elettrolita;
  • sistema di pompe e tubazioni per la circolazione dell’elettrolita.

esempio di configurazione di una batteria a flusso di tipo “Zinco-Bromo” (Fonte: ENEA)

Si tratta di una tecnologia che presenta notevoli vantaggi come la capacità di offrire un ciclo di vita molto più lungo rispetto a famiglie concorrenti e tempi di risposta più rapidi.

Altra grande peculiarità che contraddistingue questa tecnologia è l’indipendenza tra energia accumulata e  potenza erogata, dal momento che la prima è dipendente dal volume e dalla concentrazione di elettroliti contenuti nei serbatoi, mentre la seconda è esclusivamente funzione della superficie della membrana attraverso la quale avviene lo scambio ionico e del sistema di conversione della potenza. Si tratta di una configurazione che permette di ridurre drasticamente le problematiche di sicurezza riscontrate nelle batterie al litio, permettendo una certa flessibilità al design  ed evitando il fenomeno dell’autoscarica. Si tratta di un approccio tecnologico capace di esaltarsi proprio in progetti rinnovabili come fotovoltaico o eolico, potendo garantire una fornitura di energia pulita affidabile e costante e con ridotti costi di manutenzione.

Si tratta di un settore che sta registrando continui progressi a livello mondiale, con la sperimentazione di nuovi materiali attivi low cost, architetture semplificate e i primi impianti prototipali, con la ricerca che ha ancora ampi margini di miglioramento. In questo contesto, proprio il Centro Ricerche Eni per le Energie Rinnovabili e l’Ambiente ha realizzato alcuni prototipi basati su diverse coppie elettrolitiche, conseguendo efficienze molto elevate, tanto che per uno dei progetti portati avanti all’interno del centro, è prevista la messa a punto di un sistema di accumulo basato sulle batterie di flusso realizzato in situ, da integrare direttamente a un impianto fotovoltaico. Ampia flessibilità applicativa per questa soluzione, idonea presta sia per applicazioni di rete che per impianti off-grid.

Sauro Secci

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Nucleare russo: sulle orme della corazzata Potëmkin

Pensando alla Russia ed alla propria marineria, l’immaginario collettivo di molti amanti della cinematografia si richiama al capolavoro del 1926 di Sergej Ėjzenštejn “La corazzata Potëmkin” e per noi italiani anche a tutte le sue derivazioni, anche di “fantozziana memoria”.

Un nuovo capitolo della marineria sovietica arriva in questi giorni abbinandosi all’energia nucleare di quel paese, attraverso una imbarcazione molto particolare come quella battezzata con il nome Akademik Lomonosov, un impianto nucleare galleggiante che gli ambientalisti hanno già ribattezzato la “Chernobyl dei ghiacci” o il “Nuclear Titanic”. Si tratta del primo impianto nucleare galleggiante della Russia, costituito da un reattore da 70 MW, il quale, dal 2019, produrrà energia nelle acque del mare siberiano orientale. Si tratta di un impianto inaugurato nel 2010, salpato alcuni giorni fa dal cantiere di San Pietroburgo in direzione di Murmansk, dove sarà rifornito per la prima volta di combustibile nucleare. Fatto il pieno di uranio ed effettuati i test, la “Akademik Lomonosov” sarà rimorchiata fino alla città artica più settentrionale dell’Asia di Pevek, dove verrà ormeggiata a circa 5000 km dal porto, collegandola alla rete elettrica cittadina e alle piattaforme petrolifere della zona. Si tratterà di un viaggio della durata di un intero anno che sta generando preoccupazioni in tutti i Paesi in prossimità della rotta baltica.

Una decisione che ha suscitato ovviamente l’allerta dei paesi baltici, nonostante le rassicurazioni del produttore, la statale Rosatom, secondo la quale la centrale nucleare galleggiante è dotata di ampi margini di sicurezza, in grado di renderla invincibile a tsunami e disastri naturali” come ha dichiarato alla agenzia Reuters Vitaly Trunev, capo del Rosenergoatom, filiale di Rosatom.

Tra i primi ad allertarsi la Svezia che, attraverso il direttore dell’agenzia svedese per la sicurezza delle radiazioni Johan Friberg, ha fatto sapere che l’ente monitorerà da vicino l’impianto attraverso la cooperazione con altri paesi e attraverso le agenzie nazionali”.

Molte altre le voci critiche alla nuova realizzazione, presentando l’operazione più di un problema, a cominciare dall’esposizione del reattore alle alte onde e ai feroci venti Dell’Oceano Artico, a partire da quella dell’esperto di Greenpeace Jan Haverkamp, secondo il quale “I reattori nucleari che si muovono nell’Oceano Artico rappresenteranno un’ovvia minaccia per un ambiente fragile che è già sottoposto all’enorme pressione dei cambiamenti climatici”. Non avendo l’impianto galleggiante alcun sistema di contenimento, secondo Greenpeace non è stata effettuata un’adeguata valutazione dei rischi, legati a coste, iceberg e tempeste che sono un fronte di preoccupazione inevitabilmente aperto. Anche la Fondazione Bellona con l’ambientalista russo Alexander Nikitin ricorda come il fondo marino della baia di Chazhma, vicino a Vladivostok, sul Pacifico, sia ancora contaminato dopo un incidente durante il rifornimento di un sottomarino nucleare nel lontano 1985, quando “l’esplosione ha anche ucciso dieci persone, e ne siamo venuti a conoscenza solo nel 1993”.

Sauro Secci

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Microcogenerazione: si apre l’era dell’idrogeno

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Nei nuovi scenari di decarbonizzazione dei modelli energertici, in migrazione dalla configurazione centralizzata, che ci ha accompagnato per un secolo, verso quella distribuita ed intelligente, sta facendo la sua apparizione nei diversi ambiti, anche l’ambito tecnologicamente di avanguardia, come quello dell’idrogeno. Dopo il settore della mobilità, nel quale l’idrogeno ha fatto la sua comparsa applicativa, uscendo dall’ambito dei laboratori e della ricerca, è adesso il turno della cogenerazione residenziale, con la produzione di energia elettrica e gas per l’abitazione. Si tratta di un prodotto completamente sviluppato in Italia, e precisamente a Madonna del”Acqua, in provincia di Pisa, dove è stata sviluppata una nuova tecnologia per produrre in modo economico ed ecosostenibile, elettricità e acqua per riscaldamento e sanitaria proprio l’idrogeno come materia prima. Come spiega l’ingegner Marco Bertelli, fondatore della E.HY. Energy Hydrogen , “si tratta dell’elemento più presente in natura, all’interno di moltissimi composti. In pratica la maggior parte della materia organica e inorganica contiene idrogeno“. Nello specifico, l’azienda pisana è stata la prima al mondo ad aver lanciato una soluzione a idrogeno che produce sia energia elettrica sia acqua calda. La nuova “caldaia” si chiama Hydro, ed è stata definita “caldaia a isola”, dal momento che chi la installa può rendersi completamente indipendente dalle forniture di elettricità e gas. L’adozione di Hydro, disponibile in diversi modelli, secondo i detentori della tecnologia, comporterebbe dei risparmi fino a 1.200 euro all’anno per ogni unità immobiliare.

La nuova caldaia di E.HY. Energy Hydrogen, della quale sono disponibili informazioni sul sito http://www.idrogenoverde.it, sono installabili sia in abitazioni, sia in negozi e piccole e grandi aziende, facendo affidamento sugli oramai molti fornitori di bombole di idrogeno. Ottima ed agevole risulta essere anche l’integrabilità della nuova caldaia Hydro, nel contesto di qualsiasi impianto elettrico, di riscaldamento e di acqua sanitaria.

Un ulteriore, importante aspetto, nei nuovi scenari di integrazione energetica è costituto dal fatto che, per alcune caratteristiche costruttive, la nuova caldaia è integrabile con altre soluzioni di produzione di energia elettrica e acqua sanitaria da fonti rinnovabili, installate sia a livello domestico che industriale.

Il cuore della nuova caldaia E.HY. Energy Hydrogen si basa su una tecnologia brevettata la quale genera calore attraverso l’irrorazione in una cella di fusione con l’idrogeno. Un processo che consente il riscaldamento dell’acqua fornita alla caldaia, trasformandola in vapore, il quale mette in azione una piccola turbina capace di generare energia elettrica a 12 Volt in corrente continua. L’elettricità così prodotta viene accumulata in batterie al litio compatibili e, con un inverter, viene trasformata in corrente alternata monofase a 220 Volt o trifase a 380 Volt, in funzione delle necessità dell’utenza servita. In un’altra parte della caldaia, l’acqua vaporizzata viene quindi condensata e immessa nell’impianto di riscaldamento e di acqua sanitaria, attraverso una pompa presente nella caldaia, e dalla stessa  alimentata. Lo stesso ideatore del nuovo dispositivo cogenerativo, Marco Bertelli, evidenzia come “ogni caldaia può fornire circa 3-4 kWp in continuità o fino a 6 kWp. Questo consente, per esempio, di garantire energia anche a un ambiente in cui, per alcune ore, viene utilizzato un impianto di aria condizionata”.

Tornando alla possibilità di integrazione con altri impianti di produzione di energia e calore rinnovabili, sul versante elettrico, è possibile collegare alla caldaia un impianto fotovoltaico che producono corrente continua. In questo modo, l’utente non necessita più dell’inverter normalmente è presente in un impianto FV, dal momento che l’energia elettrica in corrente continua prodotta, viene anch’essa accumulata nelle batterie al litio di cui è dotata l’innovativa caldaia a idrogeno Hydro.

Ulteriore possibilità di integrazione offerta dalla nuova caldaia ad idrogeno, è quella di miscelare, e far circolare insieme nell’impianto di riscaldamento e di acqua sanitaria, l’acqua calda prodotta dalla caldaia e quella riscaldata da un impianto a pannelli solari termici.

Un nuovo prodotto ad oggi decisamente di nicchia, dal momento che si colloca in un contesto nel quale rimane evidentemente aperta la questione legata alla componente strutturale della disponibilità e della distribuzione dell’idrogeno, sino ad oggi confinato nell’ambito di laboratori e centri di ricerca. Un aspetto per il quale il fornitore del nuovo dispositivo ha comunque cercato di dare una risposta, dal momenti che, attraverso il PLC interno della caldaia è possibile mantenere sotto controllo il consumo di idrogeno e, quando la riserva di idrogeno è quasi esaurita, Hydro lo segnalerà perentoriamente al cliente e alla casa madre. Il rifornimento sarà effettuato con semplicità dalle nuove aziende convenzionate, su richiesta del cliente.

Link sito idrogenoverde

link scheda tecnica caldaie Hydro

Sauro Secci

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Dalla tracciabilità dell’inquinamento alla promozione delle rinnovabili: la parabola degli studi sui venti che ho redatto con Giovanni Gualtieri

In questi giorni il portale ambientale Ecquologia, sul quale scrivo anche degli articoli, ha voluto dedicare un articolo ad una delle pagine più belle della mia attività professionale, vissuta per oltre 35 anni nel monitoraggio ambientale, che riporto di seguito.

Quando si vive intorno a una centrale e si fanno studi sulla salute dei cittadini si commette sempre lo stesso errore: si prende la platea di tutti i cittadini che vivono nelle aree di riferimento, quando i cittadini prevalentemente inquinati sono solo una parte, quelli residenti nelle aree dove soffiano i cosiddetti venti prevalenti. Gli studi che presentiamo, redatti grazie alla grande mole di dati storici, validati per le elaborazioni da Sauro Secci, volontario collaboratore del sito Ecquologia, sono stati originariamente alla base di ricerche finalmente corrette sulla effettiva ricaduta degli inquinanti al suolo.

Questi dati, nati originariamente per la salute dei cittadini, fondamentali per interpretare il complesso e dinamico legame tra le emissioni in atmosfera e le ricadute al suolo degli inquinanti, sono diventati oggi lo strumento base per la pianificazione eolica di grandi distretti geografici, dal momento che il vento è certamente capriccioso e molto difficile da studiare ma nei suoi capricci ha una sua ripetitività e questi studi lo dimostrano.

Un poker di pubblicazioni, quelle che tra il 2011 e il 2013 sono approdate nel prestigioso ed antichissimo magazine internazionale “Renewable Energy”, redatte da un grande esperto di anemologia come l’Ingegner Giovanni Gualtieri del CNR IBIMET di Firenze, e da un tecnico che ha impegnato con grande passione gran parte della sua vita professionale nel monitoraggio ambientale come Sauro Secci, oggi uno dei cuori pulsanti della Associazione Giga no profit. Si tratta di elaborati di grande importanza per lo studio del regime anemologico nel Mediterraneo centrale e per la modellizzazione della variazione del profilo verticale del vento in funzione della orografia e dell’uso dei suoli per ogni latitudine.

Dopo aver studiato, nel primo articolo, il peso dell’orografia e dell’uso del suolo in tre siti costieri dell’Italia meridionale dove erano disponibili parametri anemologici rilevati a due quote diverse, come Brindisi, Termini Imerese e Portoscuso, aventi differenti caratteristiche orografiche, nel secondo studio sono state invece approfondite e comparate le metodologie di elaborazione dello studio del profilo verticale del vento in funzione dell’orografia. Nel terzo studio poi, è stata fatta una focalizzazione che ha avuto come oggetto la bassa Val di Cornia ed il Golfo di Follonica.   Utilizzando un set di dati orari di 5 anni, del 1997 al 2001, comprendenti misure anemometriche a 10 e 100 m dal suolo, messe a disposizione da parte di ENEL SpA (centrale di Torre del Sale), sono stati analizzati il regime anemologico, le condizioni di stabilità, il coefficiente di wind-shear (WSC) e la rugosità dell’area di Piombino.

A completare il poker di articoli, vi è stata la pubblicazione di un quarto articolo nel 2014, che ha approfondito le caratteristiche anemologiche del sito pugliese a sud di Brindisi, già oggetto di studio, tra gli altri, del primo articolo pubblicato, dove a partire da serie storiche di dati meteo disponibili, richiesti e sempre messi a disposizione del CNR da ENEL SpA e da elaborazioni modellistiche legate al WSC (Wind Shear Coefficient) già oggetto di elaborazione degli studi precedenti, corrispondente al profilo verticale del vento, cioè al parametro che descrive come il vento modifica le proprie caratteristiche nelle prime centinaia di metri di quota, in funzione della orografia del suolo, sono state elaborate le diverse distribuzioni di Weibull, anche in funzione della classe di stabilità atmosferica.

La distribuzione di Weibull è un parametro elaborato a partire dai dati anemologici acquisiti, fondamentale per la valutazione di opportunità di installazioni eoliche, dal momento che fornisce informazioni legate sia al fattore di scala, proporzionale all’intensità media del vento nel sito (VV) che al fattore di forma, cioè alla regolarità anemologica del sito, dato direttamente riferibile alla qualità e alla utilizzabilità del sito a scopi energetici eolici.

I quattro studi pubblicati sulla rivista statunitense sono stati ad oggi utilizzati in ben 84 altri studi, riferibili a 38 paesi del mondo, molti dei quali in via di sviluppo, in rappresentanza di tutti e 5 i continenti.

Si tratta di aspetti fondamentali per la pianificazione energetica eolica dei diversi paesi e di specifici distretti geografici. Significativo che tra i paesi che hanno utilizzato il pacchetto di studi, a fianco di grandi paesi come USA, Cina, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Arabia Saudita, etc. figurino anche paesi alla ricerca di un proprio e stabile assetto energetico come Algeria, Camerun, Egitto, India,  Marocco, Mauritania, Namibia, Nigeria, Senegal

Ci auguriamo che il parlamento appena eletto faccia una legge di un solo articolo che recita “tutti i dati storici meteorologici a disposizione di tutti i soggetti pubblici e privati devono essere messi gratuitamente a disposizione di tutti e per tutti”, come peraltro previsto dalla Convenzione di Aarhus (link testo in italiano-sito ISPRA), sottoscritta nel lontano 1998 ed è entrata in vigore nel 2001 ma purtroppo mai pienamente soddisfatta. Con una legge siffatta il mondo delle rinnovabili avrebbe in mano il più straordinario strumento di pianificazione per catturare i raggi del sole e i capricci del vento nel momento opportuno e con il minor spreco di risorse possibili. Mi permetto di ringraziare ancora Sauro Secci che ha voluto con insistenza salvaguardare e valorizzare per il bene comune il tesoro di dati a cui aveva lavorato negli anni trascorsi in ENEL, che hanno visto importanti investimenti di risorse ed attenzione alla tutela dei cittadini che vivevano intorno alle centrali.

Fabio Roggiolani

Link articolo originale Ecquologia

 

 

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Liberazione dei mari dalle plastiche: in arrivo “Le Manta”

Gli enormi impatti che l’era delle plastiche sta avendo sugli ecosistemi, con particolare riferimento ai mari, è sempre più evidente, anche nelle dimensioni, con enormi, autentiche “isole di plastica” nei nostri oceani. Proprio in questi giorni è stata presentata a Parigi una nuova imbarcazione in grado di dare un contributo alla liberazione dei mari dalla plastica galleggiante, dal nome decisamente evocativo “Le Manta” ideata dal navigatore francese Yvan Bourgnon.

Si tratta di un nuovo natante ideato dalla associazione “Sea Cleaners“, la quale ha già raccolto fondi sufficienti al finanziamento di studi di fattibilità e realizzazione del prototipo in scala 1/10 da mettere in mare. A distanza di un anno e mezzo dall’inizio della raccolta fondi e degli studi, il navigatore franco-svizzero ha fatto un primo, importante,  passo in avanti, presentando il modello della versione finale, che verrà varato in mare entro il prossimo inverno, per iniziare i test in mare del sistema di raccolta dei rifiuti.

Yvan Bourgnon è sicuramente uno “skipper navigato” e testardo abituato alle sfide ed alle imprese impossibili che, dopo la vottoria al Transat Jacques Vabre, ha deciso di fare il giro del mondo a bordo di un catamarano sportivo, attraversando anche le isole artiche del grande Nord canadese senza cabina.

Il alcuni suoi ricordi gli stimoli che lo hanno indotto ad intraprendere questa grande avventura: “Quando avevo 8 anni, andavo in giro per il mondo con i miei genitori, non vedevamo plastica. Trentacinque anni dopo, c’è ovunque”.

La nuova imbarcazione “Le Manta” si pone l’obiettivo di raccogliere i rifiuti di più grandi dimensioni, come bottiglie, prima che si rompano divenendo microplastiche, essendo in questa fase ancora galleggianti e quindi facilmente recuperabili e riciclabili.

Con i suoi 70 m di lunghezza e 49 m di larghezza, le sue vele e turbine eoliche dell’altezza dell’Arco di Trionfo (circa 50 m), questo gigante dei mari, potrà raccogliere ben 250 tonnellate di rifiuti di plastica prima di dover rientrare in porto per conferirle, con una capacità annuale che potrebbe raggiungere le circa 5000 tonnellate.

A seguire un breve video che ci introduce alla nuova imbarcazione pulisci plastica “Le Manta” seguito anche dal un link alla versione sottotitolata in italiano

Link versione video con sottotitoli in italiano

per approfondire sito Theseacleaners

Sauro Secci

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