Contaminazione da microplastiche: non solo acqua purtroppo….

La plastica, che dopo la sua scoperta avvenuta nel 19° secolo ha progressivamente condizionato la vita dell’uomo durante il 20° secolo, sta divenendo uno dei problemi più importanti a livello di pressioni antropiche sugli ecosistemi. Se sino ad oggi la contaminazione da plastiche nelle sue varie forme, con particolare riferimento a quella più subdola ed insidiosa delle micro, è stata associata all’idrosfera, ovvero i sistemi acquatici, un nuovo studio apre un’ombra inquietante relativamente alla dispersione delle microplastiche in atmosfera sotto l’azione dei venti.

A richiamare l’attenzione su questo aspetto è una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications (link), condotta da un team di ricerca francese che ha studiato l’inquinamento da microplastiche sui Pirenei, determinando che queste possono essere trasportate dal vento per centinaia di chilometri, depositandosi in grandi quantità anche in luoghi remoti, molto distanti dai centri urbani.

Si tratta di una ricerca che si è concentrata su una specifica area della regione dei Pirenei, molto distante da potenziali fonti di inquinamento, collocata a 6 km dal più vicino villaggio, a 25 km dal più vicino paese e 120 km dalla prima città, con il team di ricerca fraancese che ha rilevato una media di 365 particelle di microplastica e fibre artificiali per metro quadro per ogni giornata di rilevazione.

Come sottolinea Deonie Allen, ricercatrice presso il Laboratoire Ecologie Fonctionnelle et Environnement, Ensat, di Castanet Tolosan e tra le principali autrici dello studio, “Si tratta di quantità comparabili con quelle trovate nel centro di Parigi o di Dongguan, in Cina, megalopoli dove ci si aspetta di trovare molto inquinamento. Considerando che ci trovavamo sulla cima di una montagna e che non c’erano fonti d’inquinamento vicine, c’è la possibilità che le microplastiche siano ovunque”.

Come in ogni ambito di aerodispersione degli inquinanti, anche in questo caso il vento è tra i parametri atmosferici più determinanti. I ricercatori, attraverso l’incrocio dei dati raccolti sulla quantità di particelle microplastiche, composte soprattutto da polistirene e polietilene, tipologia ampiamente utilizzate negli imballaggi monouso, con i principali parametri meteorologici locali come velocità e direzione del vento e precipitazioni, sono arrivati a determinare che le microplastiche possono essere trasportate anche per distanze di 100 km prima di depositarsi al suolo.

Un altra considerazione che rende ancora più pressante il quadro è dovuto al fatto che la campagna di monitoraggio propedeutica allo studio sull’aerodispersione delle microplastiche è stata condotta nell’inverno 2017/2018, gli studiosi ipotizzano che durante la stagione estiva, quando le particelle divengono più asciutte e quindi più leggere, possano aumentare sia in termini di concentrazione che di distanza percorsa dalla sorgente.

Studi similari condotti in altre aree del pianeta, come quelle effettuati nel deserto del Sahara erano arrivati addirittura ad ipotizzare che le microplastiche potessero percorrere anche migliaia di chilometri prima di toccare terra. In questo senso, per passare dalle vette pirenaiche agli abissi marini, anche una ricerca similare, condotta nel febbraio scorso dalla Newcastle University, ne aveva rinvenute persino nelle fosse oceaniche, ad una profondità di oltre 6mila metri, trasportate da organismi marini che vivono in a quelle profondità.

Sauro Secci

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Idrogeno green e biometano trovano un incontro nella rete Snam: un nuovo progetto in Campania

Un progetto che apre una nuova era in Europa, quello che proprio nel nostro paese aprirà una fase di test applicativi per l’utilizzo di una miscela di idrogeno green e biometano effettuato sulla rete gas di Snam, incentrato su due gas rinnovabili destinati ad avere un ruolo centrale nel mix energetico de carbonizzato. Il nuovo progetto guidato da Snam, , primo del suo genere in Europa, è finalizzato a testare l’iniezione di idrogeno in rete per alimentare un pastificio e un’azienda di imbottigliamento in provincia di Salerno.

In Campania verrà infatti sperimentata la fornitura di H2NG, cioè una miscela di gas naturale e idrogeno immessa direttamente nella rete di Snam, che è oggi la principale utility del gas regolata in Europa e capofila dell’innovativo progetto. Proprio in questi giorni Snam ha inaugurato l’avvio della sperimentazione a Contursi Terme, in provincia di Salerno, alla presenza del sottosegretario al Ministero per lo Sviluppo economico Andrea Cioffi. La fase di sperimentazione prevede che per un mese sarà aggiunto idrogeno al 5% in volume al rifornimento di due imprese industriali del comune dell’entroterra salernitano, costituite da un’azienda di imbottigliamento di acque minerali e da un pastificio.

Come ha evidenziato l’amministratore delegato di SnamMarco Alverà La prima iniezione di idrogeno in Europa in una rete di trasporto con fornitura diretta a clienti industriali proietta Snam e il nostro Paese nel futuro dell’energia pulita. I gas rinnovabili come l’idrogeno green e il biometano, infatti, avranno un ruolo centrale nel mix energetico decarbonizzato oltre il 2050 insieme alle fonti rinnovabili tradizionali. E’ stato proprio un recente studio di Navigant Research di cui abbiamo parlato poche settimane fa in un nostro post, a rilevare il grande potenziale, ancora tutto da sfruttare, legato ai gas rinnovabili, a disposizione dell’Europa. Nel documento infatti si parla di ben 270 miliardi di metri cubi di complessivi tra biometano e idrogeno verde da immettere nelle infrastrutture esistenti entro il 2050, corrispondenti ad un risparmio di circa 217 miliardi di euro l’anno, pur rilevando ancora il ritardo di progetti a sostegno di una tale prospettiva. Un potenziale che, accanto all’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, potrà assicurare una transizione energetica meno costosa possibile, avendo un ruolo fondamentale nel riscaldamento domestico, nei processi industriali, nella produzione di energia elettrica e nei trasporti pesanti.

Un attestato importante del ruolo che può avere proprio l’Italia per accelerare l’utilizzo di tali gas rinnovabili, arriva dal segretario generale di Hydrogen Europe Jorgo Chatzimarkakis, secondo il quale, “Il Belpaese possiede il potenziale per diventare l’hub europeo dell’idrogeno nei prossimi decenni perché è dotato della rete gas più estesa del continente e rappresenta il ponte verso il Nord Africa, dove in futuro verrà prodotta la maggior parte dell’idrogeno verde da energia solare”.

Ed è proprio su tale direttrice che questo progetto di iniezione di idrogeno in rete si muove, con Snam  impegnata nella verifica della piena compatibilità delle infrastrutture esistenti con crescenti quantitativi di idrogeno miscelato con gas naturale oltre che nello studio di modalità di produzione di idrogeno verde, ottenuto cioè dall’elettrolisi dell’acqua alimentata da elettricità rinnovabile. Snam, in uno specifico comunicato stampa, spiega come, applicando la percentuale del 5% di idrogeno al totale del gas trasportato annualmente nella propria rete, se ne potrebbero immettere ogni anno in rete 3,5 miliardi di metri cubi, un quantitativo equivalente ai consumi annui di 1,5 milioni di famiglie, in grado di ridurre le emissioni climalteranti di anidride carbonica di 2,5 milioni di tonnellate, un quantitativo corrispondente al totale delle emissioni di tutte le auto di una città delle dimensioni di Roma o della metà delle auto di una regione delle dimensioni della Campania.

Sauro Secci

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Ambiente e Sport fanno “rete” in nome degli oceani

Fare rete è un concetto fondamentale per l’uomo moderno per uscire dalle tante crisi che attanagliano il pianeta, a partire proprio dalla crisi ambientale e climatica, divenuta una priorità assoluta da affrontare. Sembra proprio una metafora questa, sulla quale si è mosso il progetto “Good Net“, promosso dalla Federazione Mondiale Pallavolo (FIVB) e dall’associazione ambientalista olandese Ghost Fishing Foundation  orientato a portare all’attenzione il fenomeno delle “reti fantasma” abbandonate in mare.

Ridare una seconda vita alle reti da pesca abbandonate negl’oceani facendole divenire attrezzature sportive per le comunità locali, questo l’obiettivo di fondo sul quale si è mossa la Federazione Mondiale della Pallavolo (FIVB) e il gruppo olandese per la tutela e la conservazione marina Ghost Fishing Foundation lanciando il progetto Good Net con il quale si trasformano i pericolosi scarti della pesca in reti da volley da installare sulle spiagge.

Si tratta di un quantitativo di circa 640mila tonnellate di attrezzature da pesca che ogni anno vengono perdute in mare, determinando grandi rischi per la fauna sia perché ingerite che come trappola mortale, con il progetto che abbraccia sport e ambiente che oltre ad essere orientato al recupero delle reti abbandonate, vuole anche sensibilizzare le comunità locali riguardo alla grande problematica delle cosiddette “reti fantasma”.

Significative, nell’evento di presentazione del progetto, sulla spiaggia di Copacabana, le parole della stella della pallavolo brasiliana Giba: “Le reti nel nostro sport sono fondamentali. Adoriamo la spiaggia, quindi per noi, è stato brutto scoprire che negli oceani ci sono delle reti abbandonate che fanno così tanto male alla fauna che vi abita.

Il progetto è inserito nel programma Clean Seas lanciato dall’ONU nel 2017 per coordinare e finanziare progetti per il recupero delle plastiche nei mari e per sensibilizzare e rendere consapevoli della grande problema oltre che per evidenziare le ancora gravi e palesi carenze nella gestione dei rifiuti e del loro corretto riciclo.

Come ha spiegato il Ceo del gruppo ambientalista olandese, Pascal van Erp, “Noi di Ghost Fishing siamo sub e quindi teniamo particolarmente agli oceani. Capiamo anche che le reti fantasma causano danni alla fauna marina in luoghi in cui solo pochi lo possono osservare. Ma le reti da pallavolo, su una spiaggia locale o in un torneo televisivo, hanno un altro livello di visibilità”.

Per il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) il Sustainability Manager Julie Duffus,  ha dichiarato nella circostanza che “La chiave per promuovere lo sviluppo sostenibile globale è la collaborazione. Siamo entusiasti del fatto che il FIVB abbia aderito all’iniziativa Clean Seas. Insieme possiamo usare il potere dello sport per aiutare a contrastare l’inquinamento e dare un contributo attivo alla società e all’ambiente”.

A seguire un breve video di presentazione del progetto Good Net:

Sauro Secci

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Prevedere la velocità del vento, un sogno che può divenire realtà: uno studio del CNR IBIMET

Dare notizia di un nuovo interessante studio sulla possibilità di previsione della velocità del vento che vede autore un caro amico come l’Ingegner Giovanni Gualtieri del CNR IBIMET di Firenze, che mi ha dato l’onore di essere coautore di quattro studi sull’anemologia del Mediterraneo oggi utilizzati in oltre 40 paesi di tutti i 5 continenti è per me fonte di gioia profonda.

E’ anche, tra gli altri, ai quattro studi citati che si ispira il nuovo studio di Giovanni Gualtieri, il quale precisa che Poter prevedere, sulla base di semplici misure a terra, il profilo verticale della velocità del vento fino a quote difficilmente raggiungibili con strumentazione dai costi contenuti è un evidente vantaggio, soprattutto nella fase di prefattibilità di un progetto d’impianto eolico”. 

Torri anemologiche preposte alla misura del profilo verticale del vento – a sinistra in mare aperto (offshore). Fonte: Bundesamt fuer Seeschifffahrt und Hydrographie (BSH) – a destra sulla terraferma (onshore): ripresa fotografica della torre di Cabauw (Olanda). Fonte: Bundesamt fuer Seeschifffahrt und Hydrographie (BSH), http://www.fino3.de

Il corpo del nuovo studio di Gualtieri è ancora una volta affidato ai modelli di estrapolazione della velocità del vento, sempre di maggiore utilità applicativa considerando il costante aumento delle dimensioni dei moderni aerogeneratori, che si spingono ben oltre i 3 MW di potenza e i 100 metri di quota del mozzo, che arriva a superare, soprattutto nei modelli per offshore, anche i 150 m.

La nuova ricerca, che è stata pubblicata su Renewable and Sustainableenergyreviews, analizza, passandole in rassegna, ben 332 applicazioni condotte su un arco temporale di 40 anni, dal 1978 al 2018, su ben 96 località nel mondo, collocate a differenti altitudini comprese tra 0 e 2230 m s.l.m..

Sono state tre le grandi famiglie di modelli esaminate nello studio:

  • modelli basati sul profilo logaritmico;
  • modelli basati sulla legge di potenza;
  • modello di Deaves ed Harris.

Esempi di variazione della velocità del vento con la quota: rappresentazione del profilo della velocità del vento osservato e modellizzato utilizzando la legge di potenza (PL), la legge logaritmica (LogL) ed il modello di Deaves ed Harris (DH). (Fonte: Gualtieri, G. (2017). Wind resource extrapolating tools for modern multi-MW wind turbines: comparison of the Deaves and Harris model vs. the power law. Journal of Wind Engineering and Industrial Aerodynamics, 170, 107-117)

Lo studio di Gualtieri documenta l’accuratezza dei modelli applicati su ogni specifica località, discutendone nell’insieme l’andamento, prendendo in esame quattro diverse sitologie:

  • pianeggiante e prevalentemente privo di ostacoli;
  • collinare/ondulato con vegetazione/alberi; 
  • montuoso con orografia complessa;
  • in mare aperto.

Risultati dello studio. Errori normalizzati (%), distinti tra sovra- e sotto-stima, commessi nella stima della velocità del vento in quota dai diversi modelli applicati in tutti i siti considerati. (Fonte: Gualtieri, G. (2019). A comprehensive review on wind resource extrapolation models applied in wind energy. Renewable and Sustainable Energy Reviews, 102, 215-233)

Gli indicatori prestazionali dei diversi modelli sono stati individuati ed elaborati nella capacità di prevedere accuratamente il valore della velocità del vento in quota oltre che nel riuscire a raggiungere quote particolarmente elevate, come richiesto appunto dai nuovi moderni modelli di aerogeneratori. Come tiene a precisare lo stesso Giovanni Gualtieri  “Oltre alla mera accuratezza numerica grande risalto è stato dato alla convenienza economica di un modello piuttosto che di un altro, e quindi alla strumentazione più o meno a basso costo richiesta per ogni applicazione”.

A livello di risultati, nello studio si evidenzia come i modelli basati sul profilo logaritmico (utilizzati in passato in circa il 25.6% dei casi), risultano inadeguati allo scopo, dal momento che non sono in grado di raggiungere l’altezza tipica delle moderne turbine eoliche, presentando anche lo svantaggio di richiedere un’accurata stima della lunghezza di rugosità del sito (z0), parametro di complessa determinazione. Relativamente al modello di Deaves ed HarrisGiovanni Gualteri spiega come, nonostante questo sia utilizzabile a quote molto elevate (teoricamente lungo tutto lo strato limite), è stato raramente applicato sino ad oggi (in meno dell’1% dei casi), visto che richiede come parametri di ingresso, oltre alla già citata lunghezza di rugosità, anche la conoscenza di un ulteriore problematico parametro come la velocità di attrito (u*). A risultare maggiormente utilizzati invece sono i modelli basati sulla legge di potenza, (utilizzati in letteratura nel 73.5% dei casi), sia per la loro semplicità d’impiego che per la loro affidabilità. Su questi ultimi Gualtieri precisa come Essi non solo offrono una maggiore accuratezza nella previsione della velocità del vento in quota, ma riescono anche a raggiungere efficacemente le quote più elevate, tipiche delle moderne turbine”.

Un altro grande tassello che si inserisce in un quadro di studi di grande livello, capaci di dare un importantissimo contributo alla diffusione dell’energia eolica, grazie alla integrazione della modellistica con le rilevazioni strumentali, in un contesto tecnologico sempre più tecnologicamente sfidante.

Link abstract Studio “A comprehensive review on wind resource extrapolation models applied in wind energy”  di Giovanni Gualtieri (CNR-IBIMET) 

Link allegato tecnico al Comunicato Stampa CNR-IBIMET

Per informazioni:

Giovanni Gualtieri

CNR – Istituto di biometeorologia

g.gualtieri@ibimet.cnr.it

Sauro Secci

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Recupero della CO2: ecco la “batteria liquida” mangia emissioni

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Il recupero della CO2 per trasformarla da problema ad opportunità e che ha rappresentato uno dei temi centrali di Ecofuturo festival 2018, vede oggi affacciarsi una nuova interessante tecnologia, che si ispira al ruolo degli oceani negli equilibri planetari.

Si tratta di un nuovo sistema di cattura e utilizzo delle emissioni realizzato all’Istituto Nazionale di Scienza e Tecnologia di Ulsan (UNIST) in Corea. Il team di ricerca coreano, in collaborazione con i colleghi statunitensi del Georgia Tech, ha messo a punto un dispositivo elettrochimico capace di di sfruttare l’anidride carbonica per la produzione di energia elettrica e idrogeno. Un approfondimento di questa nuova interessante linea di ricerca è contenuta in un articolo pubblicato su iScience, dove si spiega che la tecnologia è basata sul funzionamento di una cella ibrida Na-CO2, una specie di grande batteria liquida con uno specifico design e dove l’anodo, in sodio metallico, è collocato in un elettrolita organico, mentre il catodo è contenuto in una soluzione acquosa all’intero della quale è iniettata la CO2. I due liquidi sono separati da una membrana di conduttore superionico  in sodio (NASICON).

Si tratta di un processo apparentemente semplice, quando il biossido di carbonio viene iniettato nell’elettrolita acquoso, reagisce con il catodo producendo ioni idrogeno e acido carbonico. Nella reazione elettrochimica tali sottoprodotti vengono utilizzati per produrre energia elettrica e gas idrogeno. A differenza di altri design, la nuova cella ibrida non rilascia alcuna CO2 come gas durante il normale funzionamento; al contrario metà del carbonio è recuperato dall’elettrolita come bicarbonato di sodio.

Interessanti anche le performance scaturite dalle prime fasi di test, che hanno evidenziato un’efficienza di conversione dell’anidride carbonica del 50% con l’intero sistema che ha dimostrato sufficientemente stabilità, riuscendo a funzionare per oltre 1.000 ore senza far registrare alcun danno agli elettrodi.

Come spiegano i ricercatori coreani “Le tecnologie di cattura, stoccaggio e utilizzo del carbonio sono state ampiamente studiate per riuscire a utilizzare la CO2, un gas a effetto serra, come una risorsa. Finora, tuttavia, non sono state proposte tecnologie efficaci a causa del basso tasso di conversione e di requisiti energetici elevati. La cella ibrida Na-CO2 può produrre continuamente energia elettrica e idrogeno attraverso la dissoluzione spontanea di CO2 in soluzione acquosa”.

La nuova “batteria”, essendo ancora lontana dalla consacrazione di mercato nel tormentato quadro dei sistemi CCUS (Carbon Capture, Utilization and Storage), pur tra le più promettenti in circolazione, è ora attesa alla prova della scalabilità, verificando se potrà divenire, insieme ad altre tecnologie, competitiva su una scala abbastanza grande, elemento fondamentale da superare.

Sauro Secci

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Cambiamenti climatici: il ruolo delle grandi campagne alluvionali

Sono sempre più frequenti gli eventi climatici estremi che, oltre a richiamare la necessità di un sempre più prioritario pacchetto di azioni di decarbonizzazione dei sistemi, richiedono la messa in atto di altrettanto importanti azioni di protezione ambientale. Proprio in questo ambito diviene di grande urgenza il ripristino dello stato naturale delle pianure alluvionali europee, fortemente compromesse dalla selvaggia antropizzazione degli ultimi decenni: è necessario coniugare protezione ambientale e resilienza climatica.

A sostenere tutto questo è l’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) nel nuovo documento “Why should we care about floodplains?” (link in calce al post) che analizza i potenziali benefici legati al ripristino di aree naturali lungo il corso dei fiumi.

In un contesto nel quale molti studi di settore prevedono che il cambiamento climatico determinerà un incremento della frequenza delle alluvioni e del tasso di siccità in molte regioni europee, le pianure alluvionali sono chiamate a svolgere un ruolo di cuscinetto naturale, fornendo più spazio all’acqua durante le precipitazioni abbondanti, impedendo nel contempo la formazione di onde alte e veloci nei fiumi e rilasciando lentamente le risorse idriche che hanno immagazzinato durante le stagioni secche, potendo mitigare così i pesanti effetti dei periodi siccitosi.

Un quadro sconfortante quello stracciato nello studio EEA, con ben il 70-90% di queste zone in Europa che risulta essere degradato dal punto di vista ecologico a causa delle attività umane. Sono molte oggi le principali città europee che insistono in pianure alluvionali (e che ospitano in media il 15% della popolazione europea), con paesi come Austria, Paesi Bassi, Slovacchia e Slovenia dove tale percentuale arriva a superare il 25%. Un contesto caratterizzato da una crescente urbanizzazione unitamente ad una più ampia superficie agricola: condizioni che determinano profondi cambiamenti nei sistemi fluviali, con il prosciugamento di queste preziosissime zone cuscinetto.

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Altro aspetto di compromissione è rappresentato dalle soluzioni messe in atto sino ad oggi dall’uomo, compresi i progetti per il controllo delle piene, lo sfruttamento idrico e la produzione idroelettrica, i quali hanno contribuito notevolmente a disconnettere i fiumi dalle loro pianure alluvionali, riducendone notevolmente il ruolo fondamentale nella mitigazione dei cambiamenti climatici e degli eventi meteo estremi.

Come spiega EEA nel documento, “Oltre alla protezione dalle alluvioni e dalla siccità le pianure alluvionali naturali possono prevenire l’erosione, migliorare la formazione del suolo, purificare l’acqua rifornendo i serbatoi di acque sotterranee e sostenere la conservazione di habitat e specie, compresi molti uccelli. Tuttavia, la stragrande maggioranza di questi habitat presenta uno stato di conservazione inadeguato o inadeguato”.

Sauro Secci

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XIV Rapporto Qualità ambiente urbano 2018 di ISPRA: il triste primato dell’inquinamento di Brescia

Puntuale anche quest’anno, con una precisa radiografia alla qualità dell’ambiente urbano delle nostre città, arriva il “Rapporto Ispra-Snpa ‘Qualità dell’ambiente urbano”, presentato nei giorni scorsi presso il Senato della Repubblica da Stefano Laporta e da Alessandro Bratti, rispettivamente Presidente e Direttore Generale di Ispra.

Ad aggiudicarsi la maglia nera, nella classifica elaborata dal nuovo Rapporto, una città martoriata dagli impatti ambientali come Brescia, ben nota purtroppo anche come SIN da bonificare per il grande inquinamento da PCB, essendo stata sede per decenni di un sito altamente inquinante (vedi post Ippocampo “Se Brescia avesse il mare….” ). Nella città lombarda sono state ben 87 le giornate nelle quali sono stati sforati i valori giornalieri di PM10 consentiti. A completare il triste podio figurano le città di Torino e di Lodi con 69 giorni. Passando alla parte opposta della classifica, a fornire la migliore qualità ambientale ai propri abitanti è la città di Viterbo, dove nel corso del 2018 non si è mai registrato alcun superamento del limite giornaliero di PM10 (50 µg/m³). Passando ad un altro insidioso inquinante atmosferico come l’NO2 (biossido di azoto) nel 2017 il valore limite annuale è stato superato in almeno una delle stazioni di monitoraggio di 25 aree urbane, facendo registrare inoltre più di 25 giorni di superamento dell’obiettivo a lungo termine per l’ozono in 66 aree urbane su 91 per le quali erano disponibili dati e il superamento del valore limite annuale per il PM2,5 (25 µg/m³) in 13 aree urbane su 84.

Non mancano comunque segnali positivi, con i trend relativi alle concentrazioni di PM10, PM 2,5 (polveri sottili con diametro <= a 2,5 micrometri) e NO2 (biossido di azoto) che fanno registrare una diminuzione e le emissioni di PM10 primario, prodotto da riscaldamento domestico e trasporti, ma anche da industrie e altri fenomeni naturali, in diminuzione del 19% in dieci anni, passando dalle 45.403 tonnellate (Mg) del 2005 alle 36.712 tonnellate (Mg) del 2015.

Ad integrare il quadro delle buone notizie per le aree urbane del nostro paese anche la crescita della sharing mobility, con un incremento di oltre il doppio del numero di vetture di tale servizio nel triennio 2015-2017, con l’83% delle 48.000 nuove unità messe su strada nel 2017, costituito da biciclette, il 16% da auto e l’1% da scooter.

Passando ad un altro argomento reso sempre più attuale dalle cronache dei nostri giorni, come quello legato al dissesto idrogeologico ed al consumo di suolo, non si registrano purtroppo segni di rallentamento di quest’ultimo, con i comuni italiani che si ritrovano non solo a dover fronteggiare il rischio idrogeologico, ma anche le ingenti perdite economiche generate. Infatti nel periodo 2016-2017 le 120 città analizzate da ISPRA hanno perso complessivamente circa 650 ettari di suolo, corrispondente ad una perdita di servizi ecosistemici associati stimabile in circa 215-270 milioni di euro. In cima a quest’altra triste classifica si collocano Napoli e Milano, con la percentuale di suolo consumato più alta, rispettivamente 34,2% e 32,3%, anche se a far registrare la perdita economica più significativa tra le città metropolitane è Roma, con un’emorragia che si colloca tra i 25 e i 30 milioni di euro. Altro fenomeno in cui Roma fa registrare un triste primato è quello ben noto è quello relativo ai fenomeni di sprofondamento, con ben 136 nuove voragini che si sono aperte negli ultimi 10 mesi del 2018.

A livello di rischio frane e alluvioni, il 3,6% delle città, dove risiedono quasi 190 mila abitanti, si configura nelle classi a maggiore pericolosità di frane, con valori che salgono al 17,4%, superando anche la media nazionale del’8,4%, quando si parla di rischio di alluvioni nello scenario medio. In questo ambito i comuni più popolosi a rischio frana nel nostro paese risultano oggi Napoli, Genova, Catanzaro, Chieti, Massa e Palermo.

Dei 5.248 interventi messi in atto per fronteggiare il dissesto su l’intero territorio nazionale 460 riguardano i 120 comuni considerati dal rapporto con la probabilità di alluvione che però è superiore alla media nazionale. In particolare la percentuale di aree a pericolosità media P2 (tempo di ritorno tra 100 e 200anni) è pari al 17% del territorio dei 120 comuni, mentre il dato nazionale si attesta all’8,4%. Inoltre, la popolazione a rischio alluvioni nelle stesse aree di 2.195.485 abitanti è pari al 12% della popolazione residente a fronte di un dato nazionale del 10,4%. I Comuni con oltre 50.000 abitanti a rischio alluvioni sono 14 e 7 Città metropolitane con oltre 100.000 abitanti a rischio.

Relativamente all’ambito dei finanziamenti ai comuni, per Genova sono stati stanziati di 354 mln € (di cui solo 2,66 mln € su progetti già conclusi), per Milano 171 mln € (compresi 25,40 mln € di progetti conclusi), per Firenze 118 mln €, di cui solo 830 mila euro sono relativi a progetti conclusi. Nelle 14 città metropolitane sono invece 917 gli interventi per un importo totale pari a 1 miliardo e 845 mln di euro.

Ovviamente molto più ampio ed articolato il numero di indicatori sviluppati nell’ambito del Rapporto per sviscerare le tante dimensioni della qualità urbana come:

  1. fattori sociali ed economici
  2. suolo e territorio
  3. infrastrutture verdi
  4. acque
  5. inquinamento dell’aria e cambiamenti climatici
  6. rifiuti urbani
  7. attività industriali in ambito urbano
  8. trasporti e mobilità
  9. esposizione all’inquinamento elettromagnetico ed acustico
  10. azioni e strumenti per la sostenibilità locale

Link per scaricare le sezioni del  XIV Rapporto Qualità dell’ambiente urbano – Edizione 2018

Link IspraTV “La qualità dell’ambiente urbano”

Sauro Secci

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