Bitcoin, la catastrofe ecologica

Un articolo di approfondimento di grande valenza su un nuovo fenomeno all’orizzonte negli scenari finanziari, dagli enormi potenziali in termini di catastrofe ecologica

Risorse Economia Ambiente

E’ la tendenza finanziaria del momento.

E’ il modo in assoluto più inefficiente ed idiota di usare l’energia elettrica. Consuma l’equivalente di due centrali nucleari dedicate e continua a crescere esponenzialmente.

Di Dario Faccini

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Nuovo Atlante dei cammini: 40 percorsi per l’Italia a piedi e non solo

La metafora del cammino a piedi rappresenta molto bene la vita e l’esistenza dell’uomo sulla Terra. Proprio su questa linea ideale si snoda il nuovo Atlante dei Cammini, 40 itinerari per scoprire il nostro paese, dal Sentiero del brigante in Aspromonte alle strade percorse dal sommo poeta Dante che lo hanno ispirato nella scrittura della Divina Commedia, attraverso sentieri, strade, vie e boschi oggi mappati nel nuovo strumento.

Un inno alla lentezza come antidoto fondamentale in questi tempi convulsi per l’uomo, e così lontani dalla sua vera natura, un nuovo strumento per incentivare il “turismo lento”, basato su viaggi a piedi alla scoperta delle meraviglie del nostro Paese, questa prima mappatura ufficiale dei cammini d’Italia.

Si tratta infatti di una serie di percorsi e itinerari pensati come una rete di mobilità slow, basati oggi su 40 cammini, come quelli dedicati ai santi, i cammini francescani, laureatani e benedettini, quelli dedicati ai briganti come il sentiero che attraversa l’Aspromonte, il cammino di Dante che attraversa i luoghi dove Dante visse in esilio scrivendo la Divina Commedia.

Molti i sentieri che rievocano pagine anche dolorose della nostra storia come il sentiero della Pace che ripercorre luoghi e memorie della Prima Guerra Mondiale, per proseguire con la Via Appia, la Via Francigena, la Via degli Dei, il cammino di San Vicinio, la Via degli Abati, il sentiero Liguria, la Via Romea Germanica, il Sentiero del Dürer, il cammino di San Benedetto e molti altri.

Una rete di sentieri tutti raccolti nel sito di Cammini di Italia che si propone così come strumento di grande utilità per viaggiatori e turisti che possono muoversi a piedi, in bicicletta e con altre forme di mobilità sostenibile, promuovendo così una modalità alternativa di turismo alla riscoperta di antichi valori.

Come ha sottolineato il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, presentando il nuovo strumento, “È un progetto pensato per quanti vogliono, e sono sempre di più, vivere il nostro Paese, andando al di là di una semplice vacanza. Per i visitatori che amano immergersi in quel patrimonio diffuso di arte, buon cibo, paesaggio e spiritualità che rappresentano l’essenza dell’Italia

Una idea, quella della realizzazione del nuovo portale unico dedicato ai cammini, maturata durante l’anno Nazionale dei Cammini 2016 proclamato con una direttiva del Mibact e che ha visto l’impegno comune di Stato, Regioni, Comuni, Enti locali, pubblico e privato per la valorizzazione di 6600 chilometri di cammini naturalistici, religiosi, culturali e spirituali che attraversano l’intero Paese, alla riscoperta di una meravigliosa fetta d’Italia davvero poco conosciuta.

Nel nuovo portale sono presenti le mappe con relative informazioni su distanza, segnaletica, snodi e tutte quello che è utile conoscere prima di intraprendere uno dei cammini. Per il loro inserimento nel portale poi, i cammini devono rispettare undici criteri che vanno dalle infrastrutture presenti, come segnaletica, percorsi fruibili in sicurezza, strade asfaltate etc fino ai servizi di alloggio e ristorazione, con un occhio attento anche a quelli di vigilanza e manutenzione.
Le proposte pervenute dagli enti locali erano state ben 113, ma solo 41 hanno per ora superato la selezione.

A seguire un breve video con il testo della intervista al Ministro dei Beni culturali e Ambientali Dario Franceschini

Link Mappa Atlante dei Camini

Sauro Secci

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Sviluppo cognitivo infantile: i benefici influssi delle aree verdi

E’ senza dubbio facile correlare una migliore qualità della vita all’abitare in prossimità di zone ricche di verde che, oltre ad incoraggiare l’attività fisica e ridurre l’esposizione a rumore ed inquinamento, a benefici effetti sullo sviluppo cognitivo dei bambini.

Ad approfondire quest’ultimo aspetto studio dell’ISGlobal (Institute for Global Health di Barcellona), secondo il quale maggiori sono le aree verdi che circondano le arre residenziali e maggiori saranno le capacità cognitive e di attenzione sviluppate dai più piccoli.

Si tratta di un nuovo studio che fa seguito ad un altro di alcuni anni fa, nel quale avevamo dato conto degli stessi aspetti e anche in funzione dei casi di autismo ma orientato in quel caso ai bambini tra i 7 e i 10 anni (vedi post “Autismo, sviluppo cognitivo infantile e qualità dell’aria e dell’ambiente: un rapporto davvero difficile“) . Nle nuovo studio gli autori hanno ampliato quella ricerca per valutare anche l’impatto del verde nelle zone residenziali sui bambini, fin dalla primissima infanzia, tra i 4-5 e i 7 anni. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Environment Health Perspectives (scaricabile in calce al post), e si è basato su una analisi dii dati relativi a 1.500 bambini di Sabadell e Valencia raccolti tra il 2003 e il 2013 nell’ambito di un progetto su infanzia e ambiente.

La metodologia adottata nello studio si è basata sulla misura del verde circostante e sottoponendo a specifici test i bambini appunto nella fascia di età tra 4-5 e 7 anni. I ricercatori hanno osservato come coloro che vivevano in case circondate da più verde conseguivano i punteggi più alti. Il passo successivo della ricerca, come spiegano gli autori, sarà quello di studiare gli effetti di differenti essenze di vegetazione.

Come rileva l’autore principale dello studio Payam Dadvand, “Questa è la prima volta che viene studiato l’impatto dell’esposizione alla natura nello sviluppo cognitivo dei bambini”, il quale sostiene che si tratta di un risultato fondamentale,  perché sottolinea l’importanza di incentivare la creazione di aree verdi nelle città per la salute e lo sviluppo celebrale dei piccoli fino dalla nascita.

A rinforzare il concetto anche Jordi Sunyer del Child Health Programme del ISGlobal, secondo il quale “la presenza della natura nei centri urbani promuove la coesione sociale e riduce l’esposizione all’inquinamento dell’aria, è una questione essenziale per lo sviluppo delle generazioni future”.

Sauro Secci

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La Geotermia a bassa entalpia arriva anche sulle Alpi con “Greta”

Una delle fonti rinnovabili da declinare decisamente al plurale e decisamente quella geotermiche, che grazie alla sua forma a bassa entalpia, si propone davvero come ubiquitaria e davvero fattibile ovunque, anche nei distretti geografici i più impensati, per dare un contributo determinante alla de carbonizzazione dei modelli energetici, per le sue grandi potenzialità di riscaldamento e raffrescamento degli edifici.

Ad abbattere assolutamente ogni muro geografico  il Progetto “Greta”, che si propone la diffusione della geotermia a bassa entalpia nell’intero arco alpino e che vedi uniti in partenariato ben 12 soggetti, costituiti da università, centri di ricerca, organismi internazionali, agenzie statali, enti regionali e cluster di aziende.

Si tratta di un distretto geografico, quello del’arco alpino europeo, caratterizzato da paesi altamente energivori dal punto di vista climatico, principalmente per il riscaldamento concentrato prevalentemente nei settori turistico e residenziale.

Si tratta di un progetto la acui genesi è stata determinata dal fatto che in alcuni recenti studi di valutazione sul potenziale delle fonti rinnovabili in quelle aree geografiche, non è stata correttamente valutata ed evidenziata proprio la fonte geotermica a bassa entalpia (Near-Surface Geothermal Energy – NSGE).

Per questo ragione quindi i 12 partner provenienti da 6 diversi paesi europei (Italia, Francia, Svizzera, Germania, Austria e Solvenia), hanno dato vita al progetto GRETA (near-surface Geothermal REsources in the Territory of the Alpine space), con l’obiettivo di dimostrare il potenziale della geotermia a bassa entalpia applicata all’arco alpino europeo, promuovendone l’integrazione in futuri piani energetici, a diversi livelli amministrativi.

Come sottolineato il leader del progetto GRETA Kai Zosseder della Technical University of Munich di Monaco di Baviera, in apertura della mid-term conference tenutasi il 7 novembre scorso a Salisburgo,  “dobbiamo diffondere le tecnologie rinnovabili a basse emissioni, ma per ora il potenziale della geotermia a bassa entalpia non è ancora stato ben valorizzato”.

La conferenza ha costituita una opportunità per presentare le migliori pratiche ad oggi implementate come:

  • il sistema informativo sulle pompe di calore realizzato per la città di Salisburgo;
  • il data center della BMW, che utilizza per il raffrescamento un sifone di drenaggio della falda idrica che passa sotto la metropolitana di Monaco di Baviera;
  • l’infrastruttura di trasporto realizzata per la stazione di Oberstdorf (Baviera), nella quale 23 scambi ferroviari sono mantenuti liberi dal ghiaccio mediante un sistema con sonde geotermiche.

Durante la stessa conferenza stampa, sono stati inoltre presentati alcuni degli studi ad oggi condotti, tra i quali quello sul rapporto tra capacità di geoscambio e costo di installazione. Infatti per esempio in Valle d’Aosta, come si legge nel comunicato stampa, un impianto a circuito chiuso può costare fino al 38% in più ad Aosta (dove il terreno è scarsamente conduttivo) rispetto a Courmayeur (con presenza di un terreno caratterizzato da rocce a maggiore conducibilità termica. Per contro, la piana di Aosta si presta molto bene invece alla realizzazione di impianti a circuito aperto, come nel caso della ristrutturazione di Maison Lostan, futura sede di uffici regionali.

Si tratta di un progetto al quale manca ancora un anno di lavoro, durante il quale i partner continueranno a lavorare sui fronti dello scambio di esperienze e best practices, sullo studio del potenziale geotermico e su come implementarlo negli strumenti di pianificazione energetica.

I partner del progetto “Greta” sono:

  • Technical University di Monaco
  • ARPA Valle d’Aosta
  • Geological Survey Austria
  • Geological Survey Slovenia
  • BRGM
  • POLITO
  • EURAC
  • Triple-S
  • INDURA
  • Regione Lombardia
  • Climate Alliance
  • Università di Basilea

Link sito progetto GRETA 

A seguire un berve contributo video che ci accompagna negli obiettivi del progetto “Greta”


Sauro Secci

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Profughi ambientali: una nuova crisi sta per abbattersi sull’Europa

Proprio un paio di anni fa ho avuto modo di analizzare, attraverso due specifici studi, il crescente fenomeno dei profughi ambientali, nel più ampio ventaglio dei fenomeni migratori di questo inizio del XXI secolo (vedi post “Cambiamenti climatici e profughi ambientali: 50 milioni entro 10 anni secondo due nuovi studi“).

Ad aggiornare quella situazione, arriva un nuovo rapporto secondo il quale la più grande crisi migratoria del mondo deve ancora venire, e sarà proprio quella dei rifugiati climatici. E’ infatti il nuovo rapporto della Environmental Justice Foundation (EJF),  pubblicato proprio in prossimità della COP 23 di Bonn a sostenere che decine di milioni di persone saranno costrette a lasciare le loro case entro il 2030, in quella che potrebbe essere la più grande crisi dei rifugiati mai vista al mondo, con la politica italiana ed europea sostanzialmente in affanno sino ad oggi, nella gestione di flussi di poche centinaia di migliaia di persone all’anno.

Secondo il nuovo rapporto infatti, le persone in fuga dal conflitto siriano saranno una una piccola parte di quello che l’Europa dovrà affrontare nel futuro prossimo. Secondo la fondazione EJF, redattrice del rapporto, si tratta di una enorme sfida, che costringerà il vecchio continente a fronteggiare le fughe di massa dal Sahel, nell’Africa Subsahariana, che potrebbero coinvolgere fino a 20 milioni di abitanti senza più i mezzi essenziali di sussistenza, i quali si orienteranno verso il Mediterraneo piuttosto che sulla rotta del Sudafrica, ma attraverseranno il Mediterraneo.

Un invito importante che arriva dal rapporto rivolto ai governi, è quello di concordare un nuovo quadro giuridico per la protezione dei rifugiati climatici, esortando i grandi leader a frea di più per l’attuazione degli obiettivi fissati durante la COP21 di Parigi, prima dell’avvio dei negoziati della COP23 di Bonn sul clima, fissati per il 6 novembre.

Nel rapporto si afferma che i cambiamenti climatici hanno giocato un ruolo importante nello scoppio della guerra in Siria, con la siccità che ha costretto ben 1,5 milioni di persone a migrare dalle campagne alle città tra il 2006 e il 2011, delle quali molte di loro senza alcun accesso stabile a cibo, acqua o lavoro, elemento che ha accentuato le tensioni già presenti nel paese.

Un richiamo importante è quello che il rapporto dedica alla visione generale del fenomeno, evidenziando come l’impatto a fronte del crescente impatto dei cambiamenti climatici sugli abitanti del Medio Oriente e dell’Africa, è esteso anche ai paesi più ricchi. Un caso emblematico al riguardo è quello degli uragani che hanno devastato recentemente fatto grandi danni in Texas ed in Florida.arti degli Stati Uniti di recente, precisando come nessuno possa ritenersi immune dagli effetti climatici del riscaldamento globale, auspicando che questo possa favorire l’adozione di soluzioni capaci di tenere conto di tutti i soggetti, specialmente i più vulnerabili.

Le conclusioni del nuovo rapporto di EJF sono rivolte a chiedere passi più importanti e decisamente più perentori in termini di tagli alle emissioni di gas serra unitamente all’esigenza della costruzione di un meccanismo giuridico internazionale per la protezione dei rifugiati climatici. Un monito importante per l’Europa che, se non sarà in grado di aprire le porte a chi fugge da paesi resi inospitali da un modello di sviluppo da essa stessa promosso, rischia seriamente che queste porte vengano prima o poi sfondate dalla disperazione dei profughi stessi.

Sauro Secci

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Rinnovabili e cambiamenti climatici: dalla geotermia impianti ad impronta di carbonio negativa

In Islanda è stato avviato il primo impianto geotermico di produzione dell’energia elettrica con bilancio negativo a livello di emissione di CO2 in atmosfera, attraverso innovative strategie di recupero, grazie allo speciale modulo messo a punto dalla società svizzera Climateworks.

Gli effetti sempre più evidenti del riscaldamento globale, anche nella nostra vita quotidiana, sempre più caratterizzata da eventi meteorologici sempre più polarizzati, chiede ai governi, al mondo della ricerca ed a quello delle aziende, di creare i presupposti per profonde modificazioni dei processi nei prossimi anni per diminuire le emissioni di CO2. La società svizzera Climateworks ha messo a punto ad esempio un modulo speciale, in grado di recuperare l’anidride carbonica dall’aria in un impianto geotermoelettrico islandese, nel quale è stato inserito un nuovo modulo in grado di recuperare dall’atmosfera più CO2 di quanta ne immetta, proponendosi come primo impianto “CO2 negative”.

Il nuovo modulo, denominato DAC (Direct Air Capture) aspira l’aria circostante, trattenendo l’anidride carbonica tramite uno speciale filtro.

Quando il filtro si satura di anidride carbonica viene riscaldato attraverso il recupero termico gli scarichi della centrale geotermica. In tal modo la CO2 si stacca dal filtro venendo sottoposta a miscelazione con acquaIl composto così ottenuto viene infine “iniettato” nel sottosuolo ad una profondità di oltre 700 metri, dove si trova uno strato di roccia basaltica capace di reagire col composto di acqua e CO2, formando così dei minerali, configurandosi come una soluzione di stoccaggio sicura, permanente e soprattutto irreversibile.

Si tratta di una sperimentazione che rientra nel progetto CarbFix2 (link sito), finanziato con fondi dell’Unione europea nell’ambito del programma di ricerca e innovazione Horizon 2020. Il sistema messo a punto dalla società svizzera Climateworks (link sito) è in grado di “ritirare” dall’aria 50 tonnellate di CO2 ogni anno, una quantità ovviamente ancora insufficiente ma che rappresenta comunque un primo significativo passo in avanti.

L’accoppiamento di questa nuova tecnologia con quella di rimozione diretta del diossido di carbonio dall’aria costituisce una prima assoluta a livello mondiale. Il sistema DAC riesce a raccogliere la CO2 grazie ad un particolare filtro brevettato e già sperimentato con successo in un termovalorizzatore di rifiuti a Zurigo. Come sottolinea il CEO di Climeworks Christoph Gebald, “il potenziale di riduzione della CO2 con la nostra tecnologia in combinazione con quella di CarbFix2 è enorme, non solo qui in Islanda ma anche in tutte le altre regioni che possiedono simili formazioni rocciose”. Naturalmente, il costo economico della diffusione su larga scala per questo tipo di tecnologia rimane ancora oggi improponibile. I costi di tali tecnologie infatti, sono ancora elevati anche se stanno rapidamente scendendo, rendendo possibile la prima applicazione nel mondo reale. Non è difficile immaginare che l’impiego di questi filtri su scala industriale, soprattutto in paesi come la Cina, potrebbero dare benefici soprattutto nell’immediato, da qui a pochi anni, abbattendo le alte concentrazioni di CO2 nell’atmosfera.

A seguire un breve contributo video che ci accompagna in questa nuova interessante tecnologia di abbattimento dei livelli di CO2 in atmosfera

Sauro Secci

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Palafitte del XXI secolo: zero emission a prova di uragano

I cambiamenti climatici, che stanno portando anche fenomeni meteorologici estremi come gli uragani, ad ampliare sempre più le loro aree, stanno dando spunti nuovi di progettazione ad architetti e designer, che si stanno impegnando in soluzioni applicabili nel breve periodo.

Nella attesa che i governi mettano in atto politiche dedicate alle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici rischia di essere un proposito che ignora la realtà contingente, con paesi come gli USA, simbolo di fenomeni estremi come gli uragani, che sotto la guida di Trump, che non poca fatica ad ammettere gli impatti delle attività antropiche sul riscaldamento globale.
E’ su queste sollecitazioni che si sono mossi l’architetto olandese Koen Olthuis, del Waterstudio ed una società di Miami, la Arkup, esperta in tecnologie green e costruzioni flottanti, dando vita ad un progetto di case galleggianti a zero emissioni (link sito Arkup).

Si tratta di un progetto di abitazione di fascia elevata, di matrice off-shore, derivato cioè dai modernissimi yacht abitabili hi-tech, alimentati ad energia solare, ricordano, capaci di alimentarsi integralmente off-grid, senza esigenza di collegamento alla rete elettrica. A completare la dotazione green delle nuove abitazioni su acqua anche un sistema di gestione dei rifiuti, un sistema di raccolta dell’acqua piovana e sistemi di depurazione delle acque di scarico. In sostanza non si tratta di piccole abitazioni, ma di grandi appartamenti di circa 400 metri quadri, con impianto fotovoltaico da 30 kW, batterie al litio da 1.000 kWh ed elevato isolamento termico di alta qualità.

A livello di assetto le nuove abitazioni sono dotate di sistemi di autoelevazione idraulici, per evitare la loro deriva sulle onde, specialmente a fronte di eventi meteorologici estremi, capaci di tollerare forti venti, inondazioni e uragani.

Le gambe di queste “palafitte del XXI secolo”, possono raggiungere un altezza fino 12 metri, e servono come ancoraggio sul fondale, per poi sollevare l’abitazione a fronte di aumento dei livelli dell’acqua. Addirittura poi la dotazione delle nuove costruzioni le rende anche mobili attraverso due motori elettrici da 136 cavalli, fino ad una velocità di 7 nodi.

A seguire un tour virtuale che ci accompagna in questa avveniristica casa galleggiante.

Sauro Secci

 

 

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