“Europe on the Move”: ecomobilità e interconnessione nella nuova strategia della mobilità UE

Il settore della mobilità, anche dopo i recenti scandali che hanno caratterizzato quella basata sui combustibili fossili, con lo scaldalo dieselgate e quello connesso alle emissioni auto truccate, facendo una grande presa anche sugli utenti automobilisti, ha bisogno di trovare riscatti importanti, anche per le grandi opportunità oggi attuabili in termini di ecomobilità. Un richiamo forte anche per la Commissione Europa, la quale ha presentato proprio in questi giorni “Europe on the Move” (Europa in movimento), iniziativa per una mobilità pulita, competitiva e connessa, con l’obiettivo sintetizzato nelle parole del Vicepresidente per l’Unione dell’energia Šefčovič, secondo il quale è “reinventare la ruota”, rimodellando il futuro della mobilità comunitaria per andare incontro alle esigenze di cittadini e ambiente.

Un pacchetto quello di “Europe on the Move”, che comprende otto differenti proposte legislative riguardanti il trasporto su strada, ben schematizzate nella figura seguente tratta dalla Comunicazione, che saranno integrate nei prossimi 12 mesi da ulteriori misure, a partire dalle azioni finalizzate a rendere il traffico più sicuro, incoraggiando l’adozione di sistemi di pedaggio più equi, tagliando le emissioni di CO2, e migliorare le condizioni lavorative del settore.

Uno dei capisaldi dell’iniziativa è rappresentato dalle questioni collegate alla sostenibilità dei trasporti, ambito nel quale la Commissione Europea proporrà nuovi standard di emissione per auto e veicoli pesanti attesi già da questo autunno, la realizzazione di strade elettriche intelligenti e l’utilizzo di energie rinnovabili per l’alimentazione dei veicoli come  i biocarburanti avanzati (biometano, GNL) e l’idrogeno.

Le attuali misure adottate prevedono anche pedaggi autostradali basati sui km percorsi e non sulla durata temporale, e soprattutto più cari per chi guida auto maggiormente inquinanti sono rafforzate dalla proposta di migliorare l’interoperabilità e l’integrazione tra i sistemi di telepedaggio, elemento fondamentale per consentire agli utenti della strada di viaggiare in tutto il territorio UE senza doversi preoccupare delle diverse formalità amministrative di esazione. Altra porposta contenuta nel pacchetto, quella di adottare specifiche comuni per i dati relativi al trasporto pubblico, le quale permetteranno anche di pianificare meglio il viaggio, seguendo l’itinerario migliore anche se questo prevede l’attraversamento di una o più frontiere.

Circa l’emanazione il commento di Violeta Bulc, Commissaria per i Trasporti della Commissione Europea, al quale spiega che L’UE ha l’opportunità unica di modernizzare il trasporto su strada non soltanto in casa propria, ma anche a livello globale. Con le nostre riforme porremo le fondamenta per soluzioni stradali digitali standardizzate, condizioni sociali più eque e regole di mercato applicabili. Le riforme contribuiranno a ridurre i costi socio-economici dei trasporti, come il tempo perduto a causa del traffico, gli incidenti stradali mortali o con feriti gravi e i rischi per la salute derivanti dall’inquinamento e dal rumore, e andranno incontro alle esigenze dei cittadini, delle imprese e della natura. Con norme comuni e servizi transnazionali, inoltre, i viaggi multimodali potranno diventare realtà in tutta Europa.

Un documento sicuramente importante per la fondamentale unificazione delle procedure di accesso alla mobilità principale in ambito UE nel segno di sostenibilità, ecomobilità, e superamento di tutte le barriere anche tecnologiche oggi elementi limitanti in questa direzione.

Sauro Secci

 

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Riscaldamento globale ed effetti sulle città: pubblicata una nuova ricerca

Mi è capitato spesso di parlare, nell’ambito dell’inquinamento atmosferico che sta assediando sempre di più i grandi agglomerati urbani, della cosiddetta “isola di calore urbano” definita dagli scienziati “UHI” (Urban Heating Island), fenomeno che determina condizioni che favoriscono il ristagno di inquinanti primari e la proliferazione di quelli secondari come l’ozono durante il periodo estivo. Un trend inarrestabile quello del popolamento dei centri urbani, che vedrà vivere entro il 2050 i tre quarti della popolazione in palazzi sempre più a sviluppo verticale, con le città che coprendo appena l’1% della superficie terrestre, producono circa l’80% del pil mondiale consumando il 78% dell’energia e con le emissioni urbane che pesano per il 60% del totale di CO2 da combustibili fossili. Un contesto che,  combinato con gli effetti del riscaldamento globale, rischia di mettere a durissima prova le infrastrutture urbane che garantiscono la più o meno accettabile vivibilità urbana.

Un quadro degli effetti negativi che l’isola di calore urbano e il riscaldamento globale più in generale potranno avere sulle nostre città da qui alla fine del secolo, rendendole sempre più invivibili entro la fine del secolo a causa del riscaldamento globale è quello tracciato da una specifica ricerca pubblicata su Nature  (link preview articolo). Secondo la ricerca, in caso di fallimento nell’implementazione delle misure previste dall’accordo di Parigi, seriamente minacciato anche dopo il recente G7 di Taormina, con le emissioni che continuerebbero a salire, ci ritroveremo nel 2100  città più calde anche di ben 8 °C. Di questi 8 gradi di incremento, quasi 5 andrebbero imputati  al riscaldamento globale, con il resto che sarebbe causa dell’effetto “isola di calore urbana” già citato in premessa, che si verifica quando superfici come parchi, dighe e laghi, capaci di raffreddare l’aria intorno a sé, vengono rimpiazzati da cemento e asfalto, peggiorando così la qualità della vita in ambito urbano e  contribuendo all’incremento delle temperature locali.

Si tratta di una ricerca, coordinata dall’Istituto di Studi ambientali dei Paesi Bassi, che ha utilizzato dati provenienti dalle 1.692 città più grandi del mondo, raccolti in un arco temporale molto lungo, che va dal 1950-2015. Una così vasta base di dati ha consentito la stima dei potenziali danni economici che un tale non auspicabile scenario potrebbe avere come conseguenza. Prendendo il PIL come indicatore, pur nella sua indeterminatezza, in media una città rischia di perdere tra l’1,4% e l’1,7% del pil all’anno entro il 2050, e tra il 2,3% e il 5,6% entro il 2100. Per le metropoli maggiormente colpite, anche per la loro collocazione geografica, dall’incremento di temperatura, i crolli del prodotto interno lordo potrebbero raggiungere picch fino al 10,9% l’anno entro fine secolo.

Una grande responsabile l’isola di calore urbano di queste perdite, con le soluzioni per arginarla fornite dai ricercatori, secondo i quali sarebbero necessarie politiche locali per incrementare il verde urbano, o l’utilizzo di materiali per tetti e marciapiedi che non accumulino calore.

Sauro Secci

 

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Riconversione del suolo: una grande opportunità per l’Italia

brownfield_italiaIl tema dell’uso del suolo, per sua stessa natura una risorsa limitata su cui dovrebbero coesistere armoniosamente attività differenti assume una grande centralità per affrontare tante piaghe del nostro paese, a cominciare dal dissesto idrogeologico, che ci vede estremamente vulnerabili per la morfologia del paese. Urbanizzazione, infrastrutture, agricoltura, boschi e foreste si ripartiscono lo spazio disponibile secondo equilibri molto complessi, variabili da zona a zona, tuttavia svolgendo ognuno di questi ambiti un suo ruolo ben preciso, può essere compressa solo entro certi limiti. Un argomento di grande rilevanza se solo pensiamo che le nostre aree urbane sono costellate di siti abbandonati o in disuso, spesso da bonificare perché inquinati, che in passato hanno ospitato attività economiche o industriali e che ora potrebbero seguire un percorso virtuoso di riconversione suolo. Si tratta di un tema analizzato nella sua dimensione europea, da un nuovo rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) denominato “Land recycling in Europe” che fa il punto su dimensione e impatto del fenomeno e scaricabile in calce al post. Una importanza ancora più rilevante è la riconversione della parte inquinata di questi siti, i cosiddetti “brownfields”, siti inquinati nei quali gli interventi di riutilizzo o trasformazione d’uso, valorizzandone le caratteristiche e collocazione geografica, sono in grado di produrre benefici economici uguali o superiori ai costi relativi alle opere di trasformazione e alle opere di bonifica o messa in sicurezza.

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Si tratta, spesso, di siti inquinati compresi in ambito urbano o di immediata periferia, già dotati di tutte le opere di urbanizzazione (luce, acqua, gas, rete fognaria ecc.) e prossimi a linee e raccordi di trasporto. Aree, quindi, degradate ed impattanti, sia sulle matrici ambientali che sul tessuto antropico circostante, ma che presentano caratteristiche tali da poter essere utilmente trasformate e valorizzate, e che sono in grado di produrre, se adeguatamente gestite, benefici finanziari ed economici e nuove opportunità di sviluppo sostenibile per la collettività invece che andare a “divorare” nuovo suolo vergine.
Si tratta di una problematica di grande rilevanza in molti paesi europei, dove esiste un serio problema di consumo del suolo inteso come porzione del territorio modificato dall’azione dell’uomo. In Italia il fenomeno è stato ben fotografato dall’ISPRA che in un documento del 2015 ha mostrato come il suolo consumato in Italia sia passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7% del 2014 (vedi post “Consumo di suolo: Italia sempre più “affogata” nel cemento secondo ISPRA”). Contestualmente a questo fenomeno è progressivamente cresciuta anche l’estensione della aree in disuso che contribuiscono a mantenere elevati gli indici di uso del suolo, perdendo però nel contempo stesso ogni utilità o beneficio alla collettività.

Nel rapporto di AEA viene ben chiarito il concetto di riconversione o recupero del suolo, in inglese “land recycling”, inteso come quell’insieme di operazioni che permettono di recuperare un sito dismesso o abbandonato attribuendogli una nuova funzione nel tessuto urbano. Rientrano nella riconversione di suolo sia le operazioni bonifica e ripristino dello stato naturale dei terreni sia anche il riutilizzo del suolo a scopo edificatorio.
Proprio al riguardo nel rapporto di distinguono due diversi processi di riconversione:

  • Grey land recycling: inteso come riutilizzo dell’area secondo la sua destinazione d’uso esistente o secondo una nuova destinazione d’uso.
  • Green land recycling: inteso come recupero del suolo per la creazione di un’area verde o di un’area urbana aperta.

E’ soprattutto la seconda tipologia di interventi, quelli di “green land recycling” ad apportare i maggiori benefici alla qualità della vita in ambito urbano, con gli interventi di “grey land recycling”, importanti per contribuire a miglioramento della qualità ambientale e della vivibilità del territorio e dell’ambiente urbano.
Un rapporto, quello redatto dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, basato su rilevazioni dei satelliti europei Copernico che mette in evidenza come la riconversione del suolo sia in aumento in Europa anche se rimanendo su valori complessivamente ancora limitati. Infatti tra il 1990 ed il 2000 tale buona pratica ha rappresentato il 2,23% del consumo totale di terreno nei paesi esaminati. Si tratta di una quota che, su base europea, è scesa al 2,10% tra il 2000 ed il 2006 per poi risalire al 2,93% tra il 2006 ed il 2012. Andando a disgregare su base territoriale tali dati, si registrano andamenti molto diversi a livello dei singoli paesi. Tra il 2006 ed il 2012 ad esempio, il più ampio tasso di ricorso alla riconversione del suolo si è registrato in un piccolo paese dell’area balcanica come il Montenegro, dove tale tasso ha raggiunto il 15,64%. In questa classifica un altro paese a far registrare un dato a doppia cifra è il Lussemburgo con l’11,91%. Dall’altra parte della classifica si evidenziano invece paesi completamente “al palo” da questo punto di vista, come Malta ed Albania, i quali hanno registrato nello stesso periodo un ricorso alla riconversione del suolo praticamente nullo.
In tutti e tre gli intervalli temporali presi in considerazione dal rapporto, l’Italia si è mossa al di sotto della media europea, pur con una tendenza in continua crescita, facendo registrare il seguente quadro evolutivo:

  • 0,19% tra il 1990 ed il 2000;
  • 1,03% tra il 2000 ed il 2006;
  • 1,54% tra il 2006 ed il 2012.

Una tendenza quella italiana, che evidenzia comunque il segno di una maggiore attenzione generale all’uso della risorsa “suolo”, con un approccio che si ritrova anche in sede normativa con la discussione della nuova legge sull’uso del suolo, con il primo sì della Camera dei deputati alle azioni per l’obiettivo consumo di suolo zero entro il 2050, con il recepimento di principi e misure che vanno nella direzione di incentivare la riconversione del suolo. Tra queste figurano per esempio le nuove norma per la riqualificazione delle aree già edificate e limiti più stringenti sul cambio di destinazione d’uso per i terreni agricoli.
Le elaborazioni contenute del rapporto di AEA dal 2012 al 2016, oltre mille chilometri quadrati di suolo sono stati utilizzati ogni anno in Europa per lo sviluppo delle attività umane. Si tratta di un fenomeno che non si limita alla sottrazione di superficie a boschi, pascoli e foreste ma da inquadrare anche in funzione del suo impatto complessivo e che si determina spesso con modifiche alla destinazione d’uso dei terreni agricoli, creando in questo modo una serie di gravi problemi di produttività del comporto agricolo. L’uso del suolo inoltre è generalmente accompagna ad impermeabilizzazione dei terreni, che perdono in questo modo la capacità di moderazione delle acque meteoriche anche a fronte di periodi sempre più caratterizzati da precipitazioni intense e temporalmente più concentrate, che fanno emergere un aumento del rischio idrogeologico che mette a rischio milioni di persone. Un aspetto di grande criticità proprio per il nostro paese , dove secondo il già menzionato rapporto ISPRA 2015, si stima che solo in Italia, fino a 9 milioni di persone sono a rischio per rischio idraulico, con molti di questi casi dove tale rischio è strettamente associato alle modalità con cui è stata gestita nel tempo l’urbanizzazione del territorio e l’uso del suolo (vedi post “Alluvioni e dissesto idrogeologico: online la Mappa nazionale sul nuovo portale “#Italiasicura”“).

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Si tratta davvero di una grande occasione per il nostro paese, di intervento su fattori di rischio idrogeologico migliorando la sicurezza del territorio.

Sauro Secci

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Italia e biodiversità: un enorme patrimonio da tutelare

E’ stato recentemente pubblicato sul sito del Ministero dell’Ambiente e del Territorio il I° Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale, che affronta il legame tra lo stato dell’ecosistema, il benessere sociale e le prospettive economiche. Si tratta di una elaborazione frutto del lavoro da parte del Comitato per il Capitale Naturale, a cui hanno partecipato nove ministeri, cinque istituzioni di ricerca pubbliche , esperti scientifici di diverse discipline oltre a Regioni e Comuni. Il rapporto contiene approfondimenti conoscitivi du temataiche come lo stato di conservazione di aria, acqua, suolo, biodiversità, ecosistemi, nell’ambito della suddivisione individuata su cinque Ecoregioni terrestri (Alpina, Padana, Appenninica, Mediterranea Tirrenica e Mediterranea Adriatica) e tre Ecoregioni marine del Mediterraneo (Mare Adriatico, Mare Ionio e Mediterraneo Occidentale).

Un rapporto che evidenzia come l’Italia sia uno dei paesi più ricchi al mondo di biodiversità, contando 6.700 specie di flora vascolare e oltre 58.000 faunistiche, in presenza purtroppo di grandi fattori di pressione antropica come cambiamenti climatici, inquinamento, abusivismo edilizio, spreco di risorse idriche, con gravi danni reali o potenziali ai danni della biodiversità, del suolo e del paesaggio.

Nella classificazione degli ecosistemi, diciannove di essi vengono considerati ad alto stato di conservazione, diciotto a medio e trentasei a basso stato. Tra questi ultimi, riferibili al 14% della superficie nazionale, gli ecosistemi a struttura forestale della Pianura Padana, quelli delle fasce costiere e sub costiere, gli ecosistemi legati agli ambienti d’acqua dolce e quelli forestali in territorio di pianura e collinare. All’interno del Rapporto vengono inoltre individuati da parte del Comitato redattore, una serie di obiettivi da perseguire nel breve e medio periodo, finalizzati al rafforzamento del sistema delle aree protette di terra e mare e alla attuazione delle disposizioni riguardanti i cosiddetti “appalti verdi”, effettuando anche una valutazione dei costi per la collettività derivanti dal consumo di risorse naturali e dall’inquinamento.

In occasione della presentazione del rapporto, il commento del Ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, secondo il quale, “questo Rapporto non è solo il risultato di un grande impegno scientifico per ‘misurare’ il nostro Capitale più prezioso, ma è anche un grande salto di qualità culturale che viene chiesto al Paese: associare all’ambiente italiano non solo la parola ‘conservazione’ ma anche l’idea che un vero sviluppo si può determinare solo con una corretta gestione delle nostre risorse naturali. L’introduzione degli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES) nell’ultimo Documento di Economia e Finanza rafforzano ancora di più la visione di un Paese che sa di poter crescere puntando sul suo patrimonio unico di biodiversità, risorse naturali ed ecosistemi“.

Sauro Secci

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Auto elettriche: la ricarica dinamica che arriva dall’asfalto

Quello dell’auto elettrica è un comparto in costante crescita grazie a nuove e sempre più performanti tecnologie di accumulo e di ricarica, capaci di garantire autonomie sempre più interessanti.
Un elemento assoluto di svolta potrebbe essere costituito dal fatto di vedere con occhi diversi proprio l’altro elemento essenziale della mobilità, costituito dalla strada, attraverso i nuovi orizzonti della ricarica wireless ad induzione.
Da questo presupposto è scaturita proprio la ricerca di “Charge While Driving”, un prototipo realizzato dal Politecnico di Torino, il cui obiettivo è proprio di affrontare il problema della ricarica delle auto elettriche con un sistema innovativo, facendo viaggiare i veicoli su autostrade attrezzate con appositi sistemi che consentono la ricarica wireless delle batterie mentre gli stessi sono in movimento. Un sistema sviluppato dal gruppo di ingegneria elettrica del Dipartimento Energia del Politecnico di Torino, condotto dai Professori Paolo Guglielmi e Fabio Freschi, con un nutrito tema di giovani ricercatori under 30, Vincenzo Cirimele, Michela Diana, Riccardo Ruffo, Alessandro La Ganga e Mojtaba Khalilian.

Il nuovo sistema “Charge While Driving” è stato testato in un circuito di prova a Susa (TO) presso il centro Guida Sicura MotorOasi Piemonte nell’ambito di un’iniziativa di ricerca promossa dall’Ateneo piemontese insieme a 24 partner internazionali del progetto europeo FABRIC (Feasibility analysis and development of on-road charging solutions for future electric vehicles) (link sito progetto). Si tratta dello stesso consorzio che ha costruito la corsia di prova di Versailles, dove la Renault ha recentemente presentato un altro progetto a ricarica ”wireless” dei veicoli elettrici con velocità fino a 100 km/h. Il nuovo prototipo del Politecnico si basa su una tecnologia denominata inductive power trasfer (IPT) che sta assistendo allo sviluppo di diversi prototipi in varie parti del mondo, con il funzionamento basato sulla trasmissione induttiva di energia elettrica tramite l’utilizzo di induttori risonanti: un meccanismo molto simile a quello utilizzato nelle cucine con piastre a induzione.
Uno degli aspetti più innovativi, che lo caratterizza rispetto ad altre esperienze effettuate per esempio sui mezzi pubblici (vedi post “Mobilità elettrica e sistemi di ricarica wireless ad induzione: In Corea si comincia dagli autobus“) è che il nuovo prototipo non necessita che la ricarica avvenga con veicolo fermo, non ha caso si parla di dynamic IPT, ma si basa su una tecnologia utilizzabile durante il movimento del veicolo. Una bobina fissa è posizionata sotto il manto stradale come trasmettitore, con la bobina ricevitore, installata a bordo del veicolo. Nel circuito di prova di Susa sono state installate 50 bobine trasmittenti, le quali inviano energia ad un ricevitore installato a bordo di un veicolo commerciale leggero, configurando così un sistema di ricarica “viaggiante”, capace davvero di aprire nuovi scenari di grande impatto.


La fase attuale di sviluppo di Charge While Driving, richiederà però, prima della definitiva consacrazione applicativa, una fase pilota in almeno una corsia autostradale, con il costo attuale di 500 euro al metro, il quale, per essere davvero appetibile, richiederebbe la circolazione di un numero sufficiente di auto elettriche. La potenza trasmessa si attesta intorno ai 20 chilowatt a fronte di una efficienza dichiarata dai ricercatori per l’intero sistema, intorno al 90%. Una variabile importante dell’intero contesto, è rappresentata anche dalla velocità dei mezzi, che configura risultati diversi. Il van sulla pista di Susa è tarato sui 70 km/h, una velocità che consente di avere la batteria in equilibrio, con la velocità che se scende, incrementa la carica. Sulla base dei risultati ad oggi conseguiti, partirà prossimamente un altro progetto europeo, con l’istituto metrologico Inrim e lo stesso Politecnico di Torino come capofila, che avrà l’obiettivo di misurare precisamente l’energia consumata dal passaggio sulla bobina delle singole auto elettriche, in modo da quantizzare più precisamente i costi di ricarica.

Sauro Secci

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Energie rinnovabili: 9,8 milioni di posto di lavoro a livello mondiale

Avendo ancora personalmente addosso le ferite di quella che è stata la grande emorragia del settore delle rinnovabili in Italia, con circa 80.000 posti di lavoro persi, molti dei quali di maestranze molto giovani, durante il micidiale e repentino stop agli incentivi alle rinnovabili negli anni dal 2013 al 2015, che ha lasciato come vittime sul campo non certo gli speculatori, ma gli imprenditori più seri ed illuminati, fa comunque piacere che a livello mondiale il comparto delle energie pulite stia divenendo sempre più trainate nonostante tutto.

E’ proprio il nuovo rapporto pubblicato recentemente da IRENA (Inernational Renewable Energy Agency), sono 9,8 milioni gli occupati nel settore delle rinnovabili a livello mondiale al 2016, facendo registrare un incremento dell’1,1% rispetto al 2015.

Dal primo rapporto IRENA sul tema Renewable Energy and Jobs – Annual Review 2017“, pubblicato nel 2012, il numero di lavoratori occupati nel settore ha registrato una continua crescita, nonostante una lieve flessione del tasso di crescita negli ultimi due anni.
Secondo il nuovo rapporto IRENA, il maggiore contributo in termini di posti di lavoro è da attribuire ai settori del solare fotovoltaico e dell’eolico, più che raddoppiati rispetto al 2012. Di contro, fanno registrare un live calo occupazionale settori come solare termico e idroelettrico.

Passando alla visione dell’atlante mondiale dell’occupazione delle energie pulite, è la Cina ha mantenere la leadership, con 3,64 milioni di posti di lavoro nel 2016, ed un tasso di crescita del 3,6% rispetto al 2015, da attribuire  principalmente ai consistenti progressi del solare fotovoltaico.
Nel settore dei biocarburanti liquidi invece, è Il Brasile a rimanere paese leader mondiale in termini di posti di lavoro. Anche negli Stati Uniti fotovoltaico ed eolico sugli scudi con 777mila occupati.
Passando al vecchio continente, l’Europa vede impiegati oggi nel settore, 1,1 milioni di addetti,  con la Germania saldamente in testa con 334mila occupati, in flessione rispetto ai 371.400 del 2015 e la Francia che conta nel 2016 162mila addetti.

Facendo una ricognizione delle tecnologie rinnovabili, il nuovo rapporto IRENA, tra una serie di evidenze, tra le quali:

  • il settore fotovoltaicoè in testa alla classifica con 3,1 milioni di posti di lavoro, dislocati soprattutto in Cina, negli Stati Uniti e in India;
  • il settore eolicoè passato dal milione di occupati del 2015 ai 1,2 milioni del 2016;
  • i biocarburanti liquidi(da 1,8 a 1,7 milioni), le biomasse (da 822mila a 723mila) e biogas (da 381mila a 333mila) sono tra i settori che, pur facendo registrare un leggero decremento, presentano il maggior numero di occupati, con particolare riferimento al settore dell’approvvigionamento di materie prime;
  • il grandeidroelettrico ha impiegato 1,5 milioni di addetti ed il piccolo idroelettrico 211mila addetti.

A margine della presentazione del nuovo report IRENA il commento del direttore generale di IRENA Adnan Z. Amin,  secondo il quale “le rinnovabili perseguono obiettivi socio-economici molto ampi e la creazione di posti di lavoro è sempre più riconosciuta come un componente centrale della transizione energetica globale. Mentre i dati attuali evidenziano che la bilancia continua a pendere a favore delle energie rinnovabili, le stime ci dicono che il numero di persone impiegate nel settore potrà raggiungere i 24 milioni entro il 2030, traguardando il numero di impiegati nel settore dei combustibili fossili e diventando uno dei principali motori economici a livello mondiale“.

Sicuramente indicazioni fondamentali per proseguire il cammino della decarbonizzazione dei sistemi energetici e per la migrazione definitiva verso un modello energetico distribuito, finalmente più democratico, intelligente, efficiente e partecipativo.

Scarica il Renewable Energy and Jobs Annual Review 2017 (sito IRENA)

Sauro Secci

 

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Biogas da reflui: un microimpianto che emula la mucca

Per le energie rinnovabili emulare i principi alla base della vita sulla terra e gli stessi esseri viventi è divenuta una tendenza fondamentale da ricercare. Non sfugge a tutto questo un nuovo micro digestore biogas nato dal genio di due start up italiane che si presenta come il più piccolo biodigestore multifase mai realizzato al mondo. Si tratta di un microimpianto rispetto a suoi fratelli maggiori, che può produrre biogas dai reflui zootecnici con una grande efficienza. Nel nome del nuovo micro digestore anaerobico, “Jolly Cow”, realizzato da NRE Research e POOPY3ENERGY, due giovani aziende insediate rispettivamente in AREA Science Park e nel BIC FVG di Trieste e insita l’idea di base. Il segreto della nuova tecnologia, caratterizzata da alta efficienza e basso costo, risiede infatti nel processo biologico utilizzato per ottenere biogas dai reflui, in grado di emulare letteralmente l’apparato digerente dei bovini nel quale, come spiegano i tecnici e ricercatori di AREA Science Park “ i villi intestinali rendono disponibile una grandissima superficie di scambio, consentendo di digerire giornalmente una quantità eccezionale di alimenti”. 

Nello stesso modo, un letto fisso di batteri anaerobici, capaci di lavorare in assenza di ossigeno, è in grado riprodurre l’estensione superficiale di cui ha bisogno il processo digestivo. I rifiuti organici possono così essere elaborati ed assorbiti  producendo in cambio una biomassa completamente digestata e igienizzata, con il carbonio presente nel prodotto finale, contenente la maggior parte dell’energia del substrato, viene reso disponibile attraverso un processo di ossidazione anaerobica.

Secondo i progettisti, con il nuovo impianto possono essere raggiunte rese fino due volte superiore rispetto quella dei tradizionali, producendo 20 kW elettrici e 35 kW termici, utilizzando per il suo funzionamento, appena il 5% dell’energia prodotta. Un impianto. Jolly Cow, che per le sue caratteristiche, si presenta particolarmente adatto in particolare per piccoli allevamenti bovini con almeno 50 capi in lattazione, potendo avere così un potenziale di diffusione molto elevato. “Altra caratteristica interessante è che l’intero sistema, costruito in azienda, viene successivamente spedito ed assemblato con pochi interventi di posizionamento e connessione, facilitando le operazioni di installazione che richiedono pochi giorni”, come si legge nella nota stampa. Inoltre, attraverso un sistema di omogeneizzazione, il liquame digerito attraverso il processo di mineralizzazione, oltre ad eliminare gli odori, si riduce in volume, trasformandosi in compost. Il compost ottenuto risulta facilmente assimilabile per i terreni e per i vegetali, non risultando nocivo ai germogli e permettendo così un importante risparmio di prodotti per la concimazione, mantenendo le percentuali dell’azoto nei limiti previsti dalla direttiva UE sui nitrati.  Il processo di digestione anaerobica riduce il numero di agenti patogeni (es. colibatteri salmonella, ecc.) annullando le capacità germinative degli erbicidi. Il residuo è sostanzialmente sterile e può efficacemente sostituire il concime minerale salvaguardando quindi le falde acquifere.

Il primo Jolly Cow prodotto commercialmente è stato istallato nell’Azienda Agricola Michele Pecile di Mereto di Tomba (UD).

Sauro Secci

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