Arriva anche la “Pila eterna” e parla ancora italiano

L’ambito delle tecnologie di accumulo rappresenta indubbiamente quello più importante e vivace nell’ambito della ricerca e sviluppo per dare un impulso decisivo alla decarbonizzazione dei modelli energetici.

Ha distanza di oltre due secoli da quando nel 1799 un nostro connazionale come Alessandro Volta riusciva a realizzare una pila elettrica, evolvendo gli studi di un altro italiano come Luigi Galvani, l’Italia è ancora sugli scudi in quella che potrebbe prospettarsi come la “Pila eterna”. E’ infatti un ricercatore dello Iuss-Eucentre di Pavia, Gianni Lisini, ad avere brevettato una speciale pila “eterna”, green e attualmente in grado di garantire una durata variabile tra i 15 e i 20 anni, che può avere ancora buoni margini di miglioramento.

Una tecnologia quella messa a punto, nel segno della ibridazione tra due ambiti diversi delle tecnologie di accumulo, con la parte di accumulo chimica, abbinata ad un supercapacitore che cerca di modulare al meglio le rispettive caratteristiche dei due ambiti, come capacità di accumulo e numero di cicli di carica e scarica.
Come spiega lo stesso Lusini, la batteria “è composta da un accumulatore chimico affiancato a un supercapacitore, un condensatore di recente costruzione che ha la caratteristica di poter accumulare fino a 5mila Farad, con il vantaggio di avere un numero elevatissimo di possibilità di cariche e scariche, milioni contro le poche centinaia delle comuni batterie chimiche“. L’accumulatore chimico utilizza nanotubi in carbonio in assenza di metalli pesanti, anche se l’essenza del nuovo brevetto risiede soprattutto nella integrazione dei due sottosistemi di accumulo, ben noti tecnologicamente se presi singolarmente, per poterli “gestirli insieme e trarre vantaggi da entrambi”.

Schema di principio del nuovo sistema di accumulo
(Fonte: presentaz. Ing. Lisini Jotto Fair 2017)

Presentata lo scorso 15 settembre durante il Jotto Fair di Pisa, evento di incontro tra l’attività di ricerca di Scuola Superiore Sant’Anna, Scuola Normale Superiore, Scuola IMT Alti Studi Lucca, Scuola IUSS Pavia e mondo delle imprese, la pila “eterna” è stata già realizzata in diversi prototipi e, secondo Lisini, sarebbe già sotto valutazione da parte di diverse aziende, di cui ovviamente non ha svelato il nome. Si tratterebbe di una batterie di grande appetibilità, soprattutto per il settore automotive, quello più impegnativo per le prestazioni richieste da un sistema di accumulo, sia l’alimentazione di mezzi privati che di trasporto pubblico. Si tratta di una tecnologia che presenta al momento un costo iniziale superiore rispetto a quello delle batterie attuali, che però può essere più facilmente ammortizzato nel tempo grazie alla maggior durata e che presenterebbe il grande vantaggio di limitare gli interventi di manutenzione, oltre a non richiede particolari procedure per lo smaltimento.
Vediamo adesso che tipo di sviluppi ci potranno aspettare per poter vedere un nuovo brevetto tutto “made in Italy” come cuore di una auto elettrica.

Sauro Secci

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Acqua potabile nel mondo e scomode presenze: le fibre di plastica

L’acqua potabile nel mondo non riesce ad arginare l’invasione da parte di uno dei fenomeni industriali più significativi degli ultimi 60 anni, come il settore delle plastiche, che tanto prepotentemente è entrato nella vita dell’uomo in chiaro e scuro. A giungere a questa conclusione uno studio condotto a livello mondiale da Orb Media, un’organizzazione no-profit specializzata in giornalismo d’indagine, la quale ha condiviso i risultati dell’analisi in esclusiva con The Guardian.
Una invasione inquietante e con motivazioni precise, se si pensa che negli ultimi 60 anni sono stati prodotte ben 8,3 tonnellate di plastica, la maggior parte della quale non ha percorso un corretto circuito di smaltimento, finendo ad inquinare gli oceani di tutto il mondo. Circa un anno fa avevo cercato di approfondire l’impatto da micro particelle di plastica nei mari del mondo attraverso le lavatrici (vedi post “Inquinamento marino da microparticelle plastiche: segnali di lavatrice“) e questo nuovo studio è partito proprio dalla considerazione che se la plastica inquina gran parte di oceani, laghi e fiumi del mondo, potesse essere presumibile pensare che in qualche modo possa arrivare ad inquinare anche l’acqua che beviamo.

immagine ingrandita di microfibre di abbigliamento da scarico di lavatrice. Uno studio ha scoperto che una giacca di pile può spargere fino a 250.000 fibre per lavaggio. Fonte fotografia: Cortesia del Progetto Rozalia

La risposta che emerge dagli esiti dello studio sembra decisamente affermativa, con la plastica che si sta limitando ad inquinare la catena alimentare ma anche le falde idriche.
Si tratta di uno studio che ha analizzato un totale di 159 campioni, con il più alto tasso di contaminazione,pari al 94%, registrato negli Stati Uniti, con fibre di plastica trovate nell’acqua del rubinetto degli edifici del Congresso, della Trump Tower e del quartier generale dell’Agenzia USA per la protezione ambientale. A ruota degli USA seguono Libano ed India con percentuali rispettivamente del 93,8 e 82,4. Leggermente migliore la situazione In Europa, con il 72% della nostra acqua potabile, e dove, per ogni bottiglietta da mezzo litro, ingeriamo in media 1,9 fibre di plastica.


L’estensione del danno valutata nello studio, risulta estesa a tutto il mondo, con una diffuso equamente distribuita in tutti i Paesi del mondo in misura molto simile e diffusa, indipendentemente dalle latitudini e dalla ricchezza economica dei singoli Stati. Nelle sue conclusioni, lo studio evidenzia che si tratta di un problema da affrontare con la massima priorità, dal momento che non sono ancora noti i rischi indotti dalla massiccia presenza della plastica sulla nostra salute ed a fronte di un mezzo di diffusione così potente nel nostro organismo, come l’acqua, essenza fondamentale della nostra vita.

Sauro Secci

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Nuovo Rapporto ONU: L’agricoltura industriale non è idonea a sfamare il Pianeta

Dopo una partecipatissima quarta edizione di Ecofuturo Festival 2017, che aveva come titolo “la promessa della terra”, apertasi con l’inaugurazione del monumento alla fine dell’era dell’aratro, simbolo della agricoltura intensiva che ha caratterizzato gli ultimi decenni, autentico killer ambientale, gli allarmanti dati dall’ultimo “Global Land Outlook”, il rapporto più completo sullo stato dei suoli nel mondo, 330 pagine redatte dagli esperti della Convenzione ONU per combattere la desertificazione (UNCCD) (scaricabile in calce al post), sono un enorme incoraggiamento ad andare avanti per gli organizzatori, il rapporto più completo sullo stato dei suoli nel mondo, 330 pagine redatte dagli esperti della Convenzione ONU per combattere la desertificazione (UNCCD) che si spera non resteranno lettera morta.
Il nuovo rapporto evidenzia come ben un terzo delle terre coltivabili sul pianeta è gravemente degradato, con la corsa all’autodistruzione delle risorse che non accenna ad arrestarsi, con una perdita di ben 24 miliardi di tonnellate di terra fertile ogni anno. Nella composita lettura delle cause alla base di uno scenario così compromesso a livello planetario, dove si possono individuare diversi ambiti di impatto, quello prevalente che emerge dall’analisi del rapporto è proprio il contributo dell’agricoltura industriale. Si tratta di una situazione talmente grave da indurre le Nazioni Unite ha chiedere l’abbandono dei sistemi di coltivazione impattanti, sollecitando i governi e le imprese ad individuare nuove strategie e modelli di sviluppo per la produzione alimentare.
Un appello quello dell’ONU, contenuto proprio nel Global Land Outlook che è stato presentato in una riunione dell’UNCCD a Ordos, in Cina, dove le nazioni firmatarie della Convenzione presentano obiettivi volontari per cercare di ridurre il degrado e riabilitare i terreni.

La diminuzione delle superfici agricole utilizzabili è una problematica da affrontare con la massima priorità, dal momento che nello scenario attuale porterà ad un incremento della domanda di alimenti e terreni produttivi, in funzione della crescita della popolazione che entro la metà del secolo potrebbe violare il tetto dei 9 miliardi. Si tratta di una micidiale sovrapposizione di fenomeni che senza adeguate azioni correttive, incrementerà notevolmente i rischi di conflitti come quelli in atto nello scacchiere africano in Sudan e Ciad.
Al riguardo la segretaria esecutiva dell’UNCCD Monique Barbut evidenzia come “Mentre l’approvvigionamento da terreni sani e produttivi si riduce e la popolazione cresce, aumenta la concorrenza per la terra nei paesi e nel mondo. Per ridurre al minimo le perdite, le prospettive suggeriscono che sia d’interesse per tutti tornare indietro e ripensare a come gestire le pressioni e la competizione”.
L’articolata analisi del Global Land Outlook, analizza l’effetto sovrapposto di una articolata serie di impatti diversi come urbanizzazione, cambiamento climatico, erosione, perdita di foreste.
Come detto però, imputato principale del quadro determinatosi, è indubbiamente l’espansione dell’agricoltura industriale, con metodi di coltivazione metodi intensivi e l’utilizzo di prodotti agrochimici come pesticidi, erbicidi e fertilizzanti azotati, che per aumentare le rese hanno inferto un colpo durissimo alla sostenibilità a lungo termine.
Ad integrare un quadro così indiziale verso il modello di agricoltura industriale oggi prevalente anche un interessante documento del JRC (Centro di ricerca della Commissione Europea) uscito a giugno scorso, nel quale viene rilevato come, negli ultimi 20 anni, a fronte di una produzione agricola triplicata, la quantità di terra irrigata è raddoppiata, definendo un quadro che crea grande compromissione per la fertilità dei suoli, causando abbandono dei terreni non più produttivi e desertificazione infoltendo la sempre più corposa schiera dei profughi ambientali. Secondo il nuovo rapporto JRC, si osserva una riduzione della produttività sul 20% del terreno agricolo a livello mondiale, sul 16% di quello forestale, sul 19% dei prati e sul 27% dei pascoli. A seguire una mappa dell’Europa estratta dal “Global Land Outlook”, dove si evidenziano particolare aree di stress come quella della nostra area padana, oramai pesantemente impoverita da una agricoltura davvero stressante.


Ma tornando allo studio JRC, è l’Africa sub-sahariana a subire gli impatti più gravi con una Europa che non sta certo molto meglio. La cattiva gestione dei terreni nel vecchio continente è causa di perdita per erosione di circa 970 milioni di tonnellate l’anno, con impatti che,oltre alla produzione alimentare,impattano sulla biodiversità, sulla riduzione del carbonio assorbito e sulla resistenza agli eventi meteorologici più intensi.

Sauro Secci

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Effetti delle attività umane sui ghiacciai: sostanze radioattive ed altro…

I Ghiacciai costituiscono indubbiamente un grande indicatore nell’ambito dei cambiamenti climatici, anche a livello simbolico, dal momento che è proprio la mente umana a richiamarsi a loro. I ghiacciai costituiscono da sempre una memoria climatologica del nostro pianeta, visto che dalle piattaforme di ricerca in Antartide per esempio, provengono le maggiori fonti informative sulle evoluzione temporali della climatologia planetaria. Ma i ghiacciai sembrano andare ben oltre a livello di fonti informative e di monitoraggio, dal momento che secondo uno studio di un team di ricercatori dei Dipartimenti di Scienze dell’Ambiente e della Terra e di Fisica dell’Università di Milano-Bicocca, dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), dell’Università di Genova e del Laboratorio per l’Energia Nucleare Applicata (Lena) dell’Università di Pavia, gli stessi siano capaci di trattenere, confinandoli, metalli pesanti e sostanze radioattive, una conclusione giunta attraverso l’analisi di particolari sedimenti chiamati crioconiti sul ghiacciaio del Morteratsch, nelle Alpi svizzere.

Si tratta di una ricerca pubblicata recentemente su Scientific Reports che da conto delle misurazioni effettuate sul ghiacciaio del Morteratsch, dove è stata rilevata presenza di sostanze radioattive come il cesio-137, l’americio-241 e il bismuto-207 i quali, dopo la loro deposizione al suolo con la neve, possono essere conservati per decenni. La ricerca ha dimostrato la capacità dei ghiacciai di assorbire varie sostanze e impurità (sostanze radioattive, metalli pesanti e metalloidi come zinco, arsenico e mercurio) come se fossero autentiche spugne. Nello studio di evidenzia come le sostanze potenzialmente nocive raggiungono concentrazioni significative solo all’interno delle singole coppette crioconitiche e come, quando il ghiaccio fonde e la crioconite viene rilasciata nell’ambiente attraverso l’acqua di fusione, queste sostanze vengono enormemente diluite, evitando quindi qualsiasi rischi diretti e immediati per la salute.

La presenza di sostanze radioattive viene imputata esclusivamente ad attività antropiche, corrispondenti ai test ed agli incidenti nucleari avvenuti negli scorsi decenni, anni passati, per questo vi sono tracce dell’incidente di Fukushima del 2011, rilevate anche in Italia seppure in bassissime concentrazioni da alcuni degli autori di questo studio. Tra queste sostanze, la maggiore presenza è quella del cesio-137, uno dei nuclidi artificiali più conosciuti oltreché il più abbondante fra quelli trovati nelle crioconiti alpini, è correlato ad incidenti come quelli di Chernobyl e Fukushima oltre che ai test nucleari degli anni Cinquanta e Sessanta.
Passando alla presenza di metalli pesanti, secondo i ricercatori le concentrazioni rilevate sono imputabili ad attività antropiche come industria e trasporti, accumulatosi durante gli ultimi decenni di accelerazione dei due comparti sui ghiacciai. In questo ambito, più misteriosa l’origine del bismuto-207, rilevato per la seconda volta nei ghiacciai, dal momento che non è ancora del ben chiaro il processo antropico alla sua origine, anche se una ipotesi secondo i ricercatori, è che un ruolo importante lo pssa avere avuto l’esplosione nucleare nella Novaja Zemlja, allora parte dell’Unione Sovietica, dove nel 1961 fu esplosa la “Bomba Zar”, la più potente bomba all’idrogeno mai sperimentata e principale indiziata per la presenza di bismuto-207 nella regione artica ed europea.

Come sottolinea uno dei membri del team di ricerca, Giovanni Baccolo, “Questo lavoro dimostra la capacità della crioconite di trattenere inquinanti di origine atmosferica con estrema efficienza, incluse sostanze molto rare come i nuclidi radioattivi prodotti durante i test nucleari degli anni Sessanta. Considerando il perenne stato di ritiro dei ghiacciai alpini, questa ricerca è di grande interesse perché tutto ciò che è rimasto ‘intrappolato’ nei ghiacciai negli ultimi decenni sarà presto rilasciato nell’ambiente“.
Nonostante questo i membri del team ricerca non hanno manifestato alcun rischio per la salute umana.

Sauro Secci

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Dieselgate e surplus emissioni: danni record in Italia (le tabelle e i grafici)

Quella del “Dieselgate” è una grande macchia scura che simboleggia il momento del settore automobilistico basato sui combustibili fossili ed in particolare su quelli diesel alimentati a gasolio, che generano emissioni tra le più difficili da combattere in sede di combustione e di post combustione, come quelle degli NOx e delle polveri fini ed ultrafini.

Ad effettuare una stima sui danni sanitari indotti dal surplus di emissioni da parte dei veicoli diesel a fronte dei ripetuti casi di trucco delle emissioni degli autoveicoli diesel, uno specifico studio  elaborato dall’Istituto meteorologico norvegese e l’istituto internazionale Iiasa pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters dal quale emerge come sia proprio il nostro Paese, il più colpito in Europa.

Secondo gli esperti, nei 28 paesi dell’Unione Europea oltre a Norvegia e Svizzera, sono 425mila le morti annue riconducibili all’inquinamento dell’aria nei 28 Paesi dell’Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel, dei quali 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori di veicoli.

Secondo lo studio, l’Italia è il Paese con il più alto numero di morti premature riconducibili alle polveri sottili da emissioni di veicoli diesel, con 2.810 decessi all’anno, dei quali 1.250 legate al surplus di emissioni rispetto a quanto certificato dalle case automobilistiche nei test di laboratorio. Nella triste classifica stilata, dietro l’Italia troviamo la Germania, con 960 decessi annui correlabili all’eccesso di ossidi di azoto, e la Francia con 680. Sul fronte opposto della classifica troviamo la Norvegia, divenuta autentico paese di riferimento per la mobilità elettrica, la  Finlandia e Cipro. Questo triste primato del nostro paese è spiegato dalle parole di uno degli autori dello studio, Jan Eiof Jonson dell’Istituto norvegese di meteorologia, secondo il quale la situazione italiana “riflette la situazione molto negativa dell’inquinamento specialmente nel Nord Italia, densamente popolato” corrispondente proprio ad una orografia del territorio, come quella della pianura padana, decisamente non vocata ad agevolare la diluizione degli inquinanti, con lunghi periodi di stratificazione atmosferica e di inversione termica. La mappa seguente, elaborata dallo studio, mette in particolare evidenza la situazione del distretto padano nel quadro del più complessivo ambito europeo.

Sempre secondo lo studio, se i veicoli diesel avessero avuto emissioni basse come quelli a benzina, si sarebbero potuti evitare i tre quarti dei decessi prematuri, pari a circa 7.500 all’anno in Europa e a 1.920 in Italia.

Un contributo importante quello dei trasporti su strada, che, come spiegano i ricercatori, contribuisce al 40% delle emissioni di NOx nei Paesi UE, con danni per gli ecosistemi con smog e piogge acide e sopratutto sulla salute umana, con danni sanitari dovuti ad una prolungata esposizione agli inquinanti con problemi di respirazione e riduzione delle funzioni dell’apparato respiratorio, irritazione oculare, perdita di appetito, corrosione dei denti, mal di testa.

Sauro Secci

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E Tesla accende anche l’era del “camion elettrico”

Non contenta di avere dato un grande scossone all’intero settore automobilistico nella direzione della svolta elettrica, Tesla punta nel contempo a perpetuare tale svolta in ambiti ancora più sfidanti ed impegnativi in termini di autonomia richiesta, come quello del trasporto pesante su strada. In questo senso la casa di Elon Musk, dopo gli annunci dei mesi scorsi, si appresta a presentare sul mercato già da settembre, un primo frutto di questa nuova linea di sviluppo, con un camion elettrico dotato delle tecnologie di guida autonoma già presenti sulle auto della casa che dovrebbe essere commercializzato entro due anni. Il nuovo mezzo è costituito tecnicamente da un trattore, cioè un mezzo indipendente dotato di sei ruote, utilizzante un semirimorchio per il carico, denominato “Semi-Truck“. Dalle poche immagini in anteprima rilasciate si evidenzia una marcata estetica “americana”, stile film “Convoy-Trincea d’asfalto”, con cofano oversize, sinuose linee lunghe e capiente cabina.

L’autonomia iniziale del nuovo mezzo elettrico secondo informazioni di agenzia dovrebbe essere tra 200 e 300 miglia (tra i 320 e i 480 chilometri), ancora nettamente inferiore a quella di un classico camion diesel, o anche uno dei recenti nuovi gioielli a GNL (gas naturale liquefatto) che con un pieno possono arrivare a percorrere oltre i 1000 chilometri.

Un dato, quello dell’autonomia, molto variabile in funzione di fattori come lo stile di guida, il carico del mezzo e le condizioni atmosferiche. Parametri che se relativi in un autovettura, assumo grande importanza nei mezzi pesanti per il trasporto di merci, dove il carico ha una grandissima influenza, considerando che un camion può percorrere circa 800 chilometri in un giorno, in un paese come l’Italia con una grande escursione di latitudine.

Questo primo step di Tesla nell’ambito dei camion elettrici ha avuto una fase propedeutica negli USA, dove la casa ha avuto contatti con alcune compagnie di trasporti americane, per sondarne le esigenze, dalla quale sarebbe emerso che circa il 30 per cento dei trasporti negli USA sono costituiti da trasferimenti regionali entro le 200 miglia di distanza. Sarebbe proprio questo il mercato da cui Elon Musk pensa di partire per il suo piano di graduale inserimento nel settore del trasporto pesante. A suo vantaggio ci sarebbero costi di gestione più favorevoli, che potrebbero ingolosire le compagnie di trasporto merci, sopratutto se la manutenzione dei camion elettrici, come lecito attendersi, si dimostrerà meno onerosa rispetto alle complesse motorizzazioni basate sui combustibili e se il costo dell’elettricità rimarrà meno caro del gasolio.

I nuovi autotreni elettrici di Tesla dovrebbero essere invece più cari all’acquisto, dal momento che un mezzo tradizionale per il trasporto pesante per le lunghe distanze costa oggi  negli USA circa 120 mila dollari: una cifra che potrebbe non essere sufficiente per le sole batterie di un veicolo elettrico di pari capacità di carico e con un’autonomia compresa tra 200 e 400 miglia, come sottolineano due ricercatori della Carnegie Mellon University.

Altre problematiche che i nuovi  mezzi presenteranno in questa primordiale versione sono costituite dal peso e dall’ingombro delle batterie, fattori fortemente limitanti la capacità di carico. Come riferimento, sul fronte dei competitor di settore, Daimler, tra i principali fornitori di veicoli commerciali al mondo, lancerà quest’anno un furgone elettrico con 100 miglia di autonomia per le consegne urbane, dove il fattore zero-emission risulta fondamentale. Relativamente alle prestazioni, come sottolinea uno dei partner di Daimler in questa operazione,il prototipo verrebbe surclassato dal corrispondente modello diesel,  e il carico trasportabile scende da 4,25 a 3,8 tonnellate, con una penalizzazione di -10,6%.

Nonostante tutto questo comunque, Elon Musk  non è nuovo alle sue strategie contro corrente e sicuramente lui ha intravisto che mercato contanto di aggredirlo per primo o quasi. Un ambito questo che si sta gradualmente arricchendo di progetti interessanti, dal nuovo eTruck di Mercedes alle autostrade elettrificate di Scania e Siemens, tutti orientati alla progressiva decarbonizzazione del trasporto pesante. E’ evidente che una strategia vincente potrebbe essere quella di puntare a nicchie molto specifiche e non, per il momento,  a veicoli che dispongano della versatilità dei mezzi tradizionali. Il tempo ci dirà presto le tendenze, dal momento che le compagnie dei trasporti sono sicuramente più esigenti e selettive dei privati in tema di investimenti sull’adeguamento delle flotte mezzi.

A seguire un breve video di presentazione del nuovo progetto Tesla

Sauro Secci

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Boom del biologico in Italia: vendite e terreni coltivati in crescita

Il Sana 2017, manifestazione fieristica leader in Italia nel comparto dei prodotti biologici, conclusasi lo scorso 11 settembre a Bologna, è stata l’occasione per presentare i numeri aggiornati del biologico in Italia, evidenziando incrementi in tutti i settori. Un grande rafforzativo per un settore protagonista assoluto dell’edizione 2017 di Ecofuturo Festival, con le aziende convertite a biologico del Biogasfattobene di CIB, con il settore dei grani antichi presente con la Cooperativa Girolomoni, azienda fondata del padre del biologico italiano Gino Girolomoni, con Maria Grazia Mammuccini di FedeBio e la sua azienda produttrice in Toscana di vino biologico, con l’orto bioattivo, che permette l’avvento del biologico anche in ambito urbano e con l’inaugurazione del monumento all’aratro, grande killer sul versante dei cambiamenti climatici, che ha imperversato nell’agricoltura industriale degli ultimi decenni.

Grandi numeri in termini di produzione, di superfici coltivate e di spesa dei consumatori, quelli fatti registrare nell’ultimo anno dal biologico italiano, con ortofrutta ed agrumi con performance superiori alla media di comparto, presentati ed illustrati venerdì 8 settembre al Sana di Bologna in occasione dell’incontro di presentazione di “Tutti i numeri del bio italiano”, che ha visto la presentazione dei dati dell’Osservatorio SANA 2017, promosso e finanziato da BolognaFiere, con il patrocinio di FederBio e Assobio e redatto sulle elaborazioni del Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica (Sinab) per il Mipaaf e presentate nel dettaglio unitamente ai dati Ismea.

Quello del biologico italiano è oramai un mercato da cinque miliardi di euro, due dei quali garantiti dall’export, corrispondente al 5% del totale delle esportazioni agroalimentari, che ha fatto registrare nel 2016 una progressione record, con un incremento di superficie coltivata di quasi 1,8 milioni di ettari, con 72000 operatori, che crescono del 20,3% rispetto al 2015, quando lo sviluppo sul 2014 era stato “solo”, rispettivamente, dell’8,2 e del 7,5%.  Oggi le aree coltivate a biologico valgono il 14,5% della superficie agricola totale italiana, con la produzione di agrumi attestati al 28%, i fruttiferi al 18% e le ortive al 17%, con una superficie convertita al biologico di oltre 300mila ettari, con l’Italia che presenta davvero una marcia in più rispetto agli altri paesi europei come ben evidenzia il grafico seguente, con il biologico che si rileva un formidabile strumento per rafforzare l’immagine del Made in Italy.

Molto interessante anche l’analisi dei dati relativi al versante delle vendite, grazie ad una specifica indagine presentato da Nomisma nel corso dell’evento, con le ultime stime relative alle vendite 2016 nel canale specializzato che fanno registrare un +3,5%, mentre nella GDO l’aggiornamento Nielsen evidenzia un +16% nel periodo luglio 2016 – giugno 2017 e una quota dell’organic sul totale delle vendite alimentari pari al 3,5%, di ben 5 volte superiore rispetto al 2000.

Entrando nel dettaglio dell’indagine di Nomisma si evidenzia come il biologico interpreta al meglio le esigenze del consumatore italiano, alla ricerca di prodotti salutari (valore ritenuto molto importante nella scelta di prodotti alimentari dal 58% dei responsabili degli acquisti), eco-friendly (39%), semplici e comodi all’uso (31%), senza mai rinunciare alla qualità al giusto prezzo (65%) per la propria tavola.

Una serie di valori fondamentali per il consumatore,  alla base del successo del biologico e della crescita della consumer base, cioè della base dei consumatori che hanno avuto almeno una occasione di acquisto negli ultimi 12 mesi, che nel 2017 ha raggiunto ormai ben il 78% delle famiglie, quando era al 53% solo nel 2012. Un risultato che significa che oggi quasi 8 famiglie su 10 hanno acquistato almeno una volta nell’ultimo anno un prodotto biologico e che in soli cinque anni il numero di famiglie acquirenti è aumentato di oltre 6 milioni.
Una tendenza che trova ampi riscontri anche nella trasformazione degli assortimenti della GDO (Grande Distribuzione Organizzata), con il numero medio di referenze bio vendute da un punto vendita della GDO è cresciuto nell’ultimo anno del 29%.

Sauro Secci

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