Dipendenza energetica: solo piccoli progressi per l’Italia

dipenergNonostante la grande galoppata delle rinnovabili tra il 2006 ed il 2012, che hanno innescato in Italia una svolta verso un modello energetico finalmente distribuito, il nostro paese presenta ancora una eccessiva dipendenza energetica. A confermarlo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, contenuto nel documento scaricabile in calce al post e riferiti alla situazione europea a fine 2014. Dall’analisi Eurostat, l’Italia deve importare ben il 75.9% dell’energia che consuma, con appena sei paesi, tre dei quali isole, capaci di fare peggio di noi. Nella fotografia dell’Ufficio Statistico dell’Unione Europea si evidenzia tuttavia un elemento positivo, dal momento che le importazioni italiane mostrano una decrescita iniziata nel 2000, anno in cui l’Italia ha raggiunto il tasso di dipendenza energetica più alto in assoluto per il periodo 1990-2014, raggiungendo l’86.5%. Un risultato quello raggiunto oggi, comunque ben lontano dalla media europea, stabile sul 53,4%, il che significa, che l’Unione deve importare oltre la metà dell’energia che consuma. Una analisi dove si rileva anche che, se da un lato la UE-28 è ancora un importatore netto, dall’altro si fanno strada realtà che hanno saputo fare a meno, almeno in parte, delle “energy imports”, come l’Estonia (8,9%), la Danimarca (12,8%) e la Romania(17,0%), seguite anche dalla Polonia (28,6%), dalla Repubblica Ceca (30,4%), dalla Svezia (32,0%), dai Paesi Bassi (33,8%) e dalla Bulgaria (34,5%). Sul fronte opposto si collocano invece i paesi con i più alti tassi di dipendenza energetica, come Malta (97,7%), Lussemburgo (96,6%), Cipro (93,4%), Irlanda (85,3%), Belgio (80,1%) e Lituania (77,9%). Sono poi cinque, gli Stati membri che, pur consumando la maggior quantità di energia, presentano nel contempo la minore dipendenza dalle importazioni come il Regno Unito (45,5%) e la Francia (46,1%).

mappa

Un rapporto che evidenzia come la dipendenza energetica nella UE è stata superiore nel 2014 rispetto a quella del 1990, ma leggermente inferiore al suo picco più alto registrato nel 2008, con una evoluzione che pur non essendo costante tra il 1990 e il 2014, si è tuttavia collocata costantemente sopra al 50% dal 2004 ad oggi. Una evidenza particolare che emerge dall’analisi dei dati è costituita dal calo della produzione di energia primaria, che nel 2013 ammontava a 790 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (tep), inferiore del 15,4 % rispetto a quella di dieci anni prima. Come spiega la stessa Eurostat “tale tendenza generale può essere attribuita, almeno in parte, all’esaurimento delle fonti di materie prime e/o al fatto che i produttori giudicano antieconomico lo sfruttamento delle limitate risorse disponibili”.

adnamentodipendenza
Entrando nel dettaglio, nel 2013 la produzione di energia primaria nell’UE-28 era proveniente da numerose fonti di energia diverse, la più importante delle quali in termini di quantitativi era l’energia nucleare (28,7%), seguita dalle energie rinnovabili (24,3%) che rappresentavano quasi un quarto del totale, mentre i combustibili solidi (19,7%), costituiti principalmente carbone, davano un contributo pari a quasi un quinto, con la quota del gas naturale leggermente inferiore (16,7 %). Un elemento in più per riprendere piena gestione di una migrazione di modello energetico che, dopo la grande svolta delle rinnovabili, ha visto davvero troppe pericolose titubanze della politica, con alcuni provvedimenti in ambito energetico, assolutamente sconcertanti e contraddittori.

Sauro Secci

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