Una guida per proseguire il cammino in questi tempi oscuri nel libro di un caro amico

copertinaIn un periodo come quello che viviamo, nel quale l’uomo è stato enormemente appesantito da fardelli e dipendenze, proprio da quello che per decenni ci hanno presentato come “progresso” a tutto campo e che ci sta presentando oggi tutto il suo salatissimo conto, un elemento essenziale che ha costituito da sempre l’asse portante del mio cammino, è indubbiamente la cultura delle proprie radici. Un tema che ho condiviso anche nelle pagine del mio blog parlando della mia infanzia povera, essenziale ma piena di valori perduti dei primi anni ’60, a cavallo tra civiltà contadina e civiltà mineraria (vedi post “Ricordi, miniere, carbone e… il Wwf con “No al carbone Sì al futuro”). Un elemento fondamentale le nostre radici per capire da dove veniamo ed irrinunciabile per proseguire il nostro cammino per tutelare o recuperare quella “sovranità” di ognuno, oggi seriamente minacciata se non compromessa per molti, secondo il concetto tanto caro anche ad un grande personaggio del ‘900, che sento da sempre molto vicino come Don Lorenzo Milani. A darmi davvero nuovi stimoli e nuove chiavi di lettura, ravvivando tanti bellissimi ricordi che porto sempre nel mio “bagaglio” quotidiano, l’ultimo libro, “Cascina Novecento” di un caro amico e coetaneo come Gioacchino Allasia, anche lui un “ragazzo del ‘56” come me. Un libro presentato proprio in questi giorni anche allaGioacchino Camera dei Deputati, dove ho avuto l’onore di essere presente, ringraziando profondamente Gioacchino anche per avere rafforzato, attraverso il libro, i miei caposaldi di una vita. Una grande parabola moderna quella di Gioacchino, un opera libraria importante per tutti: per quelli della mia età, che è poi quella dell’autore ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, troppo spesso “sospese” in una pericolosa latenza di radici che le rende decisamente più vulnerabili verso minacce troppo spesso occulte e devianti, che li portano sovente molto lontano dal loro vero percorso di vita. Tanti i valori che si trovano in questo libro, a cominciare da quelli davvero inestimabili e fondamentali della civiltà contadina, autentico giacimento di saggezza per l’uomo moderno, per ritrovare davvero se stesso ed il suo prossimo, in una società che ha affrancato completamente termini come solidarietà e condivisione, in nome di uno sfrenato individualismo che sta oggi presentando il suo salatissimo conto a ciascuno di noi. Tante le figure tipiche della civiltà contadina raffigurate nel libro, per me massimo esempio di quella che oggi viene chiamata “economia circolare”, dove il riutilizzo e il concetto di “rifiuti zero” era essenzialmente “ragione di vita”. Una su tutte queste figure è indubbiamente quella che noi toscani chiamiamo la “massaia”, cioè quella immensa figura femminile che aveva il compito di gestire le magre economie familiari, mettendo per esempio a tavola le numerose famiglie patriarcali di quel tempo, autentica icona dell’economia circolare e del culto del riutilizzo. Una figura per me coincidente con la nonna paterna, contadina analfabeta, autentica “docente” di economia circolare che mi ha insegnato davvero l’università del vivere, con la sua piena integrazione con il creato ed una semplicità ed umiltà che tanto aveva veramente di divino e che ricordare oggi mi tocca ancor più nel profondo. Una economia circolare che mi ha permesso da bambino di essere testimone di pratiche che sembrano di secoli lontani come il baratto. La nonna che settimanalmente uccideva, per la domenica, uno di pochi animali da cortile di cui potevano disporre nelle campagne, come il coniglio, che veniva spellato e la cui pelle veniva essiccata al sole (altro esempio di utilizzazione dell’energia solare). Quella stessa pelle che veniva raccolta da un anziano signore che passava di tanto in tanto, lasciando in cambio del sapone marsiglia e che sarebbe stata poi utilizzata nel grande cappellificio di un paese vicino. Anche nel libro di Gioacchino grandi riferimenti ad altre attività di integrazione del reddito che hanno interessato e fatto grande il nostro paese nel mondo, come la coltivazione del baco da seta, praticata attraverso un altra pianta spazzata via dalla civiltà moderna come il gelso (io ne avevo uno proprio nell’aia contadina di casa). Proprio quella produzione della seta sulla quale un altro amico conosciuto ad Ecofuturo, come Gianpietro Zonta, illuminato imprenditore vicentino che sta cercando di riportare l’estinta filiera della seta italiana agli splendori di un tempo (vedi post “Sostenibilità: il “Rinascimento” italiano passa anche attraverso il più prezioso dei filati nel segno dell’etica”). Ma visto che lo splendido libro del caro Gioacchino, si sviluppa a doppio filo tra il suo paese natale del cuneese, Murello, ai piedi del Monviso e la città americana di Boston, volevo rilevare altri e non meno importanti messaggi contenuti nello stesso. La storia di emigrazione di Gioacchino avvenuta in tempi davvero preveggenti e non sospetti, poco dopo quel ’68 che aveva visto nascere tante giovani pulsioni per un mondo migliore, vista con gli occhi di oggi, dopo quello che è accaduto credo sia a dir poco profetica. Andare alla ricerca di se stesso alla metà degli anni ’70, in pieno boom economico, invece che adagiarsi in un omologante ed anonimo impiego per quegli anni come operatore tecnico alla Fiat, cercando strade transoceaniche che erano state percorse quasi mezzo secolo prima da suoi illustri conterranei come Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, credo sia un autentico inno al termine che credo più di ogni altro esprima il concetto della vita di un uomo, come quello di “cammino”, tanto caro a tanti grandi uomini come Gandhi o Antoine de Saint-Exupery per citare solo i primi che mi vengono alla mente.  Un concetto di “cammino” divenuto per me elemento fondante per superare le mie tante crisi attraversate e le “porte strette” che la vita ci mette davanti, da quando ho ritrovato un altro grande amico fino dall’adolescenza, quel Don Gigi Verdi che oltre 25 anni fa ha creato una meravigliosa oasi per l’uomo moderno alla ricerca di se stesso, come quella della “Fraternità di Romena” (vedi post “Don Gigi il prete della Misericordia: una storia che viene da lontano in alcuni frammenti di un vecchio amico”). Due grandi amici, Gioacchino e Gigi, che mi hanno dato molto e che ho avuto il piacere di far rincontrare dopo molto tempo, alcune settimane fa. Due persone che hanno secondo me molte cose in comune e che hanno fatto delle loro difficoltà la vera grande opportunità per “svolgere” veramente la propria vita. Non meno camerarilevante per concludere, un altro elemento importante del libro di Gioacchino che mi accomuna a lui e nel quale mi sono visto molto e cioè quella mia ricerca continua ed insaziabile di umanità attraverso l’incontro per cercare di capire meglio me stesso, una ricerca che è sinonimo di “contaminazione“, come ha ben rimarcato anche lo stesso Gioacchino durante la presentazione della Camera dei Deputati di “Cascina Novecento“, insieme all’amico di sempre Fabio Roggiolani e dell’Onorevole Mirko Busto. Un concetto fondamentale la contaminazione tra uomini, che vedo al pari del ruolo delle api come motore del creato attraverso il processo di impollinazione e che abbiamo il dovere assoluto di perpetuare. Un grazie sentitissimo a Gioacchino per questo libro così particolare, che completa molto bene altre sue opere letterarie, più vicine al suo bellissimo percorso professionale maturato veramente “sul campo”, di terapista del corpo e dell’anima come maestro di Shiatsu.

Concludo con un pensiero molto bello di Antoine de Saint-Exupery, che credo sintetizzi molto bene il percorso di vita dell’amico Gioacchino ed anche il messaggio della sua bella fatica letteraria che invito davvero tutti gli amici a leggere, sicuri che ne potranno trarre utili indicazioni per proseguire il cammino.

Conta solo il cammino, perché solo lui è duraturo e non lo scopo, che risulta essere soltanto l’illusione del viaggio.
(Antoine de Saint-Exupery)

e con un bellissimo capolavoro tra musica e poesia del leggendario “Avvocato di Asti“, Paolo Conte, conterraneo dell’autore del libro, citato proprio da Gioacchino nella sua opera, attraverso le magiche, incomparabili atmosfere create dal suo kazoo.

Sauro Secci

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