Patrimoni naturali UNESCO nel mondo: minaccia inquinamento per un terzo

copertinawwfGli effetti nefasti dell’inquinamento oltre ad avere effetti globali attraverso i cambiamenti climatici, hanno effetti non meno gravi a livello locale sui diversi ecosistemi, strettamente riferiti anche alla salute umana (vedi post “Gli altissimi costi dell’inquinamento atmosferico del settore industriale in Europa: L’analisi di EEA“), ma anche con gravi compromissioni per circa un terzo dei patrimoni naturali dell’UNESCO. E’ proprio a questa inquietante conclusione che è giunto uno specifico studio “Safeguarding Outstanding Natural Value” scaricabile in calce al post, pubblicato in questi giorni dal WWF in collaborazione con Aviva Investors e Investec Asset Management.
Si tratta di una analisi che si è focalizzata sullo stato di conservazione dei 229 siti naturali tutelati dall’organizzazione internazionale (vedi mappa seguente). Nei dati raccolti nello studio risulterebbe che circa il 31% dei siti naturali patrimonio dell’umanità è pesantemente compromesso dall’inquinamento.

mappa_siti

A pagare il prezzo maggiore di questi impatti in termini di integrità, proprio gli ecosistemi più sensibili, come barriere coralline, parchi naturali e riserve dall’inestimabile valore, a causa soprattutto di deforestazione per attività estrattive minerarie ed esplorazioni dell’industria fossile. Preoccupante secondo il WWF, proprio il trend registrato nello scorso anno, che ha subito un rapido deterioramento, facendo registrare un incremento del 24% dei siti naturali minacciati ed in grave pericolo.
Sono infatti circa 70 i siti naturali dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO che rischiano di essere compromessi dalle attività industriali. Un rischio decisamente più alto nei Paesi in via di sviluppo, dove un quadro normativo meno stringente o in certi casi quesi inesistente, unito alla instabilità dei governi, ha consentito e consente troppo spesso alle multinazionali di inquinare impunemente.
A livello di disgregazione territoriale dei risultati dello studio, ancora una volta l’Africa la può offesa, con ben 25 dei suoi 41 patrimoni mondiali profondamente offesi dall’azioen antropica, essenzialmente per attività estrattive, spesso fonti di perenni conflitti (vedi post “Caro cellulare quanto costi“). Tra questi 25 siti africani a rischio, figurano grandi parchi ricchissimi di biodiversità come la riserva Selous in Tanzania (foto seguente a sinistra), il parco nazionale del Virunga in Congo (foto seguente a destra), proprio il paese offeso da una lunghissima guerra di quasi venti anni perl’accesso alle sue ricchissime riserve mineraria (vedi link precedente) e il Lago Malawi.

tanzaniavirunga

Anche il grande oriente con l’immenso continente asiatico non risulta meno compromesso con ben 24 patrimoni naturali a rischio inquinamento su 70, seguito dall’ America Latina con 13 siti sui 41 totali. Con connotati meno stringenti la situazione in Europa e in Nordcotodanana America dove solo 7 dei 71 siti complessivi sono minacciati dalle attività umane. Nel nostro continente la minaccia più consistente riguarda una delle aree umide più importanti del Vecchio Continente come il parco nazionale del Coto Donana, collocato nell’estuario del fiume Guadalquivir, nel sud della Spagna (foto a destra).
E’ lo stesso WWF ha mettere in guardia gli investitori invitandoli a non finanziare attività a rischio nelle aree protette che occupano appena l’1% del Pianeta, lanciando anche un appello alla comunità internazionale per tutelare maggiormente i siti naturali patrimonio dell’umanità. Uno strumento fondamentale quello dei programmi di tutela, per preservare aree del Pianeta con biodiversità di flora e fauna uniche, per garantire la sopravvivenza delle comunità locali, fondata sul turismo e sulla ricerca biologica.
L’associazione ambientalista ricorda inoltre che proprio nelle aree minacciate dall’industria mineraria legata ai combustibili fossili vivono alcuni degli animali più a rischio estinzione:

  • i gorilla di montagna;
  • gli elefanti africani;
  • i leopardi delle nevi;
  • le tartarughe marine.

Si tratta di tutte specie con grande difficoltà di ripopolamento, determinata proprio a causa di attività umane molto invasive, come estrazioni minerarie e petrolifere e deforestazione, che disturbano la fauna selvatica sottraendogli proprio l’habitat e le fonti fondamentali di sostentamento.

Come ha sottolineato l’amministratore delegato del WWF britannico David Nussbaum, “l’umanità sta andando fino agli angoli più remoti della Terra alla ricerca di risorse naturali come i minerali, il petrolio e il gas che sono sempre più difficili e costose da estrarre (vedi post “Carbone e impatto su salute e ambiente: quella estrazione sempre “occultata” dalle valutazioni sui costi“ e post “Estrazione shale-gas (gas non convenzionale) e consumo di acqua: apoteosi di insostenibilità“). Alcuni dei luoghi più preziosi del mondo oggi sono minacciati da attività industriali devastanti”.

Sauro Secci

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