Internet e riscaldamento globale: inquinamento pari al settore dell’aviazione

datacenterLa più grande rivoluzione degli ultimi decenni è stata senza dubbio quella della cosiddetta “rivoluzione digitale” legata ad internet e supportata da tecnologie ICT sempre più integrate, performanti e distribuite. Una rivoluzione che sta facendo da apripista anche alla rivoluzione energetica in atto, in transizione da un modello energetico concentrato e “stupido”, verso un modello distribuito, intelligente o per meglio dire “smart” e che tende a portare il singolo cittadino ad essere più padrone equivalentedelle proprie azioni. Tornando al mondo di internet e della “società digitale, oggi, fare gesti come mettere un “mi piace” su Facebook, inviare un  o qualche e-mail, leggere un libro o un quotidiano on line, guardare un video su YouTube, sono divenuti gesti della nostra quotidianità.  Una moltitudine di gesti quotidiani che moltiplicati per miliardi di utenti, vede in un attimo raggiungere oggi ben il 2% delle emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale.

Fonte Gesi

A fornire questa cifra eloquente dell’impatto dell’intero e crescente ambito dell’ICT, facendo la conta dei danni e fornendo anche un pacchetto di proposte di logo_gesisoluzione è contenuta nell’ultimo rapporto della GeSI (Global e-Sustainability Initiative) (link sito), dal titolo “GeSI SMARTer2020: The Role of ICT in Driving a Sustainable Future” (link in calce al post), che prende in esame la realtà di server e data center, considerabili veri e propri autentici big energy users. Un tema, quello del risparmio energetico nei data center, che ho già affrontato tempo fa nel post “La rivoluzione green arriva anche al WEB e ai data-center con il risparmio energetico e parla italiano“, in cui parlavo proprio di una proposta italiana. I data center possono avere dimensioni molto variabili, da una piccola stanza a un’area di oltre 150.000 metri quadri, spazi nei quali gli stessi, possono fornirci servizi come cloud computing, musica, film, informazione, intrattenimento e per questo i server necessitano di una enorme quantità di energia per dissipare il grande calore prodotto. Non è un caso che, proprio per risparmiare energia molti giganti del settore come Facebook hanno localizzato i propri server in Paesi con clima freddo, come il nord della Svezia.
A dare un peso consistente agli impatti del settore, non certo il singolo utente medio, il quale ha una ricaduta sulle emissioni totali quasi impercettibile, ma l’enorme e crescente numero di internauti, il quale, secondo il rapporto, fa salire l’impronta di carbonio per esempio di un colosso di riferimento come Google a 1.766.014 tonnellate di CO2 equivalente nel 2013, da imputare prevalentemente ai consumi dei data center.

abbattimentoCO2

Fonte Gesi

Per il mondo dell’industria, ci sono ampi margini lavorando sodo sul fronte dell’efficienza energetica del settore, finalizzata a disaccoppiare crescita economica ed emissioni, mantenendo queste ultime stabili anche nello scenario, praticamente certo, di ulteriore espansione del settore. Non sembra invece dello stesso avviso Greenpeace, impegnata da tempo in un lavoro di censimento delle emissioni del mondo ICT. Secondo l’associazione ambientalista, gli investimenti in efficienza non possono essere determinanti più di tanto, dal momento che, come sostiene Gary Cook, analista di Greenpeacese si guarda alla crescita della domanda di data center e al nostro mondo digitale, si può capire come l’efficienza energetica possa rallentare la curva delle emissioni, ma questa è ancora diretta sulla luna”.
Una grande ed efficace risposta è costituita dal passaggio alle energie rinnovabili per l’alimentazione di questi enormi sistemi. Secondo l’analista infatti, solo cambiando la fonte di approvvigionamento si può sviluppare il settore in maniera più sostenibile.

A seguire un bel video di GESI che ci illustra l’evoluzione dell’impatto ambientale della società ICT.

Sauro Secci

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