Inquinamento oceanico: i primi ritorni da una specifica missione

R4WO-logo-200x230Race for Water Odyssey (link sito): questo il nome della specifica spedizione ambientale partita lo scorso marzo, finalizzata allo studio dell’inquinamento oceanico, e che, dopo oramai alcuni mesi di monitoraggio, sta producendo le prime indicazioni, nonostante alcuni eventi negativi, come il recente capovolgimento della sua ammiraglia al largo delle Chagos avvenuto lo corso 12 settembre. Un viaggio nelle acque oceaniche del globo, quello di R4WO, sulle tracce ed all’inseguimento dei grandi vortici di rifiuti plastici. Un tema che ho affrontato anche recentemente parlando del nuovo “Living Blue Report” di WWF sullo stato dei mari del pianeta (vedi post ““Living Blue Report” di WWF: la popolazione marina dimezzata in 40 anni“).

I primi risultati dal campo non sono per niente rassicuranti, dal momento che, dall’analisi combinata dell’Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) (link sito) e di R4WO, si confermerebbe un allarme sollevato da tempo dalla comunità scientifica, arrivando alla determinazione che l’inquinamento oceanico da plastica ha raggiunto oramai, con grandi quantità di materiali, gli angoli più remoti del globo. Nel corso dei primi sei mesi di spedizione, il progetto ha raccolto campioni dalle spiagge di diverse isole tra il Nord Atlantico e il Nord e Sud del Pacifico.

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Il Laboratorio Ambientale Centrale di EPFL sta portando avanti un’analisi tipologica e classificatoria dei campioni di plastica raccolti a cui seguiranno in cascata, il lavoro dell’Università di Bordeaux in Francia che valuterà la tossicità sulle uova di pesce e quello dell’HEIA di Friburgo, che studierà gli inquinanti assorbiti a livello delle micro-plastiche. Nonostante lo stato embrionale dei test, arrivano già indicazioni allarmanti dai primi test. Venendo nello specifico ad alcuni risultati, i campioniplastiche raccolti nelle Azzorre, nelle Bermuda e nell’Isola di Pasqua, indicherebbero la presenza costante di macro (> 2,5 mm) e micro (<5 mm) detriti, determinata sia da fenomeni su scala locale di rifiuti, come le operazioni di pulizia della spiaggia, la vicinanza di grandi centri urbani che possono influenzare la concentrazione dei rifiuti macro, sia da fenomeni su scala globale, imputabile proprio dalla vicinanza dei grandi vortici di plastica, gigantesche isole di rifiuti galleggianti amplificate anche dalla natura altamente variabile dei sistemi meteo e delle condizioni oceaniche. Nela composizione delle plastiche dei campioni, è la plastica dura a farla da padrone, rappresentando tra il 40 e il 74% della quantità totale di macro polimeri rinvenuti, seguita da reti da pesca, filtri spugnosi, capsule, film e i micidiali mozziconi di sigarette, i cui effetti sull’ambiente ho cercato di approfondire a più riprese in questo blog (vedi post “Fumo e inquinamento: quello lasciato nell’ambiente dalle sigarette è da brivido“). Importante dotazione per laeBee massima accuratezza del lavoro della spedizione, è rappresentata dal drone ‘eBee(foto a destra), prodotto dalla elvetica SenseFly e capace di creare mappe ad alta risoluzione di spiagge e aree offshore oggetto di studio, con l’obiettivo di valutare le capacità di questa innovativa tecnologia per la creazione di una banca immagini capace di acquisire, registrare e identificare i rifiuti. Una spedizione ancora in pieno svolgimento e che non mancherà di determinare un grande patrimonio conoscitivo sulla base del quale intraprendere specifici piani di azioni dalle complesse ed articolate interazioni.

A seguire il video di una delle tappe della spedizione.

Sauro Secci

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2 risposte a Inquinamento oceanico: i primi ritorni da una specifica missione

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