“Living Blue Report” di WWF: la popolazione marina dimezzata in 40 anni

livingblueGli effetti sul pianeta di questi ultimi scellerati 50 anni, dei quali sentiamo oggi attraverso la crisi economica, assolutamente di matrice “ecologica”, segnali sempre più inquietanti, sia nella dimensione sociale che ambientale a partire dai cambiamenti climatici, si arricchiscono ogni giorno di nuove conferme. Ad aggiungersi ai tanti studi ed elaborazioni su queste pericolose derive anche il nuovo report del WWFLiving Blue Planet Report 2015”, elaborato con lo Zoological Society di Londra. Il nuovo rapporto infatti, sottolineando come “nello spazio di una sola generazione”, l’attività umana abbia gravemente danneggiato gli oceani, prevede che tra pochi anni potrebbe essere a rischio addirittura la barriera corallina. Nel corso degli ultimi 40 anni, il numero degli animali marini (mammiferi, uccelli, rettili e pesci) si è dimezzato, a causa delle pressioni dell’uomo, determinate da pesca eccessiva, inquinamento, riscaldamento globale. Una compromissione gravissima degli oceani, elemento prevalente e fondamentale del pianeta, attraverso al pesca selvaggia ed indiscriminata che ha impedito i normali tempi di riproduzione dei pesci.

risorsepesca

Il rapporto WWF, si è basato su un accurato monitoraggio di oltre 1.200 specie, riscontrando un decremento della popolazione marina di ben il 49% tra il 1970 e il 2012, con un consumo pro capite di pesce che è aumentato da una media di 9,9 chili a 19,2 chili. Particolarmente significative le riduzioni adecremento_tonno livello planetario di alcune specie ittiche come tonni e sgombri, che registrano una riduzione del 74% (vedi figura a destra).
Relativamente alle barriere coralline, secondo l’associazione ambientalista, queste potrebbero scomparire del tutto entro il 2050 a fronte delle attività umane. Tra le soluzioni proposte vi è la creazione di zone protette come quella del Santuario Pelagos, un’area di 87.500 kmq di mare tra Italia, Montecarlo e Francia per la protezione dei mammiferi marini, che sta già dando buoni risultati, seppure al di sotto delle aspettative. Si tratta di una delle “case” predilette dai cetacei del Mediterraneo, come dimostrano i dati dell’Istituto Tethys (link sito), che effettua regolarmente il monitoraggio dei cetacei del Santuario per 5 mesi l’anno da ben 28 anni. Come fa rileva pelagosSabina Airoldi, direttore del “Cetacean Research Project”, “sono state individuate le rotte della balenottera comune, che in tarda primavera attraversano il Mediterraneo da sud a nord per raggiungere il Santuario, dove troveranno cibo durante l’estate. Una stima approssimativa elenca infatti più di 8.500 specie di animali microscopici, che rappresentano tra il 4% e il 18% delle specie marine di tutto il mondo.
Nonostante questi confortanti risultati conseguiti, il Santuario Pelagos è minacciato dai centri urbani collocati lungo le coste, dalle attività industriali, dai trasporti marittimi ed addirittura dalle attività turistiche di avvistamento dei cetacei, definita “whale-watching”. Come rileva la stessa Airoldi, “Siamo in grado di proteggere realmente solo l’1% del bacino, ben al di sotto del 10% come richiesto entro il 2020 a livello internazionale: con un Santuario protetto come si deve, l’area del Mediterraneo effettivamente tutelata salirebbe al 4,5%”.
Ma secondo il report è anche il riscaldamento globale a fare la sua parte, deteriorando gli habitat, minacciando ecosistemi fondamentali ed ad alta vulnerabilità come le foreste di alghe e le coperture di mangrovie, proprio dove molte specie depongono le uova. La crecente concentrazione di anidride carbonica poi, sta incrementando rapidamente il tenore di acidità dell’acqua, spingendo molte specie alla ricerca di nuovi habitat, più in profondità o più in superficie, se non addirittura verso l’estinzione.

Sauro Secci

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