Energia geotermica: l’Africa si muove su grandi taglie tra molte luci e qualche ombra

rift-valley_2Sono passati solo alcuni mesi, da quando avevo dato conto della creazione, in Africa, di un grande Centro di ricerca per lo studio dell’immenso potenziale geotermico del grande continente, denominato GeTRI (vedi post “Geotermia: anche l’Africa cerca di conoscere e sfruttare il suo potenziale con GeTRI“). Un potenziale geotermico quello africano, collocato principalmente nella cosiddetta “Rift Valley”, una fascia di territorio comprendente paesi come Gibuti, Etiopia, Kenya, Uganda e Tanzania, che disporrebbero di un potenziale combinato di oltre 15 GW geotermici. Proprio in questo ambito, cominciano ad arrivare i primi grandi risconti applicativi, forse “troppo grandi” e poco distribuiti, vista la recente inaugurazione, in Kenya, proprio uno dei principali della “Rift Valley”, dell’ultima di una serie di grandi centrali geotermiche, quelle di Olkaria IV (foto aOlkaria-IV destra), da ben 140 MW,  caratterizzata da campi a vapore dominante, misti vapore e acqua, recentemente realizzata dalla giapponese Toyota Tsusho e dalla coreana Hyundai Engineering su una commessa del 2011. Alla realizzazione del nuovo impianto record, ha contribuito anche un altro colosso asiatico, Toshiba Corporation, produttrice della parte di turbogenerazione. Quello del Olkaria è il più grande complesso di impianti geotermici africano di sempre, inserito in una serie di unità di grande taglia, con una potenza elettrica installata totale di 280 MW, pari a quasi il 20% della potenza elettrica totale installata in Kenya. Il Kenya è il paese che dispone delle più grandi risorse geotermiche del continente africano. Una realizzazione rift-valley_3che si colloca nell’ambito di una delle principali priorità del paese africano, quello dello sviluppo delle infrastrutture di energia elettrica. Una fonte quella geotermica, che, proprio per le sue caratteristiche di continuità, è considerata una stabile alternativa alla fonte idroelettrica ed una componente fondamentale ed irrinunciabile della politica energetica del Governo kenyano. Il nuovo impianto è situato a circa 100 chilometri nord-ovest dalla capitale Nairobi, in una regione come l’Olkaria, che da il nome all’impianto, dove si stima un potenziale geotermico pari a oltre 1 GW e dove si è creato anche una interessante sviluppo si attività agricole in serra, grazie ai cascami termici forniti dalla utilizzazione primaria geotermoelettrica. Si tratta solo di un primo passo da parte del paese africano, che prevede di continuare lo sviluppo della fonte nella regione interessata.

Una realizzazione che ha visto già dall’agosto 2012, Toyota Tsusho divenire la prima azienda privata a firmare un memorandum d’intesa globale con il Kenya per sostenere la realizzazione della strategia nazionale del paese, denominata “VISION 2030” (linkvision2030-logo1 documento “Popular Version”). Un accordo, quello stipulato con il governo kenyano, che prevede una serie di interventi a largo respiro, per il sviluppo dell’Africa orientale, oltre che nei settori delle energie rinnovabili e della mobilità e degli impianti di desalinizzazione, anche in ambiti meno virtuosi come quello degli oleodotti per l’esportazione di petrolio, dei fertilizzanti, dello sviluppo dei porti e degli impianti di desalinizzazione. Toyota Tsusho tiene a sottolineare che continuerà a collaborare con Hyundai Engineering, Toshiba e gli altri partner per sviluppare le infrastrutture necessarie per soddisfare le esigenze dell’economia locale e con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo del Kenya e la regione circostante. Sicuramente un monito importante per un paese come l’Italia, dove oramai oltre un secolo fa, l’energia geotermoelettrica è nata, questo fronte orientale così variegato e compatto, che si scontra con le nostre ataviche difficoltà a fare sistema, pur in presenza di significative realtà tecnologiche e di know-how sistemistico, che potrebbe rischiare di accentuarsi ulteriormente nel caso non vengano intraprese adeguate azioni per fare sistema e sostenere maggiormente le iniziative di ricerca e sviluppo sopratutto se finalizzate allo sviluppo di tecnologie a totale reiniezione, basate su cicli binari e con emissioni quasi zero (vedi post “Geotermia europea: grandi potenziali, pochi sostegni“) .

Questo bellissimo contributo filmato realizzato dall’ONU, che ci fornisce un quadro esaustivo dell’approccio kenyano alla geotermia.

Aldilà di questo, si confermano ancora una volta le criticità di una geotermia di grossa taglia OLYMPUS DIGITAL CAMERAcon presenza ancora di impianti a ciclo flash, ancora con impatti ambientali non irrilevanti, sulla quale su è mosso il paese africano, in luogo un modello più distribuito, adattabile al meglio in quei contesti, pur registrando comunque la presenza, nello scacchiere di impianti kenyani, dell’inserimento di nuovi impianti con tecnologia a ciclo binario a reiniezione totale dei fluidi, che costituiscono oggi le migliori tecnologie disponibili, a bassissimo impatto ambientale, grazie alla presenza di impianti della israeliana Ormat, che ha realizzato alcune unità di produzione del bacino di Olkaria. Nella foto sopra a sinistra una eloquente immagine della centrale di Olkaria III, realizzata proprio da Ormat, nella quale la “pulizia” da effluenti in atmosfera è davvero eloquente.

A seguire un video che si riferisce proprio all’approccio Ormat nel paese africano.

Sauro Secci

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