Grandi dighe: troppe compromettono gli ecosistemi

cinaA pochi giorni dal 51° anniversario della strage del Vajont (vedi post “Vajont cinquant’anni dopo: dove osa la cupidigia umana“) e con ancora negli occhi le ennesime immagini di fango e distruzione nella città di Genova, ad appena tre anni di distanza dall’ultimo disastroso evento, mi viene spontaneo ritornare sul tema dell’acqua, e visto che parlo prevalentemente di energia, specificatamente della antesignana delle energie rinnovabili, come l’idroelettrico. Una straordinaria forma di energia, l’idroelettrico, che però, come tutte le altre forme di energia, anche rinnovabili, non possono certo alienare il concetto di limite dal loro codice deontologico. E’ infatti spesso trascurato il costo socio-ambientale, che proprio le grandi dighe, che insistono su altrettanto grandi corsi d’acqua, possono avere sulle comunità di riferimento. Le previsioni indicano che il Sud del pianeta raddoppierà la produzione energia da idroelettrico entro il 2050: una evoluzione che richiede grande attenzione nel controllo degli interventi e delle pressioni esercitate da questi ultimi sui diversi ecosistemi, richiedendo una mappatura a livello globale, dello stato di salute dei fiumi, che costituiscono autentiche arterie del “sistema circolatorio” del nostro pianeta, le uniche capaci di connettere e sostenere la rete della vita, soltanto con il trasporto di nutrienti alla base della vita degli ecosistemi più produttivi del pianeta. Un ecosistema quello fluviale che può essere messo a dura prova dalla eccessiva presenza di grandi sbarramenti, dal momento che ad oggi, sono ben 50 mila le dighe interrompono il flusso dei più grandi corsi d’acqua del mondo, quando nel 1950 erano appena un decimo. Un quadro evolutivo siffatto, determina che sono stati costruiti sbarramenti ad un ritmo di due al giorno negli ultimi cinquanta anni, andando ad alterare enormemente l’ecosistema idrogeologico di intere regioni, in un frammento temporale che, a livello geologico, può essere l’equivalente di un battito di ciglia.
Oggi dighe e bacini artificiali intercettano il 35% del flusso dei fiumi, intrappolando nei loro fondali oltre100 milioni di tonnellate di sedimenti ricchi di nutrienti che potrebbero invece arricchire zone come i delta dei fiumi e le coste. Un tema a me molto caro anche per l’annoso problema degli sfangamenti dei bacini, anche in Italia scarsamente praticati ed eseguiti con tecniche ambientalmente assolutamente insostenibili, quando proprio tecnologie italiane possono permettere grandi risposte (vedi post “La grande problematica ambientale dell’Idroelettrico: “speriamo di sfangarla”). Nel mondo, alcuni grandi corsi d’acqua sono stati modificati così pesantemente dall’intervento umano, al punto da non raggiungere più, per buona parte dell’anno, lo sbocco al mare, come accade ad esempio per il Nilo, l’Indo e il Colorado. Una finestra temporale così ristretta, che ha dato pochissimo tempo di adattarsi al cambiamento alla fauna acquatica, che, combinato all’inquinamento e al degrado degli habitat, ha dato un duro colpo alla biodiversità di quelle regioni, portando numerose specie sulla soglia dell’estinzione. Nel Nord America il 40% delle specie di pesci d’acqua dolce sono a rischio, con un raddoppio delle specie minacciate negli ultimi vent’anni, passate da 350 a 700.

In questo non certo rassicurante contesto, si è mossa una importante organizzazione no-profit californiana come International Rivers (link sito), impegnata nella protezione dei fiumi con sede a Berkeley. L’organizzazione, ha sviluppato uno strumento informativo on line “State of the World’s Rivers” (link sito), che fornisce una serie di elaborazioni scaturite da un check up al quale sono stati sottoposti 50 dei più importanti bacini fluviali del pianeta. Si tratta di uno strumento che raggruppa gli indicatori di salute dei fiumi in tre grandi categorie:

  • frammentazione del flusso;
  • biodiversità;
  • qualità dell’acqua.

Impatto_dighe_fiumi

Sulla base delle elaborazione di tali parametri, i corsi d’acqua più critici, che presentano quindi una maggior frammentazione del flusso ed una peggiore L'apertura della diga di Xiaolangdiqualità dell’acqua, sono il Danubio, l’Indo, il Godavari, Tigri ed Eufrate, Volga e Fiume Giallo. In questa classificazione, sono censiti anche i più importanti fiumi da salvaguardare, che presentano ancora presentano un buon livello di biodiversità, un basso livello di frammentazione ed una qualità delle acque ancora non compromessa. In questo ambito sono individuati bacini fondamentali per il nostro pianeta, come il Rio delle Amazzoni, il Congo, il Mekong, l’Orinoco, il Paranà, il Tocantins, lo Yangze e lo Zambezi. Molto elevati si presentano ovviamente i fattori di rischio legati alla antropizzazione dei fiumi ancora non compromessi entro il 2050, dal momento che nel Sud del mondo è stato pianificato di raddoppiare la generazione idroelettrica entro quella data, con la costruzione di 9000 nuove dighe. Mettendo ovviamente in grandissima rilevanza gli indubbi ed enormi benefici generati dall’interruzione dei fiumi, se contestualizzati e messi a sistema con il costo totale, il bilancio non è positivo, non dovendo tenere conto soltanto degli aspetti economici, ma anche degli impatti sociale ed ambientale. Sono infatti circa dai 40 agli 80 milioni di persone, la maggior parte di questi poveri, che sono stati evacuati dalle loro case all’arrivo delle dighe, con lo sradicamento di intere comunità. Tutto questo è avvenuto spesso, senza nemmenologo_water_alternatives ricevere adeguate compensazioni socioeconomiche o un dignitoso ricollocamento. Secondo uno studio della organizzazione Water Alternatives (link sito) del 2010, scaricabile in calce al post infatti, sarebbero mezzo miliardo gli individui che vivono a valle delle dighe i quali hanno subito dei danni dall’avvento dei giganteschi argini sopra le loro teste. Un invito importante quindi, anche per il grande idroelettrico per cercare di rifarsi una faccia pienamente sostenibile, che ha portato in questi ultimi decenni, ad uno sfruttamento intensivo della risorsa, seppure con connotazioni diverse nelle diverse aree del pianeta, senza idonei interventi sulle mitigazioni e sugli impatti, spesso coincidenti con la continuità della rinnovabilità della risorsa, molti dei quali oggi tecnologicamente attuabili con grandi risultati e prestazioni ambientalmente, economicamente e socialmente consistenti.

Sauro Secci

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