Tagli di CO2 e decarbonizzazione dei sistemi: migliore qualità dell’aria e minori costi sanitari

qualita_ariaOramai non passa giorno che rimango sempre più atterrito da pesanti attacchi alle energie rinnovabili, provenienti dalle parti più disparate, soprattutto nelle principali testate giornalistiche nazionali. Attacchi ostinatamente ancorati e “fossilizzati” (mia termine è stato più appropriato), intorno ad una civiltà fossile oramai al crepuscolo. Io mi domando come si possa parlare delle forme di sostegno alle energie pulite, attuate in questi anni nei diversi paesi, come se le fonti fossili non abbiano avuto da sempre e continuino ad avere, forme si sostegno ben più rilevanti (vedi post “Il 2,5% del PIL mondiale per sostenere le fonti fossili“). Tutto questo nella più assoluta indifferenza nel considerare gli enormi impatti che l’adozione di fonti fossili porta in termini di costi sociali, con particolare riferimento a quelli sanitari, raccolti sotto il termine “esternalità”. Un fenomeno che ha visto anche la messa a punto di specifici indicatori per valutarli come l’ SCCsocial cost of carbon” (vedi post “Esternalità negative delle fonti fossili e nuovo indicatore SCC: rinnovabili già adesso più competitive“). Proprio a rimarcare questa immensa, enorme e cronica omissione dei filo fossili e detrattori delle rinnovabili, anche un recente studio del MIT (Massachusetts Institute of Technology), pubblicato da “Nature Climate Change” (link abstract articolo), che fa una analisi dei grandi benefici che una riduzione delle emissioni di CO2 ha sia per l’ambiente che per le tasche dei cittadini e degli stati, sulla base della equazione “Aria più pulita = minori malattie legate all’inquinamento e minori spese per prestazioni mediche e per i sistemi sanitari nazionali”. Secondo lo studio, le misure necessarie per abbattere le emissioni costerebbero un decimo rispetto ai risparmi conseguibili nel settore sanitario, in termini di minori prestazioni erogate per la cura di malattie legate all’inquinamento dell’aria specificatamente legate all’apparato respiratorie ed ematologiche. Lo studio, partendo dall’assunto fondamentale che una riduzione delle emissioni in atmosfera, migliora la qualità dell’aria, ha elaborato tre distinti scenari:

  • uno standard per le energie pulite individuato con l’acronimo CES;
  • una politica dei trasporti individuata con l’acronimo TRN;
  • il programma di “cup and trade” individuato con l’acronimo CAT, corrispondente al mercato dei diritti di emissione previsto dal protocollo di Kyoto, corrispondente al modello europeo ETS (Emission Trading Scheme), sulla base del quale ai governi e alle grandi società vengono assegnati tetti di emissioni annuali da non superare (cup), e se tali soggetti emettono meno di quanto consentito possono vendere o scambiare (trade) la quota rimasta.

A seguire alcune simulazioni del rapporto nei tre scenari utilizzati, relative alla distribuzione spaziale di due inquinanti come O3 (ozono) e polveri fini PM2,5.

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Lo studio, stima risparmi in termini sanitari, corrispondenti al 26% delle risorse necessarie per attuare una politica dei trasporti, ma pari a 10,5 volte il costo del programma di cup and trade. La differenza la fanno i costi delle misure adottate, mentre i risparmi in termini di cure mediche e giorni di malattia restano pressoché costanti per ognuna delle tre misure analizzate. Nel dettaglio, il costo stimato per il mercato dei diritti di emissione è infatti di 14 miliardi di dollari, contro i mille miliardi necessari per una politica dei trasporto con requisiti rigidi sul risparmio di carburante. Gli standard relativi all’energia pulita si collocano a metà strada con un costo di 208 miliardi ed un risparmio sanitario di 247 miliardi. Sicuramente un altro studio che dovrebbe costituire un altro spunto di riflessione per tutti quelli che con tanta faciloneria e pressapochismo si avventurano in crociate contro al de-carbonizzazione dei sistemi economici e le energie pulite.

Sauro Secci

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