Fao: gli sprechi alimentari un danno per clima, suolo e biodiversità

Food_wastage_footprintQuello dello spreco alimentare, rappresenta davvero un grande insulto che certi comportamenti indotti dalla società dei consumi (vedi post “La crisi economica e gli impressionanti numeri dello spreco alimentare mondiale“), formatasi negli ultimi decenni ed oggi in palese declino, sia delle popolazioni più deboli, ancora in numero sterminato nel mondo, ma anche per il pianeta nel suo assieme con enormi impatti su clima, suolo e biodiversità. Si cementa in una analisi davvero di largo spettro sugli impatti indotti dalla strabiliante perdita di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo l’anno, andando oltre il mero aspetto economico, un nuovo rapporto della FAO, chepiramide denuncia le insostenibili pressioni che tale dato esercita sulle risorse naturali dalle quali gli esseri umani dipendono per nutrirsi. Si tratta del nuovo rapporto “Food Wastage Footprint: Impacts on Natural Resources(L’impronta ecologica degli sprechi alimentari: l’impatto sulle risorse naturali N.d.T.), scaricabile in calce al post, che rappresenta il primo studio che analizza l’impatto delle perdite alimentari dal punto di vista ambientale, esaminando specificamente le conseguenze che esse hanno per il clima, per le risorse idriche, per l’utilizzo del territorio e per la biodiversità.

Emissioni di CO2 della filiera cibo a livello mondiale

Emissioni di CO2 della filiera cibo a livello mondiale

Secondo il rapporto, ogni anno, il cibo prodotto, ma non consumato, determina sprechi parametrizzabili a:

  • risorse idriche: pari al flusso annuo di un fiume come il Volga, utilizzando;
  • uso del suolo: pari a 1,4 miliardi di ettari di terreno, corrispondenti a quasi il 30 per cento della superficie agricola mondiale;
  • atmosfera: è responsabile della produzione di 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra.

Oltre a questi impatti ambientale, riferiti alle tre grandi matrici, aria, acqua e suolo, le conseguenze economiche dirette di questi sprechi (esclusi pesci e frutti di mare), si aggirano, secondo il rapporto intorno ai 750 miliardi di dollari l’anno. Come evidenzia José Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO, “queste tendenze mettono un’inutile e insostenibile pressione sulle risorse naturali più importanti, e devono essere invertite. Tutti, agricoltori e pescatori, lavoratori nel settore alimentare e rivenditori, governi locali e nazionali, e ogni singolo consumatore devono apportare modifiche a ogni anello della catena alimentare per evitare che vi sia spreco di cibo e invece riutilizzare o riciclare laddove è possibile”. Ovviamente oltre al prioritario livello ambientale, il rapporto fa una ampia analisi relativa alle negatività indotte a livello etico dallo spreco alimentare, dal momento che, come evidenzia lo stesso Da Silva, “non possiamo permettere che un terzo di tutto il cibo che viene prodotto nel mondo vada perduto, quando vi sono 870 milioni di persone che soffrono la fame”. Contestualmente alla emissione del nuovo studio, la FAO ha pubblicato anche “Toolkit: Reducing the Food Wastage Footprint“, un manuale di 100 pagine di “best practice” su come ridurre le perdite e gli sprechi di cibo in ogni fase della catena alimentare, scaricabile a sua volta in calce al post. Il manuale presenta un certo numero di progetti che illustrano le azioni implementabili nei diversi livelli, da governi nazionali, amministrazioni locali, agricoltori, aziende e singoli consumatori possono adottare misure per affrontare il problema.

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Anche Achim Steiner, Sotto Segretario Generale dell’ONU e Direttore Esecutivo del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), ha dichiarato che “UNEP e FAO hanno identificato lo spreco di cibo come una grande opportunità verso un’economia verde a basse emissioni di carbonio, che fa un uso efficiente delle risorse. Il rapporto presentato dalla FAO sottolinea i molteplici vantaggi che possono essere realizzati in molti casi attraverso semplici misure da parte delle famiglie, dei dettaglianti, dei ristoranti, delle scuole e delle imprese che possono contribuire alla sostenibilità ambientale, a migliorare l’economia e la sicurezza alimentare, e alla realizzazione della sfida Fame Zero lanciata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite”. UNEP e FAO sono i cofondatori della campagna Think Eat Save (link sito), per ridurre l’impronta ambientale lanciata all’inizio dell’anno, il cui scopo è dare assistenza e coordinare a livello mondiale l’impegno per ridurre gli sprechi alimentari. Molto interessante anche la collocazione geografica dello spreco, analizzata dallo studio FAO, dove si evidenzia che il 54 per cento degli sprechi alimentari si verificano “a monte”, vale a dire nella fase di produzione, raccolta e immagazzinamento, mentre il 46 per cento degli sprechi, avviene invece “a valle”, nelle fasi di trasformazione, distribuzione e consumo. Disgregando ulteriormente questo dato, si evidenzia che nei paesi in via di sviluppo, le perdite di cibo avvengono maggiormente nella fase produttiva, mentre a livello di dettagliante o di consumatore si concentrano gli sprechi alimentari, che tendono ad essere più elevati nelle regioni a medio e alto reddito, dove rappresentano il 31-39 per cento del totale, rispetto a regioni a basso reddito (4-16 per cento). Il rapporto mette bene in evidenza il fenomeno secondo il quale, più in avanti lungo la catena alimentare un prodotto va perduto, maggiori sono le conseguenze ambientali, dal momento che i costi ambientali sostenuti durante la lavorazione, il trasporto, lo stoccaggio ed il consumo devono essere aggiunti ai costi di produzione iniziali. Al riguardo, davvero eclatante lo spreco di cereali in Asia, elemento con gravi ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sulle risorse idriche e sull’uso del suolo. Un fenomeno che assume i suoi massimi e negativi effetti nella coltivazione del riso, considerando l’elevata emissione di metano che la sua produzione comporta e del grande livello di perdite. Più basso invece, in tutte le regioni del mondo, il volume degli sprechi di carne, con il settore carne che genera un notevole impatto sull’ambiente, in termini di occupazione del suolo e di emissioni di carbonio, in particolare nei paesi ad alto reddito e in America Latina, che insieme sono responsabili dell’80% per cento di tutti gli sprechi di carne. Escludendo l’America Latina, le regioni ad alto reddito sono responsabili di circa il 67 per cento di tutto lo spreco di carne. In Asia, America Latina ed Europa lo spreco di frutta contribuisce in modo significativo al consumo di risorse idriche, soprattutto a causa dell’alto livello di perdite. Molto significativo invece lo spreco di verdure che si concentra in Asia, Europa, Sud e Sud-Est asiatico si traduce in una grande impronta di carbonio per tale settore.

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Passando ai suggerimenti per ridurre lo spreco di cibo sulla base dell’alto livello di perdite alimentari, tipico delle società opulente viene chiamato in causa anche il ruolo fondamentale legato ai modelli comportamentali dei consumatori unitamente alla mancanza di comunicazione lungo la catena di approvvigionamento. La mancanza di pianificazione dei propri acquisti da parte dei consumatori, troppo spesso orientati all’acquisto di più cibo del necessario, con reazioni eccessive all’etichetta “da consumarsi entro”, si uniscono agli eccessivi standard di qualità ma sopratutto estetici che portano i rivenditori a respingere grandi quantità di cibo perfettamente commestibili. Una autentica latitanza della “cultura della imperfezione”, in nome dell’immagine a tutti i costi, estendibile a tutto l’attuale modello consumistico oggi in grande crisi, della quale riappropriarsi quanto prima. Sul fronte dei paesi in via di sviluppo, le perdite avvengono principalmente nella fase post-raccolto e di magazzinaggio a causa delle limitate risorse finanziarie e strutturali nelle tecniche di raccolto, di stoccaggio e nelle carenti infrastrutture di trasporto, che si uniscono a condizioni climatiche favorevoli al deterioramento degli alimenti. Ed eccoci alle soluzioni ai problemi suggerite dalla FAO, sintetizzabili su tre distinti livelli di intervento:

  • Riduzione degli sprechi elevata alla massima priorità: limitando le perdite produttive delle aziende agricole dovute a cattive pratiche e bilanciando meglio produzione e domanda di alimenti, che consentirebbe di risparmiare l’utilizzo di risorse naturali per la produzione di cibo non necessario.
  • Ottimizzazione della gestione delle eccedenze alimentari: rappresentata prioritariamente dalla massimizzazione del riutilizzo all’interno della catena alimentare umana, con la ricerca di mercati secondari o la donazione del cibo eccedente ai membri più vulnerabili della società. Nel caso poi di non idoneità del cibo al consumo umano (food), la seconda opzione è declassare comunque il cibo non utilizzato per l’alimentazione del bestiame (feed), preservando anche in questo caso risorse che sarebbero altrimenti utilizzate nella produzione di mangimi.
  • Laddove il riutilizzo non fosse possibile: si dovrebbe pensare a riciclare e recuperare l’eccedenza di cibo: riciclaggio dei sottoprodotti, decomposizione anaerobica, elaborazione dei composti e l’incenerimento, con recupero di energia rispetto all’eliminazione nelle discariche. (Il cibo non consumato che finisce per marcire nelle discariche è per altro un grande produttore di metano, gas serra particolarmente dannoso).

Sauro Secci

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