Degrado ambientale e cambiamenti climatici: rallentano pesantemente la crescita secondo OCSE

logoGli aspetti legati al degrado ambientale ed ai cambiamenti climatici, assumono un significato sempre più rilevante, pur con connotazioni differenti per ciascun paese del mondo. A tutto questo non sfugge certo l’Italia, che, oltre a dovere affrontare un grandissimo numero di emergenze ambientali, molte delle quali indotte dalla industrializzazione indiscriminata, senza scrupoli e mai bonificate (vedi post ““Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?”: l’interrogativo che si pone il nuovo dossier di Legambiente), ma anche e soprattutto affrontare un altro aspetto cruciale per il nostro paese, come il dissesto idrogeologico, per affrontare il quale, occorrerebbero politiche pianificate e di ampio respiro, alle quali la politica italiana è assolutamente allergica, come ha rilevato anche l’OCSE in uno specifico Rapporto (vedi post “Rapporto Ocse: Politica ambientale in Italia solo in emergenza“). Ed è proprio un nuovo Rapporto dell’OCSE, “Shifting Gear: Policy Challenges for the next 50 Years”, scaricabile in calce al post, a ritornare su questi temi, mettendo in evidenza che i cambiamenti climatici ed il degrado ambientale sono tra le principali cause del contesto attuale, non certo ottimistico dell’economia mondiale.

Ed è proprio l’Economics Department di OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) a sostenere che “nell’ipotesi di politiche immutate, i danni all’ambiente dovrebbero continuare ad accumularsi. Se le politiche di riduzione delle emissioni inquinanti restano inefficaci, le conseguenze economiche sempre più pesanti del degrado dell’ambiente, dovute tra l’atro al cambiamento climatico, dovrebbero ostacolare la crescita anche prima del 2060”. A parere di OCSE infatti “entro il 2060, le emissioni di gas serra raddoppieranno in rapporto al 2010 e i danni all’ambiente, causati per esempio dal calo della produttività agricola e dall’innalzamento del livello degli oceani, potrebbero far arretrare il Pil dell’1,5 % a livello mondiale e di oltre il 5% nell’Asia meridionale e del sud-est“.

Oces-PIL

Il rapporto avverte, inoltre, che “queste stime non tengono conto dell’impennata dei costi sanitari e delle perdite di produttività imputabili all’inquinamento locale in numerosi Paesi”. Già nel rapporto 2013 di Ocse si sosteneva che “i rischi di eventi climatici catastrofici saranno più elevati e l’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera fino al 2060 causerà nuovi danni all’ambiente, e potenzialmente più gravi dopo il 2060”.
Un rapporto, quello dell’OCSE, che, pur non mettendo in discussione liberismo e globalizzazione capitalista, continua a segnalare una profonda crisi di sistema, nell’ambito della quale, sembrano sfumare definitivamente le connotazioni della spinta propulsiva del capitalismo e della crescita infinita, nei prossimi 45 anni, come nel passaggio “la crescita economica mondiale dovrebbe rallentare e le ineguaglianze di reddito continueranno a crescere nel corso dei prossimi decenni” e la cosa non riguarderà solo i Paesi sviluppati.

ineguaglianza

L’invecchiamento delle popolazioni in numerosi Paesi dell’Ocse e il rallentamento progressivo dei tassi di crescita attualmente elevati nei grandi Paesi emergenti faranno passare il tasso di progressione annuale del Pil mondiale dal 3,6% nel periodo 2010-2020 a un tasso stimato al 2,4% nel 2050-2060”. Un monito ancor più preoccupante se rapportato all’Italia, un paese vecchio e statico, se si considera che “l’innovazione e gli investimenti nelle competenze costituiranno i principali motori della crescita”.
Relativamente ai mutamenti di tendenza in atto in tema di scambi commerciali e di specializzazione industriale, il rapporto sottolinea che “la quota degli scambi con e tra i Paesi emergenti aumenterà considerevolmente. L’adeguamento tecnologico e il miglioramento delle competenze aiuteranno i Paesi emergenti a sviluppare dei settori manifatturieri e delle attività di servizi a forte valore aggiunto. Di fronte a queste sfide, i decison makers dovranno dinamizzare i mercati del lavoro e dei prodotti, sostenendo allo stesso tempo l’innovazione, la produttività e il lavoro”. Un problema di non poco conto se si considera che dovrà essere affrontato nel pieno di una grave crisi climatica e ambientale, che fa registrare un ulteriore incremento delle diseguaglianze. Secondo OCSE, sarà necessario “mettere in atto delle politiche di redistribuzione efficaci, mettere risolutamente l’accento sull’uguaglianza delle chances e rivedere i meccanismi di finanziamento dei servizi pubblici, così come le strutture fiscali“. Una sorta di quadratura del cerchio socialdemocratica, ma senza abbandonare, ma anzi espandendo, il liberismo mercantile globalizzato. Altro aspetto rilevante, affrontato nel rapporto, quello della crescente interdipendenza economica che renderà necessaria una cooperazione internazionale in settori come la ricerca di base, i diritti di proprietà intellettuale, la politica di concorrenza e l’attenuazione del cambiamento climatico. La cooperazione sarà anche essenziale nel campo della fiscalità, soprattutto per lottare contro l’evasione fiscale delle imprese”. Indubbiamente un quadro complessivo che rende necessaria una autentica rivoluzione mondiale, la quale non potrà però prescindere dalla messa in discussione delle politiche economiche iperliberiste che ci hanno condotta a questa profondissima crisi, economica-ambientale e sociale. In tal senso, nonostante il quadro tracciato dal rapporto, davvero discutibile e limitativo l’atteggiamento OCSE, che, in occasione della presentazione del nuovo rapporto a Tokyo, con il suo segretario generale aggiunto e capo economista Rintaro Tamaki, successore dell’attuale ministro dell’Economia italiano, Pier Carlo Padoan, si è limitato a dire che la ricetta per il futuro si basa su tre assi, ed in particolare “sostenere una crescita forte, lottare contro l’aumento delle ineguaglianze di reddito e ridurre i costi del cambiamento climatico”. Lo studio dimostra che siamo di fronte ad un paradosso della globalizzazione, con “i Paesi che saranno più integrati che mai, ma potrebbe diventare sempre più difficile organizzare la cooperazione multipolare richiesta in un sistema multipolare più complesso”. Una miopia evidente ed ottusa, legata ancora a vecchie ricette già sperimentate, ed assolutamente insufficienti ed inadeguate, rispetto ad una crisi planetaria presente e futura, nei confronti della quale sembrano davvero “provinciali” ed anguste, tutte le buone intenzioni espresse in sede europea ed italiana in questi giorni.

Sauro Secci

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