Rapporto cave 2014 di Legambiente: in Italia “buchi” di tutti i tipi e da tutte le parti

logoParlando delle tante innumerevoli minacce ambientali per il nostro paese, con particolare riferimento a quelle verso il territorio, una delle principali è indubbiamente quella costituita dalle cave, gran parte delle quali, dopo la loro vita economica, soprattutto nell’ambito dei settori dei materiali da costruzione e lapideo, vengono lasciate a se stesse, senza alcuna opera di mitigazione e ripristino ambientale. Molto importante come molti altri puntuali rapporti editi annualmente da Legambiente, arriva anche quest’anno il Rapporto Cave 2014, presentato nelle scorse settimane a Roma, insieme a l’ebook sui paesaggi delle attività estrattive in Italia, con fotografie di Marco Valle, nel corso di una conferenza stampa che ha visto la partecipazione, tra gli altri di Edoardo Zanchini (vicepresidente Legambiente), Paolo Masini (Assessore ai Lavori Pubblici Comune di Roma), Paola Gazzolo (Assessore difesa del suolo Regione Emilia Romagna), Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati), Silvia Velo (Sottosegretario Ministero dell’Ambiente). In Italia sono attualmente attive 5.592 cave, con quelle dismesse e monitorate addirittura tre volte tanto con 16.045 siti, non considerando Regioni come Calabria e Friuli Venezia Giulia, non aventi monitoraggio, che potrebbero far salire il dato ad oltre 17 mila (vedi grafico seguente).

complessivo_cave_italia

Numeri davvero impressionanti, nonostante la crisi del settore edilizio abbia contribuito ad una notevole riduzione delle quantità dei materiali lapidei estratti, in un paese più di altri sotto la morsa del cemento (vedi post “Consumo del suolo: Il cancro che divora il Bel Paese“). Alcuni numeri di danno una dimensione del settore relativamente al 2012:

  • un miliardo di Euro di ricavo, 
  • 80 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia, 
  • 31,6 milioni di metri cubi di calcare
  • 8,6 milioni di metri cubi di pietre ornamentali.

Il grafico a destra, tratto dal rapporto, evidenzia che sabbia e ghiaia rappresentano il 62,5%ripatizione_materiali_estratti di tutti i materiali cavati in Italia, con punte di escavazione in Lazio, Lombardia, Piemonte e Puglia, dove ogni anno vengono prelevati circa 50 milioni di metri cubi di queste materie prime. Decisamente rilevanti sono anche gli impatti e i guadagni legati all’estrazione di pietre ornamentali, corrispondenti a materiali di pregio, nell’ambito dei quali il materiale simbolo dell’Italia è rappresentato indubbiamente dal marmo delle Apuane. Un settore dove sono minori le quantità estratte ma davvero ingenti i guadagni e conseguentemente anche gli stessi impatti, con punte di concentrazione per il marmo nelle Alpi Apuane, a Botticino-Brescia, a per la pietra di Trani.

Si tratta di un settore ancora “pericolosamente” governato a livello nazionale da un Regio Decreto del 1927, con indicazioni decisamente carenti versoi notevolissimi impatti ambientali che le attività estrattive oggi inducono, riferito ad un epoca in cui le sensibilità ecologica e ambientale erano ancora lontane dal manifestarsi. Una situazione normativa ulteriormente compromessa dal passaggio dei poteri sulla materia alle regioni, avvenuti nel 1977, determinando così rilevanti problemi legati ad un quadro normativo più caotico e divenuto ancor più inadeguato, con una incompleta pianificazione ed una assenza di controlli sulla gestione delle attività estrattive. Un aspetto molto importante, avvenuto nel corso della conferenza stampa di presentazione del nuovo rapporto cave di Legambiente è stato quello legato alle proposte per la riduzione dell’impatto ambientale dell’attività estrattiva nel territori, e la presentazione della proposta di Capitolati RECYCLE, allegata in calce al post, insieme al rapporto ed elaborata in collaborazione con Atecap ed Eco.Men. Una proposta che ha l’obiettivo di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada già individuata al 2020 dalla Direttiva 2008/98, quando l’Italia dovrà raggiungere l’obiettivo del 70% di recupero di materiali inerti.

Secondo il Vice Presidente di Legambiente Edoardo Zanchini,occorre promuovere una profonda innovazione nel settore delle attività estrattive attraverso regole di tutela efficaci in tutta Italia e canoni come quelli in vigore negli altri Paesi Europei. Ridurre il prelievo di materiali e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio è quanto mai urgente e oggi assolutamente possibile. Lo dimostrano i tanti Paesi dove si sta riducendo la quantità di materiali estratti attraverso una politica incisiva di tutela del territorio, una adeguata tassazione e la spinta al riutilizzo dei rifiuti inerti provenienti dalle demolizioni edili”. Guardando i dati del rapporto su base geografica, emerge una situazione leggermente migliore al centro-nord, dove abbiamo un diffusione_cave_comuni_italiaquadro regolatorio abbastanza completo con strumenti pianificatori come i Piani cava, che indicano le quantità di materiale estraibile e le aree dove è consentita l’attività di cava, aggiornati periodicamente,con molte regioni, prevalentemente del meridione, dove non esistono Piani in vigore come Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Sicilia, Calabria e Basilicata, con il Piemonte che dispone, al momento, solo dei Piani di indirizzo e rimanda alle Province l’approvazione del Piano.
Una situazione di incertezza che lascia tutto il potere decisionale in mano a chi concede le autorizzazioni, in un comparto più di altri sotto il controllo e le fortissime pressioni della malavita organizzata, con particolare riferimento al Mezzogiorno, dove quest’ultima gestisce ampi ambiti del ciclo del cemento e nel controllo della aree cava e dove, evidentemente è importante correre ai ripari, regolamentando adeguatamente il settore. Una situazione aggravata dallo scandaloso squilibrio tra i costi di prelievo dei materiali e quelli di vendita, che rendono queste attività autentica calamità per le attività criminali spesso colluse con il potere amministrativo. In media infatti, il prezzo di vendita degli inerti estratti viene pagato appena il 3,5% del prezzo di vendita, con situazioni limite come nel Lazio, in Valle d’Aosta e in Puglia dove il prelievo degli inerti costa addirittura solo pochi centesimi e regioni come Basilicata e Sardegna dove i materiali estratti sono addirittura gratuiti. Una situazione che rende davvero ridicole le entrate per gli enti pubblici attraverso i canoni di prelievo, rapportate invece agli ingenti guadagni del settore, con un totale nazionale dei canoni pagati nelle diverse regioni, per sabbia e ghiaia, che ha raggiunto nel 2012 appena 34,5 milioni di Euro, mentre il ricavato annuo dei cavatori è risultato pari a un miliardo di Euro. A livello esemplificativo, emblematico il caso della Puglia, dove, nel 2012 sono stati cavati 10,3 milioni di metri cubi di inerti che hanno fruttato 129 milioni di euro di introiti ai cavatori ed appena 827mila euro alla collettività. La situazione non cambia di molto, nemmeno dove i canoni sono leggermente superiori, come nel Lazio ed in Valle d’Aosta, dove il rapporto tra le entrate regionali e quelle delle aziende è comunque di 1 a 40. Nel Lazio, la Regione ricava meno di 4,5 milioni di euro a fronte dei quasi 190 milioni di euro del volume d’affari complessivo della vendita dei materiali estratti. Una differenza enorme quindi, tra quello che viene richiesto e incassato dagli enti pubblici ed il volume d’affari generato dalle attività estrattive in tutte le regioni. In Piemonte, Provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana ed Umbria, oltre che in Campania, Abruzzo e Molise, dove i canoni sono più alti, il canone richiesto non raggiunge nemmeno un decimo del prezzo di vendita dei materiali estratti. In Sicilia e Calabria, con l’introduzione per il primo anno del canone di concessione, le regioni ricavano rispettivamente 208 e 420mila euro per l’estrazione di sabbia e ghiaia a fronte dei 10 milioni ricavati dai cavatori in Sicilia ed ai quasi 15 milioni ricavati in Calabria. Tutto questo in un paese che vanta il triste primato europeo della cementificazione, come ben evidenzia il grafico seguente.

produzione_cemento_europa_2012

Forte al riguardo il richiamo di Zanchini, secondo il quale, “in un periodo di tagli alla spesa pubblica è inaccettabile che un settore tanto rilevante da un punto di vista economico e ambientale venga completamente trascurato dalla politica nazionale. E’ possibile creare filiere innovative di lavoro e ricerca applicata, ridurre il prelievo di cava attraverso il recupero di materiali e aggregati provenienti dall’edilizia e da altri processi produttivi, ma serve intervenire su una normativa nazionale vecchia di quasi 90 anni, per ripristinare legalità, trasparenza e tutela”. Un fronte fondamentale su cui agire tempestivamente, secondo Legambiente, dove è necessario rafforzare tutela del territorio e la legalità attraverso controlli, individuazione delle aree da escludere e delle modalità di escavazione, obbligo di valutazione di impatto ambientale, ecc., aumentando nel contempo i canoni di concessione per equilibrare i guadagni pubblici e privati e tutelare il paesaggio. La misera cifra degli attuali 34,5 milioni di Euro guadagnati dalle regioni italiane per l’estrazione di sabbia e ghiaia, introitata ad oggi dalle regioni italiane, potrebbero divenire ben 239 milioni, se fossero applicati i canoni in vigore, per esempio nel Regno Unito. In Sardegna dove oggi niente è dovuto da parte dei titolari delle concessioni, si potrebbe passare da 0 a 17 milioni di euro. La spinta poi all’utilizzo di materiali riciclati nell’industria delle costruzioni, per andare nella direzione prevista dalle Direttive Europee e riuscire così ad aumentare il numero degli occupati e risparmiare la trasformazione di altri paesaggi è un altro passaggio fondamentale, con alcuni esempi virtuosi citati nel rapporto. Tra questi, un bell’esempio di recupero e riutilizzo di materiale derivato dalla demolizione di strutture esistenti è quello del nuovo Stadio della Juventus, la cui realizzazione, ha visto il recupero dei materiali dismessi del vecchio Stadio “Delle Alpi”, reimpiegati nel nuovo cantiere. Si è trattato di 40.000 metri cubi di calcestruzzo, che dopo frantumazione, sono stati utilizzati come sottofondo del rilevato strutturale del nuovo impianto, oltre a 5.000 tonnellate di acciaio, 2.000 metri quadrati di vetro e 300 tonnellate di alluminio, con un notevole risparmio economico stimabile in circa 2 milioni di euro.

• Scarica il “Rapporto Cave 2014” di Legambiente
• Scarica i Capitolati RECYCLE

Sauro Secci

 

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