Pressione fiscale sul lavoro e inquinamento: un legame per uscire dalla crisi

europea_low_carbonNella profonda crisi che sta attanagliando con connotati particolarmente virulenti il nostro paese, il tema del costo del lavoro e della enorme pressione fiscale che proprio sul lavoro grava attraverso il famigerato “cuneo”, è quello sul quale agire in ogni modo per ridurlo drasticamente, ridando competitività al paese. Si tratta di un tema troppo spesso trattato con approcci “classici” e che potrebbe avere anche chiavi di lettura decisamente non convenzionali come quella che scaturisce da uno studio della Commissione europea pubblicato proprio in questi giorni sulla base dei dati di 12 Stati membri, allegato in calce al post, e con l’Italia collocata a pag 173. Lo studio presenta una ipotesi di lavoro sul tema decisamente affascinane costituita dallo spostare la pressione fiscale dal lavoro all’inquinamento, una modalità che potrebbe creare occupazione migliorando i conti dello Stato. Lo studio indica che, con questa modalità, si creerebbero, per l’Italia, maggiori entrate per oltre 10 miliardi di euro nel 2016 e ben 25,5 miliardi nel 2025, tutti benefici ai quali vanno sommate le ricadute occupazionali e anche quelle ambientali, ben note nel termine esternalità, che tanto peso sociale hanno (vedi anche il post “Esternalità negative delle fonti fossili e nuovo indicatore SCC: rinnovabili già adesso più competitive“) . Si tratta di un tema già trattato e decisamente insidioso, perché si presta ad applicazioni da valutare attentamente e non sempre coerenti, ma sicuramente da sottoporre con urgenza ai decisori sia della politica europea che di quella nazionale. Infatti tassando maggiormente le attività che danno luogo a maggiori emissioni di CO2, consumando risorse, si potrebbero generare a livello europeo entrate pari a 35 miliardi di euro in termini reali nel 2016, che salirebbero a 101 miliardi di euro nel 2025. Si tratta di cifre che potrebbero essere anche nettamente più consistenti se venissero contestualmente inquina_pagaanche adottate misure orientato ad abolire le sovvenzioni dannose per l’ambiente come quelle consistenti per i combustibili fossili (vedi post “Dossier Legambiente “Stop ai sussidi alle fonti fossili” con “scippi” a go-go: 12 miliardi all’anno di aiuti pubblici in Italia“). Diversi i risultati riscontrabili tra i diversi stati membri presi in considerazione dallo studio, con possibili entrate che variano da più dell’1% a oltre il 2,5% del PIL annuo, all’anno 2025. 

Relativamente al nostro paese, le indicazioni del report, riportano entrate aggiuntive pari a 10,3 miliardi nel 2016 (0,64% del PIL) e a 25,5 nel 2025, corrispondenti all’1,43% del PIL annuo. A questi benefici andrebbero poi sommati quelli indiretti connessi con la riduzione degli impatti ambientali di 966 milioni di euro al 2025, pari allo 0,06% del PIL, in termini reali rispetto al 2013, con risparmi da tagli ai troppi sussidi che dannosi per l’ambiente, stimati dalla Commissione in una cifra compresa tra i 6,5 a gli 8,6 miliardi di euro. Facendo una analisi retrospettiva, nel 2012 le entrate fiscali da tasse ambientali in Italia, sono state pari al 3,02% del PIL, collocabili sopra la media UE, ed esattamente al sesto posto, ma con ancora enormi margini di miglioramento. Lo studio illustra come, negli anni ’90, l’Italia era tra i paesi con una tassazione ambientale più alta, addirittura superiore alle nazioni del Nord Europa, soprattutto in virtù delle tasse sui trasporti, vale a dire le nostre accise su benzina e gasolio, che permangono tutt’oggi tra le più salate, con ben 728,4 euro ogni mille litri per la verde contro una media UE28 di 515 euro. Negli ultimi 15 anni, comunque, la quota della tassazione ambientale italiana in rapporto al PIL è scesa del 30%, soprattutto per mancati adeguamenti rispetto all’inflazione, con la tassazione sul lavoro che invece è cresciuta, portandoci addirittura in testa a livello europeo da questi aspetto. Lo studio, nella sua elencazione, propone anche ricette, per incrementare le entrate da tasse e imposte su risorse e inquinamento prevedendo prima di tutto la rimodulazione delle accise sui carburanti, ottenere introiti decisamente più consistenti, facendolo in base al contenuto energetico dei combustibili, cosa non priva però di alcune perplessità, perché farebbe proliferare il costo di alcuni combustibili meno impattanti come GPL e metano, ottenendo 6,1 miliardi in più al 2025, corrispondenti allo 0,29% del PIL. Altri 4,1 miliardi per quell’anno potrebbero derivare da una riforma della tassazione dell’acqua. Una ulteriore fonte di entrate proverrebbe ancora dal settore dei trasporti, con 4 miliardi che potrebbero provenire da una riforma delle tasse di circolazione, con imposte più elevate per i mezzi in base alle emissioni, eliminando alcune esenzioni o riduzioni attualmente in vigore. Una attenzione viene dedicata dallo studio al settore dei voli aerei, per i quali, una tassazione sui voli aerei per passeggeri porterebbe 3,9 miliardi di euro, sempre al 2025 e sempre in termini reali. Lo studio suggerisce anche l’unificazione delle tasse sull’elettricità pagate dalle industrie a quelle pagate dai consumatori, che porterebbe altri 2,4 miliardi. Infine ulteriori 3,9 miliardi di euro potrebbero provenire da una serie di misure su altri aspetti di pressione ambientale come packaging (imballaggi), fognature, inquinamento atmosferico e altro.
Sullo studio appena presentato anche il commento del commissario UE all’Ambiente Janez Potocnik per il quale “la riforma della fiscalità ambientale potrebbe quasi raddoppiare le entrate delle tesorerie nazionali rispetto a quelle attuali, offrendo vantaggi per l’ambiente e la possibilità di tagliare le tasse sul lavoro o di ridurre il disavanzo; un argomento, quest’ultimo, particolarmente convincente e che potrebbe spingere a cambiare lo status quo”. Uno studio sul quale fare sicuramente una serie di riflessioni da parte dei decisori politici per trarne almeno spunti interessanti.

Sauro Secci

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