“Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?”: l’interrogativo che si pone il nuovo dossier di Legambiente

Stoppani_Cogoleto-648x372Non posso non ritornare ad un grande problema del nostro paese che seguo da sempre, come quello della bonifica dei siti inquinati, con particolare riferimento ai 39 SIN (siti di interesse nazionale), recentemente rimaneggiati dagli originari 57, con un colpo di mano da parte del Governo Monti, che ne ha declassati ben 18 a livello regionale. Me ne da spunto il nuovo dossier di Legambiente dal titolo eloquente “Bonifiche dei siti inquinati: chimera o realtà?”, scaricabile in calce al post.

Si tratta appunto di 39 siti di interesse nazionale, ed oltre 6000 siti di interesse regionale, con una superficie complessiva pari a 100.000 ettari Un autentico calvario quello delle bonifiche nel nostro paese, al palo praticamente da dieci anni, nonostante i continui drammatici effetti sulla salute in diversi siti. Un tema spinosissimo, che lega a doppio filo ecomafie e criminalità in tutto il nostro paese, nel quale, dal 2002 sono state concluse 19 indagini, con l’emissione di 150 ordinanze di custodia cautelare, con la denuncia di 550 persone ed il coinvolgimento di 105 aziende.

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Mappatura degli originari 57 SIN  con riferimento al decreto istitutivo

Davvero da capogiro le superfici terrestri e marine, individuate da quel 1998 che segno l’inizio della individuazione e della perimetrazione dei siti contaminati di interesse nazionale, con dei risultati fino ad oggi ottenuti in termini di bonifica, davvero estremamente deludenti. Secondo il Programma nazionale di bonifica curato dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di interesse nazionale (SIN) ha raggiunto negli anni circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila ettari, solo grazie, come già detto, al declassamento di 18 SIN al livello regionale da parte del Governo Monti (vedi post “Colpo di coda del Governo Monti: i Siti di Interesse Nazionale da bonificare si riducono di 18“).

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Andando nel dettaglio, sono solo 11 i SIN per il quali è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti, come primo step del processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell’inquinamento presente e che porta alla successiva progettazione degli interventi ed anche sui progetti di bonifica presentati e approvati si evidenziano forti ritardi, dal momento che solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. Complessivamente sono soltanto 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, tra le migliaia di elaborati presentati.

Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d’affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero inesistenti. Il dossier Le bonifiche in Italia: chimera o realtà?, presentato nei giorni scorsi a Roma nel corso di un convegno che ha visto la partecipazione di Vittorio Cogliati Dezza (presidente di Legambiente), Andrea Orlando (ministro dell’Ambiente e tutela del territorio e del mare), Ermete Realacci (presidente Commissione ambiente Camera dei deputati), Alessandro Gilotti (presidente Unione Petrolifera), Daniele Ferrari (vice presidente Federchimica e amministratore delegato di Versalis), Catia Bastioli (presidente del Kyoto Club e amministratore delegato di Novamont), e da due grandi luminari ed epidemiologi grandi esperti in materia come Pietro Comba (responsabile del dipartimento epidemiologia ambientale dell’Istituto superiore di Sanità) e Fabrizio Bianchi (Unità di Epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr di Pisa). La partecipazione al convegno è stata completata da Giovanni Romano (assessore all’ambiente Regione Campania), Michele Buonomo (presidente Legambiente Campania) e da Mariella Maffini, come coordinatrice Rete dei Comuni Siti di Interesse Nazionale, recentemente costituitasi e della quale ho parlato nel post “Bonifiche Siti di Interesse Nazionale: nasce una rete dei Comuni per la bonifica dei SIN“.

Come dicevo i primi 15 SIN da bonificare furono individuati nel lontano nel 1998, e da allora, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni adottate, la situazione attuale è sostanzialmente di stallo, come ha dichiarato il vice presidente di Legambiente Stefano Ciafani. Si è trattato quasi sempre di caratterizzazioni ed analisi effettuate in modo a volte esagerato e poco efficace, progetti di risanamento che tardano ad arrivare con una pressoché totale assenza di bonifiche completate.

Una situazione di affanno si registra anche al Ministero dell’ambiente sommerso dietro a migliaia documenti e di conferenze dei servizi, mentre i responsabili dell’inquinamento, sia pubblici che privati, ne approfittano per spalmare su più anni gli investimenti sulle bonifiche. Contestualmente si intensificano le indagini sulle false bonifiche e sui traffici illegali dei rifiuti derivanti dalle attività di risanamento. Un quadro che rende davvero improcrastinabile un autentico cambio di passo per realizzare ciò che è stato già realizzato con successo in molti altri paesi industrializzati.

Numerosi, in un contesto di cronici ritardi ed inadempienze, i casi di ostruzione e di melina da parte delle aziende responsabili degli inquinamenti. Esempi eclatanti sono costituiti dall’Ilva di Taranto o della Stoppani di Cogoleto (Ge), azienda chimica che per decenni ha inquinato di cromo esavalente il torrente Lerone e un tratto di costa del Mar Ligure. Un vizio che non riguardo solo le aziende private, ma investe aziende pubbliche o a capitale pubblico prevalente, come accade nel caso della Syndial (gruppo ENI), società impegnata nella bonifica di Crotone, dove la forte concentrazione di inquinanti nell’ambiente e i ritardi negli interventi di bonifica causano anche evidenti danni alla salute.

Su questo tema molto importante il progetto Sentieri, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, che dopo la sua elaborazione conclusasi nel 2011, è oggi in corso di aggiornamento, con la caratterizzazione del profilo sanitario delle popolazioni residenti in 44 SIN con inquietanti elaborazioni come:

  • eccesso di tumori della pleura nei SIN caratterizzati da contaminazione prettamente da amianto come Balangero (sede della grande miniera italiana di asbesto), Casale Monferrato, Broni, Bari-Fibronit e Biancavilla), o dove l’amianto è uno degli inquinanti presenti come Pitelli (La Spezia), Massa Carrara, Priolo e Litorale Vesuviano;
  • eccesso di mortalità per tumore o per malattie legate all’apparato respiratorio per le emissioni degli impianti petroliferi, petrolchimici, siderurgici e metallurgici come Gela, Porto Torres, Taranto e nel Sulcis in Sardegna;
  • eccesso di malformazioni congenite nei siti di Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres;
  • patologie del sistema urinario per l’esposizione a metalli pesanti e composti alogenati come Piombino, Massa Cararra, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis);
  • eccesso di malattie neurologiche da esposizione a metalli pesanti e solventi organo alogenati a Trento nord, Grado e Marano e nel basso bacino del fiume Chienti;
  • eccesso di linfomi non Hodgkin da contaminazione da PCB a Brescia, un tema che ho approfondito nel post “Presa Diretta-”Puliamo l’Italia”: se Brescia avesse il mare….. sarebbe una piccola Taranto“.

Una menzione a parte, nel nuovo dossier di Legambiente, è dedicata alla Campania ed alla Terra dei Fuochi, che si configura nel SIN italiano più vasto come quello denominato litorale-domitio-flegreo-ed-agro-aversanoLitorale domitio flegreo e Agro aversano (evidenziato in verde nella mappa a destra). Si tratta di uno dei primi 15 SIN inseriti nel programma nazionale di bonifica già fino dal 1998 ma un anno fa, e guarda caso, proprio uno dei 18 siti declassati ad interesse regionale dal Governo Monti, con il benestare della Regione Campania. Contro quel decreto Legambiente ha presentato ricorso al Tar del Lazio e si attende ancora l’atto normativo annunciato nei giorni scorsi dal ministro Orlando per rielevarlo a SIN. Il dossier evidenzia chiaramente anche il rischio di illegalità e di infiltrazione ecomafiosa nel settore, comunque non certo limitata alle regioni del sud Italia. Eclatante in questo senso, il caso di Pioltello (MI), dove una recentissima indagine sulle bonifiche ha portato all’arresto di due dirigenti di Sogesid Spa (società di supporto tecnico in house del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM), del Ministero delle Infrastrutture (MIT) e delle strutture regionali/locali nell’ambito delle bonifiche) e di altre quattro persone tra cui l’ex capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Prestigiacomo, Luigi Pelaggi. Secondo le elaborazioni svolte da Legambiente dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini su smaltimenti illegali di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati, corrispondenti all’8,5% del totale delle indagini concluse contro i trafficanti di rifiuti, con la emessione di 150 ordinanze di custodia cautelare, la denuncia di 550 persone e il coinvolgimento di 105 aziende. Secondo il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampettise non decollerà il settore delle bonifiche, non riusciremo a riconvertire il sistema produttivo italiano alla green economy”. In questo quadro desolante sul terreno delle bonifiche, le poche note liete giungono da alcune significative riconversioni come la bioraffineria di Crescentino (Vc) già in esercizio, che si sviluppa per una superficie pari a 15 ettari, sulle ceneri di una fonderia della ex TEKSID (vedi post “Biocarburanti di seconda II generazione: inaugurata la prima nuova bioraffineria al mondo di Crescentino (VC)“) e da quella in costruzione a Porto Torres (Ss). Il Governo e il Parlamento sono attesi da un grande impegno per accelerare il processo di risanamento ambientale, sciogliendo anche il problema delle risorse, con il mondo industriale deve fare la sua parte mettendo in campo azioni concrete, bonificando in tempi non geologici suoli e le falde inquinate, con adeguate risorse economiche ed umane, per il risanamento delle enormi e gravi distorsioni di quarantennale sviluppo distruttivo, che ha reso assolutamente inutilizzabili intere e vaste aree del Paese, ricreando quell’equilibrio tra ambiente, salute e lavoro per troppo tempo insultato e che oggi può davvero aprire un nuova, duratura e concreta prospettiva di lavoro e di sviluppo.

Nel nuovo rapporto, Legambiente ha definito un autentico decalogo, per un concreto avvio de i processi di risanamento ambientale nel nostro paese e precisamente:

  1. Garantire maggiore trasparenza sul Programma nazionale di bonifica, permettendo a tutti di accedere alle informazioni sull’aggiornamento del risanamento di ciascun sito di interesse nazionale da bonificare.
  2. Stabilizzare la normativa italiana e approvare una direttiva europea sul suolo.
  3. Rendere più conveniente l’applicazione delle tecnologie di bonifica in situ, passando dalla stagione delle caratterizzazioni a quella dell’approvazione dei progetti e dell’esecuzioni dei lavori, per realizzare bonifiche vere e non le solite messe in sicurezza o i soliti tombamenti.
  4. Istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti orfani: uno strumento attivo negli Stati Uniti dal lontano 1980 (quando fu approvata la legge federale sul Superfund) e previsto anche nella proposta di direttiva europea sul suolo presentata nel 2006.
  5. Sostenere l’epidemiologia ambientale per praticare una reale prevenzione.
  6. Fermare i commissariamenti. Anche sulle bonifiche dei siti inquinati – così come su altre emergenze ambientali – i commissariamenti attivati negli anni si sono dimostrati un vero fallimento.
  7. Potenziare il sistema dei controlli ambientali pubblici.
  8. Introdurre i delitti ambientale nel codice penale.
  9. Applicare il principio chi inquina paga anche all’interno del mondo industriale, promuovendo all’interno delle associazioni di categoria iniziative tese a escludere i soci che ricorrono a pratiche illecite nello smaltimento dei rifiuti, anche derivanti da operazioni di bonifica.
  10. Ridimensionare il ruolo della Sogesid, società pubblica attiva sulla gran parte dei SIN e al centro di recenti indagini giudiziarie (già citato sopra il caso di Piltello (MI)), affinché il Ministero e gli altri enti di supporto riprendano appieno le loro competenze ed affidino eventualmente specifiche attività a soggetti individuati sulla base di gare pubbliche o comunque sulla base di valutazioni comparative.

Un rapporto davvero dettagliato ed esaustivo con schede che fanno il punto di ognuno dei siti di interesse nazionale che purtroppo, costellano ancora, con tutto il proprio rischio, il nostro paese.

Sauro Secci

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