Decreto Fare2: soldi dalle bollette per finanziare il carbone cosiddetto “pulito”

downloadCi sono termini combinati di parole che spesso rappresentano autentiche contraddizioni di termini per cercare di far passare immagini diverse nella mente delle persone. Una di questi ossimori, utilizzato in ambito energetico è senza dubbio “carbone pulito” che equivale un po’ a dire “sole nero”. Questo termine, che vorrebbe perpetuare nel tempo l’utiolizzo di un combustibile del XIX secolo, dai grandissimi impatti sanitari e ambientali e che continua a turbare molte comunità del nostro paese (vedi post “Centrale a carbone di Vado Ligure: grande criticità ambientale per la Liguria”). In questo quadro fa veramente sobbalzare un intero articolo, il numero 2 delle bozze del “Decreto Fare 2”, dal titolo eloquente “Norme per lo sviluppo di tecnologie a carbone pulito”. Una perplessità che si fa più forte leggendo il contenuto dell’articolo, vale a dire finanziare attraverso l’aggiunta di un altra voce addizionale in bolletta elettrica, una centrale a carbone nel Sulcis, in Sardegna. Un impianto che verrebbe premiato con 30 euro (rivalutati annualmente) per ogni MWh che produrrà, per venti anni e fino a un massimo di 2100 GWh annui, corrispondenti a 60 milioni annui di incentivi, per un totale di 1,2 miliardi nell’intero periodo. La condizione fondante per ottenere l’incentivo è costituita dal fatto che la centrale sia dotata di un sistema CCS (Carbon Capture and Sequestration), una famiglia di tecnologie cioè, capace di separare la CO2 dai fumi della combustione, immagazzindola nel sottosuolo.

CCS

Una decisione davvero sconcertante solo se si pensa che che il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, afferma, fin dal suo insediamento, di voler ridurre il costo dell’energia elettrica, scoprendo adesso che vorrebbe aggiungere altri 60 milioni di euro annui di addizionali in bolletta, basandosi su una tecnologia, quella della CCS, molto controversa, che dopo anni di sperimentazioni ha conseguito risultati assolutamente insoddisfacenti sia in termini di efficacia e sicurezza sia per le incertezze degli stoccagginel sottosuolo (vedi post «Sistemi di cattura della CO2: non ci siamo»).  Una soluzione estremanete controversa il CCS, che, ha distanza di oltre 40 anni dall’inizio delle sperimentazioni, vede oggi appena 12 impianti in tutto il mondo, uno dei quali risalente al 1972,con altri 8 sono in costruzione, per una cattura annuale di CO2 pari a una cinquantina di milioni di tonnellate, a fronte delle quasi 35 miliardi di tonnellate di CO2 rilasciate dalle attività umane, ed un incremento di emissioni fra 2011 e 2012 pari a circa 400 milioni di tonnellate. Un contributo decisamente irrisorio, quello dato da queste tecnologie per determinare effetti apprezzabili sul clima, dando il tempo sicuramente al carbone di esaurirsi. Gli scarsi risultati ottenuti da questa tecnologia si sono anche sugli sviluppi futuri, dal momento che il totale dei progetti futuri di impianti con cattura di CO2 è sceso dai 72 del 2012 ai 65 del 2013, a fronte di numerose cancellazioni, come segnalato nel report 2013 dell’associazione mondiale per la CCS, scaricabile in calce al post. Nonostante queste inconfutabili indicazioni, il nostro governo ha deciso di finanziare questa tecnologia ai fini di utilizzare l’unico carbone nazionale presente proprio nell’area del Sulcis in Sardegna, e non utilizzabile per scopi energetici per l’altissima percentuale di zolfo. E’ ntanto vero questo dal momento che la Centrale a carbone in esercizio proprio a Portoscuso, nel Sulcis, utilizza da tempo carboni esteri di lunghissima gittata (Venezuela, Cina, Indonesia etc.). Per cercare di capire meglio la sconcertante decisione del nostro governo, il parere dell’ingegnere di Enea, Giuseppe Girardi, vicepresidente della Società Sotacarbo, di proprietà Enea-Regione Sardegna, che studia da anni queste tematiche ed è gestore del nuovo progetto. Come spiega lo stesso ingegner Girardi, «Il primo passo è stato il protocollo di intesa firmato ad agosto fra Regione Sardegna e Ministero dello Sviluppo Economico, che prevede la realizzazione nel Sulcis di un polo tecnologico finanziato con 3 milioni l’anno per 10 anni per attività di ricerca sul CCS, e 30 milioni per la realizzazione, entro tre anni, di un ‘pilota’ da 48 MW termici, basato su un nuovo sistema di combustione del carbone e con cattura della CO2, seguito poi da una centrale a carbone con CCS». Relativamente alla fase di cattura della CO2, è decisamente la più complessa e costosa del processo e per questo, come spiega Girardi, si possono adottare tre diverse tecnologie:

  • agendo prima della combustione: gassificando così il carbone e producendo così ilcosidetto Syngas (gas di sintesi) composto essenzialmente da idrogeno e CO2, da cui separare quest’ultima. Un procedimento decisamente complesso e molto costoso;
  • agendo dopo la combustione: separando la CO2 con aria, come avviene nelle centrali attuali, sottoponendo successivamente i fumi, composti per il 70% da azoto, a trattamento con sistemi chimici, a loro volta molto costosi;
  • bruciando il carbone con ossigeno puro: ottenendo fumi composti sostanzialmente da sola CO2.

E proprio sulla terza soluzione che Sotacarbo sta puntando, dal momento che è gia disponibile una soluzione tutta italiana di ossicombustione del carbone ad alta pressione, che ha dato ottimi risultati, con efficienza elevata e basso inquinamento. L’ossigeno secondo Girardi, sarà ottenuto dalla liquefazione dell’aria, impiegando parte dell’energia prodotta dalla centrale, studiando però altre tecnologie per separalo attraverso l’uso di membrane. A livello poi di stuccaggio della CO2, come spiega Girardi, «Avremo modo di provare nel Sulcis lo stoccaggio nei due tipi di strutture geologiche più indicate: le vene di carbone e le falde acquifere saline a una profondità di 800-1000 metri. Verificheremo per entrambe le soluzioni le potenzialità di stoccaggio e gli aspetti di sicurezza. Se la sperimentazione andrà come speriamo, dopo il 2016 dovremmo cominciare a costruire una centrale a carbone da 300 MW circa, dotata di sistema CCS». Dichiarazioni che determimano ulteriori perplessità ad investire in una tecnologia decisamente controversa e di scarsissimo interesse per il nostro paese, dal momento che, come precisa lo stesso ingegnere «non ritengo che il carbone sia una fonte adatta all’Italia ma questo progetto non serve per mettere a punto tecnologie da usare da noi, se non per, in futuro, utilizzarle su centrali a gas o industrie che emettono molta CO2, come i cementifici. Il nostro progetto serve a far partire una filiera industriale di costruzione di centrali a carbone con CCS, da esportare nei tanti paesi del mondo, a partire da Cina e India, che ancora ricavano gran parte della propria elettricità da questa fonte». Dichiarazione quest’ultima, che non convince assolutamente, dal momento che è oramai ben noto come, l’unica ragione per cui il mondo persevera nell’utilizzo del carbone è il suo basso costo, mandato però assolutamente fuori mercato dai costosi processi CCS. Secondo Girardi «l’energia da carbone costa poco, ma con gli obblighi che verranno probabilmente assunti nel mondo per il contenimento dei cambiamenti climatici, emettere CO2 diverrà via via più costoso. In attesa che le fonti rinnovabili maturino e superino i loro attuali limiti, le enormi riserve di carbone esistenti dovranno comunque essere sfruttate per dare energia alla crescente popolazione mondiale: in questo quadro le tecnologie CCS saranno indispensabili per consentire una transizione sostenibile verso una società carbon free. E anche la stessa Europa, se vorrà conseguire i suoi ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 al 2050, dovrà utilizzare il CCS per ridurre le emissioni da termoelettrico e industrie ad alte emissioni. Insommanascerà un enorme mercato per chi sarà in grado di offrire le migliori e più competitive soluzioni per catturare e stoccare la CO2“. Alla domanda poi se i capitali che verranno investiti siano finalizzati solo a garantire un reddito ai circa 500 minatori del Sulcis, Girardi risponde che «E’ vero il contrario. Se avessimo voluto solo dare assistenza, non ci saremmo certo imbarcati in un progetto così complesso, che in un primo momento occuperà ben poche persone. La nostra intenzione è invece garantire sul medio e lungo termine un futuro industriale alle popolazioni del Sulcis, così da produrre ricchezza vera, non umilianti elemosine assistenziali». Argomentazioni che lasciano completamente aperti i dubbi sulla ennesima scelta discutibile dlel’esecutivo in ambito energetico, con ancora la mano lunga delle lobbies interessate a mantere in piedi la oramai insostenibile e superata filiera del carbone, irriducibili fino in fondo e con appoggi decisivi negli ultimi esecutivi di governo.

Sauro Secci

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