“Trivelle in vista”: il nuovo dossier del WWF dopo l’approvazione della sconcertante Strategia Energetica Nazionale (SEN)

logo_trivelle_in_vistaL’approvazione della per certe parti, davvero discutibile nuova SEN, Strategia Energetica Nazionale, avvenuta da parte del Governo Monti nel marzo 2013, con uno dei suoi colpi di coda di fine mandato (vedi post “Trivelle d’Italia: Colpo di coda e di mano del Governo Monti che vara il decreto sulla SEN”), ha riaperto uno dei temi più dolorosi per la tutela del “Mare Nostrum”, come quella delle trivellazioni off shore, che con successivi aggiustamenti di facciata avvenuti con il Governo Letta, facendo salva solo la costa tirrenica, peraltro di nessun interesse per i petroliero per la non presenza di idrocarburi sfruttabili e per le caratteristiche dei fondali. Un mare quello italiano caratterizzato dalla altissima presenza di AMP (aree marine protette), istituite o in via di istituzione (vedi mappa seguente).

AMP

Fonte: WWF Italia – Dossier “Trivelle in vista”

Su questo nuovo inquietante tema della politica energetica del nostro paese, ancora in mano delle grandi compagnie, è sceso in campo il WWF, con uno specifico dossier dall’eloquente titolo di “Trivelle in vista”. Un dossier che si rivolge direttamente al Governo Letta, a valle delle migliaia di firme raccolte, per chiedere di fermare lo scempio alla base della Strategia Energetica Nazionale (SEN). Una scelleratezza, quella del precedente Governo Monti, orientata a quel poco petrolio di pertinenza nazionale, ancora presente nel sottosuolo e nel Mediterraneo, al fine di garantire la “sicurezza energetica al Paese”. Una dichiarazione davvero ridicola, se si pensa che gli esperti convocati direttamente dal Ministero dello Sviluppo Economico hanno appurato che, se fosse estratta fino all’ultima goccia di petrolio nazionale, questo darebbe all’Italia una autonomia di appena 7 settimane. Una azione che non avrebbe alcun senso nemmeno dal punto di vista economico, dal momento che appena la metà dei progetti autorizzati paga le royalties, con il alto rischio di un qualche incidente (è ancora ben presente nella mente la marea nera scaturita dall’incidente alla piattaforma della BP Deepwater Horizont del 2010 nel Golfo del Messico). Un dossier “Trivelle in vista” realizzato dal WWF, da cui scaturisce una fotografia della situazione italiana piuttosto preoccupante, e dove vi sarebbero:

  • 3 istanze di permesso di prospezione (le quali occupano un’area di 30.810 kmq);
  • 31 istanze di permesso di ricerca (14.546 kmq);
  • 22 permessi di ricerca (7.826 kmq);
  • 10 istanze di coltivazione (1.037 kmq);
  • 67 concessioni di coltivazione (9.025 kmq).

A tutto questo vanno poi aggiunti 396 pozzi produttivi in mare di cui 335 a gas e 61 a petrolio, 104 piattaforme di produzione, 8 di supporto e 3 di stocaggio temporaneo. Una autentica “colonizzazione”, come l’ha definita lo stesso WWF nel dossier, concentrata principalmente nel Sud Italia, con il canale di Sicilia, la Sardegna, l’intero Adriatico e lo Jonio, con una superficie marittima complessiva interessata pari alla superficie della Corsica, e dopo lo stralcio, da parte dell’attuale ministro Zanonato di ben 116 mila chilometri quadrati di aree marine, prevalentemente tirreniche, come dicevo in premessa. Richiesta perentoria quella del WWF, ai fini di ridurre l’inquinamento marino e prevenire eventuali futuri disastri futuri, quella che la SEN venga definitivamente abbandonata per l’assoluta non convenienza per il paese e di avviare invece una Roadmap per la de carbonizzazione per il futuro economico ed ecologico del Paese.

provincie_minerarie

Fonte: WWF Italia – Dossier “Trivelle in vista”

Tornando alla manovra di facciata del 4 settembre scorso del Ministro Zanonato, il dossier “Trivelle in vista”, denuncia che il nuovo decreto ministeriale del Mise non fa che delimitare la nuova mappa delle aree di interdizione a 12 miglia dalle aree costiere e marine protette e dalle linee di costa, contemplando però l’effetto sanatoria per tutti i procedimenti in corso al 29 giugno 2010 dell’art. 35 del “decreto sviluppo” del 2012 (DL 83/2012), non presentando un calcolo di quanti Kmq sono di fatto già interessati da istanze, permessi di ricerca e concessioni di coltivazione di idrocarburi pur ricadendo nelle zone oggi interdette. Un serie importante di rischi per gli ecosistemi marini quello delle perforazioni, che oltre agli sversamenti accidentali come quello del 2010 avvenuto nel Golfo del Messico, è esteso anche all’uso dell’air gun e di fanghi e fluidi perforanti utilizzati per agevolare le attività di ricerca e perforazione con il conseguente rilascio delle acque di produzione. Un tema quello delle perforazioni sotto controllo anche da parte della UE, che sta portando avanti un quadro normativo sempre più stringente in tal senso (vedi post “UE: regole più severe per le perforazioni petrolifere off shore”). Sulla riperimetrazione delle zone interdette alle perforazioni poi, il WWF ricorda che, ad esempio, pur ricadendo nelle aree interdette dal DM 9/2013 emanato dal ministro Zanonato, sono ancora del tutto valide l’istanza di coltivazione Ombrina Mare (a 6 km all’istituendo parco della Costa Teatina in Abruzzo) della Medoil Gas, e il permesso di ricerca del AUDAX, esteso per ben 657 kmq a Pantelleria nel Canale di Sicilia, all’interno di un’area dal grandissimo pregio naturalistico dove è presente anche un’intensa attività vulcanica sottomarina). Sono inoltre fatte salve anche le 8 istanze di permesso di ricerca in essere nella già martoriata baia di Taranto. Un altro documento di grande rilevanza quello del WWF, encomiabile nel suo impegno su un fronte nel quale le scelte della politica registrano ancora fortissime pressioni da parte dei giganti del mondo energetico, decisamente poco interessati a disegnare un nuovo modello energetico, più distribuito e per questo più democratico e partecipativo.

Sauro Secci

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