Nuovo Studio FAO: possibile un taglio del 30% delle emissioni climalteranti degli allevamenti

allevamentoQuando si parla di emissioni in atmosfera, siano esse inquinanti su scala locale, che climalteranti su scala globale, vengono in mente, come cause, le grandi industrie, il traffico veicolare, i grandi agglomerati urbani, dimenticando però che un’altra importante voce nel contesto emissivo globale delle attività umane, proviene dall’allevamento intensivo del bestiame. Un capitolo importante ben inquadrato anche dalla legislazione comunitaria, quando, nel 1996, fu emessa la Direttiva Comunitaria 96/61/CE sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento, meglio conosciuta come IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control). Era una Direttiva quella, che aveva come obiettivo già da allora, il raggiungimento di un elevato livello di tutela ambientale nel suo complesso basato in particolare sulla prevenzione, riduzione, e per quanto possibile, eliminazione dell’inquinamento intervenendo innanzitutto alla fonte nonché garantendo una gestione accorta delle risorse. Un obiettivo sostenuto, già in quella sede, dalla adozione delle cosiddette BAT (Best Available Techniques), definite in sede UE e da adottare per la ottimizzazione dei processi. Un tema che, parlando delle lacune della ILVA di Taranto avevo affrontato in un vecchio post “La lunga strada delle BAT: un acronimo per la tutela ambientale”. In quella sede la UE classificò sei differenti macrocategorie di intervento:

  1. Attività energetiche
  2. Produzione e trasformazione dei metalli
  3. Industria dei prodotti minerali
  4. Industria chimica
  5. Gestione dei rifiuti
  6. Altre attività e tra queste:

a. Macelli aventi una capacità di produzione di carcasse di oltre 50 tonnellate al giorno
b. Trattamento e trasformazione destinati alla fabbricazione di prodotti alimentari a partire da materie prime animali (diverse dal latte) con una capacità di produzione di prodotti finiti di oltre 75 tonnellate al giorno;
c. Trattamento e trasformazione del latte, con un quantitativo di latte ricevuto di oltre 200 tonnellate al giorno (valore medio su base annua).
d. Impianti per l’eliminazione o il ricupero di carcasse e di residui di animali con una capacità di trattamento di oltre 10 tonnellate al giorno

Importante in questo contesto, l’uscita di un recente studio della FAO (Food andfao_logo Agriculture Organization of the United Nations), dal titolo “Tackling climate change through livestock”, scaricabile in calce al post e dal quale scaturisce che le emissioni da zootecnia ed allevamento di bestiame, una delle principali fonti emissive di gas serra climalteranti, potrebbero essere ridotte del 30%. Un obiettivo conseguibile con l’adozione, da parte degli agricoltori di piccole modifiche nella gestione degli allevamenti, senza ricorrere ad onerosi e costosi adeguamenti di processo. Nel documento FAO, si evidenzia come, dagli allevamenti, provengano 7,1 gigatonnellate (Gt) di anidride carbonica equivalente (CO2-eq) all’anno, corrispondenti al 14,5% di tutte le emissioni globali di gas ad effetto serra di origine antropica. Un settore quello della zootecnia, molto articolato come evidenzia il grafico seguente, presente nel rapporto e che classifica il contributo delle varie categorie zootecniche.

figura2

Nel precedente rapporto FAO sul tema, che risale al 2006, si sosteneva che la produzione di carne era responsabile del 18% delle emissioni di gas climalteranti, equivalente a quanto rilasciato dall’intero parco macchine mondiale sommato al traffico aereo e ferroviario. Nel nuovo rapporto, come sostiene Pierre Gerber, responsabile delle politiche di alto livello con la FAO, “Il volume assoluto delle emissioni è molto simile ai valori del 2006, anche con il quadro rivisto”.
Nel Rapporto FAO si rivela che le principali fonti di emissione sono da attribuire a:

  • produzione di mangimi e alla trasformazione per il 45% del totale;
  • flatulenze dei bovini per il 39% del totale;
  • decomposizione del letame per il 10% del totale
  • la parte residuale del 6% è imputabile al trattamento e al trasporto del bestiame.

Un rapporto analizzato anche da Ren Wang, vice direttore generale per l’agricoltura e la tutela dei consumatori della FAO, secondo il quale “Questi nuovi risultati mostrano che il potenziale di migliorare le prestazioni ambientali del settore è significativo e ci si rende conto che il potenziale è davvero fattibile. Questi incrementi di efficienza possono essere conseguiti migliorando le pratiche, e non necessitano di modificare i sistemi di produzione. Ma abbiamo bisogno di volontà politica, politiche migliori e, soprattutto, dell’azione congiunta.” Un rapporto davvero importante che evidenzia, come una opportuna ottimizzazione dei processi connessi con le pratiche di allevamento, senza rivoluzionare gli attuali processi,possano portare a mitigazioni davvero importanti per il pianeta, provenienti da un settore così importante per la vita, come l’alimentazione umana. Nella figura seguente, sempre tratta dal Rapporto FAO un planisfero che evidenzia la distribuzione della intensità emissiva sulla superficie planetaria.

Immagine

Sauro Secci

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2 risposte a Nuovo Studio FAO: possibile un taglio del 30% delle emissioni climalteranti degli allevamenti

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