Esternalità negative delle fonti fossili e nuovo indicatore SCC: rinnovabili già adesso più competitive

centrale-a-carboneNon perdo mai occasione, dalle pagine di questo blog, per parlare delle esternalità energetiche negative delle fonti fossili, in termini ambientali, sanitari e quindi sociali (vedi post “A proposito di esternalità energetiche), anche perché mi fa una grande rabbia quando sento parlare i detrattori delle rinnovabili, parlando allegramente di costi, non citando mai quel brutale e sostanziale aspetto. Ritorno volentieri su questo fondamentale tema, grazie alle indicazioni di un nuovo studio pubblicato sul Journal of Environmental Studies and Sciences (allegato in calce al post) che evidenzia quali siano i costi “reali” di carbone, gas, eolico e fotovoltaico, che dice già, sostanzialmente, che le rinnovabili, anche senza incentivi, sono già economicamente convenienti rispetto alle fonti fossili. Alla base ovviamente quel meschino “errore di calcolo” che scarica brutalmente sulla collettività le esternalità negative, non vengono pagare ai produttori fossili i danni causati sia in termini di emissioni climalteranti con effetti sul clima globale che inquinanti prodotti dalla combustione fossile, sul clima locale. Un discorso che come sappiamo bene in Italia non riguarda solo l’energia ma anche altri settori come la chimica e la siderurgia (vedi post “Taranto e le emissioni in fuga”). Dalla ricerca, condotta dalla rivista sul sistema elettrico statunitense, emerge chiaramente che, includendo nei costi del kWh le esternalità negative, risulta economicamente molto più conveniente installare nuova potenza da eolico e fotovoltaico piuttosto che da carbone, anche ricorrendo per quest’ultimo alla balbettante tecnologia CCS per la cattura e lo stoccaggio della CO2, che non riesce davvero ad essere competitiva (vedi post “Sistemi di cattura della CO2 (CCS), non ci siamo”). Ma lo studio va anche oltre, indicando che addirittura avrebbe economicamente un senso la chiusura delle centrali a carbone esistenti per sostituirle con solare ed eolico. Decisamente più economico del carbone, ed anche del fotovoltaico risulta invece il gas, che risulta comunque molto più costoso dell’eolico, tenendo però in considerazione la particolare situazione del mercato degli USA, dove il gas ha prezzi che sono una frazione di quelli italiani e che nel conto delle esternalità risulta escluso il pesante effetto climalterante delle perdite di metano che avvengono durante le fasi di estrazione e trasporto (vedi post “Quel gas in fuga che fa tanto male al clima”). Assolutamente perentoria la conclusione del team che ha elaborato lo studio, secondo i quali andrebbero vietate nuove costruzioni di centrali a gas o a carbone laddove sia possibile installare eolico, non mettendo in ogni caso in esercizio nuova potenza a carbone, con o senza CCS, fermando quelle già in esercizio, sostituendole in ordine di economicità con generazione da:

  • eolico;
  • centrali a gas con o senza CCS;
  • fotovoltaico;
  • carbone con CCS.

Entrando nello specifico dei numeri, e quindi dei costi reali, gli autori dello studio, Laurie T. Johnson e Starla Yeh del NRDC e Chris Hope della University of Cambridge, hanno utilizzato i modelli più diffusi per stimare l’impatto economico delle fossili su cambiamenti climatici, inquinamento e costi sanitari. Tra gli indicatori, oltre alla quantificazione degli impatti di inquinanti come il biossido di zolfo SO2, è stato incluso il cosiddetto SCC, “costo sociale della CO2” o “social cost of carbon”, un indicatore con molta letteratura scientifica alle spalle che evidenzia il costo di ogni tonnellata di CO2 per la collettività. Il grafico seguente, evidenzia graficamente proprio l’SCC per le diverse fonti considerate secondo le elaborazioni di due diversi studi precedenti utilizzati per il nuovo report.

SCC

In particolare, quello di sinistra si riferisce a uno studio di Johnson and Hope del 2012, mentre quello di destra ad uno studio del governo USA uscito pochi mesi fa, a maggio 2013. Per ogni fonte è indicato un valore in centesimi per kWh, scorporato tra costi di produzione (stimati dall’EIA per impianti costruiti nel 2018), costi dovuti all’impatto del SO2 (inquinamento) e costi dovuti alla CO2 (alterazione del clima). Emerge subito agli occhi dal grafico, come i due diversi studi siano arrivati a stimare un SCC piuttosto diverso: quello più recente della task force governativa stimahi-carbonrtr3dxge-8col che ogni tonnellata di CO2 emessa nel 2010 causi 33 dollari di danni attualizzati al 2007, mentre quello di Johnson e Hope un SCC pari a 133 $. Una differenza eclatante determinata dal differente tasso di sconto utilizzato per la quantificazione economica di danni che si verificheranno nel futuro, dipendente dalla inflazione prevista. Infatti, mentre lo studio governativo ipotizza un tasso annuo del 3%, Johnson e Hope ipotizzano che il tasso sia dell’1,5%, che determina che 100 $ di danni fra 100 anni corrispondono a 23 $ se si usa un tasso dell’1,5% ma scendono ad appena 5 $ se si utilizza un tasso del 3%. Gradi di ncertezza molto elevati quindi, nella valutazione di convenienza di investimento oggi per evitare danni e conseguenze domani. Basterebbe quindi appena un pizzico di buon senso a portarci da subito sulla strada della liberazione dalle fonti fossili, anche perché gli impatti quantificati con l’SCC sono molto verosimilmente sottostimati, dal momento che la modellistica utilizzata tiene conto solo parzialmente delle esternalità negative delle fossili, oltre che omettendo completamente di fughe di gas, con il metano che, se liberato in atmosfera ha un potere climalterante ben superiore della CO2. Altri sono poi gli effetti indotti negli impatti del riscaldamento globale, come siccità, incendi boschivi o interazioni di fenomeni diversi, come l’innalzamento del livello del mare associato all’intensificazione degli eventi metereologici estremi. Bisogna considerare infine, che questi studi si riferiscono al costo sociale della CO2 in un determinato anno, per entrambi il 2010, mentre è facilmente intuibile che si tratta di un costo in evoluzione. Il costo marginale di ogni tonnellata di CO2, infatti, è destinato a crescere secondo un rapporto non linerae, dal momento che, raggiunta una certa concentrazione in atmosfera ogni tonnellata in più di CO2 emessa farà più danni della precedente. A tutto ciò ma poi aggiunto che carbone, gas e petrolio per alimentare le future centrali avranno costi probabilmente maggiori, mentre il kWh da rinnovabili ha un costo previsto in costante continuo calo. Sicuramente indicazioni aggiuntive per rompere gli indugi che ancora stanno ostacolando una decisa virata verso un futuro low-carbon.

Sauro Secci

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