La crisi economica e gli impressionanti numeri dello spreco alimentare mondiale

Cibo-riciclatoSentendo parlare di spreco alimentare, mi fa davvero un certo senso, avendo vissuto la mia infanzia nella civiltà contadina, non posso non dimenticare come, le migliori ricette della cucina povera toscana, vedessero come base proprio il recupero di quello straordinario alimento fondamentale che è il pane “raffermo” (cioè quello avanzato il giorno prima) con ricette per tutte le stagioni come panzanella, ribollita, pappa al pomodoro, etc.), ho anche ricette basate sui prodotti di scarto della macellazione come le frattaglie (trippa, lampredotto, coratella, etc.). Su questo doloroso e per certi versi intollerabile tema, è di questi giorni la presentazione, da parte della FAO, del nuovo “Rapporto sulle conseguenze ambientali dello spreco di prodotti alimentari”, redatto dalla Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, presentato dal direttore generale Josè Graziano de Silva. Un rapporto dai numeri ancor più impressionanti, in tempo di crisi, con un volume globale di alimenti gettato ogni anno a livello mondiale è pari a 1,3 miliardi di tonnellate ed economicamente pari a 750 miliardi di dollari (circa 565 miliardi di euro), equivalente al PIL di Svizzera e Turchia ed ancor più preoccupanti ambientalmente, essendo equivalenti a 3,3 miliardi di tonnellate di Co2, vale a dire più del doppio di quelle prodotte dai trasporti su strada negli Stati Uniti e appena dopo le emissioni di gas serra prodotte da USA e Cina messi insieme. Costi ambientali che ovviamente non si limitano all’atmosfera ma che coinvolgono la qualità del suolo, le riserve idriche e la biodiversità, con particolare riferimento alla agricoltura intensiva che diminuisce pesantemente la fertilità dei terreni inducendo l’uso di fertilizzanti chimici che provocano inquinamento riducendo le terre coltivabili.

rapporto barilla

Fonte: Rapporto Barilla sullo spreco alimentare

Secondo lo studio FAO, ogni anno vengono utilizzati in media 1,4 milioni di ettari per produrre alimenti poi sprecati, una superficie sconfinata equivalente all’intero territorio della Federazione Russa e al 28% del suolo agricolo mondiale. In tutto questo non viene risparmiata la irrinunciabile risorsa acqua, che registra uno spreco pari a circa 250 chilometri cubi, equivalente a prosciugare uno specchio d’acqua come il lago di Ginevra o alla quantità di acqua che annualmente si riversa nel Volga. Relativamente alla biodiversità, effetti devastanti del cibo sprecato, in termini di deforestazione, vedendo ogni anno distruggere 9,7 milioni di ettari di bosco che vengono distrutti per produrre beni alimentari parte dei quali finiscono tra i rifiuti. Sempre in ambito biodiversità allucinanti anche i danni prodotti dalla pesca, con circa il 70% del pescato che viene ributtato in mare dopo essere stato pescato con la pesca a strascico. Dati inquietanti per il futuro dell’umanità, dal momento che, secondo le stime FAO, nel pianeta si troverà aumentare la produzione alimentare del 60% entro il 2050 a causa del continuo e sconsiderato aumento della sua popolazione e della conseguente domanda di cibo. Una percentuale di incremento che potrebbe essere drasticamente ridotta attraverso una ottimizzazione di produzioni e consumi alimentari, negli ultimi anni dominati dalle economie di mercato assolutamente non compatibile con il bene e gli interessi comuni. Un appello importante la FAO lo rivolge in particolare all’industria alimentare, per creare un sistema di vendita che permetta ai consumatori di acquistare solo la quantità desiderata, regalare gli alimenti commestibili invendibili magari perché scaduti (vedi esperienza del CAAB di Bologna nel postAgroalimentare: CAAB di Bologna struttura modello di sostenibilità a spreco zero….), introdurre per gli articoli imperfetti la definizione di alimento accettabile e venderla a minor prezzo. Entrando nel merito delle categorie spreco_alimentaremerceologiche alla base degli sprechi alimentari, il peso primario è determinato dallo spreco di verdure (23%), seguito da carne (21%), frutta (19%) e cereali (18%). Significativo lo spreco di carne condizionato dagli alti costi di produzione, dal momento che ne viene gettata il 4%, ma con una incidenza economica di ben cinque volte maggiore. Un discorso inverso invece per i cereali, dove la quantità gettata è superiore al loro valore economico. Un equilibrio sostanziale tra i due pesi, registrano invece frutta e verdura, dove il volume globale dello spreco è stimato in 1,6 miliardi di tonnellate di “prodotti primari” e in 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile. Andando ad analizzare questa immensa piaga per l’umanità a livello geografico, il fenomeno è più marcato nell’Asia industrializzata e nel Sud Est asiatico, dove si registrano sprechi rispettivamente per il 28 e il 22% di cibo prodotto, con l’Europa al terzo posto con circa il 15%. A seguire l’America Latina e l’Africa subsahariana. Le regioni più parsimoniose sono America del Nord, Oceania, Nord Africa e Asia centrale. Più in generale, mentre nei paesi in via di sviluppo la maggior parte dello spreco avviene nella fase successiva al raccolto, al primo livello della catena di fornitura, a causa di limiti strutturali e tecnologici nelle fasi di stoccaggio e inefficienza nella logistica e nel trasporto, frequentemente associati con condizioni climatiche favorevoli al deterioramento degli alimenti. Sul rapporto anche l’analisi del Direttore generale della FAO, José Graziano da Silva , secondo il quale “tutti, agricoltori e pescatori, trasformatori alimentari e supermercati, governi locali e nazionali, singoli consumatori, devono apportare modifiche in ogni anello della catena alimentare umana in primis per evitare lo spreco di cibo e per il riutilizzo o il riciclo“. Ai fini di una sensibilizzazione delle popolazioni a livello globale, sul tema del risparmio di cibo, la FAO ha redatto un apposito Toolkit-manuale di consigli guida riassumibili principalmente:

  • non buttare preventivamente il cibo;
  • riusare il cibo all’interno della catena umana alimentare;
  • ricollocare gli alimenti in mercati secondari o donando gli alimenti in eccesso a mense o a gente bisognosa;
  • nel caso in cui il cibo non sia più utilizzabile per il consumo umano, è possibile destinarlo al bestiame;
  • laddove non fosse praticabile nessuna forma di riutilizzo, si dovrebbe pensare a riciclare e recuperare l’eccedenza di cibo attraverso il riciclaggio dei sottoprodotti, decomposizione anaerobica, elaborazione dei composti e l’incenerimento, con recupero di energia rispetto all’eliminazione nelle discariche. (Di fatto il cibo non consumato che finisce in decomposizione nelle discariche è per altro un grande produttore di metano, gas serra con un potenziale molto più dannos della stessa CO2).

Secondo José Graziano da Silva, “non possiamo permettere che un terzo di tutto il cibo che produciamo finisca nei rifiuti o vada perso a causa di pratiche inadeguate, quando 870 milioni di persone soffrono la fame ogni giorno“. Dati eloquenti che ci invitano come molti altri in campo ambientale, per recuperare certe sanissime abitudini di sobrietà, tanto care ai nostri nonni, immolato frettolosamente sull’altare del consumismo a tutti i costi e di uno scellerato usa e getta che, partito dalle merci, ha coinvolto oramai pericolosamente, anche l’uomo.

Sauro Secci

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