Rinnovabili, networking per rilanciarle: Distretti e Poli di Innovazione a confronto

Foto_06_(1)Sono passati due mesi da quando a Roma, il neonato Coordinamento FREE, coordinato da quel grande Capitano di lungo corso che è l’infaticabile Presidente ISES Italia Giovan Battista Zorzoli, autentica memoria storica del panorama energetico italiano, ha organizzato a Roma un grande evento dal titolo “Rinnovabili 3.0: la strada della piena competitività” (vedi post), che ha visto per la prima volta, finalmente insieme, tutte le principali organizzazioni rappresentative di tutte le energie rinnovabili ed ambientalistiche. Una unione fondamentale in questo cruciale momento di svolta, mai come oggi necessaria, anche perché molte delle distonie che si sono verificate sul fronte degli incentivi in questi anni, comunque caratterizzati da una navigazione a vista e sostanzialmente miope da parte dei Governi, sono dovute anche da una inesistente compattezza del mondo delle rinnovabili e da un assetto della ricerca ed innovazione sul tema, frammentario e parcellizzato. Un tema molto interessante sul quale ha fatto in questi giorni una analisi molto interessante il sito Sbilanciamoci http://www.sbilanciamoci.info. In sostanza si è cercato di analizzare le motivazione alla base del ritardo italiano in tema di energie rinnovabili, imputabile principalmente alla struttura inefficiente degli incentivi e ad un inadeguato grado di innovazione delle aziende con una forte e sentita esigenza di più stretta collaborazione fra istituzioni pubbliche, imprese ed università, unica capace veramente di aumentare l’occupazione, soprattutto giovanile proprio nel Sud del paese, dove le connotazioni di questa gravissima crisi di sistema e di modello assumono tratti ancor più gravi e drammatici. Unitile dire, e lo sappiamo bene, che lo sviluppo delle energie rinnovabili debba essere una imperativa ed assoluta priorità di questo, ad dire il vero poco affidabile governo, sia per il presente ma soprattutto per l’evoluzione inarrestabile verso un modello energetico distribuito che va già materializzandosi. Un trend di sviluppo molto positivo quello dello sviluppo delle tecnologie rinnovabili, che proprio per questo hanno scatenato l’ostruzionismo si ex monopolisti che vedono messa in discussione la loro storica leadership, impedendo uno sviluppo armonico ed una evoluzione continua delle nuove energie pulite. L’analisi di “Sbilanciamoci” è orientata ad individuare ed evidenziare la tipologia di barriere attraverso una analisi del sistema energetico italiano, con l’approccio, la prospettiva e gli strumenti utilizzati dalla scuola di pensiero scandinava dei sistemi di innovazione.
Lo studio da la definizione di un “sistema d’innovazione”, individuandolo come “un insieme di istituzioni e organizzazioni che creano e si scambiano il knowledge arrivando a concepire nuove tecnologie, all’interno di politiche e strutture incentivanti nazionali o internazionali (Lundvall, 1992)”. Attraverso una tale struttura è possibile individuare ed evidenziare una serie di barriere che ostacolano rallentandolo, lo sviluppo di tecnologie rinnovabili, in particolare:

  • il disallineamento degli obiettivi delle politiche nazionali; 
  • una struttura inefficiente del sistema incentivante; 
  • la mancanza di sensibilizzazione pubblica sull’importanza dell’energia rinnovabile;
  • un inadeguato grado di innovazione all’interno delle aziende italiane. 

Proprio l’ultimo degli aspetti elencati è sicuramente uno dei più importanti, imputabile proprio ad un insieme di fattori correlati alla bassissima capacità delle imprese italiane di fare “networking” e quindi “rete”, tra loro e con università, istituti e centri di ricerca pubblici e privati. Una attività fondamentale per consentire uno scambio di conoscenze tra i diversi attori, creando i presupposti per la creazione e la diffusione di nuovo saperi alla base di ogni processo che meriti l’appellativo di innovativo.
Allargando poi lo sguardo fuori dai confini nazionali lo studio di Sbilanciamoci prende spunto dai dati riportati dall’OECD o in gergo italiano Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) dai quali risulta che in Italia, solo il 5% delle Pmi e il 30% delle grandi aziende svolgono attività di cooperazione con università ed istituti di ricerca pubblici con la Spagna che è agli stessi nostri livelli, mentre la Finlandia presenta percentuali ben superiori, rispettivamente del 26% e del 67,7%. Particolarmente bassa e preoccupante la percentuale osservata nelle PMI italiane, autentico tessuto portante del nostro paese e nelle quali si riconosce gran parte dell’eccellenza del “made in Italy” nel mondo. Un dato oltremodo allarmante, che minaccia seriamente la competitività che la qualità delle nostre produzioni ci ha fino ad oggi garantito nei mercati internazionali. Un concetto che non sfugge neanche all’ambito della green economy, dove, nelle filiere delle diverse tecnologie si possono identificare un gran numero di aziende italiane, prevalentemente di piccole e medie dimensioni. Prendendo un settore delle rinnovabili fondamentale come il fotovoltaico, il 70% del volume d’affari totale nel settore della distribuzione è generato da imprese italiane, con tale percentuale che sale fino al 75% nel settore del design/installazione. Nella figura seguente sono evidenziati i settori della filiera fotovoltaica ed eolica, dove la maggior parte delle aziende operanti nel territorio nazionale sia italiane.

castiello01_imagelargeElaborazione dell’autore dei dati Anev (2012) e Agenzia per l’innovazione e la diffusione delle tecnologie per l’innovazione (2013)

Una esigenza fondamentale per tutti i settori oggi, nel contesto dell’economia globalizzata è quella di fare rete e fare sistema, che assume connotazioni ancor più rilevanti, sia a livello locale che nazionale per consentire uno sviluppo continuo delle tecnologie rinnovabili, caratterizzate da una fortissima componente di continua innovazione. Fondamentale, in tal senso, il ruolo delle autorità pubbliche che dovrebbero essere capaci di attuare politiche finalizzate alla creazione di un tessuto connettivo capace di agevolare cooperazione e collaborazione tra le diverse componenti. Le esperienze finora maturate in Italia in questa direzione si sono concretizzate attraverso la creazione di distretti industriali delle rinnovabili, e di poli di innovazione, con questi ultimi, ad alcuni dei quali sto partecipando, sono costituti a livello regionale, con i distretti industriali delle rinnovabili a maggiore radicati e vocazione territoriale nascendo a livello comunale.
0imagesCA793742Una debolezza quello del supporto pubblico centrale, confermata dai fatti, dal momento che la la maggior parte dei sistemi a rete che si materializzano come distretti si forma spontaneamente, e vedono la partecipazione e la collaborazione di istituzioni pubbliche e imprese, oltre che di università e di centri di ricerca e comunità locali. Relativamente agli obiettivi poi, molto diversi gli approcci fra poli di innovazione e distretti; mentre nei primi si registra una tendenza degli attori coinvolti alla collaborazione finalizzata a stimolare e sviluppare innovazione, all’interno dei distretti delle rinnovabili esiste invece una tendenza a favorire esclusivamente lo sviluppo di tecnologie rinnovabili. Questa tendenza dei distretti avviene poi con modalità differenziate, con le tecnologie applicate alle biomasse in cui opera il 74% dei distretti, seguite da quelle solari ed eoliche, che si attestano rispettivamente al 37% e al 25%, ed a seguire quelli legati alle tecnologie idroelettrica e geotermica. Compito principale dell’azione politica in questo frangente è quello di favorire la creazione nuovi network nelle aree del paese nelle quali queste realtà sono assenti, cercando di favorire nel contempo politiche di integrazione e di aggregazione tra i tanti network locali già presenti nel nostro paese. A livello di mappatura delle realtà presenti sul territorio, ovviamente le regioni del Nord a farla da padrone, con una elevata percentuale di imprese innovative, con in testa il Friuli-Venezia Giulia, dove quasi il 60% delle imprese sono innovative, incalzata a distanza da Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte. Nettamente più basse le percentuali che si riscontano nelle regioni del Sud, con Calabria, Sardegna e Molise che si attestano intorno al 40%, seguite dalla Basilicata al 38%. Una sfida fondamentale quella di ridurre il notevole divario tra Nord e quelle del Sud, affrontabile attraverso l’attuazione di politiche capaci di agevolare collaborazione e cooperazione, favorendo la creazione di nuovi canali di trasferimento di conoscenza dal Nord verso il Sud e viceversa, azioni che avrebbero un riflesso importantissimo anche sul mercato del lavoro. Una maggiore collaborazione fra istituzioni pubbliche, imprese ed università darebbe origine infatti a positive esternalità con un aumento di occupazionale soprattutto giovanile, anche a fronte degli ultimi allarmanti dati nazionali sulla disoccupazione giovanile, attestatasi al massimo storico del 41,9% nell’ultima rilevazione di aprile 2013.
Certo pensando a quello che sta avvenendo in Italia, per la mancanza di politiche energetiche di lungo respiro come si richiederebbe, nell’ambito della green economy e delle energie rinnovabili, con tante imprese in grave difficoltà, con età medie della forza lavoro che si attesta di poco sopra i trenta anni, una corretta implementazione di tali politiche consoliderebbe il determinarsi di uno incremento occupazionale sul medio e lungo termine dovuto allo sviluppo delle energie rinnovabili che, secondo le ultime stime prevederebbe, per esempio, che il settore del solare fotovoltaico arrivi ad occupare, entro il 2020 18.000 lavoratori in modo diretto e 45.000 in modo indiretto, di poco inferiori a quelli previsti per l’eolico, che potrà creare nuova occupazione rispettivamente per 20.000 e 50.000 lavoratori, che potrebbero essere sottostimate se si concedessero le autorizzazioni per la costruzione di impianti eolici offshore.
Un potenziale enorme per il nostro paese, se solo ci fosse il coraggio, da parte del settore pubblico, di combattere la moltitudine di interessi esistenti, soprattutto da parte degli ex monopolisti che stanno cercando di ostacolare in ogni modo lo sviluppo delle energie rinnovabili, spesso attraverso le pressioni su organi istituzionali che dovrebbero essere superpartes (vedi post “AEEG sempre più sconcertante sugli oneri sull’autoconsumo”). Spuntare una tale nobilissima causa, come sicuramente avverrà, vista l’irreversibilità che la migrazione di modello energetico in atto porterebbe un gran numero di benefici per il nostro paese come economici:

  • una diminuzione della dipendenza energetica dai paesi stranieri (anche grazie alle innovazioni nel settore dello stoccaggio dell’energia solare); 
  • una diminuzione del costo dell’energia elettrica (basta vedere quello che è successo domenica 16 giugno nel Mercato dell’energia, in questa bella analisi degli amici di CETRI TIRES);
  • crescita dell’occupazione e anche dell’economia.

Tutto questo senza ovviamente considerare i notevolissimi benefici ambientali ben noti che l’adozione di tali tecnologie comporterebbe, come la lotta ai cambiamenti climatici, che richiede un profondo ed urgente cambiamento dello stile di vita dei paesi sviluppati anche a fronte della notevolissima crescita economica nei paesi emergenti come il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), permettendo all’Italia di poter divenire un riferimento ed un buon esempio per tutti i paesi occidentali.

Sauro Secci

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2 risposte a Rinnovabili, networking per rilanciarle: Distretti e Poli di Innovazione a confronto

  1. Luciano Guerini ha detto:

    Concordo assolutamente

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