Quel gas in fuga che fa tanto male al clima

gasdottoIn questo blog non sono certo mancate le occasioni di affrontare il mondo oramai molto variegato, sia per prodotti che per la sua doppia identità fossile e rinnovabile del gas e più specificatamente di quella parte significativa e certe volte nemmeno esattamente definita che afferisce al metano (vedi post “Il variegato universo del gas tra fossile e rinnovabile”). Una fonte, quella del gas capace di arrecare danni al clima che vanno oltre a quelli ipotizzabili, derivanti dalla semplice combustione. Ma vediamo di approfondire tale concetto. Nell’attuale contesto energetico, in piena transizione, con il nucleare in piena crisi, messo al palo dagli ultimi tragici avvenimenti, e le rinnovabili in grande avanzata ma ancora non capaci di recitare un ruolo centrale, il gas rappresenta l’elemento primo per procedere nella via di de carbonizzazione dei sistemi energetici. Un settore, quello del gas, letteralmente galvanizzato da paesi come Canada e USA, che per la presenza minoritaria di scisti bituminosi da cui si estrae lo “shale gas”, dove viene da molti individuato proprio come gas fonte di transizione per decarbonizzare il sistema energetico. Lo shale gas, cioè gas non convenzionale da rocce porose particolari attraverso la distruttiva ed inquinante tecnica del fracking ha un altissimo impatto ambientale come avevo affrontato approfonditamente in un post di qualche tempo fa in occasione di una puntata canadese che dall’Italia guarda con molto interesse i potenziali shale gas della Polonia (vedi post “La follia dei giacimenti di gas non convenzionale: ci provano anche in Europa”). Che il gas, tra le fonti fossili abbia indubbiamente un processo di combustione con la più coeff_CO2 bassa emissione di CO2 (vedi tabella sopra) con una centrale a gas che orientativamente emette circa la metà della CO2 rispetto ad una centrale a carbone. Una valutazione un po’ diversa emerge però se si effettua una valutazione dell’intero ciclo di vita dell’energia da gas, dove emerge quasi sempre un aspetto che rimane tra le righe e legato alle fughe di metano in atmosfera, quasi sempre trascurato e capace di ridimensionare molto dei vantaggi e delle virtù del gas. Guarda caso, come sappiamo il metano è anche un componente diretto del sestetto di climalteranti. Molto interessante, proprio su questo specifico aspetto, un report appena uscito del World Resources Institute, allegato in calce al post. Il Report WRI prende in considerazione le perdite e quindi i rilasci in atmosfera che avvengono nella fase di trasporto del gas, spesso distribuito per migliaia e migliaia di chilometri. Il rapporto stima che in tale processo, si rilasciano rilevanti quantità di metano, dal 2 al 3% della produzione totale spingendosi, in altri studi della letteratura di settore anche fino ad un allarmante 7%, un aggravamento emissivo tutto sulla spalle del clima. Emissioni che gravano molto sul clima, specialmente nei primi 20 anni, dal momento che il potere climalterante del metano è decine di volte superiore a quello della CO2, con un tempo di permanenza in atmosfera che però è di un decimo rispetto alla CO2. In numeri comunque, secondo recenti studi, il metano dispone di un un potere climalterante di 33 volte superiore a quello della CO2 sulla base di 100 anni e 105 volte maggiore sui 20 anni. Al riguardo il quarto rapporto IPCC (International Panel Climate Change) del 2007 parla di un potere riscaldante sui 100 anni del metano, superiore di ben 21 volte alla CO2, sicuramente sottostimata dal fatto con non si tiene conto delle interazioni con gli aereosol.

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Una ipotesi conservativa che assuma fughe di gas per un 2% della produzione, lo studio del WRI le quantificherebbe, con riferimento al mercato USA, in circa 6 milioni di tonnellate di metano l’anno “fugate” in atmosfera con un contributo al disastro climatico pari a quello delle emissioni di 120 milioni di auto, uno spreco, per gli Stati Uniti, di 1,5 miliardi di dollari l’anno. Una perdita attribuibile in parte a fughe nei gasdotti che si potrebbero riparare, con vantaggio economico anche dei produttori: se non lo si fa, si spiega, oltre che per un vuoto legislativo, è perché i gasdotti non appartegono ai produttori. Bisogna rimediare subito è la bottomline del report: limitare le perdite di metano potrebbe essere uno dei provvedimenti più efficaci per ridurre le emissioni. Tante ombre in più sulla ambientalmente inspiegabile euforia da “Shale gas”, perché, se le perdite nei gasdotti possono essere, entro un certo limitate con un più attento monitoraggio e manutenzione, molto più difficile è intervenire alla sorgente fino dalla fase di estrazione. Un shale gas che, oltre a palesare ampi fronti di insostenibilità, come avevo già approfondito nel post allegato in testa all’articolo, semina depauperamenti, l’inquinamento delle falde idriche, rischio di innesco di attività sismiche, con le distruttive pratiche del fracking, la procedura per la estrazione di gas non convenzionale dagli scisti, che prevede iniezione di acqua e sostanze chimiche ad altissima pressione, causando inevitabilmente fughe di gas. Nello studio WRI, presenti anche i risultati di specifiche ricerche condotte attorno ai pozzi di shale gas operativi in Colorado che indicano che il processo di estrazione del fracking fa finire in atmosfera circa il 4% del gas, un dato davvero da brivido e già sufficiente per porre una seria moratoria per questa scellerata ed assolutamente insostenibile pratica. Dati ed indicazioni di altri studi poi, smentirebbero la tranquillità con la quale, la letteratura scientifica in materia stima che le emissioni dello shale gas siano paragonabili a quelle del gas convenzionale. Uno di questi è quello della Cornell University, secondo il quale l’impronta dello shale gas in termini di emissioni proiettata su un periodo di 20 anni possa ammontare dal 22 al 43% più grande di quella del gas convenzionale, che subirebbe un incremento sui 100 anni, per la maggiore permanenza relativamente breve del metano in atmosfera dal 14 al 19%.

Conclusioni quelle dello studio della Università americana, che renderebbero lo shale gas addirittura peggiore di petrolio e carbone convenzionali, con un incremento rispetto al petrolio, sui 20 anni, del 50% passando a 2,5 volte più pesante mentre sui 100 anni sarebbe peggiore del 35%. Rispetto al carbone, invece, sul periodo dei 20 anni, lo shale gas avrebbe un’impronta climatica dal 20% corrispondente a oltre il doppio, mentre sui 100 anni l’impatto sul clima sarebbe praticamente allineato al carbone.

Ripropongo di seguito un interessante animazione che spiega i grandi impatti della pratica estrattiva dello shale gas da scisti bituminosi

Sauro Secci

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