Sistemi di cattura della CO2 (CCS): non ci siamo

570728fd-f4ee-63cdPochi giorni fa, parlando di una serie di rapporti, tra cui uno molto significativo di Greenpeace, sull’utilizzo e sugli effetti del carbone per la produzione di energia elettrica (vedi post “Carbone ed energia: le valutazioni di Greenpeace”), avevo avuto modo di rilevare, tra i tanti fattori limitanti verso questo tipo di utilizzo, anche prestazioni davvero molto deludenti da parte delle tecnologie in via di sperimentazione oramai da molti anni, per la cattura e lo stoccaggio della CO2 generata durante il processo di combustione. Dietro l’acronimo CCS (Carbon Capture and Sequestration), sono comprese diverse tecnologie sperimentate negli ultimi 10 anni, applicate proprio ai grandi impianti termoelettrici. Un obiettivo prioritario per i sistemi CCS sarebbe quello di preservare lo status quo di un sistema energetico basato sulle fonti fossili, permettendo di dare risposte convincenti sul fronte dei cambiamenti climatici oltre al fatto che la CO2 sottratta alle emissioni potrebbe essere iniettata nei pozzi di gas e petrolio in via di esaurimento, facilitandone il sempre più difficile sfruttamento. Una tecnologia quella della CCS che, nonostante sia stata sostenuta in molti paesi da generosi sostegni pubblici, non riesce proprio a decollare. Molte le motivazioni sia di ordine pratico che economico, sulle quali la redazione di Qualenergia ha interpellato il giornalista francese Yves Heuillard.

Secondo il giornalista francese, che ha fatto studi specifici i conti della CCS non reggonoStoccaggio CO2 assolutamente. L’impianto di studio è stato la centrale a carbone da 1.450 MW, di EDF di Le Havre, importante porto francese sull’Atlantico. L’impianto di Le Havre ha un consumo di 15000 tonnellate di carbone al giorno, equivalente di cinque treni. Anche nell’ipotesi di carbone della migliore qualità, antracite con il 90% di carbonio, a fine giornata ci saranno 13.500 tonnellate di carbonio da smaltire. Come è noto, nella combustione ogni atomo di carbonio si combina con due di ossigeno, che sono un terzo più pesanti, dando origine a molecole di CO2, che pesando 3,6 volte di più di quelle di carbonio, renderanno necessario stoccare ben 49.500 tonnellate di CO2. Un processo estremamente energivoro quello della estrazione e compressione del gas, dal 10 al 30% in più che, anche assumendo un valore mediano di efficienza del 20%, determinerebbe 60mila tonnellate al giorno di CO2 da smaltire. In sostanza per ogni treno di carbone in ingresso alla centrale per essere combusto, ne avremo quattro di CO2 da smaltire con la CCS. Sul tema esistono altri specifici studi e ricerche come quelle del Global Carbon Capture & Storage Institute (GCCSI), che evidenziano come ogni MWh prodotto con CCS costa dai 50 ai 100 dollari in più, mentre secondo la International Energy Association (IEA) integrare un impianto di CCS a una centrale a carbone determinerebbe un incremento dei prezzi medi dell’elettricità compreso tra il 39 e il 64% che si ridurrebbe al 33% nel caso di una centrale a gas. Dati molto eloquenti che spiegano bene il perché la cattura della CO2 sia rimasta al palo in tutti questi anni. Ma le criticità della tecnologia non sono solo di ordine economico ma anche ambientale, dal momento che l’applicazione di tali processi agli impianti termoelettrici esistenti, incrementano pesantemente le già alte esigenze di risorse idriche, in un momento in cui tale risorsa è ulteriormente minacciata proprio dai cambiamenti climatici. Anche il Dipartimento dell’Energia americano (DOE) ha formulato previsioni in tal senso, stimando che le centrali a carbone che usano tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2, rispetto a quelle tradizionali presentano consumi tra l’87 e il 93% di risorsa idrica in più per MWh prodotto. Ovviamente tutto questo solo relativamente all’aspetto della cattura, senza considerare quello, non meno spinoso, dello stoccaggio finale. Un aspetto, quello dello stoccaggio che, se non sostenuto da specifici incentivi per confinare la CO2 nel sottosuolo iniettata in pozzi di gas e petrolio in via di esaurimento come succede ad esempio a Weyburn, in Canada (regione di Saskatchewan). Nel sito canadese l’iniezione di CO2 ha allungato di 20 anni la vita di un pozzo di proprietà di Encana, aumentando del 34% la quantità di petrolio estratto. Questi casi sono però molto limitati, dal momento che tale approccio può essere adottato solo se trasporto e stoccaggio diventano un costo e non vi sia garanzia che la CO2 venga effettivamente confinata e mai più liberata in atmosfera. Molte perplessità rimangono infine circa le caratteristiche di sicurezza degli stoccaggi, che vedono divisa anche la comunità scientifica. Infatti, mentre alcuni scienziati e rappresentanti dell’industria sostengono che la CO2 possa essere stoccata in maniera sicura per centinaia di migliaia di anni, vi sono recenti analisi che dimostrerebbero invece che su acque e terreni vicini a siti di stoccaggio, siano state rivelate piccole fughe e concentrazioni crescenti di anidride carbonica. Una situazione che rischierebbe di aggiungere al danno pure la beffa, determinando maggiori emissioni rispetto alla gestione corrente delle centrali senza CCS. Decisamente un ambito molto spinoso che non troverà mai, probabilmente quelle soddisfazioni applicative da tempo auspicate da parte di chi si è impegnato in questo ambito della ricerca. A seguire un interessante filmato animato che illustra la cattura e lo stoccaggio della CO2 collocandole più in generale nel contesto energetico.

Sauro Secci

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7 risposte a Sistemi di cattura della CO2 (CCS): non ci siamo

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