Carbone ed energia: le valutazioni di GreenPeace

carboneNella migrazione di modello energetico in atto, caratterizzato dalla ancora forte presenza nel mix nazionale, del combustibile artefice della prima rivoluzione industriale, vale a dire il carbone, è vivacissimo il dibattito sul tema “Carbone Pulito”, portato avanti per esempio da ENEL in progetti di riconversioni di vecchi poli energetici degli anni ’70 ad olio combustibile denso oggi dismessi, ed organizzazioni come GreenPeace che ha presentato proprio in questi giorni uno specifico ed approfondito rapporto dal titolo “Enel – Il carbone costa un morto al giorno”. Leggendo il Rapporto, aldilà di personali e singole valutazioni emerge un quadro comunque poco incline a coniugare il termine pulito allo storico combustibile, con un documento che si snoda sulla questione centrale della conversione a carbone della vecchia Centrale di Porto Tolle, sul delta del Po ed a pochi passi da uno dei più grandi rigassificatori operanti nel Mediterraneo come quello di Porto Viro. Durante la presentazione del Rapporto si è pronunciato Massimo Scalia, docente di fisica all’Università di Roma La Sapienza che criticando le scelte di ENEL ha dichiarato che “Si tratta di una scelta che va contro la difesa dell’ambiente, il carbone, infatti, emette ben 800 grammi di CO2/kWh contro i 250 del gas naturale”. Ma ha tutto questo si aggiungono anche altre valutazioni scaturite da un altro Rapporto, quello realizzato dal centro di ricerca indipendente sulle multinazionali olandese SOMO. Nel Rapporto olandese si evidenzia, partendo dai dati del Registro Europeo delle emissioni inquinanti dove afferiscono annualmente tutti i dati degli emettitori europei E-PRTR (European Pollutant Release and Transfer Register) (link sito) che il carbone di Enel, ha emesso nel 2009 888 tonnellate di PM10, 19.825 di NOx, 24.033 di SOx e 27,7 milioni di tonnellate di CO2, che tradotto in danni economici, secondo il rapporto, fa 1,7 miliardi di euro, di cui 840 milioni di costi esterni per inquinamento (le cosiddette “esternalità” che molto spesso vengono saltate a “piè pari”), 932 per la CO2 e 3,5 milioni di danni diretti all’agricoltura. Una analisi comparata svolta anche da Greenpeace, che conferma che il carbone, rispetto agli altri combustibili fossili, è il leader dell’inquinamento dal momento che è responsabile dei danni ambientali in una percentuale tra il 70 e il 100% a seconda della tipologia d’inquinamento, morti premature comprese. In tal senso, lo studio di SOMO, infatti, imputa alla produzione elettrica da carbone di Enel 366 morti equivalenti nel 2009, contro i 94 morti delle altre fonti fossili. Secondo Lauri Myllyvirta, economista di Greenpeace International “Le centrali a carbone emettono grandi quantità di sostanze precorritrici del particolato come SOx e NOx, ai quali si aggiungono il monossido di carbonio, una serie di metalli pesanti, i composti organici e gli isotopi radioattivi”. A tutto questo, integro io, si aggiunge ovviamente quell’inquinante molto particolare e non classificabile chimicamente (e per questo ancor più pericoloso), ma solo fisicamente in base alla sua granulometria che è il particolato nella forma più pericolosa come il PM 2,5, (vedi figura sotto), al quale sono riferibili ben il 90% delle morti premature nelle persone che sono sottoposte a un’esposizione a lungo termine.

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Una valutazione, quella sulla morti premature che, secondo GreenPeace, non fa riferimento ad alcune settimane o mesi ma di ben dieci anni in media di aspettativa di vita in meno con risvolti socioeconomici rilevanti. Conclusioni, quelle delle due organizzazioni, ispirate, dal punto di vista scientifico, ad un rigoroso approccio metodologico utilizzato attraverso il programma europeo CAFE (Clean Air for Europe), lo stesso adottato dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), per stimare gli impatti sanitari dell’inquinamento, ed anche dal Progetto GAINS e dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), che ha tratto i suoi dati di input proprio dal già citato registro europeo E-PRTR che contiene le emissioni degli impianti fornite attraverso gli stessi Stati membri dai singoli emettitori, sul modello atmosferico EMEP, sui dati di densità della popolazione di Eurostat e sui fattori di rischio dell’OMS, dell’EEA, valutando il valore economico dei danni sanitari in base ai valori massimi di qest’ultima. Sul tema esprime la propria opinione anche Andrea Boraschi responsabile energia e clima Greenpeace Italia che sostiene che “in Italia si produce il 13% d’elettricità da carbone e di questa percentuale il 70% lo fa Enel. E l’azienda ha inserito a pieno titolo nel suo sviluppo strategico il carbone con l’obiettivo di portare la quota di produzione nazionale da questa fonte al 20%“. Boraschi, pur rilevando che la riconversione a carbone della centrale termoelettrica di Porto Tolle sia in realtà scomparsa dall’ultimo piano industriale di Enel, fa un appello ad ENEL: “La nostra richiesta a Enel è quella di non sviluppare il proprio “piano carbone” e di accelerare la dismissione degli impianti più obsoleti, a partire dalla centrale di Genova”. Una battaglia, quella di GreenPeace che, oltre che sul fronte delle riconversioni, si gioca in Italia, anche sulla scacchiere della centrale Federico II di Brindisi, un impianto collocato da EEA, l’Agenzia europea per l’Ambiente, al 18° posto per inquinamento in Europa e al primo in Italia. GreepPeace colloca la centrale Federico II (2.640 MWe), uno dei maggiori impianti a carbone in d’Europa, in testa ai danni con 13 Mt di CO2 emessa, 7.300 tonnellate di NOx, 6.540 di SOx, 473 di PM10 e 119 morti premature. Un impianto, secondo Giuseppe Onufrio, Direttore di GreenPeace Italia del quale “se si dovessero contabilizzare i danni ambientali che sono di 707 milioni di euro l’anno, andrebbe chiuso subito. Si tratta di una somma, infatti, maggiore di quanto l’impianto faccia guadagnare a Enel. Con questa centrale Enel produce a costi di 20 euro a MWh e vende a 62: i costi sanitari sono pari a ciò che incamera”. Greenpeace vede una lotta al carbone non certo confinata all’Italia dal momento che, se venissero portate a realizzazione tutte le circa mille centrali a carbone progettate nel mondo avrebbero, queste, come lo studio evidenzia, avrebbero impatti tragici a livello dio inquinamento locale e provocando anche, come effetto a livello globale, l’aumento di temperatura di sei gradi al 2100, ed imprevedibili ulteriori incrementi di concentrazione CO2 in atmosfera (vedi post “CO2 da record storico in 3 milioni di anni: violati i 400 ppm). Anche sul fronte delle nuove tecnologie di abbattimento degli inquinanti, dove nell’ultimo decennio sono stati fatti notevolissimi passi avanti (desolforatori, denitrificatori), anche  a valle della Direttiva Comunitaria 96/61/CE definita IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control),  non sono possibili significativi ulteriori miglioramenti tecnici per limitare le emissioni inquinanti, a meno che non si punti sulla costosa e molto incerta tecnologia del sequestro per la CO2 (CCS), mentre per gli altri inquinanti non ci sono ulteriori margini di miglioramento a meno di utilizzare tecnologie molto costose, e quindi, secondo GreenPeace diventa obbligato il passaggio ad altri combustibili più puliti.

ccs Senza dubbio interessanti anche le osservazioni di Enel al documento, alla quale il rapporto è stato sottoposto in anteprima, la quale non mettendo in dubbio i dati, ha però definita “impropria” la metodologia utilizzata, dal momento che il registro E-PRTR non censisce tutte le sorgenti di emissioni, come per esempio quelle “lineari” (le strade) da traffico o quelle diffuse come quelle del comparto residenziale o delle aree artigianali, industriali diffuse e commerciali, ma solo quelle dei grandi impianti emissivi. Obiezioni che però hanno trovato le risposte del’istituto olandese SOMO che sostiene che gran parte degli impatti economici dell’EEA sono sanitari, ma non sono esplicitati, mentre nel secondo il centro studi ha ribadito che gran parte degli impianti Enel sono tra i più inquinanti e il fatto che esistano altre fonti d’inquinamento non sposta il problema della responsabilità dell’azienda. Al riguardo Fluer Scheele, ricercatrice di SOMO evidenzia che “il carbone è responsabile dell’emissione di circa l’80% degli ossidi di zolfo e non è un caso che Enel dimentichi questo nei commenti”. In questa diatriba una cosa voglio però dirla anche io, visto che questo argomento tocca una parte significativa del mio percorso professionale che sento ancora profondamente. Io posso solo dire che ENEL è stata in questi lunghi anni una grande interprete del monitoraggio ambientale, fatto con serietà e competenza nel nostro paese, e che proprio in ENEL è nato con la Legge 880 del 1973 che prevedeva l’esistenza di una rete di monitoraggio chimico-fisico intorno ai nuovi siti di produzione energetica da fonte fossile,  spesso definendo e anticipando standard più severi di legge, contribuendo con il proprio staff tecnico alla redazione delle più severe norme ambientali a livello nazionale e comunitario, e dando un grandissimo contributo allo sviluppo dei controlli ambientali in Italia e di cui sono orgoglioso di aver fatto parte e di avere dedicato con grandissima passione una parte significativa della mia vita. Quello che sostengo credo trovi conferma anche nell’attualità che ci viene in queste ore da Taranto, con le inadempienze delle prescrizioni legate alle centraline di monitoraggio prescritte dall’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) all’ILVA, azienda che in questi anni non ha certo brillato per cultura ambientale, che, ha differenza di ENEL, non ha e non aveva, secondo me, tale tipo di cultura. Detto questo ovviamente, e lasciando legittimamente ad ognuno conclusioni proprie, le valutazioni sul carbone e sui dati epidemiologici equivalenti, meriterebbero una condivisione meno frontale e più ragionata tra gli attori in gioco, che io auspicherei fortemente anche e soprattutto come cittadino.

Sauro Secci

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