Il 2,5% del PIL mondiale per sostenere le fonti fossili

smog ciminiereNon sono mancati in questi ultimi tempi documenti ed analisi in tema di incentivi energetici, portati avanti da emanazioni delle ancora consistenti lobbies delle fonti fossili, ancora radicate nel nostro paese, seppure sempre più minacciate dall’avanzata inesorabile di un nuovo modello energetico distribuito, orientate a denigrare le sempre più “temibili” energie pulite. Tutte queste analisi, aldilà di rilevamenti effettivi circa gli effetti deleteri che le modalità di gestione degli incentivi alle rinnovabili hanno avuto sullo stesso comparto, si sono guardati bene, da rilevare la grande verità che sono ancora le fonti fossili ad avere le netta prevalenza in termini di sostegni. Un tema che avevo cercato difondo-monetario affrontare in un post di un paio di mesi fa (vedi post “Quello che degli incentivi non dicono”). A confermarci la enorme mole di aiuti pubblici a sostegno delle fonti fossili questo un report dal titolo “Energy Subsidy Reform – Lessons and Implications” commissionato dal Fondo Monetario Internazionale, organizzazione di ampia rappresentatività composta da governi di ben 188 Paesi, della quale è scaricabile sia la presentazione che il documento completo in calce al post. Nel report si evince che gli aiuti pubblici alle fonti fossili sono pari al 2,5% del Pil mondiale, con un peso dell’8% delle entrate degli stati del mondo, che, se eliminati, avrebbero l’effetto di ridurre le emissioni del 13%. Si tratta di sussidi che, oltre ad avere i pesantissimi effetti sul riscaldamento globale, ostacolano pesantemente la transizione energetica in corso allontanando la competitività delle fonti rinnovabili, costituendo anche un problema per l’economia e lo sviluppo sociale, e la lotta per l’accesso alle risorse fossili e minerarie in paesi come l’Africa ne sono una prova tangibile. Paradossale poi la situazione di certi stati, dove sostenere le fonti fossili ha effetti dilanianti sui debiti pubblici, a tal punto che in molti paesi, tale sostegno supera quelli destinati a capitoli come istruzione e sanità messe insieme. Un report che porta con se una presa di posizione forte da parte del Fondo Monetario Internazionale, che sollecita una riforma sull’argomento. Lo studio, va oltre le stime della IEA (International Energy Agency) che aveva stimato i sussidi tal quali pre-tax alle fonti fossili mondiali in 523 milioni di dollari all’anno, considerando molto opportunamente anche le esternalità (vedi vecchio post “A proposito di esternalità energetiche”) non compensate da una adeguata tassazione carbon-tax, e quindi divenendo di fatto sussidi post-tax, fa innalzare i sussidi mondiali a petrolio, carbone e gas addirittura alla vertiginosa cifra di 1.900 miliardi di dollari, corrispondente al 2,5% del PIL mondiale e l’8% di tutte le entrate pubbliche, con punte che, nei bilanci di ben 20 paesi , arrivano a superare il 5% del PIL, rischiando di comprometterne la stabilità economica, come evidenzia il grafico seguente. Il report prende in considerazione poi le varie sfumature del fenomeno, sicuramente non circoscritto solo ai paesi emergenti. Relativamente agli incentivi pre-tax, quelli considerati da IEA, sono le nazioni della cosiddetta area MENA (Medio Oriente e Nord Africa) le più generose con le fonti fossili a cui sono mediamente destinati l’8,6% del Pil e 21,8% delle entrate statali. Valutando invece anche i sussidi post-tax, ben più ingenti, in testa abbiamo gli USA con 502 miliardi di $, seguiti dalla Cina con 279 $ e dalla Russia con 116 $.

Sussidi alle fossili FMI

In sostanza se fossero eliminati gli aiuti pre-tax, le emissioni di gas serra si ridurrebbero dell’1-2%, corrispondenti a circa il 15-30% dell’impegno sottoscritto al COP15 di Copenhagen. Se ad essere cancellati fossero anche gli aiuti post-tax, la riduzione salirebbe a 4,5 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, corrispondente, come dicevo in premessa ad un taglio netto del 13%.
Ma tornando ai casi paradossali di molti paesi, oltre agli aspetti connessi con il debito pubblico, sostenere le fonti sporche ha ricadute dilanianti sullo sviluppo economico come dicevo prima. Il grafico seguente evidenzia proprio il rapporto fra investimento nel capitale umano, con istruzione e sanità e sussidi alle fossili, spesso con destinazioni multiple di queste ultime (vedi grafico seguente). Tutto questo in un contesto in cui i prezzi dell’energia sono tenuti forzatamente bassi, non stimolando ne investimenti ne efficienza. Clamoroso in tal senso il caso dell’Algeria, che dopo aver incentivato le rinnovabili con un sistema feed in tarif, ne ha visto la sostanziale evasione per un contesto “drogato” verso le fonti fossili, con una sostanziale concorrenza sleale di queste ultime sulle fonti rinnovabili. Assolutamente perversi infine, secondo il report, gli effetti dei sussidi fossili per lenire la povertà energetica, dal momento che sono appannaggio dei consumatori più energivori e per questo come si evidenzia nello studio e nel grafico seguente il 43% degli aiuti è destinato al 20% della popolazione più ricca.

Spesa per sussidi fossili, sanità, educazione

Durante la presentazione del rapporto, David Lipton dell’FMI ha dichiarato che “Unadavid_lipton riforma del sistema dei sussidi può portare ad una allocazione più efficiente delle risorse”, aggiungendo anche che “Il G20 ha riconosciuto questo punto nel 2009 a Pittsburg, impegnandosi ad eliminare tutti i sussidi inefficienti alle fonti fosssili nel medio periodo. Non so esattamente cosa si intenda per ‘medio periodo’ ma è sicuramente tempo di tener fede a questo impegno molto importante”. Mi sembra quindi che non siano certo le evidenze a mancare quanto ancora recalcitranti coscienze che impediscono di passare ad azioni più efficaci e fattive su questo cruciale tema, con buona pace dei detrattori delle rinnovabili.

Sauro Secci

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4 risposte a Il 2,5% del PIL mondiale per sostenere le fonti fossili

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