L’economia, l’ossessione della crescita illimitata e il piano B

ov-simmons1Gli imbarazzanti silenzi della politica e dell’economia italiana, sempre sfuggenti di fronte al concetto di limite, con una miopia davvero senza frontiere con il perdurante motto “la crescita è l’unica salvezza”, fa tornare alla mente, nella pienezza della sua attualità, uno studio degli anni ’70, “Limits to growth” (i limiti dello sviluppo), elaborato da Dennis Meadows, ricercatore del MIT (Massachusetts Institute of Technology), insieme ad altri suoi colleghi, ai quali fu commissionato, nel lontanissimo 1972 dal Club di Roma. Uno studio ripreso in questi giorni dal sociologo tedesco Karl-Ludwig Schibel, docente di Ecologia sociale del dipartimento di Sociologia dell’Università di Francoforte, in un articolo pubblicato sul n.1/2013 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Fare del Piano B il Piano A”.  Lo studio del MIT si colloca proprio negli anni della prima grande crisi petrolifera, indotta dalla Guerra del Kippur o Guerra del Sinai fra Egitto ed Israele, porta di accesso ai giacimenti medio-orientali, nella quale si manifestarono i primi segnali di vulnerabilità dei modelli economici “fossili”.

Uno studio davvero profetico, riletto a distanza di 40 anni, all’interno della crisi di sistema e di modello che stiamo attraversando, e che ci permette di vedere la situazione con una visione più serena e meno convulsa, individuando nella crisi una grande opportunità per cambiare in tempo e davvero rotta. Il team del MIT, giudato da Meadows, composto anche da Donella H. Meadows, Dennis L.dennis Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens, considerava già a quel tempo indiscutibile, non tanto come risultato di qualche modello previsionale, ma di immediata evidenza sensoriale e matematica, che il consumo di tutte le principali materie prime cresce in modo esponenziale su un pianeta limitato. Contestualmente, tutte gli andamenti delle curve dei consumi delle principali materie prime evidenziavano già una crescita esponenziale. Basi che portarono Meadows alla logica conclusione che la crescita si sarebbe fermata, anche se non era possibile stabilire esattamente quando, non conoscendo esattamente le disponibilità delle principali materie prime come ferro, cromo, petrolio, etc. disponibili ed estraibili sulla crosta della Terra, pur sapendo comunque che si tratta di quantità finite.
Uno studio già 40 anni fa molto articolato su ben 12 diversi scenari, a partire dallo scenario 0, puramente teorico con input e output infiniti.

• Scenario 0: Input e output infiniti
• Scenario 1: Crisi delle risorse non rinnovabili
• Scenario 2: Crisi da inquinamento
• Scenario 3: Crisi alimentare
• Scenario 4: Crisi da erosione
• Scenario 5: Crisi multipla
• Scenario 6: Crisi da costi
• Scenario 7: Programmazione familiare
• Scenario 8: Moderazione degli stili di vita
• Scenario 9: Utilizzo più efficiente delle risorse naturali
• Scenario 10: Tempestività
• La “rivoluzione sostenibile”

(*) In particolare, nello scenario finale prospettato dallo studio, quello della “rivoluzione sostenibile”, gli autori del MIT, sostengono, in sintesi, che si deve accettare l’idea della finitezza della Terra, che è necessario intraprendere una serie di azioni coordinate per gestire tale finitezza, che gli effetti negativi dei limiti dello sviluppo avranno effetti tanto più devastanti quanto più tardi si interverrà.
Nello studio si ricorda, al riguardo, che vi sono stati due precedenti:

  • la rivoluzione agricola: che vide i nomadi del mesolitico insediarsi e inventare l’agricoltura e l’allevamento del bestiame, dando vita al neolitico;
  • la rivoluzione industriale: che risolse i timori dell’economista demografo inglese Thomas Malthus, manifestati nel 1798 con il suo saggio “Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società”, sulla sovrappopolazione grazie ad un enorme sviluppo della produttività.

La “rivoluzione sostenibile” quindi viene prospettata di lunga durata come le precedenti, per nulla simile a cambiamenti repentini come la rivoluzione francese, in grado di dare nuove risposte al problema millenario della vita umana sulla Terra, rilevando comunque che la rivoluzione sostenibile dovrà essere accompagnata ben più delle precedenti dalla consapevolezza della sua necessità e degli obiettivi di massima da raggiungere.
Respinta poi, da parte degli autori, l’obiezione secondo la quale la tecnologia ed i meccanismi automatici del mercato sono sufficienti ad evitare il collasso del sistema, ricorrendo all’esempio della pesca, dove lo sfruttamento sempre più intenso di una risorsa naturale di per sé rinnovabile come la fauna ittica, ha condotto al suo depauperamento, (pensiamo al tonno rosso nel Mediterraneo) al punto che il prodotto della pesca comincia a diminuire. La tecnologia ha reso la pesca sempre più aggressiva (sonar, individuazione di branchi tramite satelliti, ecc.), ricordando sempre in riferimento al tonno rosso, ai “pescherecci da guerra giapponesi”, con il mercato che ha reagito alla scarsità aumentando il prezzo, trasformando così un alimento per poveri in un alimento per ricchi.
In generale quindi sarebbe possibile ipotizzare un esito analogo su più ampia scala (consumi crescenti da parte dei “ricchi”, a prezzi elevati per effetto della scarsità delle risorse, impoverimento della maggioranza), che però non sarebbe sostenibile. Al riguardo, gli autori ricordano che di norma la pianificazione familiare viene praticata dove si può godere di un’adeguata sicurezza, mentre i tassi di natalità si innalzano quando le condizioni di vita sono difficili. Per gli studiosi del MIT quindi, una società sostenibile deve anche essere una società solidale e con diseguaglianze contenute: ricchezze eccessive inducono comunque un consumo sostenuto delle risorse naturali ed un crescente inquinamento, mentre una povertà diffusa esporrebbe il pianeta al peso insostenibile di una crescita esponenziale della popolazione. Di seguito un grafico che illustra un trend di transizione verso un nuovo equilibrio.

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Detto questo però, non era comunque quello di fare previsioni precise l’obbiettivo di quel bellissimo rapporto, quanto di approfondire le interazioni che la crescita esponenziale avesse con la limitatezza delle risorse planetarie, indicando nel periodo 2020-2060, quello nel quale la crescita avrebbe subito un arresto a causa del “overshooting”, detta in italiano, la “violazione dei limiti”. Al riguardo una interessante presentazione di Dennis Meadows, in cui illustra le grandi linee dello studio.

E’ oggi lo stesso Meadows ricordando la prima presentazione della ricerca, a meravigliarsi della propria ingenuità di allora sull’effetto che i risultati del lavoro del gruppo di lavoro del MIT avrebbe dovuto avere sul nostro modo di produrre e di consumare, un’ingenuità estendibile tranquillamente fino ai nostri giorni. Ancora oggi, infatti, gran parte dei movimenti ambientalisti hanno comportamenti complementari rispetto all’ottusità della politica e dell’economia, confidando nella speranza che l’esplosione dell’evidenza dei fatti, che questi crisi ci presenta, sia in grado di convincere i decisori a cambiare rotta.

Purtroppo al momento una pia illusione, visto che l’ossessione della crescita ad ogni costo È troppo facile trovare esempio e prove che così non è . Ultimo nel tempo Il progetto “Confindustria per l’Italia: crescere si può, si deve”. Un documento che, con persegue con grande fiducia e tenacia il mito della crescita affermando che “Il ritmo di espansione del PIL torna a salire al 3% annuo già nel 2017, con un incremento cumulato del 12,8% nei prossimi cinque anni”. Non vi è invece la benché minima traccia di una opzione diversa, non prendendo mai in considerazione una strada del tutto plausibile, per non dire non probabile, che l’intero apparato economico italiano non tornerà complessivamente a crescere. Mai infatti, il Rapporto di Confindustria valuta l’ipotesi che nei prossimi anni il PIL potrebbe anche rimanere stazionario o diminuire, sia con che senza la Green Economy, non considerando, conseguentemente l’eventualità oramai evidente, non auspicabile per Confindustria e per ancora la maggior parte degli italiani, di un cosiddetto piano B, basato su quella “Resilienza perduta” di cui avevo parlato in un post precedente “Cambiare modello di sviluppo si può:…..”).
Un perseveranza preoccupante quella di Confindustria, accompagnata ancora una volta dalla complementarietà della associazioni ambientali che continuano a lamentare la permanente marginalizzazione della questione ecologica dai programmi politico-economici in una sorta di muro contro muro che non riesce a trovare momenti di analisi condivisa, mai come oggi auspicabili, anche perché proprio la carenza dei profitti da parte degli imprenditori, dovrebbe mettere in moto ragionamenti completamente diversi da quelli oramai assunti come convenzionali, dopo una periodo ci crisi. Un aspetto davvero difficile da far comprendere, provenendo da un periodo in cui la logica devastante del profitto indiscriminato, ha portato l’essere umano in secondo, se non addirittura in terzo piano e dove la questione ecologica ed ambientale è servita soltanto per mettersi sul petto un bollino distintivo, che celasse logiche vecchie ed assimilate. Uno studio, quello del MIT, che anche nei decenni successivi ha visto solo pochi adepti analisti degli equilibri traAntonio_saltini Lester_Browndisponibilità e impiego di risorse naturali ispirarsi a quel lavoro di indagine, tra cui lo statunitense Lester Brown (a sinistra) e il nostro Antonio Saltini (a destra), allievo di un grande maestro come lo zio Don Zeno Saltini, fondatore della Comunità di Nomadelfia. Quello che mi chiedo in questo momento, e che propongo anche a chi legge questo post, nel momento in cui si sentono sempre più spesso frasi del tipo “gli italiani stanno cambiando le loro abitudini……”, ma è mai possibile che la felicità dell’uomo debba necessariamente passare per la crescita quantitativa??. E’ stato proprio Papa Francesco nell’omelia di Pasqua, e il caro Don Gigi Verdi della Fraternità di Romena da sempre e nella veglia 2013 che sta portando in giro per lo stivale a ricordarci di “non avere paura di cambiare direzione”, chi ha orecchi……

(*) Fonte wikipedia

Sauro Secci

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