Colpo di coda del Governo Monti: i Siti di Interesse Nazionale da bonificare si riducono di 18

mappa_SINNon sono certo mancate le occasioni negli argomenti affrontati in questo blog di fare un triste, certe volte lugubre viaggio, dentro i “santuari nazionali del pianto” lasciati spesso dalla industrializzazione indiscriminata degli anni dell’era industriale, altre volte da impianti per la gestione dei rifiuti assolutamente pericolosi, con un diabolico intreccio tra salute e lavoro che ha lasciato sul campo numerose vittime tra i lavoratori, i loro familiari e le comunità che hanno accolto i siti e che vediamo graficamente rappresentate nella immagine di inizio post. Taranto, Marghera, Casale Monferrato, Napoli Bagnoli, Milano Sesto San Giovanni, Genova Cogoleto, Gela, Priolo, questi solo alcuni dei nomi della devastazione ambientale, che ancora a distanza di molti anni dalla dichiarazione di pericolosità, aspettano in tutto o in parte le operazioni di bonifica. Sono stati esattamente 57 i SIN (Siti di Interesse Nazionale), i tristi “buchi neri” di priorità nazionale, usiamo il passato prossimo dal momento che alcune settimane fa, con un apposito Decreto il Governo Monti li ha ridotti di ben 18 unità, declassando questi ultimi a livello di SIR (Siti di Interesse Regionale). Si tratta di siti con pericolosità, superfici interessate e contaminanti da bonificare che richiedono ognuno, approcci, interventi e tecnologie applicabili diverse ed articolate.

La tabella seguente illustra, anche in forma analitica di lista, i siti declassati a regionali che attendono ancora giustizia ambientale, corrispondenti ad altrettante comunità, nell’ambito delle quali i dati epidemiologici allarmano ogni giorno di più. All’interno poli chimici, petrolchimici, siderurgici, per la lavorazione pregressa dell’amianto, arsenali militari, impianti di smaltimento brutale dei rifiuti, con, evidenziate in giallo le “retrocessioni” a siti di interesse regionale.

lista_SIN_DECLASSATI

Una consonante di differenza che introduce un mutamento sostanziale: la loro gestione, le loro bonifiche, i controlli sui suoli, sulle acque, sulle emissioni, passano dalla competenza nazionale a quella regionale. Questo l’elenco per Regione dei declassamenti già evidenziati in giallo in tabella:

  • Abruzzo: Fiume Saline Alento.
  • 
Campania: Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano; Pianura; Bacino Idrografico del fiume Sarno; Aree del Litorale Vesuviano.

  • Emilia Romagna: Sassuolo-Scandiano.

  • Lazio: Bacino del fiume Sacco; Frosinone.
  • 
Liguria: Pitelli (La Spezia).
  • 
Lombardia: Milano-Bovisa; Cerro al Lambro.

  • Marche: Basso Bacino del fiume Chienti.
  • 
Molise: Guglionesi II.
  • 
Piemonte: Basse di Stura.
  • 
Sardegna: La Maddalena.

  • Toscana: Le Strillaie.

  • Veneto: Mardimago-Ceregnano.
  • 
Provincia autonoma di Bolzano: Bolzano.

Dal Ministero dell’Ambiente si rassicura che non si tratta di un declassamento ma una ricollocazione dovuta. In sostanza tornerebbero alla competenza delle Regioni alle quali erano stati sottratti per “specifiche esigenze” oltre dieci anni fa, quando nel 1998 e nel 2000 fu avviata la caratterizzazione e l’attribuzione delle priorità. Peccato che a distanza di quasi quindici anni, delle diverse gestioni governative, non hanno assolutamente perso la loro pericolosità intrinseca. Amianto, diossine, cloruri, cromo esavalente, benzopirene e molte altre sostanze che continuano ad insinuarsi in terreni, falde acquifere, atmosfera, continuando a mietere vittime tra la popolazione.

valle del saccoIl cambio di gestione è avvenuto per decreto, firmato dal ministro Clini. Molti sono stati i comitati di molte comunità “retrocesse”, che da anni attendono le operazioni di bonifica, tra i quali, per esempio, il comitato Retuvasa che da anni combatte per poter far ripulire e rendere vivibile la splendida Valle del Sacco, nei pressi dell’abitato di Colleferro, tra Roma e Frosinone, assediata da quello scomodo inquilino dal nome spettrale di beta-esaclorociloesano, un potente veleno prodotto dallo scarto della lavorazione di un pericoloso insetticida, a cui ha fatto seguito l’interramento di fusti tossici di tale sostanza. Una bonifica che ha coperto, dopo molti anni, appena il 20% del territorio avvelenato e che ora vede passare la palla alla Regione Lazio, che non ha neanche considerato di costituirsi parte civile al processo contro i responsabili dell’inquinamento: siamo davvero in buone mani!!
Dallo stesso Ministero dell’Ambiente, che respinge l’etichetta di “scaricare la palla”,  si precisa che, «Quei 
siti declassati sono in sostanza meno inquinati di quelli che rimangono di competenza nazionale». Secondo lo stesso Ministero, il decreto serve a ridare un po’ di ordine, provvedendo anche ad una riperimetrazione di alcuni siti. Si tratta di un escamotage tecnico non certo tranquillizzante dal momento che la memoria passata ci insegna che, siccome i fondi per i Sin erano stanziati in base ai metri quadrati è accaduto, per esempio, che il Sin 52, quello di Milazzo, che comprende anche la città di Messina bloccasse di fatto anche il 70% della città, con vincolistica indotta e burocrazia. Da qui la riperimetrazione a saldo negativo (ridimensionamento). Dal Ministero dell’Ambiente precisano che «In alcuni casi, negli anni questi Sin erano cresciuti a dismisura e non era più possibile capire effettivamente le esigenze del territorio inquinato e fino a dove fosse necessario procedere con i vincoli per poter organizzare una giusta bonifica. Per questo anche alcuni Sin risultano oggi più piccoli, ma non si tratta di voler lasciare fuori una porzione di territorio».
Aldilà delle tranquillizzazioni ministeriali comunque, nubi dense su uno dei più grandi “Bubboni”, della nostra penisola, con le bonifiche, che fanno con cifre con moltissimi zeri nella parte destra (diversi miliardi di euro), che passeranno alle regioni. Come diceva un vecchio conduttore televisivo “La domanda nasce spontanea: dove troveranno i soldi le nostre Regioni?”, e sopratutto sono in grado di assumersi, anche strutturalmente questo immenso onere?

Da notizie che giungono dai vari fronti regionali, non sembra certo che questa consapevolezza di essere destinati a gestire queste grosse “patata bollenti” sia ancora ben recepita da parte di molti Dipartimenti regionali per la difesa del suolo. La Regione Lazio, con i due ex SIN  che si troverà a gestire, per esempio c’è buio profondo ed assoluto spiazzamento. Più chiara la situazione in Lombardia dove i fondi per l’area di Milano Bovisa, già stati stanziati dal ministero, dovranno comunque essere amministrati dalla Regione. Decisamente più allineata con la decisione ministeriale l’Emilia Romagna, per la quale il declassamento del distretto della ceramica di Sassuolo, appare plausibile, in rapporto al carico inquinante ed all’entità ed la buono stato di avanzamento della bonifica, se rapportata a siti SIN come, per esempio Taranto. Decisamente più attendistica la pitelli1posizione della Liguria, che si troverà a dover da bonificare una intera “collina artificiale” (vedi foto a sinistra) nella zona di Pitelli, alla periferia di La Spezia, che si riserva, dopo la pubblicazione del Decreto in Gazzetta Ufficiale, per studiarlo e comprendere le modalità di intervento per bonificare l’area di competenza. Sulla stessa linea di attesa, seppure senza troppi commenti la Regione Campania. Per quanto riguarda la Regione Toscana, che ha visto declassato il solo sito maremmano della discarica delle Strillaie, presso Grosseto, era stata proprio l’Assessore Regionale all’Ambiente, Annarita Bramerini, nei mesi scorsi a chiedere un maggior mandato alle Regioni, spinta legittimamente dai grandi ritardi negli interventi da parte dello Stato e nell’ottica di uno snellimento delle procedure, che però dovrebbe inserirsi in un quadro chiaro ed organico, che permetta alle Regioni un fluido operato.

Per quanto attiene ai Sin non retrocessi, ancora di competenza statale, sembra che il ministero dell’Ambiente abbia un percorso operativo chiaro, basato sul modello in corso nel SIN di Marghera. Nella critica area industriale veneta, nel 2012 è stato siglato un protocollo d’intesa, che si è poi materializzato in un Piano di azione vero e proprio, che prevede che il ministero si accolla, secondo precise opzioni da parte dei privati, una parte dell’onere della bonifica, a condizione che gli industriali privati coinvolti nell’area, si impegnino a collaborare alle spese e, al ripristino dell’aerea, possano poi insediarvi nuove e meno impattanti attività produttive accedendo solo così ad regime burocratico agevolato. Al Ministero sostengono che il “modello Marghera” sta dando buoni risultati,  dal momento che all’interno del sito sta nascendo un ambito territorio di sperimentazione tecnologica, con un forte interesse del gruppo industriale Pierre Cardin che vorrebbe costruirvi un grattacielo che non ha comunque mancato di scatenare comunque molte  polemiche. Un modello, quello adottato nel SIN Veneto, che secondo il ministro Clini, potrà essere esportato anche negli altri Sin, compreso il SIN per eccellenza di Taranto,  dove è previsto che la bonifica dovrà essereilva_taranto_bambino1 effettuata dalla proprietà ILVA, con il ministero che si prenderà carico della bonifica dell’adiacente quartiere Tamburi, previa evacuazione dei residenti, (vedi post “Taranto e le emissioni in fuga”), dove si stanno cercando privati interessati a investire captali per ricevere in cambio porzioni di territorio bonificate, con notevolissime semplificazioni burocratiche. Sullo sfondo di tutto questo e per tranquillizzare tutti i comitati territoriali nati intorno a tutti i siti, retrocessi e non, comunque, Il ministero dell’Ambiente precisa che il potere di controllo, spetterà come sempre al governo centrale. Speriamo davvero che non si tratti dei soliti aggiramenti per rinviare le problematiche più spinose, consapevoli che bonificare le tracce della selvaggia industrializzazione dalla quale proveniamo, rappresenta un punto fondamentale ed irrinunciabile per andare avanti sulle nuove strade che oggi si aprono, legate ad una profonda revisione degli stili di vita e del modello economico di riferimento, oggi assolutamente inadeguato ai tempi (vedi post Economia verde: illusoria senza un nuovo modello di sviluppo).

Sauro Secci

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