La follia dei giacimenti di gas non convenzionale: ci provano anche in Europa

shale_gasCome da più parti rilevato da tempo la corsa alle fonti fossili, specificatamente il petrolio, hanno da tempo superato il loro picco di scoperta dei migliori giacimenti (vedi post precedente “Stiamo raschiando il fondo del barile”), costringendo chi fa prospezioni e sondaggi, a spingersi a sempre più elevati livelli di criticità, con tecniche di estrazione progressivamente più impattanti e pericolose e costi di estrazione sempre più pesanti. Da alcuni anni l’interesse degli operatori fossili si è concentrato sulle tecniche di ricerca e di estrazione delle cosiddette fonti fossili non convenzionali che hanno assunto nomi diversi, in funzione della matrice del materiale estratto come:

  • gas di scisto (Shale gas), estratto da rocce di profondità con particolari caratteristiche;
  • gas da sabbie compatte (tight gas);
  • metano da giacimenti di carbone (coal bed methane);
  • petrolio di scisto (Shale oil), estratto da rocce di profondità con particolari caratteristiche.

Le maggiori attenzioni si sono rivolte, negli ultimi due decenni, alle prime due fonti non convenzionali (gassose) elencate, soprattutto nell’America del Nord, dove è concentrata la maggiore presenza di scisti bituminosi in USA e di sabbie bituminose in Canada. Ma anche la fonte più “light” tra le fossili, come il gas, non sfugge alla assoluta insostenibilità delle tecniche di estrazione con costi ambientali ed economici elevatissimi. Lo shale gas,immagine-tratta-da-sito-www-meteoweb-eu contrazione inglese dell’espressione “gas ottenuto da argille”, è un gas metano “non convenzionale”, non ottenuto cioè dalla estrazione diretta, prodotto da giacimenti non convenzionali in argille classificate come parzialmente diagenizzate, derivate dalla decomposizione anaerobica di materia organica contenuta in argille. Il gas è infatti intrappolato nelle microporosità delle roccia citate. Una ulteriore criticità economico-ambientale è costituita dal mantenimento delle condizioni di estrazione che non è spontaneo e permanente, dal momento che le argille in questione, essendo scarsamente permeabili, devono essere sottoposte a specifici trattamenti, anche chimici per aumentarne artificialmente la permeabilità in prossimità dei pozzi di produzione. Negli Stati Uniti, dove sono attive oltre 1000 unità di sondaggio e perforazione capaci di perforare fino a 10000 pozzi all’anno, la produzione di gas da scisti è passata, da 10 a 140 miliardi di metri cubi nel decennio 2000-2010, arrivando a soddisfare circa un quarto del fabbisogno di gas naturale annuale statunitense. Un tecnica, quella di estrazione dello shale gas, altamente impattante con, alla base, il processo di fracking, che spingendosi ad alcune migliaia di metri nel sottosuolo- Una particolare metodologia estrattiva di petrolio e gas, quella del fracking, utilizzata per la prima volta nel 1947 dalla compagnia Halliburton negli Stati Uniti, e perfezionata nei decenni successivi nello stato del GasDepositDiagramTexas (nella figura a sinistra una schematizzazione che illustra la differenza tra un giacimento di gas convenzionale ed uno di shale gas – Fonte US EIA). Il metodo sfrutta la pressione dei liquidi provocando delle fratture negli strati rocciosi più profondi del terreno (per questo sarebbe più preciso parlare di ‘hydrofracking’), impiegato per agevolare la fuoriuscita del petrolio o dei gas presenti nelle formazioni rocciose per consentirne un recupero più rapido e completo. In questo modo, alle fratture presenti nelle rocce delle viscere della terra, alle fessurazioni naturali si aggiungono fratture artificiali indotte dalla tecnica di estrazione, tutte dilatate comunque dai grandi quantitativi di acqua sotto pressione immessi e da sabbia, ghiaia e granuli di ceramica immessi per mantenerle aperte.
Sono essenzialmente tre le diverse fasi alla base del processo estrattivo di fracking (vedi anche video seguente) :

  1. Trivellazione: il pozzo, raggiunta la profondità di circa 3000 metri, viene perforato orizzontalmente. Il canale così ottenuto viene poi rivestito con un tubo di cemento all’interno del quale vengono fatte saltare delle piccole cariche esplosive atte a creare dei fori necessari per far passare e propagare i liquidi e le sostanze chimiche nel terreno.
  2. Pompaggio: completato il pozzo, vengono pompati nel terreno anche fino a 16.000 litri di liquidi sotto pressione al minuto, addizionati da agenti chimici e sabbia. L’immissione dei liquidi crea delle ‘spaccature’ nelle rocce liberando così i gas che, in questo modo, risalgono velocemente il condotto di perforazione.
  3. Raccolta: una volta fuoriuscito, il gas viene captato ed inviato tramite i gasdotti primari alla raffinazione prima della immissione nella rete di distribuzione.

Solo questa sintetica descrizione della tecnica estrattiva ne fa saltare agli occhi tutta l’invasività, la pericolosità, e l’enorme impatto ambientale, con conseguenze anche microsisimiche indotte dal pompaggio ad alta pressione dei fluidi e delle miscele chimiche direzionate anche orizzontalmente per la frantumazione delle rocce di profondità. Tutto ciò si traduce, in termini di rischi per l’uomo e per gli ecosistemi in contaminazione delle falde acquifere, dell’aria e del suolo indotta dall’utilizzo del mix di agenti chimici e liquidi inquinanti utilizzati per spaccare, impermeabilizzare e tenere aperte le rocce con un elenco di sostanze utilizzate da far venire i brividi come naftalene, benzene, toluene, xylene, etilbenzene, piombo, diesel, formadeldeide, acido solforico, tiourea, cloruro di benzile, acido nitrilotriacetico, acrilamide, ossido di propilene, ossido di etilene, acetaldeide, di-2-etilesile, ftalat, tutti agenti cancerogeni ed ad alto livello di tossicità, ai quali si aggiungono sostanze radioattive come radionuclidi di antimonio, cromo, cobalto, iodio, zirconio, potassio, lanthanio, rubidio, scandio, iridio, krypton, zinco, xenon, manganese (Fonte: United States of Rappresentatives Committee on Energy and Commerce Minority Staff). Numerose in questo senso, le criticità lamentate negli USA dai cittadini neel vicinanze dei siti di estrazione attraverso i processi di fracking, con livelli di radioattività rilevati nei pressi di alcuni pozzi in Pennsylvania sono superiore anche di 1.500 volte ai limiti di legge, che si è propagata anche alle acque reflue di perforazione che si inseriscono pienamente attraverso i fiumi, nel ciclo dell’acqua potabile con casi di intossicazione e patologie diffuse tra la popolazione come malattie renali e respiratorie, patologie a carico del fegato, tumori asma, tali da costringere le autorità locali a raccomandare il consumo di acqua minerale in bottiglia. Addirittura, in certi casi, l’inquinamento delle falde acquifere causato dal fracking ha dato origine, in Stati come Texas, Ohio e Colorado, alla presenza, segnalata da molti cittadini, di gas metano altamente infiammabile nell’acqua potabile in uscita dai rubinetti. Nemmeno il suolo è stato ovviamente risparmiato, con fenomeni diffusi di subsidenza indotta dalle tecniche di estrazione di shale gas, con, per esempio, una immensa voragine che ha inghiottito 3 ettari di foresta vicino la cittadina americana di Assumption Parish (New Orleans). Inserisco al riguardo un recentissimo ed eloquente video che documenta la devastazione ambientale nell’area forestale prospiciente le trivellazioni di shale gas in quell’area.

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Non vi è scampo nemmeno per la qualità dell’aria, compromessa dal gas naturale sprigionato, nella fase di perforazione del fracking. Nello stato del Wyoming, ad esempio, sono stati verificate alte concentrazioni in atmosfera di fumi e vapori ricchi dei micidiali benzene e toulene, vapori che, in forma secondaria, per interazione con la radiazione solare diurna particolarmente significativa nella stagione estiva, sviluppano il capostipite degli inquinanti secondari come l’ozono, che nelle zone di estrazione, assolutamente periferiche, si sono rivelati superiori ai livelli di grandi metropoli americane, assediate dal traffico urbano come Huston e Los Angeles.
Interessante in questo senso, uno studio di valutazione dell’impatto completo delle tecniche di estrazione di shale gas sugli ecosistemi con utilizzazione della metodologia LCA (Life Cycle Assesment) effettuato dalla Cornell University nel 2011 dal titolo “Methane and the Greenhouse-Gas Footprint of Natural Gas from Shale Formations“, di Robert W. Howarth, Renee Santoro e Anthony Ingraffe (link studio). Assolutamente da brividi i risultati, con il carbone che, incredibilmente, ne esce assolutamente ben meno impattante e, per chi avesse l’interesse ad approfondire i contenuti dello studio, questo interessante anche se esteso, contributo video.

La mappa di distribuzione nel mondo di rocce scistose o sabbie bituminose, vede oltre al Nord America ed alla Cina, ancora da esplorare, anche un fronte europeo che vede nella Polonia uno dei fronti con presenza di rocce adeguate (vedi mappa di distribuzione mondiale del potenziale shale-gas da rocce di scisto.

Shale-gas2

Un fronte, quello polacco, che ha visto muoversi operatori italiani come ENI e Sorgenia che hanno già iniziato le esplorazioni in Polonia. Non casuale quindi, in questo senso, un Convegno organizzato in questi giorni a Roma dall’Ambasciata di Polonia e del Canada presso l’Università Luiss di Roma dal titolo davvero a dir poco delirante di “Innovazione attraverso la Sostenibilità”. Interessante notare, nell’elenco degli intervenuti all’evento anche una vecchia conoscenza della politica italiana, che ricordavo paladino ed amico dell’ambiente, ma forse è la mia demenza senile che avanza. Una scelta, quella fatta in Italia, indubbiamente alla ricerca di sinergie europee per tecnologie estrattive, di cui il Canada detiene il knowhow. oltre che altamente impattanti come abbiamo visto, anche estremamente costose visto che consumano molta più energia delle estrazioni tradizionali: a titolo di riferimento l’estrazione di petrolio da sabbie bituminose canadesi, produce emissioni di gas serra di circa il 23% in più rispetto al petrolio convenzionale. Un chiaro interesse, quello canadese che sta lavorando sul versante interno all’utilizzo delle risorse petrolifere presenti soprattutto nella provincia dell’Alberta, dove veine distrutta una millenaria foresta boreale per questa  folle  e distruttiva pratica,  preoccupato dalla prossima decisione della Commissione Europea a fronte della Fuel Quality Directive, che potrebbe bandire dal mercato europeo i combustibili molto inquinanti, e quindi anche il suo petrolio da sabbie bituminose (tar sand), e sta cercando per questo alleanze europee per creare gruppi di pressione, mossi dalle estese riserve di gas di scisto (shale gas) polacche, anche in vista del prossimo round delle negoziazioni internazionali sul clima COP19 che si svolgeranno, guarda caso  proprio a Varsavia, a fine novembre prossimo. Nel corso del convegno l’Ambasciatore polacco Wojciech Ponikiewski ha annunciato con soddisfazione che alcune aziende italiane come ENI e Sorgenia, sono attualmente già attive in Polonia (prevalentemente nell’area baltica e settentrionale del paese ed al confine con l’Ucraina) con attività di esplorazione, annunciando anche che, nel corso del convegno, si sarebbero affrontate tutte le problematiche e gli impatti ambientali indotti dallo sfruttamento delle fonti fossili non tradizionali. Peccato che nel corso dell’evento, non vi è stata menzione alcuna ai cambiamenti climatici, ne tantomeno alla concorrenza con le energie rinnovabili.
Peccato poi che nel corso del convegno romano sullo shale-gas si sia parlato solo degli effetti locali e non di quelli globali delle estrazioni, di queste impattanti pratiche, presentando spudoratamente le sabbie bituminose addirittura come la soluzione energetica del futuro. Al riguardo, Chris Holly, del Dipartimento per l’Energia dell’Alberta, che ha dichiarato che, secondo lui “non ha senso distinguere tra energia convenzionale e non convenzionale”. Il suo motto è “This is not my father’s business – he would be amazed at what is being done today” (“Non è più il business di mio padre – sarebbe meravigliato per ciò che è stato fatto”).
Ricordo al riguardo che, proprio sullo Stato canadese dell’Alberta, si è espresso anche lo scienziato NASA James Hansen aveva dichiarato che “se il Canada procederà, e noi non faremo niente, sarà game over per il clima (link articolo). Il petrolio delle sabbie bituminose contiene il doppio dell’ammontare di anidride carbonica emessa dall’utilizzo del petrolio in tutta la nostra storia […]. Un livello di gas serra capace di accelerare in modo non controllabile lo scioglimento della superficie dei ghiacciai con il conseguente aumento del livello dei mari e delle aree sommerse, con la distruzione delle città costiere ed intollerabili temperature globali. Impressionanti anche i possibili riflessi sulla biodiversità, con l’estinzione dal 20 al 50% delle specie viventi del nostro pianeta con grossi rischi per la civilizzazione. Ancora una volta grande amarezza, aggravata da un momento come questo, che vede ancora una volta la cupidigia umana e l’interesse di pochi, non arrestarsi di fronte a niente in nome dei padri dei petrolieri, piuttosto che per i nostri figli e le future generazioni, già abbondantemente danneggiate. Anche stavolta il tam-tam mediatico non si risparmia, al riguardo un articolo di alcuni giorni fa, poco prima del Convegno romano, de ilSole24ore (link articolo). Davvero un messaggio di grane livello in un momento in cui la crisi che stiamo vivendo richiede assolutamente di riportare l’essere umano al centro di tuute le politiche. Fondamentale per questo, tenere alta la consapevolezza dei cittadini di fronte al cruciale tema energetico, nella profonda convinzione che solo con una cittadinanza sovrana e consapevole sarà possibile sconfiggere pienamente le tante lobbies ancora fortissime presenti, così sideralmente distanti dal bene comune.

Concludo un brano musicale inserito in una campagna degli ‘artisti contro il “fracking” composta da un gruppo di oltre 200 celebrità, un autentico video-appello in cui chiedono al governatore dello stato di New York Cuomo, di non autorizzare questa distruttiva tecnica di estrazione. La canzone  scritta da Sean Lennon figlio dell’indimenticabile John, dall’eloquente titolo “Don’t Frack My Mother” è da lui stesso interpretata insieme ad altri 25 tra cantanti e attori, tra cui la madre Yoko Ono, Susan Sarandon e Maggie Gyllenhaal.

Sauro Secci

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