La finanza e la “bolla della CO2”

bolla_CO2L’hanno già definita “carbon bubble”, per noi la “bolla della CO2”, e rischiando di scoppiare, potrebbe avere effetti devastanti sull’economia mondiale, mandando in fumo ingenti investimenti in risorse fossili ed impiantistica correlata, quando l’impatto con il disastro climatico sarà inevitabile, stanti le perduranti e ostinate resistenze delle lobbies di interesse rispetto alle fonti fossili. Si tratta di un tema con profonde implicazioni legate al picco petrolifero (vedi post “Stiamo raschiando il fondo del barile”), ed alle sempre piùestrazione-petrolio ardue pratiche di estrazione delle fonti fossili, come testimoniano le pratiche di estrazione di greggio da sabbie bituminose canadesi, o da scisti bituminosi USA, con costi di estrazione ed ambientali, assolutamente insostenibili. Per noi in Italia poi, basta dare un’occhiata alla bozza della SEN, la Strategia Energetica Nazionale, (speriamo che rimanga tale prima di essere adeguatamente modificata), messa a punto dal Ministero dello Sviluppo Economico, che ha incredibilmente rimesso al centro delle priorità le prospezioni petrolifere nei nostri vulnerabili “Mari interni”. Quando questi allarmi giungono da associazioni ambientaliste, si tratta per la gente comune si tratta di “ordinario allarmismo”, ma quando a lanciare l’allarme è un colosso della finanza mondiale, fino ad oggi ancor più miope e meno lungimirante degli stessi operatori delle fonti fossili, orientati unicamente da profitti a breve termine, allora la cosa assume sicuramente connotazioni ulteriori. Nello specifico, l’allarme arriva da uno specifico report di HBSC, uno dei più importanti gruppi bancari al mondo.
Un argomento estremamente attuale anche nel nostro paese, che, anche per l’assenza ultradecennale di una pianificazione energetica nazionale, ha determinato oggi, ad una grande sovraccapacità del parco termoelettrico fossile, soprattutto per quanto riguarda gli impianti a ciclo combinato a metano, autorizzati in gran quantità nei primissimi anni 2000, subito dopo la liberalizzazione del mercato elettrico, evidenziata ulteriormente dai grandi progressi delle energie rinnovabili.
Tornando allo studio dell’’istituto bancario HSBC, lo stesso rileva che, fermo restando gli impegni presi dalla comunità internazionale per contenere il riscaldamento globale entro la soglia critica dei 2 °C, c’è la possibilità di un crollo del valore delle azioni delle grandi aziende operanti nell’ambito delle fonti fossili del 40-60%. Un stima che si basa sulla svalutazione degli assets dei grandi operatori energetici, determinata dal fatto che un’alta percentuale delle riserve in loro disponibilità non potranno essere sfruttate, a fronte di riduzione della domanda, restrizioni da legislazione ambientale, incremento dei costi di estrazione delle fonti fossili, sempre più difficili da raggiungere. Una indicazione confermata dalla IEA (International Energy Agency), che indica che, per avere almeno il 50% di possibilità di contenere il riscaldamento globale entro i 2 °C, attestando la concentrazione di CO2 entro i 450 ppm, si dovrebbe alla estrazione di un terzo delle riserve di fonti fossili, che salirebbe all’80% per avere possibilità più certe per evitare il disastro. Il report dell’Istituto finanziario, Uno scenario di grande impatto per molte grandi aziende petrolifere, che, sul fronte dell’offerta, secondo il report HSBC, porterebbe un rischio di inutilizzabilità delle riserve (le cosiddette “unburnable carbon”) del 17% per la norvegese Statoil, del 6% per la BP, del 5% per la Total, per il 2% per la Shell. Il rischio economico poi, non si ferma sul fronte dell’offerta ma su quello della domanda, in prevedibile calo, nella irrinunciabile transizione energetica in atto, basata anche sulal efficienza energetica e che determinerà sicuramente prezzi più bassi.
A richiamare sullo scenario evolutivo low carbon ipotizzato da IEA (Agenzia Internazionale per l’Ambiente), prevede, nel periodo 2010-2035 una diminuzione del 30% della domanda di carbone, e del 12% di quella di petrolio, con un leggero incremento di quella di gas. L’attuarsi di un tale scenario, determinerebbe, secondo HBSC, la cancellazione di moltisabbie progetti di estrazione, soprattutto quelli più costosi ed a grande rischio ambientale, rendendo improbabile la realizzazione di progetti di estrazione petrolifera oltre il costo di 50 dollari al barile, come l’estrazione dalle sabbie bituminose canadesi (le cosiddette “tar sands”), o dagli scisti bituminosi statunitensi in corso da parte di grandi compagnie come la Shell, facendo rilevare, per quest’ultima ben il 60% degli investimenti “fuori mercato”.
Indubbiamente lo scenario tracciato dallo studio HSBC da cui siamo partiti, che ipotizza il crollo dal 40 al 60% del valore di mercato degli asset delle grandi aziende delle fonti fossili, è decisamente preoccupante per l’economia mondiale, che vede coinvolti colossi aziendali del calibro di Shell, BP, Statoil, solo per citarne alcuni. A questo riguardo i redattori dello studio HSBC sostengono: “Crediamo che gli investitori non abbiano ancora valutato bene questo rischio, forse perché sembra così spostato nel tempo. Ammettiamo che il nostro scenario possa esagerare il pericolo, visto che assume che un mondo “low-carbon” si realizzi ora, anziché dopo il 2020. In ogni caso dà un’indicazione dei potenziali impatti sul settore”.
Un report davvero significativo quello HSBC, forse il primo realizzato da una organizzazione finanziaria, seppure più ottimistico rispetto a un altro studio sulla “bolla della CO2”, realizzato dalla OnG, “Carbon Tracker Initiative” (link rapporto), con i maggiori esperti mondiali di risorse fossili tra i quali Jeremy Leggett, autore di interessanti libri sul picco petrolifero. In quel rapporto si parte dalle stime del Potsdam Institute, anziché di quelle della IEA, ed emerge che per avere almeno l’80% di possibilità di stare sotto i 2 °C di riscaldamento globale al 2050 si potranno emettere non più di 565 miliardi di tonnellate di CO2, mentre lo studio HSBC basato sullo scenario IEA, ridurrebbe al 50% le possibilità di stare sotto ai 2 °C, permettendo però di emettere, nello stesso periodo, una quantità di CO2 circa doppio, cioè 1000 miliardi di tonnellate. In sostanza quindi, mentre HSBC ammette la possibilità di inviare a combustione solo due terzi delle riserve fossili, Carbon Tracker Initiative assume di ridurre tale quota ad appena il 20%.
Studi e scenari che inducono riflessioni preoccupanti, con un forte squilibrio, evidenziato dal fatto che si stanno trattando come assets, delle riserve corrispondenti a circa 5 volte il budget che si potrà utilizzare nei prossimi 40 anni.
Importanti in tutto questo, le future politiche internazionali sui cambiamenti climatici, fortemente condizionate dalle pressioni delle lobbies fossili, facilmente immaginabili, anche a fronte dei riscontri degli studi, che condizioneranno, quali di questi si verificheranno. Sarebbe comunque importante, gestire l’impatto del crollo degli asset fossili, ad alta intensità di CO2 sull’economia mondiale, accelerando la riduzione degli investimenti in tali fonti, ammortizzando meglio gli impatti. Una considerazione che rende ancor più stridente la Strategia Energetica Nazionale attualmente in bozza, in attesa che chi si appresta a governare il nostro paese, possa, come auspichiamo, “decarbonizzarla” adeguatamente.

Sauro Secci

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2 risposte a La finanza e la “bolla della CO2”

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