Biocarburanti e cambiamenti climatici: il virus olio di palma

coltivaz_palmaUno dei capitoli di intervento per combattere i cambiamenti climatici, ed il controllo della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è senza dubbio costituito dalla ricerca di biocarburanti, capaci di dare un contributo alla sostituzione dei combustibili fossili, nel settore dei trasporti, ed in quello della produzione di energia. In questo  ambito, un ruolo importante nei nuovi sistemi di propulsione è senza dubbio quello dei biocarburanti. Un ambito molto controverso quello dei biocarburanti, che ho affrontato proprio in questi giorni nel presentare uno studio sulla sostenibilità complessiva (vedi post). Un ambito davvero ostile e difficile quello dei biocarburanti, perennemente alla ricerca di una vera, effettiva sostenibilità, schiacciata spesso da fenomeni speculativi eclatanti, autentici “virus”, che spesso hanno messo in cattiva luce tutto il settore delle bioenergie, veramente tali soprattutto quando sono derivate da residui dei processi agricoli più che da colture dedicate, oppure quando queste ultime sono praticabili in terreni cosiddetti “marginali”, non vocati all’agricoltura come, per esempio,  nel caso della canna comune o “Arundo Donax”, coltivabile in terreni off-limit per l’agricoltura per ricavarne bioetanolo. D’altro canto, le grandi superfici necessarie per le colture dedicate, spesso sottratte all’agricoltura a scopi alimentari (food) o ad ecosistemi di pregio anche per gli equilibri climatici, abbinate ad una sovente bassa o bassissima densità energetica, aumentano la pressione sugli ecosistemi. Un capitolo molto sensibile che ci aiuta a capire meglio un aspetto particolare dei biocarburanti, è costituito senza dubbio dal caso “olio di palma”, utilizzato fino a circa 10 anni fa solo per uso alimentare, (olio vegetale, margarine, etc.) e cosmetico e per l’igiene personale (creme, saponi, etc.) ed utilizzato anche in prodotti dolciari di diffusione mondiale, che proprio nell’ultimo decennio ha visto una vertiginosa crescita, impiegato come biocombustibile sia per la produzione di energia che nella produzione di biodiesel miscelato al diesel convenzionale, o lavorato, mediante trans esterificazione, per produrre un estere di metile dell’olio di palma. Interventi che hannopalmoil provocando una autentica bolla speculativa nei mercati (vedi andamento quotazione 2012) con un picco nella quotazione negli anni 2010-2011,  si è protratto fino ai primi mesi del 2012,  smorzatasi anche per una graduale riduzione o esclusione dagli incentivi nei paesi UE, con importanti fenomeni di devastazione legati a coltivazioni intensive della palma proprio a carico di aree equatoriali fondamentali per gli equilibri climatici planetari, come quelle delle grandi foreste della Malesia e dell’arcipelago indonesiano (Sumatra e Borneo), Papua Nuova Giunea e che non hanno risparmiato neanche la martoriata Africa, che di depredazioni e di guerre per le risorse ne aveva già abbastanza, con la devastazione di regioni forestali di paesi come la Costa d’Avorio e dell’Uganda.

laffaireoliodipalma02_aNello specifico, l’olio di palma e l’olio di semi di palma sono degli olii vegetali saturi ricavati dalla palma da olio. Nel 2007, con una produzione di 28 milioni di tonnellate di produzione globale, era il secondo olio commestibile più prodotto al mondo, dopo l’olio di soia. II frutto della palma è grande quanto una grossa prugna e si sviluppa in caschi che pesano fino a 20 kg. Ogni singolo frutto della palma
contiene un seme duro circondato da una polpa molle, chiamata mesocarpo (vedi foto sotto). L’aspetto più importante che ha scatenato, la solita cupidigia umana, è costituito dal fatto che, dal frutto della palma da olio si ricavano sia olio di palma (dalla polpa del frutto) che olio di palmisto (dal cuore dei suoi semi): entrambi solidi o semi-solidi a temperatura ambiente, ma frazionabili con un apposito processo in componente liquida (olio di palma bifrazionato, usato per friggere) e solida denominata stearina di palma (usata soprattutto per i saponi, ma anche nell’alimentazione). Contrariamente al nome, la stearina di palma non è il trigliceride dell’acido stearico, ma è semplicemente un composto in cui diminuisce (di circa il 10%) l’acido oleico e aumenta l’acido palmitico (nell’oleina si ha un aumento del 4% dell’acido oleico e una diminuzione dell’acido palmitico per cui la situazione dal punto di vista alimentare migliora leggermente rispetto all’olio di palma puro).. Unafrutto_palma caratteristica che determina rese complessive di spremitura anche superiori al 50% della massa all’origine, che faranno strabuzzare gli occhi ai nostri olivicoltori, abituati a vedere nella mitica soglia del 20% nella spremitura delle olive un limite insormontabile. Nello specifico l’olio di palma utilizzato come biocombustibile è del tipo RDB raffinato (Refined, Bleached & Deo-dorised palm olein), un olio che dopo aver subito il processo di frangitura che permette di ottenere il CPO (Crude Palm Oil), un olio grezzo che si presenta in forma semi-solida utilizzabile in taluni impianti di produzione di energia elettrica, viene appunto raffinato e purificato. Un tale dissennato contesto della produzione intensiva della palma, pur essendo una fonte di energia rinnovabile, ha fatto letteralmente saltare in area la sostenibilità della coltura, osteggiata oramai da tempo, da molte associazioni ambientaliste a causa degli effetti collaterali della sua produzione, che ha letteralmente spazzato via aree importanti di foresta pluviale, di grande importanza ecologica, provocando, soprattutto in forma monoculturale significative  emissioni di carbonio; e preparando il terreno per la coltivazione drenando e dando alle fiamme vaste aree di foresta palustre e torbiera, con un ulteriore ingente danno ambientale e la distruzione della straordinaria biodiversità presente. Il fenomeno è stato talmente smisurato che l’Indonesia è balzata, negli ultimi anni, al quarto posto degli emettitori mondiali di gas serra.

palm

Mappa dei principali produttori di olio di palma 2006 (Fonte FAO)

Interessante, in questo senso, un interessante articolo pubblicato in questi giorni nella rivista Nature (link articolo) , da parte di un team internazionale di scienziati che ha analizzato nello specifico, proprio l’influenza come accelerante dei cambiamenti climatici della coltivazione della palma da olio. Il gruppo di ricercatori, dopo avere attentamente studiato da vicino le pratiche di disboscamento in Malesia; costituite dalla sostituzione di paludi di torba con alberi da palma, hanno verificato il rilascio di enormi quantità di carbonio immagazzinate dal terreno nel corso di millenni, con alla base, il fenomeno che i microbi possano attaccare il carbonio producendo anidride carbonica. Il portavoce del teamWetlandsTimJones1WEB.imagegallerypreview scientifico,  Tim Jones dell’Università gallese di Bangor (foto), dichiara: “Abbiamo notato che le aree di drenaggio trasformate in piantagioni di olio di palma mostravano livelli insolitamente elevati di carbonio disciolto”. Per ottenere queste indicazioni gli scienziati hanno prelevato campioni per misurare l’età di quel carbonio, arrivando a determinare che la piantagione sotto indagine, conteneva la più antica fonte di carbonio organico derivata dal suolo mai registrata. Questa scoperta di una fonte nascosta di CO2, getta nuova luce sulle vaste aree soggette da anni a queste pratiche colturali, che, solo in Malesia, Sumatra e Borneo assommano a 28mila chilometri quadrati di piantagioni. Un altro autore dello studio, Chris Freeman, dichiara che “i risultati dello studio ricordano ancora una volta che quando si disturbano paludi di torba intatte per convertirle in piantagioni industriali di biocarburanti, si rischia di aumentare il problema che stiamo cercando di risolvere”. Davvero un caso emblematico, di come siano labili i confini quando si parla di sostenibilità delle attività umane,  attribuito non assegnabile “d’ufficio”, o in base ad una classificazione sommaria e di massima, o acquisita chissà su quale supposta base, che non può non scaturire che da un profondo rispetto dei cicli naturali esistenti nel pianeta, sistematicamente superati quando la logica unica del profitto diviene dottrina, ed oggi oramai siamo letteralmente circondati, nell’ambiente esterno e non solo. Voglio concludere questo approfondimento con uno breve ma bellissimo video, riferito a tre diverse pratiche colturali, border line, come la soia, la palma da olio e l’eucalipto, che, partendo dall’altro principale serbatoio di carbonio del pianeta, rappresentato dalla foresta amazzonica, dedica la parte centrale del video agli effetti devastanti che la pratica indiscriminata della coltivazione della palma da olio sta avendo nella grande isola dell’arcipelago indonesiano del Borneo, sulla straordinaria e ricchissima biodiversità di quell’ecosistema oltre sugli effetti sul clima globale che abbiamo cercato di analizzare in questo post.

 

 

Sauro Secci

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