Rapporto Città-impianti industriali a rischio rilevante: una guida per i cittadini italiani

protezione_civilelogo legambienteNon è passato che pochi giorni da quando una inchiesta televisiva mi aveva fatto ritornare a parlare di uno dei casi di convivenza ambientale tra industria e città, come il “Caso Taranto” (vedi post), che Legambiente ed il Dipartimento della Protezione civile mi fanno ritornare su questo fondamentale argomento della questione ambientale in Italia, una questione davvero letteralmente maltrattate dalle agende governative delle ultime gestioni, con il Dossier che hanno redatto dal titolo eloquente “Ecosistema Rischio Industrie” . Un documento davvero importante, perché cerca di agire su uno dei punti fondamentali che per molti aspetti per me cruciale,  di una “obiettiva informazione alla cittadinanza”, tanto importante per permettere un corretto e non strumentalizzato coinvolgimento della cittadinanza, in uno degli argomenti forse più alti della vita umana, come il corretto equilibrio fra economia, lavoro ed ambiente, che nelle città vede le sue massime criticità, soprattutto dopo le logiche di localizzazione dei siti industriali avvenute a partire dai primi anni del boom economico. Politiche di pianificazione e collocazione dei siti industriali scelte spesso, a ridosso di autentiche perle nel paese indiscusso leader di cultura e paesaggio, mi vengono in mente, al riguardo, casi di poli petrolchimici o raffinerie, altamente impattanti su tutte le matrici ambientali di aria, acqua e suolo oltre che con rilevanti rischi di incendio, come Porto Marghera, inserita nella bellezza unica di Venezia, o di Priolo, a ridosso di quella perla di storia, arte e civiltàincendio_priolo che è Siracusa. Secondo il Dossier Legambiente-Protezione Civile, in Italia esistono esattamente 1.152 impianti industriali che lavorano grandi quantità di sostanze pericolose in quantitativi, in grado di provocare, in caso di incidente, incendi, contaminazione dei suoli e delle acque, nubi tossiche, in altre parole, “aziende a rischio rilevante”, come furono definite dopo l’oramai lontano, ma vivissimo nella mente di quelli che come me ricordano bene, quel 10 luglio 1976, quando in Italia si verificò uno dei più grandi disastri ambientali, nell’azienda ICMESA di Meda, che provocò la fuoriuscita di una nube di diossina del tipo TCDD (TetraCloroDibenzoDiossine), una tra le sostanze tossiche più pericolose che investìContaminazione_Seveso una vasta area dei comuni limitrofi della bassa Brianza, ed in particolare quello di Seveso, oltre a quelli di Meda, Cesano Maderno e Desio (vedi mappa contaminazione a fianco – Fonte Wikipedia). Gravi da subito furono gli effetti sulla popolazione, con odore acre ed infiammazioni agli occhi, con circa 240 persone che vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall’esposizione al cloro e ai suoi derivati, con creazione di lesioni e cisti sebacee. Ovviamente, data la certa cancerogeneità delle diossine, gli effetti sulla salute generale, sono ancora oggi oggetto di studi epidemiologici sugli effetti di medio e lungo periodo. Grandi furono anche gli effetti sugli ecosistemi, per esempio i vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa del forte potere diserbante della diossina, per non parlare dei capi animali contaminati che doverono essere abbattuti, come avvenuto per gli ovini a Taranto. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell’evento solamente 8 giorni dopo la fuoriuscita della nube. Un evento che nobilita ancora di più il lavoro di Legambiente e della Protezione Civile.

Fu proprio questo grande disastro ambientale italiano che generò un altro grande capitolo della legislazione ambientale della Comunità Europea, che fu spinta, a partire dal 1982,  a dotarsi di una politica comune in materia di prevenzione dei grandi rischi industriali rilevanti. Fu proprio la cosiddetta “Direttiva Seveso”, esattamente la 82/501/CEE, che fu recepita in Italia con il DPR 17 maggio 1988, n. 175 (Seveso 1), che impose per prima agli stati membri di identificare i propri siti a rischio. La direttiva ha subito importanti e necessarie evoluzioni temporali, con la versione più recente della direttiva 96/82/CE, la cosiddetta “Seveso 2”, in vigore dal 3 febbraio 1999 e che individua ancora meglio il controllo dei rischi da incidente rilevante, con alla base le lavorazioni industriali che prevedano il coinvolgimento  nei processi di sostanze pericolose. Nonostante tutto questo, sono ancora pochi i cittadini italiani che conoscono veramente tali rischi e soprattutto i comportamenti da tenere in caso di emergenza, una fiamme_raffineriadelle principali motivazione del nuovo dossier “Economia rischio industrie”, un documento frutto di un sondaggio inviato ai 739 Comuni che ospitano gli impianti individuati dalla legislazione e riportati nell’Inventario nazionale del ministero dell’ambiente, con evidenti concentrazioni soprattutto nel Nord Italia, in regioni come Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna, ma che non risparmiano assolutamente autentiche perle del Mezzogiorno, come per esempio la siciliana Priolo-Siracusa che citavamo in premessa, con contrasti certe volte ancor più stridenti. Il questionario somministrato alle Amministrazioni locali, è stato finalizzato a verificare il grado di realizzazione o di partecipazione dei comuni a periodiche esercitazioni, il recepimento da parte degli stessi comuni delle informazioni contenute nei Piani d’emergenza esterni redatti dalle prefetture competenti, del livello di recepimento, da parte della pianificazione urbanistica, dei livelli di rischio esistente. Purtroppo sono stati soltanto 211 comuni (il 29% del totale), i Comuni che hanno risposto. Importanti ed ahimé, per niente confortanti anche gli esiti del sondaggio che riportano alla mente casi come l’esigenza di evacuazione di una scuola elementare del quartiere Tamburi a Taranto, sotto tiro diretto del sito ILVA. Infatti dai risultati dei questionari somministrati ai Comuni, oltre che un livello assolutamente insufficiente di informazione alla cittadinanza, si scopre che, se il 94% dei Comuni ha recepito le indicazioni contenute nella scheda informativa redatta dal gestore dell’impianto, come previsto dalla legge in 104, sono state individuate nelle “aree di danno” strutture vulnerabili e/o sensibili, come la presenza di scuole nel 18% dei casi, la presenza di centri commerciali nel 13% dei casi, ed addirittura la presenza di strutture ricettive turistiche nell’8% dei casi, di luoghi di culto nel 7% dei casi,e, per non farci mancare niente in termini di casistica, addirittura della presenza di ospedali nel 2% dei casi, i quali rappresentano davvero l’apice della contraddizione pianificatoria. Per quanto attiene invece al ruolo di promozione di campagne informative alla cittadinanza di pertinenza delle Amministrazioni, emerge che 148 amministrazioni comunali tra quelle che hanno risposto al questionario, dichiarano di aver realizzato campagne informative sul rischio industriale e sulla presenza sul proprio territorio di insediamenti suscettibili di causare incidenti rilevanti, ma solo 105 comuni (il 50% degli intervistati), a però precisato di aver realizzato campagne informative sui comportamenti da tenere in caso di emergenza, per dare a tutti coloro che vivono e lavorano in prossimità dell’insediamento informazioni pratiche, precise e puntuali su come riconoscere i segnali di allarme e come mettersi al sicuro.

Un quadro ben sintetizzato anche da Rossella Muroni, Direttore Generale di Legambiente muroni-rossella2che spiega che «i comuni, a cui non compete la gestione delle emergenze connesse al rischio industriale né la redazione dei Piani di emergenza esterni previsti per alcune tipologie di impianti, hanno però il compito fondamentale di fare da raccordo tra le attività di pianificazione urbanistica e la presenza di insediamenti a rischio d’incidente rilevante. Spetta loro anche l’informazione ai cittadini: uno strumento di prioritaria importanza perché fa crescere la consapevolezza e insegna i comportamenti corretti in caso di emergenza». Completa bene l’analisi dei risultati Simone Andreotti responsabile Protezione civile di Legambiente  che ricordando il disastro ecologico della ICMESA di Meda e di Seveso alla base della normativa sulla mitigazione del rischio industriale introdotta precedentemente, sostiene che “Quel disastro spinse gli Stati membri della Comunità europea a promuovere una politica comune sul rischio industriale. Siamo oggi alla terza direttiva Seveso, le norme per prevenire eventuali incidenti e circoscriverne al massimo i danni sono sempre più puntuali e rigorose. Ed è di fondamentale importanza che tutti gli attori coinvolti, dalle aziende produttrici all’insieme dei soggetti istituzionali che hanno l’onere di predisporre politiche di prevenzione e di gestire eventuali emergenze, facciano la propria parte per rispettare la legge con precisione».

Mi sembra molto significativo riportare anche il punto di vista di Franco Gabrielli,franco_gabrielli_protezione_civile Responsabile della Protezione Civile che rilevando opportunamente, la mancanza di risposte all’indagine da parte di amministrazioni fondamentali come Taranto, esterna una delle sue maggiori preoccupazioni: ”quello che ‘preoccupa di più e’ che ”siamo un Paese poco sensibile su questi temi: siamo in una sorta di limbo; quello che mi allarma e’ la mancanza di consapevolezza”. Una dichiarazione importante e davvero comprensibile quella del massimo Dirigente della Protezione Civile che mi auguro possa trovare riscontri a livello di azioni politiche.

Viene quasi la noia, infatti, a registrare ancora una volta l’assoluta necessità per chi si accinge a governare il paese, a riportare la questione ambientale al centro dei programmi elettorali , come protagonista invece che marginalizzata e mortificata da una genericità scoraggiante, in alcuni di essi, una questione centrale e l’unica capace davvero, con tutte le sue innumerevoli implicazioni, di far ripercorrere tutte le altre grandi priorità da affrontare, nessuna esclusa, e soprattutto l’unica davvero capace di ricostruire pienamente il rapporto Politica-Cittadino, non fosse altro che per i temi vitali che possiede in se e le profonde ripercussioni su etica, società, economia e lavoro.

Un grande plauso quindi agli autori del Rapporto, tanto importante da divulgare per agire su quell’elemento importante della corretta informazione ambientale per rendere il cittadino realmente consapevole e meno strumentalizzabile da questo o da quello.

Piano del Rapporto ECOSISTEMA RISCHIO INDUSTRIE

  1.  Premessa: il rischio industriale e la normativa “Seveso” 
  2. Gli insediamenti rischio d’incidente rilevante in Italia 
  3. Tipologie di impianti 
  4. Attività delle amministrazioni comunali: pianificazione del territorio 
  5. Attività delle amministrazioni comunali: informazione ed esercitazioni 
  6. Risultati regionali a confronto 
  7. La scheda per il rilevamento dei dati 
  8. I risultati completi

Visualizza/Scarica il Rapporto “ECOSISTEMA RISCHIO INDUSTRIE”

 Sauro Secci

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Impatto Ambientale e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Rapporto Città-impianti industriali a rischio rilevante: una guida per i cittadini italiani

  1. Pingback: Presa Diretta-“Puliamo l’Italia”; Se Brescia avesse il mare….sarebbe una piccola Taranto | L'ippocampo

  2. Pingback: Mappa italiana industrie pericolose: il nuovo Rapporto 2013 di ISPRA | L'ippocampo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...