Taranto e le “emissioni in fuga”

ilva-disegno_bambinoIl titolo di questo post, farebbe pensare ad un film di fantascienza a lieto fine, speriamo non troppo remoto, ambientato in una tormentata città, da sempre combattuta tra lavoro e qualità dell’ambiente, in cui finalmente è stato sconfitto il male oscuro dell’inquinamento dell’aria dell’acqua e del suolo convergente in quella parola dalle tante facce che è  “emissioni”. Purtroppo niente di tutta questa sceneggiatura, dal momento che il termine di “emissioni in fuga” che cercheremo di seguito di chiarire meglio, non è riferito al fatto che la problematica delle emissioni industriali è stata debellata, quanto invece al fenomeno delle “emissioni in nero”, perverso gioco di parole per indicare  una autentica “evasione ambientale”, da vedersi in maniera ancor più oscura di uno dei cavalli di battaglia dei governi attuali come la legittima ed opportuna lotta all’”evasione fiscale”, in questo caso un autentico scippo alla vita, dal momento che qui è in gioco proprio quel bene assoluto di intere comunità. Questa la prima impressione di una grande pagina di giornalismo d’inchiesta dal titolo “Lavoro Sporco”, che ci ha fornito ieri sera la trasmissione “Presa Diretta” , curata da Riccardo Iacona, su RAITRE, ricostruendo alcuni degli aspetti più significativi della lunga vicenda Taranto incentrata sul caso ILVA, oggi ed Italsider e quindi Stato, ieri. Una vicenda, quella dell’ILVA, che avevo affrontato nella scorsa estate, quando avevo cercato di ricostruire l’evoluzione del quadro ambientale di riferimento e soprattutto dell’applicazione delle tanto auspicate BAT (Best Available Techniques), cioè l’applicazione delle migliori tecnologie disponibili individuate e predisposte dalla UE, in un sito ed in un processo dalle tante, ingenti interazioni ambientali (vedi post). Avendo operato per una vita lavorativa nell’ambito del monitoraggio ambientale, è indelebile in me il ricordo di un anziano ingegnere votato  oramai, in età matura, alla “giurisprudenza” e grande esperto di legislazione ambientale, che in quei tempi pionieristici per le problematiche ambientali (anni ’80-’90), rivolgendosi a noi giovani di allora, non si stancava mai di ricordarci quali erano i tre peccati capitali che, insieme alla dolosità ed alla malafede, sono alla base di un reato ambientale e cioè:

  • “Imperizia”: intesa come mancanza di esperienza e di competenza, essendo richieste specifiche conoscenze di regole scientifiche e tecniche dettate dalla scienza ma anche  dall’esperienza;
  • “Imprudenza”: insufficiente ponderazione di ciò che l’individuo è in grado di fare, violazione di un a regola di condotta, codificata o lasciata al giudizio ed alla soggettività del singolo,
  • “Negligenza”: trascuratezza, mancanza di tempestività e di sollecitudine o un comportamento passivo che si traduce in una omissione dell’attuazione di determinate precauzioni.

Questi principi appresi allora, sono stati per me, ancora una volta, molto illuminanti anche nell’inchiesta televisiva di ieri, che evidentemente mette in gioco i complessi meccanismi tra il controllore, il controllato ed un coinvolgimento attivo, partecipato e senza ricatti della popolazione, aspetto quasi sempre assente e comunque strumentalizzato per altri fini in questo paese, che sfocia quasi sempre in una guerra tra poveri. Una vicenda, quella tarantina, che ripropone per l’ennesima volta l’atavica dicotomia tra produzione e lavoro da un lato e tutela dell’ambiente dall’altro e che rischia di trascinare dietro di se l’intera filiera nazionale dell’acciaio composta di altri poli produttivi, pur se meno importanti. Su questo punto, ritornando al titolo di questa nota, è importante chiarire come si collocano esattamente nei processi, quelle che ho denominato “emissioni in fuga”.
Come “Emissione” nell’ambiente si intende normalmente “una qualsiasi sostanza solida, liquida o gassosa rilasciata in atmosfera, acqua e suolo, che possa causare inquinamento delle stesse matrici ambientali”. All’interno di questo concetto generale però, esiste una ulteriore fondamentale classificazione delle emissioni nei processi industriali, che attiene alle modalità di rilascio nell’ambiente delle stesse emissioni:

  • emissioni convogliate (vedi immagine): quelle che si generano attraverso sezioni diciminiere-e-parchi-e1298412559393-410x230 scarico estremamente ridotte, cioè i camini o ciminiere, la prima cosa che un passante osserva di un processo industriale, tanto da poter essere considerate sorgenti “puntiformi”, e quindi più facilmente controllabili per la loro univoca identificazione nello spazio, e sulle quali è diretta l’azione di sistemi di trattamento ed abbattimento degli inquinanti;
  • emissioni diffuse (vedi immagine): autentica giungla dove si possono annidare proprio  quelle “emissioni in fuga”emissioni diffuse cokeria verso l’atmosfera, esulando il monitoraggio, che avvengono all’interno di aree ed ambienti limitati del processo, potendo manifestarsi e fuoriuscire però  attraverso superfici e sezioni di scarico anche molto estese e comunque non individuate con precisione a priori, come aperture di capannoni, finestrature, etc. aventi implicazioni importanti sia per l’ambiente di lavoro interno che per l’ambiente esterno al sito. Una tipologia più difficile da gestire, esigendo l’impiego di dispositivi e sistemi di captazione ed aspirazione, in prossimità delle aree di emissione, per la minimizzazione dei quantitativi di emissione dispersi in atmosfera.

Aldilà dei tanti adeguamenti di processo ancora da attuare sul processo ILVA, che si aggiungono allo sterminato tema delle aree da bonificare, contaminate da cinquanta anni di attività, anche l’indagine di ieri di “Presa Diretta”, ha ancora una volta evidenziato come siano proprio le emissioni diffuse, quelle più insidiose e pericolose, che sfuggendo anche alla possibilità di un monitoraggio in continuo dei contaminanti, affidate semplicemente a rilevamenti a campione, certo molto più pilotabili, amplificano enormemente le zone d’ombra tra controllato e controllore facendo emergere la profonda abbondanza dei disvalori che abbiamo visto in premessa alla base di un reato ambientale sullo sfondo di possibili malaffari e malafedi.
Non entrando nello specifico dei dettagli tecnici, che lascio ad altri, vista l’ampia risonanza del tema, se quando l’estate scorsa, affrontando il tema dell’applicazione delle BAT (Best Available Techniques), avevo collocato Taranto nel medioevo, facendo parlare le immagini dei parchi minerali tarantini desolatamente a cielo aperto, raffrontati a quelli di una acciaieria coreana della Hyundai, all’insegna dell’ordine e della pulizia (visto che si parla spesso di concorrenza sleale da parte dei paesi orientali), e che ripropongo nella foto seguente che si commenta da sola, dopo l’inchiesta televisiva di ieri, mi viene di retrocedere ulteriormente la fondamentale questione tarantina nella più trogloditica preistoria, che mi sembra comunque molto riduttivo restringere unicamente e solo all’esercente dell’impianto.

Hyundai vs Ilva

Hyundai vs Ilva

Dico questo anche dopo la presentazione, nel corso dell’inchiesta televisiva, di un caso di studio molto emblematico di quanto avvenuto nel polo siderurgico principale della civilissima Austria gestito dalla VoestAlpine, e profondamente inurbato nella città di Linz, nel quale, dopo un ventennale percorso intrapreso alla fine degli anni ‘80, in sintonia anche con l’evoluzione delle politiche ambientali comunitarie (a proposito: la politica italiana nello stesso periodo dov’era??), è oggi divenuto un virtuoso esempio di come, anche una attività fortemente impattante come la siderurgia, possa trovare importanti compatibilità divenendo “fabbrica modello inurbata” di cui rilancio volentieri le caratteristiche principali in questo articolo di Peacelink. In quella città austriaca, negli anni ’80, dopo le ripetute rimostranze della cittadinanza, è stato attivato un importante percorso virtuoso di ambientalizzazione del sito, con la grande concertazione tra azienda ed autorità nazionali, regionali e locali con il necessario e fondamentale coinvolgimento della cittadinanza. Un esempio che è stato anche in grado di dimostrare come non sia stato necessario fermare completamente la produzione dello stabilimento austriaco, come sostiene anche il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini per il caso ILVA, parlando delle azioni da intraprendere da subito per l’attuazione della nuova AIA del 30 novembre scorso, messa a punto in luogo di quella rilasciata nell’estate del 2011, per aderire pienamente alle prescrizioni alla base del blocco delle attività da parte della magistratura tarantina. Speriamo però che il Ministro, in questa sua affermazione, abbia anche tenuto conto del diverso contesto esistente tra il caso austriaco e quello italiano. Intanto le vittime lasciate sul campo, soprattutto per sindromi di altissima gravità a prevalentemente a carico degli apparati respiratorio e circolatorio, aumentano ogni giorno, come i killer silenziosi degli inquinanti, tenendo conto dell’altissimo impatto che un sito siderurgico a ciclo integrale come quello di Taranto possiede sui fronti delle lavorazioni a freddo e a caldo. L’articolato processo, infatti, non si fa mancare niente, dalle famigerate, pericolose ed anonime polveri fini (poiché non si conoscono a priori le specie chimiche che trasportano), riscontrabili nelle diverse granulometrie in tutti i sottosistemi di processo a partire dai parchi minerali, desolatamente a cielo aperto e pienamente esposti agli agenti atmosferici, fino alla laminazione, con particolare concentrazione nella cockeria, per passare ai cancerogeni certi come la famiglia delle diossine come i PCDD PoliCloroDibenzoDiossine, o come i furani (PCDF PoliCloroDibenzoFurani), che vedono il loro apice di concentrazione nell’area agglomerato rappresentata dal camino E312, l’ambito nel quale maggiori sono stati gli adeguamenti in termini di sistemi di abbattimento, soprattutto dopo il 2008, quando il consiglio regionale della Puglia varò una legge che imponeva a ILVA di limitare le emissioni di diossina, misurate secondo il criterio della tossicità equivalente, che fu alla base di un lungo braccio di ferro tra la stessa Regione Puglia, l’ILVA e il Governo nazionale. La Regione riuscì a portare la soglia iniziale a 2.5 nanogrammi per metro cubo (ng/m3) e successivamente, nel 2010, allo standard europeo di 0.4 nanogrammi/m3, ispirandosi al Protocollo di Aarhus, sugli inquinanti  organici, approvato nel 2004 dal Consiglio della UE ed a suo tempo sottoscritto da 16 paesi membri UE ma non dall’Italia. La sequenza prosegue tristemente con il Benzo-apirene, un idrocarburo, cancerogeno certo, per avere interazioni dirette con il DNA umano (vedi video da un servizio del TG3 del 2010) che trova le sue maggiori concentrazioni nelle batterie al servizio dei forni di cokeria,  e per il quale sono stati riscontrati livelli anche molto superiori al limite di legge di 1 nanogrammo/m3 (ng/m3) e di cui si parla nel video seguente.

Un fronte vasto e complesso di interventi, quello delle azioni da intraprendere, che oltre agli adeguamenti degli impianti, necessari nel presente per il futuro, vede l’aspetto più ingente da affrontare nello sterminato fronte delle bonifiche, per il quale viene la pelle d’oca per come fino ad oggi è stato gestito questo immenso capitolo, in Italia, ancora una volta con il malaffare sugli scudi come nel caso delle bonifiche di Santa Giulia a Milano, o de La Maddalena in Sardegna e con altri 57 SIN (Siti di Interesse Nazionale) da bonificare, autentici sacrari delle vittime dell’inquinamento italiano, per non parlare delle decine di migliaia di siti minori da bonificare per un ammontare del 5% della superficie nazionale e con interessamento del 10% della popolazione.
Sicuramente una chiave di lettura fondamentale, quella delle bonifiche, nell’ottica del mantenimento occupazionale dell’area, dal momento che molti posti di lavoro dell’ILVA possono essere salvati avviando da subito le bonifiche, con gli operai che devono divenire, anche in qualità di profondi conoscitori del sito e del processo, i tecnici delle bonifiche stesse. In questo frangente sarebbe poi necessario che Taranto possa essere dichiarata No-Tax Area per un periodo di tempo sufficiente, per determinare una nuova attrattività dell’area in chiave ecocompatibile per gli investitori, che veda la Green Economy assolutamente sugli scudi. Una vicenda, quella dell’ILVA di Taranto, che dimostra che la crescita non è necessariamente sinonimo di inquinamento come la decrescita non identifica immobilismo e ritorno al passato e che è necessario appropriarsi, una volta per tutte del vero significato della parola “Sostenibilità”, troppo spesso abusata, solo perchè di tendenza dai politici, fino a renderla sterile, riportando la qualità in luogo della quantità, con indici economici che non sino orientati unicamente alla soddisfazione degli azionisti.

Intanto ad evidenziare le ancora tantissime cose da fare interviene lo Studio “Sentieri”, i cui risultati epidemiologici e sanitari, sono stati presentati nei mesi scorsi dal Ministro della Sanità Balduzzi e che non lasciano dubbi sulla assoluta emergenza sanitaria della città di Taranto che non risparmia nessuno, con dati sconvolgenti per anziani, bambini e non solo, essendo inquietanti anche i dati per la fase prenatale. Ancora una volta, quando si parla di cancerogenicità, nel rapporto non vengono risparmiate altre due sinistre parole, entrambe correlabili agli agenti inquinanti presenti come “mutageno“, che esprime la possibilità provata degli stessi, di essere responsabili di mutazioni genetiche a carico del DNA, o “teratogeno“, della quale solo la traduzione dal greco fa venire i brividi, dal momento che significa “creazione di mostri”, e che sta ad indicare le interazioni di alcuni agenti a carico del sviluppo anormale di alcune regioni del feto durante la gravidanza che si traduce nella nascita di bambini che presentano gravi difetti congeniti.

Scarica il rapporto Sentieri

Concludo tornando alla indagine televisiva di Presa Diretta, con i momenti per me più toccanti, come la cancellazione di antiche attività umane, presenti nell’area, ben prima dell’insediamento siderurgico, come il distretto agropastorale completamente cancellato  nel corso degli anni, dagli altissimi livelli di diossina riscontrati sui capi di bestiame sopratutto ovini. Un anniettamento che non ha risparmiato neanche il mare antistante la zona industriale, spazzando via le attività di mitilicoltura presenti nel Mar Piccolo, con i pescatori oramai ridotti a spazzini di un mare-laguna, ad altissima vulnerabilità ambientale proprio perchè mare chiuso e devastato da storici sedimenti di idrocarburi. Ma un momento per me ancor più toccante è stata una intervista ad un bambino del quartiere Tamburi, quello più prossimo al polo siderurgico, che colpito dalla perdita di cari in famiglia, con la purezza ed il candore senza veli che solo i bambini hanno, manifestava tutta la sua rassegnazione di “piccolo uomo senza veli”, nei confronti di quello che immaginava essere il suo futuro nel quartiere tarantino. Credo che ogni uomo di buona volontà, qualunque sia il suo ruolo nella società, abbia l’obbligo morale e fattivo di regalare un nuovo futuro a quel bambino ed a tutti i suoi coetanei ritrovando nuovi equilibri possibili solo se fortemente voluti, rimuovendo miopi interessi di pochi e senza esclusione di tutti gli attori coinvolti per conciliare di nuovo lavoro ed ambiente congiungendoli nell’unica parola “futuro”.

Sauro Secci

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