Le “Pantere Grigie” che non vogliono morire

GenerazionaleTroppo spesso, in questo incredibile paese, nel periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, si sente parlare di scontro generazionale come uno degli elementi centrali su cui intervenire, quasi sempre con misure a dir poco repressive e castranti, capaci di dissipare completamente quell’immenso patrimonio che potrebbe generare un fecondo e costruttivo scambio tra generazioni, specialmente quando in ballo ci sono competenze acquisite negli anni, sul campo. Si tratta di un argomento che io sento fortemente e che ha lasciato tracce profonde dentro di me che a 57 anni e dopo 37 anni di attività lavorativa, ho cercato a tutti i costi di reinventarmi, alla ricerca proprio di quello scambio generazionale che mi è mancato in questa fase della mia vita lavorativa, e per certi versi osteggiato, in una grande azienda, nel momento che potevo e volevo dare il mio contributo alle nuove leve che si affacciano al mondo del lavoro. Esattamente il contrario di quello che avevo vissuto, in quella stessa azienda quando, negli anni ’70, avevo fatto il mio ingresso in ambito lavorativo, trovando grandi maestri di competenze, in un comparto, quello energetico-ambientale e della formazione, che amo oggi più di allora e nell’ambito del quale il valore  delle esperienze è oltremodo importante per non dire fondamentale. Constatando sulla mia pelle che in aziende di grandi dimensioni, oramai, la gestione finanziaria, aveva cambiato di molto le cose, ho cercato, due anni fa, di reinventarmi, a 55 anni, riuscendo a trovare coraggio e determinazione, non subendo la passività e la pigrizia mentale tipica, a questa età, di “comode scelte”, reimpiegandomi in una azienda più piccola e più a misura d’uomo, operante nell’ambito della green economy, ed in un contesto molto più favorevole e propenso allo scambio intergenerazionale. Oggi anche in questo settore, è intervenuta una crisi pesantissima, indotta anche e sopratutto da una discutibile, miope ed altalenante politica nazionale in ambito energetico (la solita navigazione a vista tipica di questo paese), che è riuscita a mettere in difficoltà, uno dei pochi settori che stava strutturandosi e resistendo molto bene alla crisi, con una età media degli occupati di poco superiore ai 30 anni. Si tratta dello stesso  paese che riesce a vedere l’aumento della vita media, solo ed esclusivamente sul piano del peso sulla previdenza, con noi ultracinquantacinquenni additati come una delle maggiori cause della crisi, invece che come evento straordinario da accogliere in tutta la sua vera pienezza. Tutto ciò, senza la minima attenzione da parte del sistema paese,  per cercare di sfruttare quel grande giacimento di passioni ed entusiasmi che tanti come me, hanno ancora e vorrebbero mettere a disposizione di chi voglia, soprattutto in un momento in cui è in atto una grande depressione dell’economia, sotto l’immensa miopia di chi lo amministra, orientato oramai quasi esclusivamente alla protezione del mondo della finanza, seminando devastazione intorno. Molti spunti di riflessione, li ho trovati in questi giorni nell’ultimo interessantissimo libro-saggio di un mio coetaneo, un “ragazzo del  “56” come me, Federico Rampini, scrittore e giornalista, osservatore attento dei problemi e delle libro rampini_350x526dinamiche globali e dotato di grande chiarezza espositiva, inviato del quotidiano La Repubblica a Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino ed oggi a New York, dal titolo “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo. Manifesto generazionale per non rinunciare al futuro”, edito da Mondadori, in un titolo che si ispira, come dice l’autore, ad un proverbio afghano. Un libro che sembra centrare in pieno il ragionamento che sto tentando di fare, con Rampini portavoce anche di tante mie sensazioni interiori, quando parla di “età sbagliata”, per noi, in Italia. Su questo concetto non posso non soffermarmi su uno dei brani che ha fatto la storia della musica rock degli anni ’70, dei mitici Jethro Tull, condotti del geniale Ian Anderson nella leggendaria “Too Old to Rock ‘n’ Roll Too Young to Die”. La storia metaforica per l’argomento, di un vecchio rocker fuori moda nell’aspetto e nello stile di vita, che riuscirà a ritornare alla celebrità dopo essere stato in fin di vita per un pauroso incidente motociclistico.

 

L’analisi del giornalista e scrittore parla proprio della mia generazione, quella dei cosiddetti baby boomer, scaturita dal boom di nascite che intervenne appunto tra il dopoguerra (1945) ed il 1965, oggi “pantere grigie” (io per la verità non solo da oggi per i miei capelli), figli dell’epoca senza pillola, schiacciati tra un welfare, lì ad un passo, che non è più in grado di sostenerli, e incipienti ed inesorabili processi di rottamazione, con tutte le incredibili contraddizioni dell’ultima aberrante riforma Fornero. Un libro quello di Rampini, che evidenzia le incongruenze sul tema di questo assurdo paese, forte della sua profonda esperienza americana di tenore ben diverso, e dimostra che si può “far tesoro della materia grigia delle pantere grigie” rispedendo al mittente i luoghi comuni che ci tracciano come peso insostenibile, massa obsoleta, ostacolo alle legittime aspirazioni delle nuove leve mortificate, nel paese fanalino di coda in termini di demografia e di debito pubblico. Una analisi decisamente interessante e provocatoria, che eleva il saggio di Rampini a potenziale laboratorio sociale di iniziative di sussidiarietà che, dal basso, suppliscano alla ritirata dello Stato e dei privati, un paese ideale per vivere la riscossa di una seconda fase dell’età, coltivandone le vocazioni, senza paura degli orologi. Molto bella la sintesi del libro fatta dello stesso autore che riporto di seguito.
“Se torno per qualche giorno in Italia, mi sento subito ingombrante. A 56 anni ho l’età sbagliata? Governi, imprese, esperti descrivono i miei coetanei come un “costo”. Guadagniamo troppo, godiamo di tutele anacronistiche, e quando andremo in pensione faremo sballare gli equilibri della previdenza. Per i trentenni e i ventenni, invece, siamo “il tappo”. Ci aggrappiamo ai nostri posti, non li facciamo entrare. Non importa se ci sentiamo ancora in forma, siamo già “gerontocrazia”. Nessuno trova una soluzione a questa crisi, ma molti sembrano d’accordo nell’individuarne la causa: il problema siamo noi, i baby boomer. Siamo nati nell’ultima Età dell’Oro, quel periodo (1945-1965) che coincise con un boom economico in tutto l’Occidente ed ebbe un effetto collaterale forse perfino più importante: l’esplosione delle nascite. Come se non bastasse, poi, lo straordinario allungamento della speranza di vita ci ha resi una delle generazioni più longeve. E di questa nostra inusitata sopravvivenza si parla quasi come di una sciagura annunciata, un disastro al rallentatore. Ma un evento individualmente così positivo – vivere di più – può trasformarsi in una calamità? No, noi baby boomer siamo un’enorme risorsa anche adesso che diventiamo “pantere grigie”. La sfida, di cui s’intravedono i contorni in America, è quella di inventarci una nuova vita e un nuovo ruolo, per i prossimi venti o trent’anni.”

Un tema davvero stimolante per chi, come me, dopo gli ultimi anni vissuti in ambito lavorativo, sotto una assurda, compulsiva ed isterica istigazione alla “super-prestazione”, lasciapassare sicuro verso quell'”ansia di prestazione”, tipica dell’individualismo che ha contraddistinto quest’ultimo periodo della società consumistica al crepuscolo, avrebbe voglia, come diceva Battiato in un suo vecchio brano, di “ritornare a vivere ad un altra velocità“, e come dice Rampinicon più tempo e senza orologi“. Avendo ancora la disponibilità, la consapevolezza, la passione e la determinazione per poter dare il nostro contributo, in questo difficile passaggio storico, pieno di paradossi, quelli come me attendono risposte da una nuova guida del paese, che avendo sicuramente il lavoro come dignità del’uomo, in testa alle priorità d’intervento, possa essere davvero capace di ridisegnare una economia diversa, in un sistema intriso, oggi, oramai quasi esclusivamente di finanza, che ha messo completamente e tristemente al bando il grande valore che c’è in ogni uomo come “pezzo unico”, prendendo in considerazione questa fondamentale questione: un nuovo umanesimo è possibile!

Mi perdonerete se, avendo intrapreso oramai in questo post, un binario musicale parallelo, aperto con un brano storico, chiudo con un brano appena uscito degli Stadio, dal titolo emblematico “dall’altra parte dell’età“, e che credo altrettanto significativo per esprimere efficacemente alcuni dei concetti che ho cercato di manifestare e lo stato d’animo, di chi, come me, della mia generazione, ha ancora una gran voglia di esserci, pienamente attivo, insieme e con umile ed entusiastico spirito di servizio e di scambio fecondo a fianco dei più giovani.

Sauro Secci

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Etica e Sostenibilità, In evidenza e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Le “Pantere Grigie” che non vogliono morire

  1. EL CIPPA ha detto:

    Le grandi verità oggi sono come “l’abbaiare alla luna” e le coscienze degli uomini sono poste tra loro a distanze siderali! è assolutamente necessario percorrere questo difficile sentiero tenendosi per mano l’un l’altro. Io sto con il popolo Greco, con il popolo Sardo, con tutti coloro che si oppongono allo stato corrente delle cose, con i più deboli, le loro storie, il rispetto, la loro cultura e la loro civiltà! AUGURI MONDO! AUGURI uomo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...